Mentre il cinema punta sempre
di più su filmcostruiti sugli effetti
speciali e su sequel di kolossal di
successo, nell’ultimo decennio le reti
americane hanno investito in qualità
e sperimentazione soprattutto nelle
serie.Aprendo nuovi spazi ai grandi
autori, da Spielberg a Scorsese. E
anche in Italia ora si tentano nuove
strade per conquistare un pubblico
più colto ed esigente
a tv non è più quella di una volta.
Un pensiero ricorrente da qual-che tempo di fronte a immagini
non esattamente caste, o persino
spinte, dialoghi dal linguaggio
piuttosto rude, e vicende intricate dai ri-svolti psicologici complessi. È vero, la tv non
è più quella di una volta, è cambiata, ha ini-ziato a raccontare storie diverse, ad essere
meno bonaria, ha aperto le sue stanze pol-verose a storie complesse, a personaggi più
problematici, a tematiche scabrose. E lo ha
fatto con il formato delle serie tv che negli ul-timi dieci anni hanno profondamente rivo-luzionato lo scenario della narrazione tele-visiva. E stanno “rubando” al cinema regi-sti, sceneggiatori, attori. Perché Hollywood
ha smesso di sperimentare trame e linguag-gi, e si limita a riproporre prequel e sequel,
numeri 2 e 3 di filmoni di cassetta. Mentre
soprattutto le tv via cavo, e in particolare
Hbo, hanno iniziato a proporre serie di al-tissima qualità cinematografica raggiun-gendo livelli straordinari negli ultimi anni, a
cominciare dai Soprano , che poco più di
una decina di anni fa ha rivoluzionato il mo-do di raccontare la mafia italo-americana.
a allora in poi i mi-gliori nomi di Hol-lywood si sono tra-sferiti armi e bagagli
sul piccolo schermo
in cerca di maggiore libertà. Ecco
nascere serie come Band of
brothersprodotta da Steven Spiel-berg e Tom Hanks che ha amplia-to il racconto della seconda guerra
mondiale aperto da Salvate il sol-dato Ryan. Oppure la straordina-ria e premiatissima miniserie Mil-dred Pierce , tratta da James Cain,
con Kate Winslet e diretta da Todd
Haynes. Martin Scorsese si è mi-surato con un “film in dieci ore”
come Boardwalk Empire con Ste-ve Buscemi. Ma ci sono anche il
Sam Raimi di Spartacuso l’Oliver
Stone di “Untold history of the
United States”. Per non parlare del
fenomeno Il trono di spade , kolos-sal da sessanta milioni di dollari
per dieci puntate, giunto alla terza
stagione, la quarta in preparazio-ne, trionfale approdo della seria-lità televisiva alla convergenza fra
gradimento del pubblico e con-sensi unanimi della critica. Da noi
Sky prova a seguirne le orme e do-po Romanzo Criminale, In treat-ment e Faccia d’angelo, eccellenti
esempi di serialità di qualità tutta
italiana, sta per proporre Gomor-ra , serie che vedrà dietro la mac-china da presa Stefano Sollima,
ma anche Francesca Comencini.
Sono tutti prodotti televisivi che
hanno poca parentela con i “tele-film” di un tempo. Come sottoli-nea Martin Scorsese che con la sua
serie Boardwalk Empireha rac-contato la mafia di Atlantic City: «È
davvero interessante quello che
sta accadendo e soprattutto con
Hbo, quello che avevamo sperato
alla metà degli anni 60 quando i
film venivano fatti per la televisio-ne. Avevamo sperato che ci fosse
questo tipo di libertà, l’abilità di
creare un altro mondo e sviluppa-re personaggi in una forma narra-tiva lunga, ma non accadde con la
tv degli anni Settanta e Ottanta» ri-corda Scorsese, «Sono stato tenta-to nel corso degli anni di farmi
coinvolgere in questi progetti pro-prio per la possibilità che offrono
di approfondire le storie e i perso-naggi. E’ una nuova opportunità
che rende la televisione molto di-versa da quella del passato».
Stiamo assistendo, insomma,
alla rivincita del “piccolo scher-mo”, la tv, che prova (e in molti casi
ci riesce) a conquistare un pubbli-co più colto ed esigente. Più Hol-lywood punta le sue carte su pro-duzioni ad alto tasso tecnologico-spettacolare, supereroi, 3D e ani-mazione, catturando il pubblico
più giovane, più si crea spazio per
una tv d’autore che sta chiamando
a raccolta registi, sceneggiatori, at-tori del cinema, tesi a realizzare se-rie tv adulte, ben scritte, adatte a un
pubblico che chiede un intratteni-mento di spessore. «I soldi contano
poco, a me piace lavorare per la te-levisione», dice Oliver Stone, «pro-prio perché ti lascia la possibilità di
realizzare progetti interessanti che
oggi il cinema spesso rifiuta, hai
possibilità di sperimentare lin-guaggi nuovi e di affrontare temi
importanti. Hollywood non ama
più nessuna di queste cose».
Pian piano la televisione sta
cambiando anche da noi, con le
produzioni messe in campo da
Sky, che reggono bene il confron-to con le più grandi serie america-ne. «E’ un’avventura che ci coin-volge molto», dice Nils Hartmann,
direttore di Sky Cinema e respon-sabile della produzione di fiction
della piattaforma satellitare «Il no-stro modello è stato ovviamente
quello Hbo, che ha avuto la capa-cità di attirare grandi autori, scrit-tori e attori. E’ quello che facciamo
anche noi, ci siamo guadagnati
credibilità con prodotti di qualità,
dalla scrittura alla realizzazione».
