giovedì 30 maggio 2013

16/5/13 - R2 - Vita da spia ai tempi della pace fredda di Vittorio Zucconi

 I nuovi trucchi degli agenti segreti

Pistole laser, satelliti, e-mail super protette. Ma anche barbe finte
e parrucche. Che nell’epoca di Internetsembrano cose da film di
James Bond,eppure funzionano ancora. Perché il mestiere di spia,
tutto sommato, non è cambiato poi così tanto. Come dimostra  Anna
Chapman, la rossache incastrava le sue vittime con la seduzione



Con il parruccone
biondo, gli occhiali
da sole e la camicia a
scacchi, Ryan sem-brava la “spia che
venne dal circo”, un agente
avanzato dal tempo delle barbe
finte e delle carte false. Uscita da
un film comico di Austin Powers
più che dalle pagine di Le Carrè
o di Fleming, la storia della spia
che non ne faceva una giusta e
girava con una bussola nel tem-po del Gps è talmente ridicola e
soprattutto anacronistica da far
sospettare che sia serissima e
attualissima. Ryan Fogle era il
terzo segretario della sezione
politica all’ambasciata Usa, il li-vello più basso nel totem diplo-matico. Lo hanno bloccato gli
eredi putiniani del Kgb, l’Fsb,
all’uscita dal solito palazzone e
poi ripreso a terra bocconi, con
il cappellino da baseball storto
sopra il parruccone platinato da
pagliaccio, con una parrucca
bruna di ricambio e un rotolo di
euro e di dollari.
Se volete farvi scoprire e arre-stare in Russia, come ieri in
Urss, il comportamento del gio-vane diplomatico americano
ora accusato di lavorare per la
Cia è esattamente quello che
dovete fare. Cioè tutto il contra-rio di quelle che nel mondo del-lo “spycraft”, della magia nera
dello spionaggio, si chiamano le
“Regole di Mosca” e che racco-mandano, prima di ogni altra
cosa, la discrezione, la diffiden-za, l’anonimato per mimetiz-zarsi fra la folla M
a poiché, come
avvertiva James
Angleton che
per 21 anni fu il
primo, paranoi-co cacciatore di “talpe” sovieti-che negli Usa, «nello spionaggio
niente è mai quello che sembra»
e «quello che si vede è fatto per
non vedere», la ridicola avven-tura dell’agente Fogle nel ventre
dell’ex (e rimpianto da molti)
impero del male probabilmente
nasconde molto più di quello
che il video della sua cattura tra-smesso dalla tv moscovita rive-la.
L’incompetenza, il dilettanti-smo, l’imprudenza del segreta-rio di legazione sono troppo
grandi per essere veri. Quando
lo hanno arrestato all’uscita di
casa e sbattuto per terra, sotto
gli obbiettivi della tv, aveva ad-dosso, oltre a rotolini di banco-note, una lettera su carta inte-stata dell’Ambasciata nella qua-le offriva un milione all’anno a
chi avesse collaborato con gli
Usa.
Il trucco delle manovre diver-sive, per attirare l’attenzione
dalle operazioni vere, è un clas-sico dello spionaggio. Vecchi
del mestiere, gli orfani della
Guerra Fredda ora in pensione
che campano facendo da guide
al museo della spionaggio di
Washington o scrivendo me-morie, come Paul Redmond che
aveva lavorato “sul terreno” in
Urss, sorridono maliziosi al-l’impudenza di Fogle e alla vio-lazione di quelle leggi non scrit-te su come comportarsi, prima
fra tutte il «ricorda che sei sem-pre controllato da qualcuno». E
la studiosa che guida il centro di
studi Russi alla Georgetown
University, Angela Stent, trase-cola: «Siamo tornati alle barbe
finte di Castro?». Ma attenzione
alla formula di Angleton, il cac-ciatore di agenti nemici. E se Fo-gle avesse voluto farsi scoprire?
Se il suo fosse stato un volonta-rio sberleffo ai cani da guardia
russi?
Il suo contatto in Russia, quel-lo che avrebbe dovuto reclutare
con la mazzetta degli euro e con
una sgangherata promessa
scritta — altra colossale impru-denza — del milione all’anno in
un conto corrente bancario
aperto attraverso le sorvegliatis-sime e-mail di Google, era uno
