giovedì 30 maggio 2013

16/5/13 - R2 - Vita da spia ai tempi della pace fredda di Vittorio Zucconi

 I nuovi trucchi degli agenti segreti

Pistole laser, satelliti, e-mail super protette. Ma anche barbe finte
e parrucche. Che nell’epoca di Internetsembrano cose da film di
James Bond,eppure funzionano ancora. Perché il mestiere di spia,
tutto sommato, non è cambiato poi così tanto. Come dimostra  Anna
Chapman, la rossache incastrava le sue vittime con la seduzione



Con il parruccone
biondo, gli occhiali
da sole e la camicia a
scacchi, Ryan sem-brava la “spia che
venne dal circo”, un agente
avanzato dal tempo delle barbe
finte e delle carte false. Uscita da
un film comico di Austin Powers
più che dalle pagine di Le Carrè
o di Fleming, la storia della spia
che non ne faceva una giusta e
girava con una bussola nel tem-po del Gps è talmente ridicola e
soprattutto anacronistica da far
sospettare che sia serissima e
attualissima. Ryan Fogle era il
terzo segretario della sezione
politica all’ambasciata Usa, il li-vello più basso nel totem diplo-matico. Lo hanno bloccato gli
eredi putiniani del Kgb, l’Fsb,
all’uscita dal solito palazzone e
poi ripreso a terra bocconi, con
il cappellino da baseball storto
sopra il parruccone platinato da
pagliaccio, con una parrucca
bruna di ricambio e un rotolo di
euro e di dollari.
Se volete farvi scoprire e arre-stare in Russia, come ieri in
Urss, il comportamento del gio-vane diplomatico americano
ora accusato di lavorare per la
Cia è esattamente quello che
dovete fare. Cioè tutto il contra-rio di quelle che nel mondo del-lo “spycraft”, della magia nera
dello spionaggio, si chiamano le
“Regole di Mosca” e che racco-mandano, prima di ogni altra
cosa, la discrezione, la diffiden-za, l’anonimato per mimetiz-zarsi fra la folla M
a poiché, come
avvertiva James
Angleton che
per 21 anni fu il
primo, paranoi-co cacciatore di “talpe” sovieti-che negli Usa, «nello spionaggio
niente è mai quello che sembra»
e «quello che si vede è fatto per
non vedere», la ridicola avven-tura dell’agente Fogle nel ventre
dell’ex (e rimpianto da molti)
impero del male probabilmente
nasconde molto più di quello
che il video della sua cattura tra-smesso dalla tv moscovita rive-la.
L’incompetenza, il dilettanti-smo, l’imprudenza del segreta-rio di legazione sono troppo
grandi per essere veri. Quando
lo hanno arrestato all’uscita di
casa e sbattuto per terra, sotto
gli obbiettivi della tv, aveva ad-dosso, oltre a rotolini di banco-note, una lettera su carta inte-stata dell’Ambasciata nella qua-le offriva un milione all’anno a
chi avesse collaborato con gli
Usa.
Il trucco delle manovre diver-sive, per attirare l’attenzione
dalle operazioni vere, è un clas-sico dello spionaggio. Vecchi
del mestiere, gli orfani della
Guerra Fredda ora in pensione
che campano facendo da guide
al museo della spionaggio di
Washington o scrivendo me-morie, come Paul Redmond che
aveva lavorato “sul terreno” in
Urss, sorridono maliziosi al-l’impudenza di Fogle e alla vio-lazione di quelle leggi non scrit-te su come comportarsi, prima
fra tutte il «ricorda che sei sem-pre controllato da qualcuno». E
la studiosa che guida il centro di
studi Russi alla Georgetown
University, Angela Stent, trase-cola: «Siamo tornati alle barbe
finte di Castro?». Ma attenzione
alla formula di Angleton, il cac-ciatore di agenti nemici. E se Fo-gle avesse voluto farsi scoprire?
Se il suo fosse stato un volonta-rio sberleffo ai cani da guardia
russi?
Il suo contatto in Russia, quel-lo che avrebbe dovuto reclutare
con la mazzetta degli euro e con
una sgangherata promessa
scritta — altra colossale impru-denza — del milione all’anno in
un conto corrente bancario
aperto attraverso le sorvegliatis-sime e-mail di Google, era uno