Ma di chi è la responsabilità di
questa migrazione di talenti dal ci-nema alla tv? «Innanzitutto negli
Usa è cambiato il pubblico delle sa-le cinematografiche», sottolinea
Paolo Virzì, «che è sempre di più
composto da teenager, mentre per
le tv, soprattutto quelle via cavo, c’è
un pubblico selezionato che ama
seguire storie magari meno spetta-colari ma più controverse, temi
che erano patrimonio della “new
Hollywood” degli anni Sessanta e
Settanta e che ora trovano nuova
vita in tv grazie al lavoro di scene iatori e registi che arrivano da quel
cinema. Da noi siamo solo agli ini-zi, la tv via satellite sostiene queste
nuove produzioni, mentre le tv
“mainstream” continuano a fare
fiction per anziani e famiglie». Pro-prio questi cambiamenti hanno
annullato la divisione di ruoli «che
penalizzava chi faceva tv e vicever-sa», ricorda lo sceneggiatore Ste-fano Rulli «prima c’era una gran-de diffidenza verso il piccolo
schermo da parte di chi faceva ci-nema, oggi le cose sono cambiate
proprio in virtù della qualità delle
serie tv americane, modelli alti
che hanno indicato la strada da
percorrere». Serie come Sex and
the city , Californication, The
walking dead , Dexter , Csi, Grey’s
Anatomy , o l’ormai leggendario
Lost , hanno cambiato le regole
della serialità televisiva, ottenen-do anche un clamoroso successo
di pubblico e diventando in alcuni
casi veri fenomeni di costume.
Che la qualità della produzione
televisiva si sia molto alzata lo con-ferma Gideon Raff, produttore di
serie popolari come X-Files o 24e
trionfatore della scorsa stagione
con il thriller spionistico Home-land : «Negli ultimi cinque o sei an-ni il pubblico si è abituato a vedere
produzioni televisive di grandissi-ma qualità. Certo, non tutta la tv è
così, ma neanche il cinema pro-duce solo qualità». «E’ vero», dice
Saverio Costanzo, passato al pic-colo schermo per dirigere la ver-sione italiana di In treatment «C’è
molto cinema nel mondo ma i film
bellissimi sono sempre stati rari.
Allo stesso tempo l’intratteni-mento della tv è cresciuto in ter-mini di qualità. Ma è sempre il ci-nema che apre la strada».
Sky gioca un ruolo importante
in questo cambiamento: «La na-tura del nostro mercato, per forza
di cose, ci costringe a doverci di-stingu ere da Rai e Mediaset», sot-tolinea Hartmann, «Senza toglie-re nulla alla qualità delle loro fic-tion, noi puntiamo a un pubblico
diverso ma anche a un livello qua-litativo differente. Abbiamo una
sola regola: se non riusciamo a
raggiungere un certo livello qua-litativo è meglio che non produ-ciamo nulla. E poi è diverso il no-stro modo di lavorare, senza
compartimenti stagni».
Anche le tv generaliste comun-que trovano sempre più spazi per
riproporre i prodotti migliori an-dati in onda sulle pay, come è ac-caduto con le serie americane di
maggior successo trasmesse da
RaiDue o Italia 1, e come accadrà
con la politica Scandal che sarà
trasmessa da RaiTre da settembre
o In treatmentche arriverà su La 7.
«La serialità di qualità abitua il
pubblico a una narrazione dram-maturgica sensata, e a una recita-zione misurata e realistica» sotto-linea ancora Costanzo «Dare al
pubblico una cosa fatta con cura fa
bene. Se non hai fiducia nello spet-tatore e gli dai il nulla, lui non avrà
più fiducia in te e in quello che fai».
Proprio la considerazione che
la qualità paghi in termini di ascol-ti apre spazi sempre maggiori an-che in Italia a chi viene da un cine-ma sempre più in affanno. Virzì:
«Si è aperta una strada che potrà
portare dei frutti importanti, qui ci
sono attori, registi, sceneggiatori
di grandissimo livello. La tv, ma
anche le piattaforme digitali per
smartphone e tablet, apriranno
altre porte. Ma il cinema di qualità
non scomparirà...».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA
GABRIELE ROMAGNOLI
■ 27
@
LUNEDÌ 8 LUGLIO 2013
la Repubblica PER SAPERNE DI PIÙ
www.hbo.com/
dipollina.blogautore.repubblica.it/
Le serie
I SOPRANO
Nata nel 1999 sul canale
via cavo Hbo, ha
rivoluzionato il modo di
raccontare la mafia
LOST
Creata da J.J. Abrams
per la Abc, ha cambiato
le regole del racconto tv
IL TRONO DI SPADE
Kolossal fantasy della
Hbo tratto dai libri di
George R.R. Martin
IN TREATMENT
Ideata in Israele, passata
alla tv Usa, la versione
italiana è p
venerdì 16 agosto 2013
martedì 13 agosto 2013
R2 del 5/7/13 - Il potere delle spie
el mio ultimo romanzo, A Delicate Truth, un
agente del Foreign Service britannico in
pensione, persona chiaramente degna, ac-cusa i suoi ex datori di lavoro di complicità in
una operazione di insabbiamento voluta da
Whitehall e come ricompensa per il disturbo gli arriva su-bito la minaccia dei tribunali segreti. Ma tra le reazioni
immediate che il romanzo ha suscitato questo particola-re episodio è passato inosservato.
Cosa sono i tribunali segreti? A che cosa servono? Uffi-cialmente a proteggere la relazione speciale della Gran
Bretagna con gli Stati Uniti, ci dicono; a tutelare la credi-bilità e l’integrità dei nostri servizi di intelligence. Non im-porta che per decenni abbiamo gestito i casi sensibili sot-to il profilo della sicurezza sgombrando l’aula quando ne-cessario e consentendo agli agenti dei servizi segreti di non
declinare le loro generalità e testimoniare dietro uno
schermo, reale o virtuale: ora all’improvviso la credibilità
e l’integrità dei nostri servizi di intelligence sono a rischio
e necessitano di urgente e drastica protezione. Cosa im-portano la credibilità e l’integrità del parlamento e secoli
di giustizia britannica: le nostre spie hanno la precedenza.E
badate, non si tratta di
tribunali penali, ma di
tribunali civili, che
trattano in segreto le
istanze di chi intende
ottenere riparazione per un’in-giustizia reale o percepita perpe-trata dalle agenzie segrete britan-niche o americane.
Un fedele soldato britannico
vede i suoi commilitoni falciati
da fuoco amico? D’ora in poi do-vrà rivolgersi ai tribunali segreti.
