lunedì 25 novembre 2013

Dove nacque la Lunga marcia

el reliquiario di Mao Zedong ogni oggetto è sacro.
Le sue sigarette non fumate, un thermos per il tè, la
boule azzurra che gli riscaldava lo stomaco, il luci-do per le scarpe, la racchetta verde da ping-pong, i
suoi mutandoni di lana. Due piani di reperti esposti nella pe-nombra, a temperatura costante, illuminati e protetti come ca-polavori. La colonna dei pellegrini scorre in silenzio davanti alle
vetrine che esibiscono “i calzini del Presidente Mao”, il suo petti-ne e le scatole dei biscotti di cui aveva bisogno non per la gola, ma
“perché lavorava sempre”. Alcuni anziani, al cospetto di un pigia-ma rattoppato, non trattengono le lacrime e qualche donna toc-ca un busto presidenziale mormorando parole di preghiera per-ché il figlio recuperi salute e prosperità. Il funzionario che mi gui-da nel museo del Grande Timoniere improvvisamente si ferma
davanti al celeste letto, immenso e in pendenza per “ospitare le
montagne di libri che divorava di notte”. Respira a fondo e intona
GIAMPAOLO VISETTI
di colpo L’Oriente è rosso . Gli operai impegnati a ritinteggiare la sa-le, cambiare le lampadine, scrostare i vetri e sostituire i bambù in-gialliti, attaccano l’inno con lui. C’è un certo odore di mobili in de-composizione, ma sulle pareti scorrono immagini ad alta defini-zione che ritraggono il Presidente Mao mentre “nuota sorridente
in un lago dalle acque gelide”. L’uomo che ha fondato la Repub-blica Popolare Cinese, cambiando il destino dell’umanità, nac-que centovent’anni fa e nel suo villaggio resta un dio immortale.
Tanto più eterno adesso, alla vigilia dell’anniversario: «Ventisei
dicembre 1893 — si affretta a puntualizzare la guida al termine
della sua baritonale esibizione di maoismo spontaneo — il gior-no in cui è venuto al mondo il bambino che i genitori chiamarono
profeticamente “Ze-dong”, ossia “splendere sull’Oriente”».
Shaoshan, cinquanta chilometri a sud di Changsha, capoluogo
dello Hunan, contava allora quattrocento famiglie di contadini e
le sue colline erano infestate dalle tigri. Si aravano le risaie con i
bufali e la vita, sotto l’agonizzante dinastia Qing, scorreva come
nel Medioevo: la notizia della morte dell’imperatore giunse nella
fattoria dei Mao casualmente, due anni dopo il decesso. L’
ex borgo conta oggi centoventi-mila abitanti, di cui quarantamila
si chiamano Mao, e quasi nessu-no coltiva la terra. È stato ribattez-zato “Città della Memoria Rossa”
e qui tutti vivono grazie al culto di
Stato per il padre del comunismo cinese. Un gi-gantesco manifesto affisso in piazza Mao Ze-dong, proprio davanti a una statua di Mao alta sei
metri, ricorda che “il nostro eroe è morto prema-turamente il 10 settembre 1976, all’età di quasi 83
anni, ma noi ameremo per sempre il Presidente
Mao”. Un simile trasporto non permette che
qualcuno faccia la fame e dopo centovent’anni il
Grande Timoniere, mummificato nella piazza
Tienanmen a Pechino, può dire di aver reso ric-chi i suoi compaesani. A Shaoshan, per onorare la
sua casa natale, arrivano cinque milioni di cinesi
all’anno. Solo in dicembre, per la ricorrenza, se ne
attendono altri due milioni. Assolti i lunghi dove-ri di fede, tutti entrano in un ristorante per man-giare “maiale stufato alla Mao” e “tagliolini della
felicità”, acquistano una copia del  Libretto Rosso
e una piccola effige magnetica con il volto del di-vino per il cruscotto dell’auto, a benedizione dei
viaggiatori. Ma soprattutto tutti sono invitati dal-le autorità ad assistere allo spettacolo che mette
in scena infanzia e giovinezza del Presidente Mao
e a trascorrere una notte in albergo. Lo show, do-po decenni di sempre più stanche correzioni po-litiche, è in via di riadeguamento alla sensibilità
dei nuovi leader e alle imminenti celebrazioni.