dei responsabili dell’antiterro-rismo russo nel Caucaso. Uno
specialista di Al Qaeda in Cece-nia, la terra dalle quale proveni-vano gli Tsaraev, accusati della
bomba di Boston. Il nuovo Kgb
putiniano sostiene di avere dato
a suo tempo una dritta all’Fbi su
quei fratelli e di essere stato
ignorato dagli americani, per
mettere in imbarazzo i rivali e
coprirsi le spalle. Ma la Cia non è
convinta e forse la missione del-la “spia venuta dal circo” era
quella di costringere i falsi infor-matori a uscire allo scoperto.
Ma perché usare metodi tan-to grossolani? Perché, dice un
altro ex agente Cia, semplice-mente, banalmente, funziona-no ancora bene. Mentre i servizi
di spionaggio e di controspio-naggio versano torrenti di mi-lioni per infiltrare i server del ne-mico e per proteggersi, per infi-lare bachi e virus virtuali nei
centri nevralgici delle altre na-zioni, e si cullano nella tirannide
del “sigint”, della intelligence
elettronica, il sotto bosco della
“humint”, l’intelligence uma-na, il contatto reale rimane indi-spensabile. E serve allo scopo.
Se degli ombrelli avvelenati
cari agli assassini bulgari non si
parla più, radio a onde corte tra-smettono ancora e niente ha an-cora sostituito lo scambio delle
parole d’ordine. «Ci siamo co-nosciuti California?» diceva l’a-gente russo ancora pochi anni
or sono al suo contatto. «No, ne-gli Hamptons», rispondeva l’al ro. Password umanissime. A
Seattle, una spia di Mosca si affi-dava ancora al vecchio inchio-stro simpatico, a base di succo di
limone e nessuno pensava di
controllare quei fogli, non im-maginando questo antiquaria-to spionistico.
Si usano ancora i “dead dro-ps”, messaggini lasciati in fessu-re di alberi nei giardini pubblici,
da recuperare più tardi o il vec-chio, infallibile scambio di bor-se identiche su un panchina, fra
apparenti sconosciuti.
L’ultima, grande rete di spio-naggio russo in America è stata
smantellata tre anni or sono, nel
giugno del 2010, quando l’Fbi ha
arrestato Anne Chapman Ku-shenko, “Anna la Rossa Roven-te” e la sua struttura di dieci tal-pe, Ma mentre lei usava la tec-nologia più antica del mondo
per attirare uomini importanti,
un suo complice nel Texas inter-cettava «lo stato dell’arte» in
materia informatica, che era l’o-perazione importante. La tecni-ca della “trappola del miele” è da
sempre una tra le preferite dai
servizi israeliani, per sedurre, e
se necessario sopprimere, i peg-giori nemici dello Stato d’Israe-le.
Viktor Evgenevich Lui, poi di-venuto noto come Victor Louis,
fu, per decenni, una formidabi-le fonte di disinformazione per
la stampa occidentale, giocan-do fra il proprio ruolo nel Kgb e
l’apparenza di corrispondente
per quotidiani inglese. La sua
tecnica era semplice: nella
splendida dacia nel sobborgo
più vip di Mosca, Peredelkino,
invitava e seppelliva ospiti stra-nieri sotto montagne di caviale
finissimo, lavato da mareggiate
di vodka. Poca high-tech, molte
sbornie. Per eliminare Castro, la
Cia, disperata, tentò di utilizza-re sigari esplosivi e polveri depi-lanti per privarlo del simbolo
più vistoso del suo carisma, la
barba. All’incontro segreto in
un ristorante di Washington,
quello che risolse attraverso ca-nali secondari la crisi dei missili
nell’ottobre 1963, il giornalista
americano utilizzato dalla Casa
Bianca per sondare un interlo-cutore sovietico si appiccicò
baffi finti. Senza vera ragione.
Il nuovo, la tecnologia, i gad-get immaginari da “Q” si depo-sitano, come fogli di una torta a
strati, sopra i vecchi, classici metodi, il sesso, l’alcol, i soldi.
«Aspettatevi l’inatteso» dicono
gli istruttori. Anche di essere sol-tanto un piccolo clown sotto un
tendone buio, come Fogle, che è
già tornato a casa sano e salvo.
Perché di Guerra Fredda non si
muore più