Compensazione per le famiglie
colpite? Forse. Ma niente scuse o
spiegazioni. Questa è “pruden-za”, ossia, in parole povere, non si
discute. Ti sei inimicato il colon-nello Gheddafi e sei in fuga? Tua
moglie è incinta e tu non rappre-senti un rischio per l’Occidente,
ma l’intelligence britannica ha
deciso di organizzare una “rendi-tion” e consegnarti alla Libia per
fare un favore al suo vecchio ami-co colonnello? Ti hanno torturato
e ora aspiri ad un indennizzo? Sol-di, certo, vuoi soldi, è ovvio. Sei
avido, come tutti quelli della tua
specie. In realtà Abdel Hakim
Belhaj e sua moglie si accontenta-no della somma principesca di
una sterlina a persona citata, più le
scuse e un’ammissione pubblica
di responsabilità per quello che
hanno subito, qualcosa da mo-strare agli amici, un gesto dignito-so di umanità e rammarico che in
qualche modo chiuda il caso.
Bene, agli occhi del governo
britannico i signori Belhaj posso-no aspettare perché le scuse non
giovano all’immagine della no-stra relazione speciale con gli Usa
né alla credibilità e integrità dei
nostri servizi di intelligence. L’-MI6 non ha consegnato i signori
Belhaj al colonnello Gheddafi
sotto i loro veri nomi, ma sempli-cemente come “carico aereo”. E
l’aeroplano che ha portato la
coppia rapita a Tripoli era stato
fornito dalla Cia. La credibilità e
l’integrità di entrambi i servizi
sono ovviamente di primaria im-portanza e vanno tutelate, costi
quel che costi.
Il vero motivo dell’esistenza di
questi orribili tribunali segreti, a
mio avviso, oltre al desiderio di
evitare al nostro stato imbarazzo
per la natura dei nostri misfatti, è
duplice: la spropositata influen-za della comunità di intelligence
Usa/Uk sulle nostre istituzioni
democratiche e l’urgente neces-sità avvertita dai nostri rispettivi
establishment politici che la
Gran Bretagna importi un con-cetto di segreto di Stato in stile
Bush. Perché Barack Obama, una
volta al potere, lungi dallo sman-tellare lo stato segreto di Bush lo
ha diligentemente ricostruito ed
esteso. Di conseguenza la Cia è
diventata un braccio combatten-te maturo che non deve rendere
conto delle sue azioni, abile nel-l’omicidio extragiudiziale, ma
debole nel duro lavoro di raccol-ta dei dati di intelligence, opera in
cui i britannici tradizionalmente
sono convinti di eccellere. Nel
momento in cui ha assunto l’in-carico Obama ha promesso, nel-l’ambito dell’accordo con la Cia,
di non rivangare il passato, ossia
di non fare i nomi dei torturatori
dell’agenzia o dei vertici dell’am-ministrazione che avevano gui-dato l’azione dei loro sgherri fin
nel minimo terribile dettaglio.
Ma il passato non sparisce con
tanta facilità e il compito più
pressante dei nostri tribunali se-greti sarà tenere chiuso il coper-chio sulle attività illegali della Cia
sotto Bush, e la nostra complicità
in esse, aprendo tra l’altro la stra-da perché proseguano in futuro.
Sono due quindi i protagonisti
dell’istituzione dei tribunali segre-ti britannici: i nostri politici — che
danno l’idea di non aver capito be-ne che legge hanno approvato — e
le nostre spie. Sappiamo bene che i
nostri parlamentari non sono in-fallibili. Dei nostri servizi di intelli-gence invece non sappiamo quasi
nulla, come è giusto che sia e come
piace a loro. Ma chiunque siano e
chiunque pensino di essere, sareb-be certo una sorpresa se le loro or-ganizzazioni non fossero inclini
agli stessi pastrocchi, insabbia-menti e accessi di follia o quasi che
affliggono tutte le altre istituzioni
britanniche del giorno d’oggi, dalle
banche alla stampa, dal Servizio sa-nitario nazionale alla Bbc. Ciono-nostante sono le spie, in qualità di
professionisti della seduzione e
della persuasione, e dell’intimida-zione, all’occorrenza, ad aver eser-citato così validamente pressioni
in parlamento. Sono le spie che ap-proveranno e sceglieranno e istrui-ranno gli avvocati; ancora le spie
che produrranno testimonianze e
prove che lo sfortunato ricorrente
forse non vedrà né contesterà mai.
Supervisione da parte del parla-mento? Avete mai visto quegli stra-ni annunci che l’M16 pubblica sui
giornali a spese nostre per recluta-re agenti? Il succo del messaggio è
questo: sapete convincere le
persone a tradire il loro paese? Non
so bene quanto valga questo parti-colare talento nelle classifiche della
credibilità e della legittimità, ma nei
50 anni da quando ho lasciato il
mondo segreto una cosa non è
cambiata e non cambierà mai, la
dabbenaggine del non iniziato che
si trova di fronte alle vere spie. In un
lampo tutti i normali criteri di giu-dizio vanno a farsi benedire: Que-st’uomo o donna è stupido, intelli-gente-acuto-tonto come appare o
è tutta una farsa? Quei baffi sono
veri? L’accento è proprio quello?
Porta davvero gli occhiali con le
lenti blu? E poi viene il resto: lui o lei
sa che tradisco mia moglie? Le spie
da parte loro sono consapevoli del
loro fascino misterioso e ci gioca-no. Conoscono le leggende che li
circondano e le alimentano, addi-rittura ci credono e, come gli attori,
sanno di essere sempre osservati. Il
potere che esercitano su di te sta nel
darti qualche piccola informazio-ne lasciandoti intendere di sapere
molto di più; nel ricordarti i perico-li che affrontano giorno e notte
mentre tu te ne stai beato a poltrire
nel letto. Devi fidarti di noi, ti dico-no, oppure pagherai pegno quan-do scoppierà la bomba nel bel mez-zo del mercato.
E il problema è che, a volte, han-no ragione. Così la cosa più sicura
da fare per il vostro politico alle pri-me armi è dire sissignore e congra-tularsi con se stesso perché è stato
ammesso nel cerchio magico, che
ai giorni nostri è molto ampio e in-clude grandi imprese, magnati del-la stampa, giornalisti stranieri, av-vocati, medici e i fabbricanti di can-dele e quant’altro dell’ironica peti-zione di Bastiat. Ho letto da qual-che parte che nel solo District of Co-lumbia quasi un milione di indivi-dui che non appartengono alla ca-tegoria dei dipendenti pubblici so-no autorizzati ad accedere a mate-riale top secret. Un giorno saremo
tutti o cittadini autorizzati o “non
persone”, cioè ufficialmente igno-rati, ma fino a quel momento date-mi retta: abbiate paura e continua-te ad aver paura finché non vi di-ranno basta.