Due ore di fiamme, battaglie, vittorie, sangue, fio-ri e bandiere rosse, chiuse dai fuochi d’artificio
del trionfo. Il messaggio è semplice: le forze occi-dentali erano il Male e Mao, grazie al suo corag-gio, ha salvato il popolo cinese dalle belve del No-vecento, facendo prevalere il Bene. Buona parte
del pubblico, al termine di una giornata sfian-cante nel santuario maoista, crolla in un sonno
ostinato, che resiste anche ai fragorosi inni rivo-luzionari. Quando cala il sipario però sono tutti
doverosamente commossi.
L’albergo Shengdi, storico rifugio dei dirigenti
spediti dal partito a omaggiare il padre della na-zione, è invece un mito a sé. Sconfinato, in mar-mo bianco, imbottito di moquette rossa e gialla.
Troni e tavoli fingono di essere d’oro, come le te-ste di leone e i putti trombettieri appesi alle pare-ti. Nelle sale risuona la colonna sonora del film Ti-tanic e le cameriere accorrono per mostrare i wc
giapponesi riscaldati e i soffitti affrescati delle
stanze, che illustrano l’epopea del Presidente
Mao come fossero le scene della vita di Cristo nar-rata dal Vangelo. Non si può dire che la struttura,
ai piedi della Montagna del Drago, esalti la fruga-lità delle origini, messaggio essenziale affidato a
Shaoshan dai successori del “padre di tutti noi”.
«L’hotel è vuoto — avverte la cameriera incarica-ta di sorvegliare il mio piano — Duecento came-re, lei è l’unico cliente. Sono scomparsi tutti, do-po la caccia scatenata da Xi Jiping contro corrot-ti, lussi e stravaganze. Pensi: anche il gala orga-nizzato per l’anniversario del Presidente Mao è
stato cancellato». Lo spreco di Stato per non
smettere di venerare la sola figura tuttora capace
di tenere uniti i cinesi è in effetti un problema
ideologicamente imbarazzante. A quasi qua-rant’anni dalla sua scomparsa, nella Cina iper-consumista che l’ultimo Plenum ha appena
aperto al “mercato decisivo”, che è l’opposto di
quella teorizzata dal Grande Timoniere, il partito
scopre di essere ancora Mao-dipendente. Altro
che riforme: il potere dei “prìncipi rossi” discen-de dal suo ricordo, che sostiene la società, lo Sta-to, il regime, tutto. Nessuno, da Deng Xiaoping a
Jiang Zemin e Hu Jintao e ora a Xi Jinping, ha avu-to il coraggio di mettere sostanzialmente in di-scussione il dio dei cinesi e la nazione si scopre an-cora prigioniera del dittatore da cui non ha sapu-to affrancarsi, nemmeno dopo la sua morte. Di-scutere in modo aperto di Mao equivarrebbe a
parlare liberamente del partito-Stato, permette-re la ricerca della verità: come imprimere un si-gillo sulla fine del regime. Pechino deve così ali-mentare la fiamma della sola fede ammessa: chi
si astiene resta un traditore. Alimentare il culto di
massa, dopo centovent’anni, è però tremenda-mente dispendioso e il popolo degli ex compagni,
pronti a piangere davanti alle “scarpe bucate del
Presidente Mao”, è meno propenso ad assolvere
i costi di una propaganda che, assieme al padre,
promette di consegnare all’eternità anche i figli,
auto-proclamati successori.