Forsyth: “Ecco perché conta lavorare sul campo”

Q
uesto non è Le Carré. Questa è la parodia di
Le Carré». Parola di Frederick Forsyth, che
fa un omaggio al suo collega di spy-story per
ridere del più comico caso di spionaggio
che si ricordi a memoria d’uomo. «Nessuna spia, nessun
agente segreto da romanzo, si comporterebbe come l’agen-te della Cia beccato con due parrucche, due coltellini, una
busta piena di contante e perfino una specie di lettera d’as-sunzione per il suo informatore. Firmata “ Your friends”, i
tuoi amici. Se mettessi una lettera così in uno dei miei libri,
l’editore non me lo pubblicherebbe. Direbbe che non è cre-dibile. Che certe cose, nella realtà, non succedono. E invece
stavolta è successo». Scoppia a ridere, l’autore di  Il giorno
della sciacallo,  I mastini della guerra ,  Il vendicatore e tanti
altri thriller diventati best-seller mondiali. Ma è un riso ama-ro. «Se la human intelligence, lo spionaggio fatto dagli uo-mini, non funziona, sono guai per tutti», avverte lo scrittore.
Che ne pensa di questa storia?
«Penso che una volta tanto sono costretto a credere ai
russi. Non posso immaginare che abbiano fabbricato un
complotto di questo genere per screditare gli americani. È
troppo patetico per essere un’invenzione. L’agente stranie-ro colto in flagrante. Fotografato al momento dell’arresto.
No, nemmeno il Kgb sovietico avrebbe avuto la sfrontatez-za di inventare uno scandalo simile. Significa che è vero».
Ma possibile che un agente della Cia vada in giro per Mo-sca con una parrucca
bionda addosso e pensi
di farla franca?
«Dovrebbe essere
impossibile. Lo spio-naggio non è un gioco da
ragazzi. Ancora un po’ e
quello entrava in un bar
per ordinare da bere e il
barista gli diceva, scusi,
guardi che ha la parruc-ca di traverso. Una gag.
Altro che romanzo di Le
Carré, questa è una pa-rodia di Le Carré, il suo
Smiley non farebbe mai
errori così pacchiani».
Forse ci immaginia-mo che gli agenti segre-ti siano persone specia-li, al di sopra della media, e invece non è sempre così?
«Fra loro non solo ci sono persone normali, ma anche
perfetti idioti. Di errori se ne fanno tanti, in quel mestiere.
Un errore così, tuttavia, mi sorprende. Mi pare di vedere la
scena al quartier generale della Cia in queste ore: i respon-sabili di questa operazione verranno “presi per le palle”, co-me dite voi italiani, e passeranno un brutto quarto d’ora».
Ora che cosa accadrà, una nuova ventata di guerra fred-da fra le due superpotenze?
«Non necessariamente. L’agente della Cia verrà espulso.
Di norma gli Stati Uniti dovrebbero rispondere espellendo
un agente russo che lavora negli Usa sotto le sembianze di
un diplomatico, ma stavolta potrebbero non farlo. Hanno
sbagliato loro, l’hanno fatta grossa. Dovrebbero beccare un
russo in una situazione altrettanto imbarazzante, per poter
replicare e non farci una pessima figura. Mosca è già soddi-sfatta così. Il caso potrebbe essere chiuso».
Al di là dell’errore umano, l’agente in parrucca ci ricor-da l’importanza delle spie sul campo, anche nell’era dei sa-telliti spia?
«Assolutamente sì. La tecnologia dello spionaggio può
essersi evoluta quanto si vuole, ma se devi reclutare un
informatore ci vuole un uomo, un agente che lo incontri, lo
porti a bere qualcosa, gli offra dei soldi o lo ricatti, insomma
lo convinca. Era così mezzo secolo fa ed è rimasto così an-che oggi. Purtroppo».
Perché dice purtroppo?
«Perché questa operazione condotta male fa pensare che
la human intelligencenon funzioni bene. È un problema che
esiste da anni, nell’ambito dello spionaggio: si punta tanto,
troppo, forse tutto, su satelliti-spia, intercettazione di te-lefonate e email, hackeraggio di computer. Un lavoro puli-to, fatto da distanza, senza rischiare la vita. Ma il lavoro del-l’agente sul campo, il lavoro dello 007 vecchia maniera, re-sta fondamentale. E se le agenzie di spionaggio non lo san-no più fare, sono guai per tutti, perché a questo serve in fon-do lo spionaggio: a conoscere meglio i nostri avversari. Per
vincere le guerre e, soprattutto, per evitare di farle» 