Vi ricordate come ci hanno tra-scinato nella guerra in Iraq — a par-te ovviamente il dossier costruito a
tavolino con la complicità dell’M16?
Grazie a due ingegnosi fabbricanti
di intelligence. Uno di loro, nome in
codice Curveball, era un rifugiato
iracheno dalla lingua sciolta che ha
tirato fuori gli inesistenti laboratori
di armi biologiche di Saddam, gli
stessi veicoli illusori che Colin
Powell mostrò alle Nazioni Unit con gran disinvoltura e l’aiuto dei vi-vaci audiovisivi della Cia. Ricordate
lo “slam-dunk”, il canestro facile,
l’espressione felice con cui George
Tenet, all’epoca direttore della Cia,
avallò personalmente di fronte al
suo presidente, George Bush, la bu-fala delle armi biologiche? Ma quan-do arrivò il momento del voto in par-lamento cosa si bisbigliava ai dub-biosi in corridoio? Fatemi indovina-re: «Se tu avessi visto le carte che ho
visto io» — detto in tono minaccio-so e, senza dubbio, con un briciolo
di sincero timore —«non avresti
dubbi sul da farsi».
E ci scommetto è quello che si
sussurra anche oggi. Ed è proprio
questo il grande problema. Stia-mo tornando a dove eravamo
partiti. O siamo con loro o con i
terroristi. Ovviamente, come al-tri autori in questo campo ho
contribuito a mitizzare le spie,
anche se i miei personaggi sono
dibattuti sulle loro azioni. E a vol-te mi sento un po’ ambiguo a que-sto proposito. Ma non sono l’uni-co. E certo non il primo. E i politi-ci non sono allocchi. Se ricordo
bene cinquant’anni fa, ai tempi
in cui erano in voga le covert ac-tion, le azioni segrete, e i politici
venivano chiamati ad autorizzar-le erano proprio loro, per lo più, e
non le spie professionali a volere
il sangue. «I tribunali segreti?» di-rete voi. «Ma per l’amor di dio, so-no solo bancomat per terroristi,
modi per fregare lo stato spillan-dogli milioni di sterline!». Ma non
è così. Lo stato viene fregato, è ve-ro, ma non dai terroristi stavolta,
bensì da quelli che paga per sal-vaguardare le sue libertà, conqui-state a caro prezzo.
© David Cornwell June 2013 /
Agenzia Santachiara
(Traduzione di Emilia Benghi
agente del Foreign Service britannico in
pensione, persona chiaramente degna, ac-cusa i suoi ex datori di lavoro di complicità in
una operazione di insabbiamento voluta da
Whitehall e come ricompensa per il disturbo gli arriva su-bito la minaccia dei tribunali segreti. Ma tra le reazioni
immediate che il romanzo ha suscitato questo particola-re episodio è passato inosservato.
Cosa sono i tribunali segreti? A che cosa servono? Uffi-cialmente a proteggere la relazione speciale della Gran
Bretagna con gli Stati Uniti, ci dicono; a tutelare la credi-bilità e l’integrità dei nostri servizi di intelligence. Non im-porta che per decenni abbiamo gestito i casi sensibili sot-to il profilo della sicurezza sgombrando l’aula quando ne-cessario e consentendo agli agenti dei servizi segreti di non
declinare le loro generalità e testimoniare dietro uno
schermo, reale o virtuale: ora all’improvviso la credibilità
e l’integrità dei nostri servizi di intelligence sono a rischio
e necessitano di urgente e drastica protezione. Cosa im-portano la credibilità e l’integrità del parlamento e secoli
di giustizia britannica: le nostre spie hanno la precedenza.E
badate, non si tratta di
tribunali penali, ma di
tribunali civili, che
trattano in segreto le
istanze di chi intende
ottenere riparazione per un’in-giustizia reale o percepita perpe-trata dalle agenzie segrete britan-niche o americane.
Un fedele soldato britannico
vede i suoi commilitoni falciati
da fuoco amico? D’ora in poi do-vrà rivolgersi ai tribunali segreti.
Compensazione per le famiglie
colpite? Forse. Ma niente scuse o
spiegazioni. Questa è “pruden-za”, ossia, in parole povere, non si
discute. Ti sei inimicato il colon-nello Gheddafi e sei in fuga? Tua
moglie è incinta e tu non rappre-senti un rischio per l’Occidente,
ma l’intelligence britannica ha
deciso di organizzare una “rendi-tion” e consegnarti alla Libia per
fare un favore al suo vecchio ami-co colonnello? Ti hanno torturato
e ora aspiri ad un indennizzo? Sol-di, certo, vuoi soldi, è ovvio. Sei
avido, come tutti quelli della tua
specie. In realtà Abdel Hakim
Belhaj e sua moglie si accontenta-no della somma principesca di
una sterlina a persona citata, più le
scuse e un’ammissione pubblica
di responsabilità per quello che
hanno subito, qualcosa da mo-strare agli amici, un gesto dignito-so di umanità e rammarico che in
qualche modo chiuda il caso.
Bene, agli occhi del governo
britannico i signori Belhaj posso-no aspettare perché le scuse non
giovano all’immagine della no-stra relazione speciale con gli Usa
né alla credibilità e integrità dei
nostri servizi di intelligence. L’-MI6 non ha consegnato i signori
Belhaj al colonnello Gheddafi
sotto i loro veri nomi, ma sempli-cemente come “carico aereo”. E
l’aeroplano che ha portato la
coppia rapita a Tripoli era stato
fornito dalla Cia. La credibilità e
l’integrità di entrambi i servizi
sono ovviamente di primaria im-portanza e vanno tutelate, costi
quel che costi.