dei responsabili dell’antiterro-rismo russo nel Caucaso. Uno
specialista di Al Qaeda in Cece-nia, la terra dalle quale proveni-vano gli Tsaraev, accusati della
bomba di Boston. Il nuovo Kgb
putiniano sostiene di avere dato
a suo tempo una dritta all’Fbi su
quei fratelli e di essere stato
ignorato dagli americani, per
mettere in imbarazzo i rivali e
coprirsi le spalle. Ma la Cia non è
convinta e forse la missione del-la “spia venuta dal circo” era
quella di costringere i falsi infor-matori a uscire allo scoperto.
Ma perché usare metodi tan-to grossolani? Perché, dice un
altro ex agente Cia, semplice-mente, banalmente, funziona-no ancora bene. Mentre i servizi
di spionaggio e di controspio-naggio versano torrenti di mi-lioni per infiltrare i server del ne-mico e per proteggersi, per infi-lare bachi e virus virtuali nei
centri nevralgici delle altre na-zioni, e si cullano nella tirannide
del “sigint”, della intelligence
elettronica, il sotto bosco della
“humint”, l’intelligence uma-na, il contatto reale rimane indi-spensabile. E serve allo scopo.
Se degli ombrelli avvelenati
cari agli assassini bulgari non si
parla più, radio a onde corte tra-smettono ancora e niente ha an-cora sostituito lo scambio delle
parole d’ordine. «Ci siamo co-nosciuti California?» diceva l’a-gente russo ancora pochi anni
or sono al suo contatto. «No, ne-gli Hamptons», rispondeva l’al ro. Password umanissime. A
Seattle, una spia di Mosca si affi-dava ancora al vecchio inchio-stro simpatico, a base di succo di
limone e nessuno pensava di
controllare quei fogli, non im-maginando questo antiquaria-to spionistico.
Si usano ancora i “dead dro-ps”, messaggini lasciati in fessu-re di alberi nei giardini pubblici,
da recuperare più tardi o il vec-chio, infallibile scambio di bor-se identiche su un panchina, fra
apparenti sconosciuti.
L’ultima, grande rete di spio-naggio russo in America è stata
smantellata tre anni or sono, nel
giugno del 2010, quando l’Fbi ha
arrestato Anne Chapman Ku-shenko, “Anna la Rossa Roven-te” e la sua struttura di dieci tal-pe, Ma mentre lei usava la tec-nologia più antica del mondo
per attirare uomini importanti,
un suo complice nel Texas inter-cettava «lo stato dell’arte» in
materia informatica, che era l’o-perazione importante. La tecni-ca della “trappola del miele” è da
sempre una tra le preferite dai
servizi israeliani, per sedurre, e
se necessario sopprimere, i peg-giori nemici dello Stato d’Israe-le.
Viktor Evgenevich Lui, poi di-venuto noto come Victor Louis,
fu, per decenni, una formidabi-le fonte di disinformazione per
la stampa occidentale, giocan-do fra il proprio ruolo nel Kgb e
l’apparenza di corrispondente
per quotidiani inglese. La sua
tecnica era semplice: nella
splendida dacia nel sobborgo
più vip di Mosca, Peredelkino,
invitava e seppelliva ospiti stra-nieri sotto montagne di caviale
finissimo, lavato da mareggiate
di vodka. Poca high-tech, molte
sbornie. Per eliminare Castro, la
Cia, disperata, tentò di utilizza-re sigari esplosivi e polveri depi-lanti per privarlo del simbolo
più vistoso del suo carisma, la
barba. All’incontro segreto in
un ristorante di Washington,
quello che risolse attraverso ca-nali secondari la crisi dei missili
nell’ottobre 1963, il giornalista
americano utilizzato dalla Casa
Bianca per sondare un interlo-cutore sovietico si appiccicò
baffi finti. Senza vera ragione.
Il nuovo, la tecnologia, i gad-get immaginari da “Q” si depo-sitano, come fogli di una torta a
strati, sopra i vecchi, classici metodi, il sesso, l’alcol, i soldi.
«Aspettatevi l’inatteso» dicono
gli istruttori. Anche di essere sol-tanto un piccolo clown sotto un
tendone buio, come Fogle, che è
già tornato a casa sano e salvo.
Perché di Guerra Fredda non si
muore più



Forsyth: “Ecco perché conta lavorare sul campo”