 

martedì 21 maggio 2013

R2 - 10/5/13 -La ragazza americana che ha sposato la Jihad -

Katy  dal sogno americano  al terrorismo

Di Vittorio Zucconi

Era la ragazza della porta accanto
Fino all’incontro con Tamerlan
l’attentatore di Boston: si innamorano
si sposano e lei diventa salafita
“Sono finalmente io”, diceva alle amiche
Poi le bombe della maratona mandano
in pezzi anche il suo viaggio nel buio


Faceva già molto caldo a Boston, quasi 30
gradi con l’umidità dell’Atlantico, nella
moschea senza condizionatore, quella
mattina del 21 giugno 2010 quando
Katherine Osborn Russell, la ragazza del-la porta accanto di ogni telefilm americano, attra-versò il ponte sospeso sul vuoto della sua nuova vi-ta di moglie. Accanto a lei con il capo coperto dal-l’hijab bianco, alto e bello e bruno e misterioso co-me le era tanto piaciuto, Tamerlan Tsarnaev ascol-tava l’imam Talib Mahdi della moschea Masjid al-Qur’aan pronunciare le formule del matrimonio
islamico. Per tre volte, Katherine e Tamerlan ripe-terono in arabo “qabul hai”, accetto, alla presenza
dei due testimoni richiesti. L’imam Talib fece gli
auguri di rito e in appena  un quarto d’ora il signo-P
erché il viaggio che aveva
portato Katy dalla casa di
legno e mattoni fra platani,
azalee e magnolie dove era
nata 21 anni prima, al
“nikkah”, al matrimonio musulma-no, era uno di quei viaggi al centro
dell’animo umano che nessun navi-gatore satellitare può misurare.
L’America, o meglio gli Stati Uni-ti d’America, sono, dall’alba della
propria esistenza, la terra della
“reinvenzione” e della metamorfosi
degli uomini. In essi, chiunque può
ricostruirsi un’idea di sé, inventarsi
una vita come il “Grande Gatsby”.
Ma la reinvenzione non garantisce
un risultato migliore dell’originale.
Promette soltanto un uomo e una
donna diversi, tanto diversi come
Katherine Osborn Russell la “farfal-la sociale”, secondo la maliziosa de-finizione delle compagne di liceo, la
ballerina nell’ensemble della scuo-la, la figlia del dottor Russell, la ra-gazzina che sognava di entrare nei
“Corpi della Pace” e di «migliorare il
mondo, invece di lamentarsi», era
dalla signora Katy Tsarnaev, musul-mana salafita convinta, moglie forse
inconsapevole di un sospetto stragi-sta. Donna che si era scoperta, alla
matura età di anni 21, aliena al mon-do che l’aveva cresciuta, al culto del-l’ American Way of Life, che l’aveva
vista accendere candeline e mor-morare formule compunte a ogni
anniversario dell’11 settembre.
Intuire il viaggio personale che
aveva portato il marito Tamerlan
dalla Cecenia, dal Daghestan, dal
Caucaso, da quella città di Makha-chkala conosciuta in Italia soltanto
dai tifosi dell’Inter perché finì a gio-carci il grande attaccante Eto’o è re-lativamente possibile secondo il
percorso della radicalizzazione fon-damentalista e del rigetto di una cul-tura troppo diversa dalla propria.
Seguire il tragitto di Katherine la bel-la ragazza privilegiata dal Rhode