Il vero motivo dell’esistenza di
questi orribili tribunali segreti, a
mio avviso, oltre al desiderio di
evitare al nostro stato imbarazzo
per la natura dei nostri misfatti, è
duplice: la spropositata influen-za della comunità di intelligence
Usa/Uk sulle nostre istituzioni
democratiche e l’urgente neces-sità avvertita dai nostri rispettivi
establishment politici che la
Gran Bretagna importi un con-cetto di segreto di Stato in stile
Bush. Perché Barack Obama, una
volta al potere, lungi dallo sman-tellare lo stato segreto di Bush lo
ha diligentemente ricostruito ed
esteso. Di conseguenza la Cia è
diventata un braccio combatten-te maturo che non deve rendere
conto delle sue azioni, abile nel-l’omicidio extragiudiziale, ma
debole nel duro lavoro di raccol-ta dei dati di intelligence, opera in
cui i britannici tradizionalmente
sono convinti di eccellere. Nel
momento in cui ha assunto l’in-carico Obama ha promesso, nel-l’ambito dell’accordo con la Cia,
di non rivangare il passato, ossia
di non fare i nomi dei torturatori
dell’agenzia o dei vertici dell’am-ministrazione che avevano gui-dato l’azione dei loro sgherri fin
nel minimo terribile dettaglio.
Ma il passato non sparisce con
tanta facilità e il compito più
pressante dei nostri tribunali se-greti sarà tenere chiuso il coper-chio sulle attività illegali della Cia
sotto Bush, e la nostra complicità
in esse, aprendo tra l’altro la stra-da perché proseguano in futuro.
Sono due quindi i protagonisti
dell’istituzione dei tribunali segre-ti britannici: i nostri politici — che
danno l’idea di non aver capito be-ne che legge hanno approvato — e
le nostre spie. Sappiamo bene che i
nostri parlamentari non sono in-fallibili. Dei nostri servizi di intelli-gence invece non sappiamo quasi
nulla, come è giusto che sia e come
piace a loro. Ma chiunque siano e
chiunque pensino di essere, sareb-be certo una sorpresa se le loro or-ganizzazioni non fossero inclini
agli stessi pastrocchi, insabbia-menti e accessi di follia o quasi che
affliggono tutte le altre istituzioni
britanniche del giorno d’oggi, dalle
banche alla stampa, dal Servizio sa-nitario nazionale alla Bbc. Ciono-nostante sono le spie, in qualità di
professionisti della seduzione e
della persuasione, e dell’intimida-zione, all’occorrenza, ad aver eser-citato così validamente pressioni
in parlamento. Sono le spie che ap-proveranno e sceglieranno e istrui-ranno gli avvocati; ancora le spie
che produrranno testimonianze e
prove che lo sfortunato ricorrente
forse non vedrà né contesterà mai.
Supervisione da parte del parla-mento? Avete mai visto quegli stra-ni annunci che l’M16 pubblica sui
giornali a spese nostre per recluta-re agenti? Il succo del messaggio è
questo: sapete convincere le
persone a tradire il loro paese? Non
so bene quanto valga questo parti-colare talento nelle classifiche della
credibilità e della legittimità, ma nei
50 anni da quando ho lasciato il
mondo segreto una cosa non è
cambiata e non cambierà mai, la
dabbenaggine del non iniziato che
si trova di fronte alle vere spie. In un
lampo tutti i normali criteri di giu-dizio vanno a farsi benedire: Que-st’uomo o donna è stupido, intelli-gente-acuto-tonto come appare o
è tutta una farsa? Quei baffi sono
veri? L’accento è proprio quello?
Porta davvero gli occhiali con le
lenti blu? E poi viene il resto: lui o lei
sa che tradisco mia moglie? Le spie
da parte loro sono consapevoli del
loro fascino misterioso e ci gioca-no. Conoscono le leggende che li
circondano e le alimentano, addi-rittura ci credono e, come gli attori,
sanno di essere sempre osservati. Il
potere che esercitano su di te sta nel
darti qualche piccola informazio-ne lasciandoti intendere di sapere
molto di più; nel ricordarti i perico-li che affrontano giorno e notte
mentre tu te ne stai beato a poltrire
nel letto. Devi fidarti di noi, ti dico-no, oppure pagherai pegno quan-do scoppierà la bomba nel bel mez-zo del mercato.
E il problema è che, a volte, han-no ragione. Così la cosa più sicura
da fare per il vostro politico alle pri-me armi è dire sissignore e congra-tularsi con se stesso perché è stato
ammesso nel cerchio magico, che
ai giorni nostri è molto ampio e in-clude grandi imprese, magnati del-la stampa, giornalisti stranieri, av-vocati, medici e i fabbricanti di can-dele e quant’altro dell’ironica peti-zione di Bastiat. Ho letto da qual-che parte che nel solo District of Co-lumbia quasi un milione di indivi-dui che non appartengono alla ca-tegoria dei dipendenti pubblici so-no autorizzati ad accedere a mate-riale top secret. Un giorno saremo
tutti o cittadini autorizzati o “non
persone”, cioè ufficialmente igno-rati, ma fino a quel momento date-mi retta: abbiate paura e continua-te ad aver paura finché non vi di-ranno basta.
Vi ricordate come ci hanno tra-scinato nella guerra in Iraq — a par-te ovviamente il dossier costruito a
tavolino con la complicità dell’M16?
Grazie a due ingegnosi fabbricanti
di intelligence. Uno di loro, nome in
codice Curveball, era un rifugiato
iracheno dalla lingua sciolta che ha
tirato fuori gli inesistenti laboratori
di armi biologiche di Saddam, gli
stessi veicoli illusori che Colin
Powell mostrò alle Nazioni Unit con gran disinvoltura e l’aiuto dei vi-vaci audiovisivi della Cia. Ricordate
lo “slam-dunk”, il canestro facile,
l’espressione felice con cui George
Tenet, all’epoca direttore della Cia,
avallò personalmente di fronte al
suo presidente, George Bush, la bu-fala delle armi biologiche? Ma quan-do arrivò il momento del voto in par-lamento cosa si bisbigliava ai dub-biosi in corridoio? Fatemi indovina-re: «Se tu avessi visto le carte che ho
visto io» — detto in tono minaccio-so e, senza dubbio, con un briciolo
di sincero timore —«non avresti
dubbi sul da farsi».
