martedì 13 agosto 2013

R2 del 5/7/13 - Il potere delle spie

el mio ultimo romanzo,  A Delicate Truth, un
agente del Foreign Service britannico in
pensione, persona chiaramente degna, ac-cusa i suoi ex datori di lavoro di complicità in
una operazione di insabbiamento voluta da
Whitehall e come ricompensa per il disturbo gli arriva su-bito la minaccia dei tribunali segreti. Ma tra le reazioni
immediate che il romanzo ha suscitato questo particola-re episodio è passato inosservato.
Cosa sono i tribunali segreti? A che cosa servono? Uffi-cialmente a proteggere la relazione speciale della Gran
Bretagna con gli Stati Uniti, ci dicono; a tutelare la credi-bilità e l’integrità dei nostri servizi di intelligence. Non im-porta che per decenni abbiamo gestito i casi sensibili sot-to il profilo della sicurezza sgombrando l’aula quando ne-cessario e consentendo agli agenti dei servizi segreti di non
declinare le loro generalità e testimoniare dietro uno
schermo, reale o virtuale: ora all’improvviso la credibilità
e l’integrità dei nostri servizi di intelligence sono a rischio
e necessitano di urgente e drastica protezione. Cosa im-portano la credibilità e l’integrità del parlamento e secoli
di giustizia britannica: le nostre spie hanno la precedenza.E
badate, non si tratta di
tribunali penali, ma di
tribunali civili, che
trattano in segreto le
istanze di chi intende
ottenere riparazione per un’in-giustizia reale o percepita perpe-trata dalle agenzie segrete britan-niche o americane.
Un fedele soldato britannico
vede i suoi commilitoni falciati
da fuoco amico? D’ora in poi do-vrà rivolgersi ai tribunali segreti.
Compensazione per le famiglie
colpite? Forse. Ma niente scuse o
spiegazioni. Questa è “pruden-za”, ossia, in parole povere, non si
discute. Ti sei inimicato il colon-nello Gheddafi e sei in fuga? Tua
moglie è incinta e tu non rappre-senti un rischio per l’Occidente,
ma l’intelligence britannica ha
deciso di organizzare una “rendi-tion” e consegnarti alla Libia per
fare un favore al suo vecchio ami-co colonnello? Ti hanno torturato
e ora aspiri ad un indennizzo? Sol-di, certo, vuoi soldi, è ovvio. Sei
avido, come tutti quelli della tua
specie. In realtà Abdel Hakim
Belhaj e sua moglie si accontenta-no della somma principesca di
una sterlina a persona citata, più le
scuse e un’ammissione pubblica
di responsabilità per quello che
hanno subito, qualcosa da mo-strare agli amici, un gesto dignito-so di umanità e rammarico che in
qualche modo chiuda il caso.
Bene, agli occhi del governo
britannico i signori Belhaj posso-no aspettare perché le scuse non
giovano all’immagine della no-stra relazione speciale con gli Usa
né alla credibilità e integrità dei
nostri servizi di intelligence. L’-MI6 non ha consegnato i signori
Belhaj al colonnello Gheddafi
sotto i loro veri nomi, ma sempli-cemente come “carico aereo”. E
l’aeroplano che ha portato la
coppia rapita a Tripoli era stato
fornito dalla Cia. La credibilità e
l’integrità di entrambi i servizi
sono ovviamente di primaria im-portanza e vanno tutelate, costi
quel che costi.
Il vero motivo dell’esistenza di
questi orribili tribunali segreti, a
mio avviso, oltre al desiderio di
evitare al nostro stato imbarazzo
per la natura dei nostri misfatti, è
duplice: la spropositata influen-za della comunità di intelligence
Usa/Uk sulle nostre istituzioni
democratiche e l’urgente neces-sità avvertita dai nostri rispettivi
establishment politici che la
Gran Bretagna importi un con-cetto di segreto di Stato in stile
Bush. Perché Barack Obama, una
volta al potere, lungi dallo sman-tellare lo stato segreto di Bush lo
ha diligentemente ricostruito ed
esteso. Di conseguenza la Cia è
diventata un braccio combatten-te maturo che non deve rendere
conto delle sue azioni, abile nel-l’omicidio extragiudiziale, ma
debole nel duro lavoro di raccol-ta dei dati di intelligence, opera in
cui i britannici tradizionalmente
sono convinti di eccellere. Nel
momento in cui ha assunto l’in-carico Obama ha promesso, nel-l’ambito dell’accordo con la Cia,
di non rivangare il passato, ossia
di non fare i nomi dei torturatori
dell’agenzia o dei vertici dell’am-ministrazione che avevano gui-dato l’azione dei loro sgherri fin
nel minimo terribile dettaglio.
