lunedì 25 novembre 2013

Dove nacque la Lunga marcia

el reliquiario di Mao Zedong ogni oggetto è sacro.
Le sue sigarette non fumate, un thermos per il tè, la
boule azzurra che gli riscaldava lo stomaco, il luci-do per le scarpe, la racchetta verde da ping-pong, i
suoi mutandoni di lana. Due piani di reperti esposti nella pe-nombra, a temperatura costante, illuminati e protetti come ca-polavori. La colonna dei pellegrini scorre in silenzio davanti alle
vetrine che esibiscono “i calzini del Presidente Mao”, il suo petti-ne e le scatole dei biscotti di cui aveva bisogno non per la gola, ma
“perché lavorava sempre”. Alcuni anziani, al cospetto di un pigia-ma rattoppato, non trattengono le lacrime e qualche donna toc-ca un busto presidenziale mormorando parole di preghiera per-ché il figlio recuperi salute e prosperità. Il funzionario che mi gui-da nel museo del Grande Timoniere improvvisamente si ferma
davanti al celeste letto, immenso e in pendenza per “ospitare le
montagne di libri che divorava di notte”. Respira a fondo e intona
GIAMPAOLO VISETTI
di colpo L’Oriente è rosso . Gli operai impegnati a ritinteggiare la sa-le, cambiare le lampadine, scrostare i vetri e sostituire i bambù in-gialliti, attaccano l’inno con lui. C’è un certo odore di mobili in de-composizione, ma sulle pareti scorrono immagini ad alta defini-zione che ritraggono il Presidente Mao mentre “nuota sorridente
in un lago dalle acque gelide”. L’uomo che ha fondato la Repub-blica Popolare Cinese, cambiando il destino dell’umanità, nac-que centovent’anni fa e nel suo villaggio resta un dio immortale.
Tanto più eterno adesso, alla vigilia dell’anniversario: «Ventisei
dicembre 1893 — si affretta a puntualizzare la guida al termine
della sua baritonale esibizione di maoismo spontaneo — il gior-no in cui è venuto al mondo il bambino che i genitori chiamarono
profeticamente “Ze-dong”, ossia “splendere sull’Oriente”».
Shaoshan, cinquanta chilometri a sud di Changsha, capoluogo
dello Hunan, contava allora quattrocento famiglie di contadini e
le sue colline erano infestate dalle tigri. Si aravano le risaie con i
bufali e la vita, sotto l’agonizzante dinastia Qing, scorreva come
nel Medioevo: la notizia della morte dell’imperatore giunse nella
fattoria dei Mao casualmente, due anni dopo il decesso. L’
ex borgo conta oggi centoventi-mila abitanti, di cui quarantamila
si chiamano Mao, e quasi nessu-no coltiva la terra. È stato ribattez-zato “Città della Memoria Rossa”
e qui tutti vivono grazie al culto di
Stato per il padre del comunismo cinese. Un gi-gantesco manifesto affisso in piazza Mao Ze-dong, proprio davanti a una statua di Mao alta sei
metri, ricorda che “il nostro eroe è morto prema-turamente il 10 settembre 1976, all’età di quasi 83
anni, ma noi ameremo per sempre il Presidente
Mao”. Un simile trasporto non permette che
qualcuno faccia la fame e dopo centovent’anni il
Grande Timoniere, mummificato nella piazza
Tienanmen a Pechino, può dire di aver reso ric-chi i suoi compaesani. A Shaoshan, per onorare la
sua casa natale, arrivano cinque milioni di cinesi
all’anno. Solo in dicembre, per la ricorrenza, se ne
attendono altri due milioni. Assolti i lunghi dove-ri di fede, tutti entrano in un ristorante per man-giare “maiale stufato alla Mao” e “tagliolini della
felicità”, acquistano una copia del  Libretto Rosso
e una piccola effige magnetica con il volto del di-vino per il cruscotto dell’auto, a benedizione dei
viaggiatori. Ma soprattutto tutti sono invitati dal-le autorità ad assistere allo spettacolo che mette
in scena infanzia e giovinezza del Presidente Mao
e a trascorrere una notte in albergo. Lo show, do-po decenni di sempre più stanche correzioni po-litiche, è in via di riadeguamento alla sensibilità
dei nuovi leader e alle imminenti celebrazioni.