Island alla casupola sgangherata
con le finestre crepate, i rottami di
una vita nel cortile, il tetto che perde,
dove viveva mantenendo il marito
perdigiorno con il suo assegno di di-soccupazione e lo stipendiuccio di
assistente sociale, presenta rischi
micidiali di superficialità e di equi-voci.
Di lei sappiamo (quasi) tutto.
Non si vive per 17 anni in un sobbor-go molto per bene di Providence, es-sendo figlia di un medico importan-te, capo della medicina di emergen-za all’ospedale, e di una infermiera
diplomata, tutti e due prodotti della
augusta università di Yale (la stessa
del clan Bush e dove i Clinton si in-contrarono) senza lasciare chiare
tracce. Era stata una bambina mo-dello, ottima a scuola, meno al liceo,
dove eccelleva in arte, danzando e
vincendo anche concorsi statali di
disegno. Aveva amici e amiche. Non
era quella lupa solitaria e osteggiata,
situazione che a volte spiega meta-morfosi violente. Era abbastanza
graziosa, senza essere troppo “hot”,
come si dice nel gergo, troppo “ro-vente” per attirare ragazzi senza
scatenare gelosie di ragazze. Per
nulla stravagante nell’abbigliamen-to, ricordano i vicini e le compagne.
Jeans, t-shirt, gonne anche corte ma
non aggressive. Il ritratto della pro-spera banalità e noiosa da “Giovane
Holden”. Avrebbe voluto seguire la
strada del padre, diventare medico.
Ma qui, la strada della “reinven-zione” verso il ponte del matrimo-nio, si biforca. Per il college sceglie
Boston, un’ora e mezza da casa. En-tra alla Suffolk University, nel centro
di Boston, per studiare scienza delle
comunicazioni. In quella univer-sità, che sta a 15 minuti a piedi dal
luogo dell’esplosione, il viaggio di
Tamerlan venuto dall’Asia e di Kate,
si intersecano. Un amico comune li
presenta una sera. Si innamorano.
Lui è tutto quello che la “all ameri-can girl”, la ragazza da telefilm che
adorava  Sex and the City e le scarpe
di Choo non aveva mai visto. Miste-rioso, diverso, acceso da un fuoco
che cominciava a bruciargli dentro,
esotico, lazzarone e pericoloso, co-me una denuncia per schiaffi e bot-te a una sua girlfriend testimoniano.
Lei è “Miss America”, l’incarnazione
di quel popolo, di quella cultura, di
quella diversità che Tamerlan ama-va e odiava a fasi alterne, e che, in lei,
avrebbe finalmente posseduto, ri-plasmandola come un truce Pigma-lione.
Katie lascia gli studi. Padre e ma-dre la ripudiano, stravolti dalla sua
relazione con l’altro mondo e sbi-gottiti dalla mutazione della farfalla
da sobborgo bene nella crisalide ne-ra coperta dal capo ai piedi nei pan-ni che il marito le imponeva. Nelle
rarissime occasioni nelle quali le ex
compagne di college la rividero nar-ravano di un’altra donna, irricono-scibile. «Non sei più tu», le disse Pau-la, che aveva diviso la stanza del dor-mitorio. «Invece adesso sono final-mente io», le aveva risposto lei, dan-doci un indizio sul suo percorso. Era