Per la prima volta, alla vigilia del sacro anniver-sario, la Cina si indigna dunque per i 2,5 miliardi
di dollari stanziati dal governo per i festeggia-menti del 26 dicembre a Shaoshan. Una bestem-mia: condannare le energie profuse per «dire col-lettivamente grazie al Presidente Mao». Eppure è
così, la nuova classe media dei consumatori ur-banizzati alza la voce contro i nostalgici naziona-listi dell’antico mondo rurale e si capisce perché
nel villaggio natìo, investito della titanica missio-ne di «gestire sedici piani patriottici» senza smar-rire uno yuan, non si vedono volti rilassati. Mao
Zedong costa, la ri-maoizzazione succede alla
de-maoizzazione, e il partito rischia. Bisogna
ammettere che, nell’eccesso obbligato di zelo
apologetico, si è esagerato. A Changsha, dove
“l’ultimo imperatore” studiò e insegnò nell’Ac-cademia Yuelu, una sua testa di granito alta tren-tadue metri domina il fiume Xiang e funge da
sfondo per le foto degli sposi. Di qui parte l’auto  trada personale di Mao, che in un’ora conduce
direttamente alla fattoria dove è nato. L’asfalto è
tirato come un velluto e centinaia di operai rab-boccano a mano impercettibili buche. Il percor-so è deserto e l’autista del pullman non può smet-tere di suonare per disperdere stormi di gazze che
riposano sulla corsia di sorpasso. La “Città della
Memoria Rossa” invece è in fermento. Ordini dal-l’alto: centinaia di botteghe di souvenir rinnova-no le fotografie dei vecchi leader, gli album con le
poesie del Presidente Mao e quelli con la sua
“struggente calligrafia”. Su una spianata di can-tieri si costruiscono il nuovo “Museo di Mao e del-la Cina”, alcuni alberghi, una nuova stazione per
i treni ad alta velocità, un centro commerciale «a
tema rivoluzionario», cinema e teatri per replica-re «un’adolescenza leggendaria». Le impalcatu-re nascondono anche la casa degli avi dei Mao,
eretta nel 1763 e trasformata in scuola per la se-conda moglie del giovane Zedong, come i vene-rati “bagni sovietici” color smeraldo del bunker
anti-atomico segreto, scavato nel 1960 sotto il
dosso dove è sepolto suo nonno. Dietro la statua
del centenario, voluta da Jiang Zemin nel 1993, si
cambiano i fiori, si potano i sessantatré pini, uno
per ogni etnia, e si sostituiscono le corone con la
scritta “Noi ameremo Mao per sempre”. La coda
per accedere alla casa natale del Presidente Mao
comincia qui, a poco meno di un chilometro dal
letto in cui la madre, fervente buddista, lo partorì
dopo due figli defunti. Eserciti di guide turistiche
e ambulanti assediano i fedeli-clienti, ordinati
fuori dai pullman delle gite di partito. Giovani in
abiti da monaci e sosia presidenziali, di varie età,
si offrono a prezzi proletari per foto-ricordo.
Nessun grande dittatore del Novecento, non
Lenin, non Stalin, e tantomeno Mussolini o Hi-tler, ma neanche alcun statista democratico,
conserva un memoriale così impressionante e
ancora decisivo, fondamentale per la sorte della
Cina e tanto influente sul destino del mondo,
quale è la fattoria dove Mao Zedong «cominciò a
vivere aiutando i genitori nei lavori della stalla».
Chi ci arriva è stato preparato: conosce biografia
e storia a memoria, ha scorso centinaia di foto-grafie d’epoca, digerito decine di documentari
seppiati e si limita a dire «vado alla Casa». Sa che,
dopo due ore d’attesa e giorni di viaggio, scorrerà
in cinque minuti attraverso sei stanze spoglie di
una vecchia dimora contadina con muri e pavi-mento di fango, in riva a uno stagno, davanti a una
risaia e alla collina dove riposano l’amata madre
e l’odiato padre del Presidente Mao. Eppure, do-po centovent’anni dal divino vagito, la massa dei
cinesi indebitati per una berlina tedesca e con il
sogno inconfessabile di fuggire in America, pro-cede in religioso silenzio tra il focolare e la vasca
per l’acqua, commossa dalla propria, presto di-menticata povertà. È questo il capolavoro della
propaganda maoista, più forte del silenzio che
torna ad avvolgere lo sterminio del “Grande Bal-zo in Avanti” e i crimini della Rivoluzione cultu-rale, abomini negati o ignorati del maoismo. Il
messaggio universale della rinnovata nomencla-tura è potente: l’energia dell’epocale successo ci-nese continua a derivare dalla forza di questa mi-seria, dalle privazioni, dal sacrificio, dall’onestà,
dall’abnegazione filiale, dalla frugalità, dalla de-terminazione che permisero a un giovane conta-dino dello Hunan di trascinare la patria coloniz-zata dall’impero al socialismo, mutando il corso
di due secoli. È il cuore dell’aggiornata ideologia
capital-comunista della svolta riformista annun-ciata il 12 novembre da Xi Jinping: «Spianare le
montagne», «arricchirsi gloriosamente» e ora
«consegnarsi al mercato», ma non rinunciare «al-l’anima marxista del servire il popolo». A questo
appalto della persuasione resta affidata l’irrinun-ciabile sacralità della casa natale del Presidente
Mao. Si può evitare il mausoleo di Tiananmen,
non la culla di Shaoshan. Cinque minuti di rac-coglimento e una fotografia sull’augusto uscio,
come in una Mecca materialista, bastano per una
vita obbediente, se si riconosce l’autorità del luo-go-mito. Il rinnovato impegno a una tale fedeltà
vale ben l’investimento di Pechino che, per l’oc-casione, rompendo un altro storico tabù, si ap-presta a lanciare il cartoon Quando Mao Zedong
era giovane , a esportare il film d’animazione Co-me si fa a diventare presidentee a stampare il vo-lume  Qualcuno deve finalmente dire la verità, che
nega i quaranta milioni di morti del “Grande Bal-zo in Avanti”.