Q
uesto non è Le Carré. Questa è la parodia di
Le Carré». Parola di Frederick Forsyth, che
fa un omaggio al suo collega di spy-story per
ridere del più comico caso di spionaggio
che si ricordi a memoria d’uomo. «Nessuna spia, nessun
agente segreto da romanzo, si comporterebbe come l’agen-te della Cia beccato con due parrucche, due coltellini, una
busta piena di contante e perfino una specie di lettera d’as-sunzione per il suo informatore. Firmata “ Your friends”, i
tuoi amici. Se mettessi una lettera così in uno dei miei libri,
l’editore non me lo pubblicherebbe. Direbbe che non è cre-dibile. Che certe cose, nella realtà, non succedono. E invece
stavolta è successo». Scoppia a ridere, l’autore di  Il giorno
della sciacallo,  I mastini della guerra ,  Il vendicatore e tanti
altri thriller diventati best-seller mondiali. Ma è un riso ama-ro. «Se la human intelligence, lo spionaggio fatto dagli uo-mini, non funziona, sono guai per tutti», avverte lo scrittore.
Che ne pensa di questa storia?
«Penso che una volta tanto sono costretto a credere ai
russi. Non posso immaginare che abbiano fabbricato un
complotto di questo genere per screditare gli americani. È
troppo patetico per essere un’invenzione. L’agente stranie-ro colto in flagrante. Fotografato al momento dell’arresto.
No, nemmeno il Kgb sovietico avrebbe avuto la sfrontatez-za di inventare uno scandalo simile. Significa che è vero».
Ma possibile che un agente della Cia vada in giro per Mo-sca con una parrucca
bionda addosso e pensi
di farla franca?
«Dovrebbe essere
impossibile. Lo spio-naggio non è un gioco da
ragazzi. Ancora un po’ e
quello entrava in un bar
per ordinare da bere e il
barista gli diceva, scusi,
guardi che ha la parruc-ca di traverso. Una gag.
Altro che romanzo di Le
Carré, questa è una pa-rodia di Le Carré, il suo
Smiley non farebbe mai
errori così pacchiani».
Forse ci immaginia-mo che gli agenti segre-ti siano persone specia-li, al di sopra della media, e invece non è sempre così?
«Fra loro non solo ci sono persone normali, ma anche
perfetti idioti. Di errori se ne fanno tanti, in quel mestiere.
Un errore così, tuttavia, mi sorprende. Mi pare di vedere la
scena al quartier generale della Cia in queste ore: i respon-sabili di questa operazione verranno “presi per le palle”, co-me dite voi italiani, e passeranno un brutto quarto d’ora».
Ora che cosa accadrà, una nuova ventata di guerra fred-da fra le due superpotenze?
«Non necessariamente. L’agente della Cia verrà espulso.
Di norma gli Stati Uniti dovrebbero rispondere espellendo
un agente russo che lavora negli Usa sotto le sembianze di
un diplomatico, ma stavolta potrebbero non farlo. Hanno
sbagliato loro, l’hanno fatta grossa. Dovrebbero beccare un
russo in una situazione altrettanto imbarazzante, per poter
replicare e non farci una pessima figura. Mosca è già soddi-sfatta così. Il caso potrebbe essere chiuso».
Al di là dell’errore umano, l’agente in parrucca ci ricor-da l’importanza delle spie sul campo, anche nell’era dei sa-telliti spia?
«Assolutamente sì. La tecnologia dello spionaggio può
essersi evoluta quanto si vuole, ma se devi reclutare un
informatore ci vuole un uomo, un agente che lo incontri, lo
porti a bere qualcosa, gli offra dei soldi o lo ricatti, insomma
lo convinca. Era così mezzo secolo fa ed è rimasto così an-che oggi. Purtroppo».
Perché dice purtroppo?
«Perché questa operazione condotta male fa pensare che
la human intelligencenon funzioni bene. È un problema che
esiste da anni, nell’ambito dello spionaggio: si punta tanto,
troppo, forse tutto, su satelliti-spia, intercettazione di te-lefonate e email, hackeraggio di computer. Un lavoro puli-to, fatto da distanza, senza rischiare la vita. Ma il lavoro del-l’agente sul campo, il lavoro dello 007 vecchia maniera, re-sta fondamentale. E se le agenzie di spionaggio non lo san-no più fare, sono guai per tutti, perché a questo serve in fon-do lo spionaggio: a conoscere meglio i nostri avversari. Per
vincere le guerre e, soprattutto, per evitare di farle» 

 

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