E ci scommetto è quello che si
sussurra anche oggi. Ed è proprio
questo il grande problema. Stia-mo tornando a dove eravamo
partiti. O siamo con loro o con i
terroristi. Ovviamente, come al-tri autori in questo campo ho
contribuito a mitizzare le spie,
anche se i miei personaggi sono
dibattuti sulle loro azioni. E a vol-te mi sento un po’ ambiguo a que-sto proposito. Ma non sono l’uni-co. E certo non il primo. E i politi-ci non sono allocchi. Se ricordo
bene cinquant’anni fa, ai tempi
in cui erano in voga le covert ac-tion, le azioni segrete, e i politici
venivano chiamati ad autorizzar-le erano proprio loro, per lo più, e
non le spie professionali a volere
il sangue. «I tribunali segreti?» di-rete voi. «Ma per l’amor di dio, so-no solo bancomat per terroristi,
modi per fregare lo stato spillan-dogli milioni di sterline!». Ma non
è così. Lo stato viene fregato, è ve-ro, ma non dai terroristi stavolta,
bensì da quelli che paga per sal-vaguardare le sue libertà, conqui-state a caro prezzo.
© David Cornwell June 2013 /
Agenzia Santachiara
(Traduzione di Emilia Benghi
domenica 11 agosto 2013
R2 - 3/7/13 - Famiglie , Il tesoretto è finito
Tutti i tagli dettati dalla crisi:
4 milioni di telefonate in meno al
giorno, in fumo in un anno un quarto
di acquisti di case e 80 mila auto con
3,4 miliardi di litri di benzina. Nelle
famiglie la rinuncia alle spese non
basta più. E si è costretti a intaccare
i risparmi o a indebitarsi
Lo stop all’aumento Iva e la cancel-lazione dell’Imu? Una passeggia-ta. La vera finanziaria italiana, ro-ba da Nobel dell’Economia, è
quella che da quattro anni a que-sta parte hanno mandato in porto senza
fanfare le famiglie tricolori. Siamo oltre le
lacrime e il sangue: nel 2012, per dire, ab-biamo tagliato 4 milioni di telefonate al
giorno, ridotto di un quarto gli acquisti di
case, comprato 80mila auto in meno, sfor-biciato 3,4 miliardi di litri di benzina dal pie-no (quanto basterebbe per girare 846mila
volte la terra all’altezza dell’equatore). Ma
essere formiche, ormai, non basta più: le
uscite, causa crisi, superano le entrate. E l’I-talia – per la prima volta dal Dopoguerra – è
stata costretta a rompere il salvadanaio e
mettere mano ai soldi risparmiati negli an-ni del boom per tirare avanti la carretta.
I conti della serva sono facili come un
compito di ragioneria. Voce “avere”: gua-dagniamo di meno – 98 miliardi in quattro
anni per Confesercenti – e la nostra capa-cità di spesa è scesa dell’8,7% dal 2008, co-me dire che abbiamo perso per strada 3.400
euro a famiglia.
oce “dare”: paghia-mo più tasse (288 eu-ro a testa nel 2012) e le
bollette sono salite
dell’11% solo l’anno
scorso. Per far quadrare i conti, il
Belpaese le ha provate tutte: ha
smesso di acquistare apparta-menti e lavatrici, fa la spesa al-l’hard discount e ha negato il mo-torino nuovo persino ai figli pro-mossi con la media del nove. Pec-cato che quest’austerity “fai da te”
ci abbia fatto risparmiare “solo”
85 miliardi in quattro anni. Risul-tato: l’Italia ha smesso d’arric-chirsi e — un euro alla volta — ha
iniziato a diventare più povera.
Carta canta: la ricchezza — se
ancora possiamo chiamarla così
— delle famiglie è calata dal 2008
del 5,7% bruciando, calcola Ban-ca d’Italia, 520 miliardi di euro,
quasi un terzo del nostro Pil. E i
nostri debiti (per fortuna ancora
pochi rispetto alla media Ue)
hanno iniziato a correre a ritmi
vertiginosi passando dal 30,8%
del reddito del 2008 al 65% del
2012. La soluzione? Una sola: i
conti domestici tricolori funzio-nano come il bilancio dello Stato.
Se le entrate non crescono, si può
solo tagliare. Ecco, voce per voce,
dove e come abbiamo iniziato a
farlo.
LA CASA
Due cuori, una capanna e una
montagna di rate non pagate sul
mutuo. La spending review del
Belpaese è partita giocoforza dal
bene più prezioso che abbiamo:
la casa. Il 70% degli italiani ne ha
una, spesso presa a debito. E per
ridurre i costi (le tasse immobilia-ri sono salite del 136% in un anno)
in molti hanno preso il toro per le
corna smettendo di pagare le rate.
I proprietari “morosi” con gli isti-tuti di credito sono cresciuti del
36% in meno di due anni. E l’As-sociazione bancaria italiana —
per evitare una Caporetto crediti-zia e sociale — è stata costretta a
varare una sorta di “moratoria”
consentendo a chi era in difficoltà
di fermare temporaneamente il
pagamento degli interessi. Han-no aderito 91mila persone. E ora
che il programma è scaduto, di-verse migliaia di famiglie si sono
ritrovate all’improvviso sull’orlo
del baratro.
Qualcuno ha fatto scelte più ra-dicali. E per pagare la scuola dei fi-gli o i debiti, ha appeso sulla porta
di casa il cartello “Vendesi”. Risul-tato: sul mercato è arrivata all’im-provviso una valanga di apparta-menti (compresi un 18% in più di
aste su case pignorate dalle ban-che). I prezzi sono crollati e i com-pratori, malgrado tutto, sono spa-riti nel nulla. Nel 2012 i rogiti sono
stati il 25% in meno del 2011 e i vo-lumi del mercato del mattone so-no tornati indietro di 28 anni.