«Nessuno spreco per l’anniversario — dice il
funzionario che mi accompagna a salutare l’ulti-ma vicina di casa che assicura di essere stata ami-ca del Grande Timoniere — Mao non appartiene
alla sinistra, è l’ispiratore di ogni cinese e i giova-ni di tutto il mondo devono conoscerlo». L’ambi-guità scientifica della divinità e dei suoi interpre-ti: dopo centovent’anni, grazie all’umiltà della
Casa, il Presidente Mao resta il volto del partito-Stato, ma diventa pure l’immagine dei suoi op-positori interni, del montante ma imperseguibi-le dissenso-maoista che vorrebbe abbattere la
casta corrotta che, proprio nel nome di Mao, tor-na a teorizzare il potere come dinastia ereditaria
dei grandi interessi di clan. Primo difensore e at-to d’accusa, sintetizzati in unico mandato del cie-lo, «insidiato solo — assicura la guida — dalla ten-tazione del denaro». Lo spirito di Mao però non
ha impedito alla Cina di crescere fino a diventare
la potenza più ricca del secolo. Un tappeto di te-ste adoranti, mentre la notte risale il passo del “Ri-poso della tigre”, si inchina così emozionata da-vanti alla gigantesca macina di pietra che il pic-colo Zedong «riuscì a muovere già all’età di tre an-ni». Fantasie, storia, parabole, propaganda:
quanto tempo resisterà questa Cina del dopo fi-glio unico e liberata dai campi di lavoro, ma co-stretta ad aggrapparsi all’unico dio che riconosce
come proprio, per poterlo quotidianamente ab-battere senza crollare? «Mao Zedong vivrà per
sempre — recita il falegname che entro il 26 di-cembre deve finire di restaurarne l’altare dome-stico degli avi — Ma una cosa è certa: se Lui tor-nasse qui e vedesse ciò che siamo diventati, altro
che riforme, farebbe subito un’altra rivoluzione 

sabato 2 novembre 2013

01/11/13 - R2 - Gli italiani d’Albania i migranti ora siamo noi

La terra che vent’anni fa produceva
disperazionee provocava esodi di massa
oggi accoglie i nostri emigrati.  Almeno tremila
secondo le stime. Molti sono esodati
Artigiani, meccanici o operai dei call center
Vanno in Albania perché la vita costa meno
e la burocrazia è più snella.  O perché in patria
erano “uno dei tanti”, qui sono “uno dei pochi”



DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO BERIZZI
TIRANA
L
america capovolta è Roberto che è cuoco e ristoratore.
Viene da Viterbo e dice che con un’ora di volo rinasci.
«Stavo in cucina 16 ore al giorno per tirare su una miseria.
Strozzato dalle tasse, frustrato. Là ero uno dei tanti, qui
sono uno dei pochi». Roberto Cannata, 49 anni, torinese,
vent’anni nel Lazio fino allo “sbarco” nella terra che produceva di-sperazione e pompava esodi di massa. Adesso Roberto fa quaranta
coperti al “Basilico”, cinque minuti dal “block” commerciale di Ti-rana. Clienti italiani e albanesi. Una faccia una razza? «Forse sì. Sia-mo popoli che si guardano». Un residuo di diffidenza, soprattutto
da parte italiana, che si stempera fino alla nemesi più sorprenden-te: lo scambio migratorio. Eccoli, gli immigrati al contrario.