Due ore di fiamme, battaglie, vittorie, sangue, fio-ri e bandiere rosse, chiuse dai fuochi d’artificio
del trionfo. Il messaggio è semplice: le forze occi-dentali erano il Male e Mao, grazie al suo corag-gio, ha salvato il popolo cinese dalle belve del No-vecento, facendo prevalere il Bene. Buona parte
del pubblico, al termine di una giornata sfian-cante nel santuario maoista, crolla in un sonno
ostinato, che resiste anche ai fragorosi inni rivo-luzionari. Quando cala il sipario però sono tutti
doverosamente commossi.
L’albergo Shengdi, storico rifugio dei dirigenti
spediti dal partito a omaggiare il padre della na-zione, è invece un mito a sé. Sconfinato, in mar-mo bianco, imbottito di moquette rossa e gialla.
Troni e tavoli fingono di essere d’oro, come le te-ste di leone e i putti trombettieri appesi alle pare-ti. Nelle sale risuona la colonna sonora del film Ti-tanic e le cameriere accorrono per mostrare i wc
giapponesi riscaldati e i soffitti affrescati delle
stanze, che illustrano l’epopea del Presidente
Mao come fossero le scene della vita di Cristo nar-rata dal Vangelo. Non si può dire che la struttura,
ai piedi della Montagna del Drago, esalti la fruga-lità delle origini, messaggio essenziale affidato a
Shaoshan dai successori del “padre di tutti noi”.
«L’hotel è vuoto — avverte la cameriera incarica-ta di sorvegliare il mio piano — Duecento came-re, lei è l’unico cliente. Sono scomparsi tutti, do-po la caccia scatenata da Xi Jiping contro corrot-ti, lussi e stravaganze. Pensi: anche il gala orga-nizzato per l’anniversario del Presidente Mao è
stato cancellato». Lo spreco di Stato per non
smettere di venerare la sola figura tuttora capace
di tenere uniti i cinesi è in effetti un problema
ideologicamente imbarazzante. A quasi qua-rant’anni dalla sua scomparsa, nella Cina iper-consumista che l’ultimo Plenum ha appena
aperto al “mercato decisivo”, che è l’opposto di
quella teorizzata dal Grande Timoniere, il partito
scopre di essere ancora Mao-dipendente. Altro
che riforme: il potere dei “prìncipi rossi” discen-de dal suo ricordo, che sostiene la società, lo Sta-to, il regime, tutto. Nessuno, da Deng Xiaoping a
Jiang Zemin e Hu Jintao e ora a Xi Jinping, ha avu-to il coraggio di mettere sostanzialmente in di-scussione il dio dei cinesi e la nazione si scopre an-cora prigioniera del dittatore da cui non ha sapu-to affrancarsi, nemmeno dopo la sua morte. Di-scutere in modo aperto di Mao equivarrebbe a
parlare liberamente del partito-Stato, permette-re la ricerca della verità: come imprimere un si-gillo sulla fine del regime. Pechino deve così ali-mentare la fiamma della sola fede ammessa: chi
si astiene resta un traditore. Alimentare il culto di
massa, dopo centovent’anni, è però tremenda-mente dispendioso e il popolo degli ex compagni,
pronti a piangere davanti alle “scarpe bucate del
Presidente Mao”, è meno propenso ad assolvere
i costi di una propaganda che, assieme al padre,
promette di consegnare all’eternità anche i figli,
auto-proclamati successori.