come se la vita precedente, appunto
alla Scott Fitzgerald, fosse stata una
fiction durata quasi 20 anni e nell’I slam, nella dedizione al marito, nel-lo studio del Libro, nell’accettazio-ne della femminilità islamica avesse
trovato la verità.
Gli investigatori dell’Fbi l’hanno
ormai scagionata da sospetti di
complicità. Le tracce di Dna femmi-nile trovato sui resti delle bombe
non erano suoi. Nella casupola ca-dente non c’erano materiali per
esplosivi. Nel suo computer, i colle-gamenti a siti vicini ad Al Qaeda so-no risultati appartenere a Tamerlan
e tracciabili soltanto a lui. Non ci so-no indizi che lei avesse «cospirato»
con i due fratelli, o con altri, per pre-parare la strage. E ora Katie sta ten-tando di ripercorrere all’inverso
quel ponte che aveva attraversato
nel giugno soffocante del 2010.
Ha ripudiato la vita con Tamer-lan, chiedendo perdono. Ha rifiuta-to di occuparsi del cadavere del ma-rito, lasciato nei frigoriferi della
Morgue per quasi un mese e sepolto
soltanto ieri in un cimitero ignoto. È
tornata nella casa del Rhode Island,
riaccolta come una figliola prodiga
dal dottor Russell e dalla madre, al-l’ombra di quel giardino in fiore nel-la primavera del Sogno Americano.
Nella casa dove aveva vissuto la sua
breve esistenza di moglie è andata
una sola volta, per recuperare il suo
gatto. Rimane musulmana, almeno
all’apparenza, ma i suoi hijab, i suoi
veli hanno preso colori e motivi ben
diversi dal nero d’ordinanza impo-sto dal marito. È uscita due volte con
la sorella maggiore al volante del mi-nivan di famiglia, altro simbolo che
grida “Born in the Usa”, tenendosi in
braccio la bambina, la figlia dell’uo-mo che voleva distruggere Boston e
alla quale un giorno dovrà spiegare
chi era suo padre.
Indossava veli colorati, a mac-chia di leopardo, accettabili nel cul-to, ma civettuoli, molto femminili
ed è andata a comperare cibo mes-sicano da Chipotle, una catena di fa-st food, per consumarlo a casa. Sot-to il foulard e gli occhiali neri da
Blues Brothers, si vedeva il trucco
curatissimo, il fondo ben spalmato,
il rossetto vivo sulle labbra legger-mente dischiuse in un sorriso. Men-tre il padre, bello ciccio a dispetto
della professione nella “E.R.” dell’o-spedale portava fuori il bidone della
spazzatura, salutando felice i croni-sti e i cameramen sempre appostati,
ma sempre meno numerosi.
Il velo della normalità sta riavvol-gendo la vedova di sé stessa. L’Ame-rica che aveva respinto, o forse lei
aveva accettato fino alle estreme
conseguenze della metamorfosi e
della ricerca della felicità la risuc-chia lentamente, la attira su questa
riva del fiume, dopo averla vista at-traversare il ponte. La storia di una
ragazza che aveva voluto sperimen-tare un altro mondo è finita. Comin-cia il cammino di una donna che a 24
anni dovrà tornare bambina per ri-trovarsi americana e ricominciare il
viaggio verso la promessa, in fondo
tanto crudele, della felicità.