Vent’anni dopo. Gli italiani d’Albania 

uelli che «in Italia
non c’è più speran-za». Spinti oltre
Adriatico dalla crisi
beffarda, muovono
verso l’altra costa a caccia di un
salario. Gli altri, gli albanesi d’I-talia, quelli de Lamerica degli
Anni ‘90, viaggiano sulla stessa
rotta (nave o aereo). Ma loro tor-nano per le ferie. Portano soldi e
regali ai parenti. Se li sono gua-dagnati con quasi un quarto di
secolo di duro lavoro.
Chi è l’italiano che emigra in
Albania? Uomo, 25-50 anni, più
Nord. Estrazione sociale varia.
«Espulsi» dal sistema produttivo,
esodati che si mettono in viaggio,
e non è proprio una vacanza. Al-l’inizio erano imprenditori affa-mati di manodopera low cost.
Ora seguono operai, artigiani,
elettricisti, idraulici, saldatori,
meccanici, marmisti. E poi avvo-cati, medici, architetti. E gli ope-ratori dei call center. Un settore a
sé, con un plotone di società che
hanno trasferito qui le loro batte-rie di risponditori a cottimo
(Gruppo Abramo, Teleperfor-mance, Infocall, Teletu, Tran-scom, Grid di Marina Salamon,
per citarne alcuni). L’inflessione
dei telefonisti locali è italiana. Si
confonde con quella dei nostri
studenti. Per mantenersi nelle
oltre cinquanta università priva-te albanesi non sputano su 200-300 euro al mese. È lo stipendio
medio. Ma la vita qui costa un
quarto. «Meglio poco che nien-te». È lo spot del nuovo immigra-to. Due anni fa, compiuti i 26, Da-vide Barzani ha fatto la valigia e
da Brescia, patria del tondino, ha
esportato il suo mestiere a Tira-na. Saldatore. Poi siccome le co-se andavano bene si è messo a in-segnarlo. «Sei allievi, un tavolo,
una saldatrice», racconta nel la-boratorio di “Mondo saldatura”.
«Il mercato si sta ampliando e c’è
lavoro. Come sono arrivato qui?
Grazie a un amico. Albanese». Il
“gancio”, un classico. L’amico, il
collega, il parente acquisito. «Gli
italiani l’Albania la annusano
prima di partire», ragiona Carlo
Alberto Rossi, consulente per
una clinica privata a capitale ita-liano. «C’è chi arriva per dispera-zione, chi per riscattarsi da falli-menti. Chi perché intuisce le po-tenzialità». Burocrazia snella,
10% di pressione fiscale contro il
70 dell’Italia; settori dove si apro-no praterie perché il livello di spe-cializzazione è quello che è. «Il fe-nomeno migratorio al contrario
è destinato a raddoppiare nei
prossimi due-tre anni».
Quanti sono, per ora, gli italia-ni? I numeri danzano. Partiamo
dalle aziende. I dati della Camera
di commercio riconducono a
una ricerca Istat del 2012 che re-gistra 1460 società con almeno
un socio italiano. La stima si
stringe a 600 se si considerano
quelle operative. Vediamo ora la
popolazione. Sono 500 gli italiani
residenti. Milleottocento i per-messi di soggiorno “in corso” (su
una popolazione di 2,8 milioni).
Quasi un migliaio, infine, i con-nazionali che studiano medicina
all’Università Nostra Signora del
Buon Consiglio, gemellata con
Roma Tor Vergata (però le crona-che ricordano sempre e solo il ca-so del “Trota” Renzo Bossi e delle
lauree a gettone).
Tiriamo le somme: 3 mila è la ci-fra della nostra comunità nella
porta dei Balcani. A spanne. «Nes-suno sa quanti siano davvero gli
italiani», spiega Luigi Nidito, vice
presidente della Camera di com-mercio. «Molti si muovono per
conto loro e si rivolgono alle istitu-zioni solo se le cose vanno male.
L’italiano preferisce essere volati-le... «. C’è una battuta. È di un po-litico albanese di primo piano.