Per la prima volta, alla vigilia del sacro anniver-sario, la Cina si indigna dunque per i 2,5 miliardi
di dollari stanziati dal governo per i festeggia-menti del 26 dicembre a Shaoshan. Una bestem-mia: condannare le energie profuse per «dire col-lettivamente grazie al Presidente Mao». Eppure è
così, la nuova classe media dei consumatori ur-banizzati alza la voce contro i nostalgici naziona-listi dell’antico mondo rurale e si capisce perché
nel villaggio natìo, investito della titanica missio-ne di «gestire sedici piani patriottici» senza smar-rire uno yuan, non si vedono volti rilassati. Mao
Zedong costa, la ri-maoizzazione succede alla
de-maoizzazione, e il partito rischia. Bisogna
ammettere che, nell’eccesso obbligato di zelo
apologetico, si è esagerato. A Changsha, dove
“l’ultimo imperatore” studiò e insegnò nell’Ac-cademia Yuelu, una sua testa di granito alta tren-tadue metri domina il fiume Xiang e funge da
sfondo per le foto degli sposi. Di qui parte l’auto  trada personale di Mao, che in un’ora conduce
direttamente alla fattoria dove è nato. L’asfalto è
tirato come un velluto e centinaia di operai rab-boccano a mano impercettibili buche. Il percor-so è deserto e l’autista del pullman non può smet-tere di suonare per disperdere stormi di gazze che
riposano sulla corsia di sorpasso. La “Città della
Memoria Rossa” invece è in fermento. Ordini dal-l’alto: centinaia di botteghe di souvenir rinnova-no le fotografie dei vecchi leader, gli album con le
poesie del Presidente Mao e quelli con la sua
“struggente calligrafia”. Su una spianata di can-tieri si costruiscono il nuovo “Museo di Mao e del-la Cina”, alcuni alberghi, una nuova stazione per
i treni ad alta velocità, un centro commerciale «a
tema rivoluzionario», cinema e teatri per replica-re «un’adolescenza leggendaria». Le impalcatu-re nascondono anche la casa degli avi dei Mao,
eretta nel 1763 e trasformata in scuola per la se-conda moglie del giovane Zedong, come i vene-rati “bagni sovietici” color smeraldo del bunker
anti-atomico segreto, scavato nel 1960 sotto il
dosso dove è sepolto suo nonno. Dietro la statua
del centenario, voluta da Jiang Zemin nel 1993, si
cambiano i fiori, si potano i sessantatré pini, uno
per ogni etnia, e si sostituiscono le corone con la
scritta “Noi ameremo Mao per sempre”. La coda
per accedere alla casa natale del Presidente Mao
comincia qui, a poco meno di un chilometro dal
letto in cui la madre, fervente buddista, lo partorì
dopo due figli defunti. Eserciti di guide turistiche
e ambulanti assediano i fedeli-clienti, ordinati
fuori dai pullman delle gite di partito. Giovani in
abiti da monaci e sosia presidenziali, di varie età,
si offrono a prezzi proletari per foto-ricordo.
Nessun grande dittatore del Novecento, non
Lenin, non Stalin, e tantomeno Mussolini o Hi-tler, ma neanche alcun statista democratico,
conserva un memoriale così impressionante e
ancora decisivo, fondamentale per la sorte della
Cina e tanto influente sul destino del mondo,
quale è la fattoria dove Mao Zedong «cominciò a
vivere aiutando i genitori nei lavori della stalla».