Quei suoceri sempre in lite  torchiati dai servizi russi

giovedì 16 maggio 2013

R2 - 8/5/13 - Pakistan, La Democrazia riluttante

Autore : AHMED RASHID
LAHORE









Sabato il Paese va alle urne : chiunque vinca, si
troverà di fronte una nazione piegata dall’estremismo
e da una crisi economica dilagante.  Una sfida decisiva
per il futuro della regione e del mondo intero





Il Pakistan sta per affrontare le elezioni più
importanti della sua storia, tali da decidere il
futuro di questa nazione intrisa di sangue,
assediata da molteplici insurrezioni e da un
estremismo islamico per molti aspetti addi-rittura più grave di quello presente in Afghanistan.
L’11 maggio la popolazione eleggerà un nuovo
parlamento e un nuovo governo, incaricati di evi-tare che il Pakistan scivoli nella categoria degli Sta-ti falliti. E anche se ci sono molti attacchi terroristi,
tra i giovani ci sono un enorme entusiasmo e un
grande senso di partecipazione.






I
l mese scorso, settanta fra
candidati, loro familiari o
loro sostenitori sono stati
uccisi in un’ondata di at-tentati compiuti dai Tali-ban pachistani con kamikaze,
autobombe, attentatori suicidi e
omicidi. Altre 300 persone sono
rimaste ferite. Il 3 maggio, il pro-curatore capo del Paese è stato
ucciso in pieno giorno nella sua
macchina nella capitale.
I Taliban pachistani — che so-no distinti da quelli afgani —
hanno giurato di costringere il
governo a cancellare le elezioni,
che considerano non islamiche.
Progettano di rovesciare lo Stato
e nel frattempo hanno preso di
mira tre partiti che considerano
esplicitamente liberali e laici.
Uno è il Partito popolare pachi-stano che ha guidato il governo
negli ultimi cinque anni, a capo

del quale c’è il presidente Asif Ali
Zardari, marito di Benazir Bhut- 



to, assassinata lei stessa dai Tali-ban nel 2008. A causa degli in-cessanti attacchi e della carenza
di leader, i candidati del Ppp vi-vono nascosti e virtualmente in-visibili, pur facendo campagna
elettorale.
I Taliban ormai controllano
ampie fasce del Pakistan nor-doccidentale, in buona parte
abitato dai Pashtun, lo stesso
gruppo etnico che vive in Afgha-nistan e dal quale sono emersi i
Taliban su entrambi i versanti della frontiera. Peshawar, il ca-poluogo della provincia di Khy-ber Pakthunkhwa, è pratica-mente sotto assedio. L’esercito
combatte i Taliban in una valle a
poche miglia dalla città e ha su-bito perdite pesanti cercando di
respingerli. I Taliban hanno an-che ucciso molti leader di spicco
del partito nazionale anti-Tali-ban Awami e decine di altri can-didati.
Tuttavia, il Paese è paralizza-to anche da altre insurrezioni.Nella provincia del Baluchistan i
separatisti baluchi hanno di-chiarato che uccideranno qual-siasi politico locale che si pre-senterà alle elezioni e hanno già
colpito numerosi candidati di
primo piano. I separatisti vo-gliono l’indipendenza della pro-vincia dal Pakistan. A Karachi,
una città di 20 milioni di abitan-ti, il centro economico del Paese
e melting-pot etnico, è in corso
una guerra civile su più fronti
che vede coinvolti Taliban, se-paratisti baluchi, altri gruppi et-nici armati e gang mafiose.
Intanto l’economia è sull’or-lo del baratro: il Paese è vicino al
default per i prestiti esteri e il
suo indebitamento, con riserve
di valuta straniera di appena sei
miliardi di dollari, pari a sei set-timane di importazioni. È indi-spensabile che si formi quanto
prima un nuovo governo, in
grado di chiedere al Fondo mo-netario internazionale un co-spicuo piano di salvataggio. L’e-lettricità manca per anche 16
ore al giorno, le riserve di gas so-no ai minimi, il costo del petro-lio è a livelli astronomici e tutto
ciò ha portato alla chiusura di
molte fabbriche e all’impenna-ta della disoccupazione giova-nile. 