«Gli italiani? Sono albanesi vestiti
da Versace». Sono anche elettrici-sti in tuta. Come Oscar Cappellet-ti, da Bergamo. Dopo una trasfer- 

ta ha capito che collegare cavi elet-trici qui, conviene. «Non esistono
le restrizioni che ci sono da noi. Si
lavora meglio, e di più». Arrivano
in nave da Ancona e da Bari e in ae-reo con i 20 voli giornalieri (4 Ali-talia, 15 Bell Air). Quasi sempre
pieni. Bergamo, Verona, Pisa, Ro-ma. Su ogni volo, una media di 15
italiani. Michela Marucci, prati-cante legale di Benevento. «Seguo
la clientela italiana. I nostri im-prenditori o chiudono, o si suici-dano, o vanno all’estero. L’Alba-nia sta diventando la ventunesi-ma regione d’Italia». Nel 1939 fu-rono le truppe del nostro esercito
a occuparla. Oggi è il turno delle
nuove “valigie di cartone”. Storie
come quella di Antonio Pane, l’e-migrante interpretato da Antonio
Albanese ne L’Intrepido di Gianni
Amelio (19 anni dopo Lamerica).
Molti fanno centro.
Emilio Garlatti ha 60 anni e
sforna pasta fresca. «A ogni ango-lo senti parlare italiano, ti senti a
casa». Volo Alitalia Pisa-Tirana,
un mese fa. Una madre italiana
raggiunge il figlio. «Ha messo su
un allevamento di lumache. Lo
vedo realizzato e sono felice».
Stop. Rewind. Otto agosto 1991.
La Vlora, un bisonte del mare sti-pato di 20 mila albanesi, entra nel
porto di Bari. Resterà l’immagine
simbolo dei grandi esodi. Gli im-migrati vengono rinchiusi nello
stadio della Vittoria. Alla fine la
maggior viene rimpatriata con
l’inganno di un trasferimento in
altre città italiane.
Aldo all’epoca aveva 10 anni e
giocava sulle rive del lago di Scu-teri. A 18 è a Anzio a lavare i piatti
di un noto ristorante. Cameriere,
aiuto cuoco, chef. Oggi è tornato
in patria e ha aperto “Delicatezze
di mare”, a Tirana. «Produrre a
un’ora dall’Italia, in un paese do-ve la seconda lingua è l’italiano e
dove un operaio costa 200 euro, è
un’opportunità che attira», dice
Massimo Gaiani, il nostro amba- sciatore nel Paese delle aquile. In
principio fu Cristina Busi, pro-prietaria di Coca Cola Albania. È
sbarcata qui nel ‘91. L’ultimo in
ordine di tempo è Francesco Bec-chetti, dominus di  Agon channel ,
nuova emittente  italian made .
Un’intera generazione di albane-si ha imparato l’italiano con  Non
è la Rai di Boncompagni e Ambra.
Oggi Becchetti punta su Barbara
D’Urso e Alessio Vinci. «C’è più
energia qui che nella tv italiana»,
dice l’ex conduttore di Matrix . Ti-rana seconda o terza chance. O
second life. Anche nel calcio. Do-po Torino e Udinese, Gianni De
Biasi era parcheggiato a Mediaset
a fare il commentatore. Nel 2011
la Federazione gli ha affidato la
panchina della Nazionale (ha ap-pena rinnovato il contratto per al-tri due anni). Sa di appartenere a
una «categoria di privilegiati». «I
gommoni che gli albanesi hanno
lasciato in Italia — scherza il ct —
li usano gli italiani per venire qui.
Sai quanti partono dal Veneto, la
mia terra? Fino a ieri era l’Eldora-do. Assumevano albanesi. Ades-so sono loro che emigrano». C’e-ra una volta Lamerica.



AL NOSTRO INVIATO
PIETRO DEL RE
TALE
T
ozzi come funghi ciclopici, i bunker li vedi da lontano.
Questi di Tale, una sessantina di chilometri a nord di Tira-na, sono schierati uno accanto all’altro e fuoriescono dal-la sabbia deturpando indecentemente la costa. Sono tutti
color grigio topo, salvo l’ultimo del plotone, di recente in-tonacato di bianco. «L’ho appena ristrutturato per affittarlo ai turi-sti», spiega il giovane imprenditore Prehk Marku, mostrandoci l’ap-partamentino ricavato nell’ex struttura militare, con angolo cucina
e zona letto. Altrove, altri bunker albanesi sono stati riconvertiti in
granai, stalle, monolocali per studenti, negozietti di souvenir, rifugi
per escursionisti. Altri ancora sono invece demoliti per recuperarne
l’acciaio, merce preziosa per la vorace e selvaggia industria immo-biliare che sta cementificando l’Albania

V
ent’anni dopo la fine del regime, il Paese comincia
a digerire l’eredità più solida dello stalinista Enver
Hoxha che tra il 1945 e il 1985 fece erigere 750mila
bunker per difendersi da un nemico immaginario
e mutevole che poteva prendere le sembianze dell’Italia,
della Nato o dell’Unione sovietica. Hoxha è morto nel 1985,
e il Paese s’è finalmente aperto al mondo nel 1992. Ma loro,
le casematte, sono rimaste. «Da quando è esploso il “bunker
business”, ognuno cerca di appropriarsene per guadagnare
soldi. Quando non appartengono a nessuno, basta arran-giarsi con l’ufficio del catasto», aggiunge Marku.