Chi ci arriva è stato preparato: conosce biografia
e storia a memoria, ha scorso centinaia di foto-grafie d’epoca, digerito decine di documentari
seppiati e si limita a dire «vado alla Casa». Sa che,
dopo due ore d’attesa e giorni di viaggio, scorrerà
in cinque minuti attraverso sei stanze spoglie di
una vecchia dimora contadina con muri e pavi-mento di fango, in riva a uno stagno, davanti a una
risaia e alla collina dove riposano l’amata madre
e l’odiato padre del Presidente Mao. Eppure, do-po centovent’anni dal divino vagito, la massa dei
cinesi indebitati per una berlina tedesca e con il
sogno inconfessabile di fuggire in America, pro-cede in religioso silenzio tra il focolare e la vasca
per l’acqua, commossa dalla propria, presto di-menticata povertà. È questo il capolavoro della
propaganda maoista, più forte del silenzio che
torna ad avvolgere lo sterminio del “Grande Bal-zo in Avanti” e i crimini della Rivoluzione cultu-rale, abomini negati o ignorati del maoismo. Il
messaggio universale della rinnovata nomencla-tura è potente: l’energia dell’epocale successo ci-nese continua a derivare dalla forza di questa mi-seria, dalle privazioni, dal sacrificio, dall’onestà,
dall’abnegazione filiale, dalla frugalità, dalla de-terminazione che permisero a un giovane conta-dino dello Hunan di trascinare la patria coloniz-zata dall’impero al socialismo, mutando il corso
di due secoli. È il cuore dell’aggiornata ideologia
capital-comunista della svolta riformista annun-ciata il 12 novembre da Xi Jinping: «Spianare le
montagne», «arricchirsi gloriosamente» e ora
«consegnarsi al mercato», ma non rinunciare «al-l’anima marxista del servire il popolo». A questo
appalto della persuasione resta affidata l’irrinun-ciabile sacralità della casa natale del Presidente
Mao. Si può evitare il mausoleo di Tiananmen,
non la culla di Shaoshan. Cinque minuti di rac-coglimento e una fotografia sull’augusto uscio,
come in una Mecca materialista, bastano per una
vita obbediente, se si riconosce l’autorità del luo-go-mito. Il rinnovato impegno a una tale fedeltà
vale ben l’investimento di Pechino che, per l’oc-casione, rompendo un altro storico tabù, si ap-presta a lanciare il cartoon Quando Mao Zedong
era giovane , a esportare il film d’animazione Co-me si fa a diventare presidentee a stampare il vo-lume  Qualcuno deve finalmente dire la verità, che
nega i quaranta milioni di morti del “Grande Bal-zo in Avanti”.
«Nessuno spreco per l’anniversario — dice il
funzionario che mi accompagna a salutare l’ulti-ma vicina di casa che assicura di essere stata ami-ca del Grande Timoniere — Mao non appartiene
alla sinistra, è l’ispiratore di ogni cinese e i giova-ni di tutto il mondo devono conoscerlo». L’ambi-guità scientifica della divinità e dei suoi interpre-ti: dopo centovent’anni, grazie all’umiltà della
Casa, il Presidente Mao resta il volto del partito-Stato, ma diventa pure l’immagine dei suoi op-positori interni, del montante ma imperseguibi-le dissenso-maoista che vorrebbe abbattere la
casta corrotta che, proprio nel nome di Mao, tor-na a teorizzare il potere come dinastia ereditaria
dei grandi interessi di clan. Primo difensore e at-to d’accusa, sintetizzati in unico mandato del cie-lo, «insidiato solo — assicura la guida — dalla ten-tazione del denaro». Lo spirito di Mao però non
ha impedito alla Cina di crescere fino a diventare
la potenza più ricca del secolo. Un tappeto di te-ste adoranti, mentre la notte risale il passo del “Ri-poso della tigre”, si inchina così emozionata da-vanti alla gigantesca macina di pietra che il pic-colo Zedong «riuscì a muovere già all’età di tre an-ni». Fantasie, storia, parabole, propaganda:
quanto tempo resisterà questa Cina del dopo fi-glio unico e liberata dai campi di lavoro, ma co-stretta ad aggrapparsi all’unico dio che riconosce
come proprio, per poterlo quotidianamente ab-battere senza crollare? «Mao Zedong vivrà per
sempre — recita il falegname che entro il 26 di-cembre deve finire di restaurarne l’altare dome-stico degli avi — Ma una cosa è certa: se Lui tor-nasse qui e vedesse ciò che siamo diventati, altro
che riforme, farebbe subito un’altra rivoluzione 

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