AUTO E BENZINA
L’età del parco-auto è uno de-gli indicatori sociologici più get-tonati per misurare lo stato di sa-lute di un paese. E nel caso dell’I-talia questo termometro parla
chiaro: stiamo sempre peggio. I
trasporti pesano per il 13,8% sui
bilanci familiari. E per ridurre le
uscite siamo andati giù con l’ac-cetta: non compriamo più auto
nuove e quelle vecchie le lascia-mo sempre più spesso ferme in
strada o in garage. Nel 2012 ab-biamo acquistato 80mila quat-troruote in meno, con un rispar-mio netto di sette miliardi. E an-che nel 2013 il mercato viaggia in
retro, con un — 11% a fine mag-gio. Tempi duri anche per il pieno:
chi può va a piedi, in bici o in tram
e nel 2012, zitti zitti, gli italiani
hanno acquistato 3,4 miliardi di
litri di benzina in meno (—9,9%
n teoria questa mossa avrebbe
dovuto regalare ai conti delle fa-miglie una boccata d’ossigeno da
6 miliardi di euro. Peccato che gli
aumenti delle accise (+22%) si sia-no mangiati tutto il risparmio. E
forse anche per questo ben 3,2 mi-lioni di auto, secondo l’Ania, han-no viaggiato nel 2012 senza paga-re l’assicurazione obbligatoria.
IL CARRELLO DELLA SPESA
Più pasta e meno carne. Più
hard discount e meno prodotti di
marca. La manovra finanziaria
della case tricolori non ha rispar-miato nemmeno, come ovvio, il
carrello della spesa. Pranzo e cena
dobbiamo per forza metterli as-sieme. Ma visto che pesano per il
19% sulle uscite domestiche, a ta-vola è scattata una spending re-view selettiva, fatta più di bisturi
che d’ascia. Obiettivo: ridurre le
spese (sono calate nel 2012
dell’1,2%) senza sacrificare calo-rie e quantità nel piatto. L’opera-zione “shopping intelligente” è
fatta di tante piccole malizie da
scaffale: scegliamo prodotti no-logo (costano il 18% in meno e le
vendite sono cresciute del 5,8%)
non snobbiamo gli hard discount
che a marzo scorso viaggiavano a
+4,8%. Compriamo più spaghetti
(+ 3,6%) e meno carne di vitello (-5%) mentre il povero pollo — reo
solo di essere più economico — va
a gonfie vele nelle padelle del Bel-paese. Resta al palo invece, succe-de da molti anni, il rinnovo del
guardaroba. Ad aprile 2013 l’ab-bigliamento e le scarpe sono in
calo per l’Istat del 9%.
BOLLETTE, LOTTO E FUNERALI
La spending review energetica
delle famiglie italiane è stata
stroncata dagli aumenti tariffari.
Nel 2012 abbiamo ridotto i consu-mi di luce (-0,3%) e gas (-7,4%) ma
il rialzo dei prezzi si è mangiato
con gli interessi i sacrifici. Le per-sone più in difficoltà — per la cen-trale d’allarme interbancaria
quelle in ritardo con pagamenti e
assegni sono cresciute del 35% al
sud e del 38% al nord-ovest — non
hanno avuto altra scelta che sca-glionare la spesa: gli italiani che
pagano la luce all’Enel a rate sono
il 30% in più, all’Eni siamo a +48%.
Per rimediare al “buco” delle
bollette, siamo andati a lavorare
di cesello sulle spese superflue:
tra Gratta & Vinci, Superenalotto
e Win for Life nei primi sei mesi del
2013 abbiamo risparmiato 500
milioni (-5,8% di spesa) alla voce
dea bendata. Non andiamo più al
cinema (-7,3% nel 2012) e nei mu-sei (-5,7%). Fumiamo meno — le
tasse sulle sigarette hanno reso lo
scorso anno il 7,6% in meno — e
visto che la salute non ha prezzo
ma le medicine costano, nel 2013
per la prima volta abbiamo inizia-to a sforbiciare del 6,4% pure le
spese sanitarie. Si rischia di mori-re? No problem. Basta digitare
www. funeralionline. it e sfogliare
alla voce offerte. L’Italia è più po-vera. E anche per il caro estinto,
business is business, è già boom
delle esequie low-cost
4 milioni di telefonate in meno al
giorno, in fumo in un anno un quarto
di acquisti di case e 80 mila auto con
3,4 miliardi di litri di benzina. Nelle
famiglie la rinuncia alle spese non
basta più. E si è costretti a intaccare
i risparmi o a indebitarsi
Lo stop all’aumento Iva e la cancel-lazione dell’Imu? Una passeggia-ta. La vera finanziaria italiana, ro-ba da Nobel dell’Economia, è
quella che da quattro anni a que-sta parte hanno mandato in porto senza
fanfare le famiglie tricolori. Siamo oltre le
lacrime e il sangue: nel 2012, per dire, ab-biamo tagliato 4 milioni di telefonate al
giorno, ridotto di un quarto gli acquisti di
case, comprato 80mila auto in meno, sfor-biciato 3,4 miliardi di litri di benzina dal pie-no (quanto basterebbe per girare 846mila
volte la terra all’altezza dell’equatore). Ma
essere formiche, ormai, non basta più: le
uscite, causa crisi, superano le entrate. E l’I-talia – per la prima volta dal Dopoguerra – è
stata costretta a rompere il salvadanaio e
mettere mano ai soldi risparmiati negli an-ni del boom per tirare avanti la carretta.
I conti della serva sono facili come un
compito di ragioneria. Voce “avere”: gua-dagniamo di meno – 98 miliardi in quattro
anni per Confesercenti – e la nostra capa-cità di spesa è scesa dell’8,7% dal 2008, co-me dire che abbiamo perso per strada 3.400
euro a famiglia.
oce “dare”: paghia-mo più tasse (288 eu-ro a testa nel 2012) e le
bollette sono salite
dell’11% solo l’anno
scorso. Per far quadrare i conti, il
Belpaese le ha provate tutte: ha
smesso di acquistare apparta-menti e lavatrici, fa la spesa al-l’hard discount e ha negato il mo-torino nuovo persino ai figli pro-mossi con la media del nove. Pec-cato che quest’austerity “fai da te”
ci abbia fatto risparmiare “solo”
85 miliardi in quattro anni. Risul-tato: l’Italia ha smesso d’arric-chirsi e — un euro alla volta — ha
iniziato a diventare più povera.