Costruire così tanti bunker richiese uno sforzo economi-co colossale per quel piccolo e povero Paese che era l’Alba-nia, tanto più che sotto la dittatura queste fortificazioni non
servivano a nulla. Paradossalmente, si contavano più
bunker che militari. Una volta, qualcuno li adoperava come
mondezzai o depositi per materiali. E, se appartati, poteva-no servire da alcova per amanti clandestini. Oggi, con il li-beralismo selvaggio nato sulle rovine della collettivizzazio-ne, gli albanesi si stanno riappropriando di queste deva-stanti e ubique costruzioni e molti le hanno già trasformate
in chioschetti che vendono panini o discoteche quando l’e-dificio è sufficientemente capiente. In un bunker di Koplik
applicano tatuaggi, mentre sul Dajti, il monte che sovrasta
Tirana, ne hanno pittato alcuni con colori psichedelici per
farne il cuore di un rave party, il “bunker fest”.
Mimi Kodheli, 48 anni e dallo scorso 15 settembre prima
donna ministro della Difesa della storia albanese, ricorda:
«Sotto la dittatura, nei bunker ci insegnavano a sparare. So-lo, a questo servivano, anche se di nascosto c’era chi li usava
come fungaie». La Kodheli è una delle cinque donne tra i
quindici ministri del nuovo governo di Edi Rama, il premier-pittore ed ex sindaco di Tirana, alla testa di un partito che in-carna una sinistra moderna e democratica. La nascita del
“bunker business” è curiosamente concomitante con il “ri-nascimento” nazionale dell’Albania, per usare un epiteto ca-ro al neo-premier Rama, il quale al telefono ci spiega che la
priorità del suo operato è riportare il Paese «sulla strada della
legalità per proteggere la proprietà pubblica e privata». Rama
cercherà anche di risanare un’economia disastrata dalla ge-stione del suo predecessore, Sali Berisha, e lottare contro il cri-mine organizzato, ripristinare l’indipendenza della giustizia,
ricostruire le strade vetuste che solcano l’Albania.
Se negli ultimi dieci anni le unità abitative sono cresciute
del 30%, ciò è stato possibile soprattutto grazie ai soldi della
mafia italiana e balcanica, con cui sono stati urbanizzati 200
chilometri di costa da Durazzo a Valona per accogliere turisti
macedoni, kosovari, austriaci e italiani. Ma l’Albania resta il
Paese più povero d’Europa, il suo Pil s’è dimezzato nel 2012,
mentre è raddoppiato il tasso di povertà. Senza contare che le
rimesse dai Paesi che ospitano il più gran numero di albanesi
espatriati, Grecia e Italia, sono molto calate passando da 1 mi-liardo di dollari nel 2008, a meno della metà nel 2012.
Vicino ad Argirocastro, una gru sta divorando un grosso
bunker che in passato forse ospitava veicoli militari. Il suo
nuovo proprietario, Pashk Nicolla, spiega: «Riuscirò ad
estrarne almeno 500 euro di acciaio, niente male se pensa
che lo stipendio di un impiegato non supera i 300 euro». A
Mamurras, a nord di Tirana, i bunker crebbero sulle rovine
di una chiesa che fu distrutta dal regime negli anni Sessan-ta, quando Hoxha vietò la religione, e dichiarò che l’Alba-nia era il primo Paese ateo al mondo. Nel 1993, quella chie-sa fu ricostruita, conservando i blocchi di cemento a futu-ra memoria, per non cancellare le vestigia della paranoica
repressione. A sud, invece, nel paesino di Lin, un piccolo
bunker a strapiombo sul mare è stato interamente dipinto
di bianco. Per trasformarlo in una cappella ortodossa è ba-stato posarci un paio di icone