Ecco perché queste elezioni
sono cruciali. Dato che il Ppp ne-gli ultimi cinque anni è stato im-pegnato a fare guai e a guada-gnarsi il disprezzo generale per
la sua incompetenza e la massic-cia corruzione, la popolazione
ora spera che prevalga uno degli
altri due partiti.
Il più forte è la Lega musulma-na pachistana all’opposizione,
guidata dai fratelli Nawaz e Sha-baz Sharif, che gode di enorme
popolarità nella provincia del
Punjab, la più vasta, governata
fino a poco tempo fa da Shabaz
Sharif. Il partito è in grado di of-frire un miglior governo al Paese
ed è anche “business friendly”,
ma è anche troppo vicino ai
gruppi militanti islamici, che di
proposito non hanno preso di
mira i raduni elettorali nel
Punjab.
In rapida rimonta è il nuovo
partito guidato dall’ex giocato re di cricket Imran Khan, che si
appella ai giovani, pari al 30 per
cento dell’elettorato. Imran
Khan promette un rinnova-mento completo del sistema di
governo e dedica grande atten-zione allo sviluppo e all’istru-zione. Promette la fine delle po-litiche feudali e dinastiche delle
famiglie Bhutto e Sharif, ma nu-tre anche lui simpatie per i Tali-ban e ha idee estremamente
reazionarie per ciò che concer-ne le donne, le minoranze non
musulmane e la giustizia isla-mica. Benché occidentalizzato
e un tempo sposato con un’ere-ditiera britannica, Khan è molto
anti-americano e anti-occiden-tale e dà agli Stati Uniti e all’Oc-cidente in generale la colpa di
molti dei mali del Pakistan. Per
qualche ora ieri la sua rimonta è
sembrata a rischio: Khan è stato
ricoverato dopo una caduta di
cinque metri dal montacarichi
che lo portava sul palco dove
avrebbe dovuto tenere un co-mizio a Lahore. Ferito alla testa,
ha fatto tremare i suoi sosteni-tori: ma le ultime notizie ieri lo
davano cosciente e fuori perico-lo, tanto che si parla di un suo ri-torno in scena nel giro di poche
ore.
Facendo differenze tra i vari
partiti politici, i Taliban hanno
contribuito a creare profonde
divisioni fra le forze democrati-che. Così i partiti di Imran Khan
e Nawaz Sharif, che non sono
stati presi di mira dai Taliban,
non hanno condannato aperta-mente l’uccisione dei loro colle-ghi dei partiti aggrediti. Sembra
che tutti, in Pakistan, abbiano
paura dei Taliban.
La confusione che Imran
Khan trasmette sulla sua idea di
Islam è lo specchio perfetto del-la crisi di un Paese dove le idee
estremiste che emergono dai sa-lotti della classe media come dal-le aree tribali stanno entrando in
conflitto diretto con i valori laici
e liberali che la maggior parte dei
pachistani coltiva da 60 anni.
Adesso ci si uccide a vicenda per
le interpretazioni dell’Islam, e
ciò va a tutto vantaggio dei Tali-ban.
Molta di questa confusione è stata alimentata anche dal po-tente esercito e dai suoi servizi
d’intelligence, che sin dagli anni
Settanta hanno addestrato, fi-nanziato e armato gli estremisti
islamici perché combattessero
nel Kashmir indiano e in Afgha-nistan. L’esercito, che ha gover-nato il Paese quattro volte, pren-de ancora oggi tutte le decisioni
più importanti di in materia di
politica estera e crede in un dog-ma della sicurezza nazionale in
virtù del quale l’India è l’eterno
nemico. L’esercito non è più in
grado di controllare i militanti
che tra l’altro si stanno infiltran-do nelle sue stesse fila.


Nonostante tutto, c’è ancora
speranza che queste elezioni
possano portare a un governo
competente — molto verosimil-mente una coalizione di vari par-titi — in grado di comprendere la
crisi del Paese e iniziare ad af-frontare i suoi problemi. In ogni
caso, saranno indispensabili
cambiamenti radicali per allon-tanare il Pakistan dalla spirale di-scendente nella quale si trova
adesso.
(Traduzione di Anna Bissanti )