Carta canta: la ricchezza — se
ancora possiamo chiamarla così
— delle famiglie è calata dal 2008
del 5,7% bruciando, calcola Ban-ca d’Italia, 520 miliardi di euro,
quasi un terzo del nostro Pil. E i
nostri debiti (per fortuna ancora
pochi rispetto alla media Ue)
hanno iniziato a correre a ritmi
vertiginosi passando dal 30,8%
del reddito del 2008 al 65% del
2012. La soluzione? Una sola: i
conti domestici tricolori funzio-nano come il bilancio dello Stato.
Se le entrate non crescono, si può
solo tagliare. Ecco, voce per voce,
dove e come abbiamo iniziato a
farlo.
LA CASA
Due cuori, una capanna e una
montagna di rate non pagate sul
mutuo. La spending review del
Belpaese è partita giocoforza dal
bene più prezioso che abbiamo:
la casa. Il 70% degli italiani ne ha
una, spesso presa a debito. E per
ridurre i costi (le tasse immobilia-ri sono salite del 136% in un anno)
in molti hanno preso il toro per le
corna smettendo di pagare le rate.
I proprietari “morosi” con gli isti-tuti di credito sono cresciuti del
36% in meno di due anni. E l’As-sociazione bancaria italiana —
per evitare una Caporetto crediti-zia e sociale — è stata costretta a
varare una sorta di “moratoria”
consentendo a chi era in difficoltà
di fermare temporaneamente il
pagamento degli interessi. Han-no aderito 91mila persone. E ora
che il programma è scaduto, di-verse migliaia di famiglie si sono
ritrovate all’improvviso sull’orlo
del baratro.
Qualcuno ha fatto scelte più ra-dicali. E per pagare la scuola dei fi-gli o i debiti, ha appeso sulla porta
di casa il cartello “Vendesi”. Risul-tato: sul mercato è arrivata all’im-provviso una valanga di apparta-menti (compresi un 18% in più di
aste su case pignorate dalle ban-che). I prezzi sono crollati e i com-pratori, malgrado tutto, sono spa-riti nel nulla. Nel 2012 i rogiti sono
stati il 25% in meno del 2011 e i vo-lumi del mercato del mattone so-no tornati indietro di 28 anni.
AUTO E BENZINA
L’età del parco-auto è uno de-gli indicatori sociologici più get-tonati per misurare lo stato di sa-lute di un paese. E nel caso dell’I-talia questo termometro parla
chiaro: stiamo sempre peggio. I
trasporti pesano per il 13,8% sui
bilanci familiari. E per ridurre le
uscite siamo andati giù con l’ac-cetta: non compriamo più auto
nuove e quelle vecchie le lascia-mo sempre più spesso ferme in
strada o in garage. Nel 2012 ab-biamo acquistato 80mila quat-troruote in meno, con un rispar-mio netto di sette miliardi. E an-che nel 2013 il mercato viaggia in
retro, con un — 11% a fine mag-gio. Tempi duri anche per il pieno:
chi può va a piedi, in bici o in tram
e nel 2012, zitti zitti, gli italiani
hanno acquistato 3,4 miliardi di
litri di benzina in meno (—9,9%
n teoria questa mossa avrebbe
dovuto regalare ai conti delle fa-miglie una boccata d’ossigeno da
6 miliardi di euro. Peccato che gli
aumenti delle accise (+22%) si sia-no mangiati tutto il risparmio. E
forse anche per questo ben 3,2 mi-lioni di auto, secondo l’Ania, han-no viaggiato nel 2012 senza paga-re l’assicurazione obbligatoria.
IL CARRELLO DELLA SPESA
Più pasta e meno carne. Più
hard discount e meno prodotti di
marca. La manovra finanziaria
della case tricolori non ha rispar-miato nemmeno, come ovvio, il
carrello della spesa. Pranzo e cena
dobbiamo per forza metterli as-sieme. Ma visto che pesano per il
19% sulle uscite domestiche, a ta-vola è scattata una spending re-view selettiva, fatta più di bisturi
che d’ascia. Obiettivo: ridurre le
spese (sono calate nel 2012
dell’1,2%) senza sacrificare calo-rie e quantità nel piatto. L’opera-zione “shopping intelligente” è
fatta di tante piccole malizie da
scaffale: scegliamo prodotti no-logo (costano il 18% in meno e le
vendite sono cresciute del 5,8%)
non snobbiamo gli hard discount
che a marzo scorso viaggiavano a
+4,8%. Compriamo più spaghetti
(+ 3,6%) e meno carne di vitello (-5%) mentre il povero pollo — reo
solo di essere più economico — va
a gonfie vele nelle padelle del Bel-paese. Resta al palo invece, succe-de da molti anni, il rinnovo del
guardaroba. Ad aprile 2013 l’ab-bigliamento e le scarpe sono in
calo per l’Istat del 9%.
BOLLETTE, LOTTO E FUNERALI
La spending review energetica
delle famiglie italiane è stata
stroncata dagli aumenti tariffari.
Nel 2012 abbiamo ridotto i consu-mi di luce (-0,3%) e gas (-7,4%) ma
il rialzo dei prezzi si è mangiato
con gli interessi i sacrifici. Le per-sone più in difficoltà — per la cen-trale d’allarme interbancaria
quelle in ritardo con pagamenti e
assegni sono cresciute del 35% al
sud e del 38% al nord-ovest — non
hanno avuto altra scelta che sca-glionare la spesa: gli italiani che
pagano la luce all’Enel a rate sono
il 30% in più, all’Eni siamo a +48%.
Per rimediare al “buco” delle
bollette, siamo andati a lavorare
di cesello sulle spese superflue:
tra Gratta & Vinci, Superenalotto
e Win for Life nei primi sei mesi del
2013 abbiamo risparmiato 500
milioni (-5,8% di spesa) alla voce
dea bendata. Non andiamo più al
cinema (-7,3% nel 2012) e nei mu-sei (-5,7%). Fumiamo meno — le
tasse sulle sigarette hanno reso lo
scorso anno il 7,6% in meno — e
visto che la salute non ha prezzo
ma le medicine costano, nel 2013
per la prima volta abbiamo inizia-to a sforbiciare del 6,4% pure le
spese sanitarie. Si rischia di mori-re? No problem. Basta digitare
www. funeralionline. it e sfogliare
alla voce offerte. L’Italia è più po-vera. E anche per il caro estinto,
business is business, è già boom
delle esequie low-cost
Iscriviti a:
Commenti (Atom)