Ma il passato non sparisce con
tanta facilità e il compito più
pressante dei nostri tribunali se-greti sarà tenere chiuso il coper-chio sulle attività illegali della Cia
sotto Bush, e la nostra complicità
in esse, aprendo tra l’altro la stra-da perché proseguano in futuro.
Sono due quindi i protagonisti
dell’istituzione dei tribunali segre-ti britannici: i nostri politici — che
danno l’idea di non aver capito be-ne che legge hanno approvato — e
le nostre spie. Sappiamo bene che i
nostri parlamentari non sono in-fallibili. Dei nostri servizi di intelli-gence invece non sappiamo quasi
nulla, come è giusto che sia e come
piace a loro. Ma chiunque siano e
chiunque pensino di essere, sareb-be certo una sorpresa se le loro or-ganizzazioni non fossero inclini
agli stessi pastrocchi, insabbia-menti e accessi di follia o quasi che
affliggono tutte le altre istituzioni
britanniche del giorno d’oggi, dalle
banche alla stampa, dal Servizio sa-nitario nazionale alla  Bbc. Ciono-nostante sono le spie, in qualità di
professionisti della seduzione e
della persuasione, e dell’intimida-zione, all’occorrenza, ad aver eser-citato così validamente pressioni
in parlamento. Sono le spie che ap-proveranno e sceglieranno e istrui-ranno gli avvocati; ancora le spie
che produrranno testimonianze e
prove che lo sfortunato ricorrente
forse non vedrà né contesterà mai.
Supervisione da parte del parla-mento? Avete mai visto quegli stra-ni annunci che l’M16 pubblica sui
giornali a spese nostre per recluta-re agenti? Il succo del messaggio è
questo: sapete convincere le
persone a tradire il loro paese? Non
so bene quanto valga questo parti-colare talento nelle classifiche della
credibilità e della legittimità, ma nei
50 anni da quando ho lasciato il
mondo segreto una cosa non è
cambiata e non cambierà mai, la
dabbenaggine del non iniziato che
si trova di fronte alle vere spie. In un
lampo tutti i normali criteri di giu-dizio vanno a farsi benedire: Que-st’uomo o donna è stupido, intelli-gente-acuto-tonto come appare o
è tutta una farsa? Quei baffi sono
veri? L’accento è proprio quello?
Porta davvero gli occhiali con le
lenti blu? E poi viene il resto: lui o lei
sa che tradisco mia moglie? Le spie
da parte loro sono consapevoli del
loro fascino misterioso e ci gioca-no. Conoscono le leggende che li
circondano e le alimentano, addi-rittura ci credono e, come gli attori,
sanno di essere sempre osservati. Il
potere che esercitano su di te sta nel
darti qualche piccola informazio-ne lasciandoti intendere di sapere
molto di più; nel ricordarti i perico-li che affrontano giorno e notte
mentre tu te ne stai beato a poltrire
nel letto. Devi fidarti di noi, ti dico-no, oppure pagherai pegno quan-do scoppierà la bomba nel bel mez-zo del mercato.
E il problema è che, a volte, han-no ragione. Così la cosa più sicura
da fare per il vostro politico alle pri-me armi è dire sissignore e congra-tularsi con se stesso perché è stato
ammesso nel cerchio magico, che
ai giorni nostri è molto ampio e in-clude grandi imprese, magnati del-la stampa, giornalisti stranieri, av-vocati, medici e i fabbricanti di can-dele e quant’altro dell’ironica peti-zione di Bastiat. Ho letto da qual-che parte che nel solo District of Co-lumbia quasi un milione di indivi-dui che non appartengono alla ca-tegoria dei dipendenti pubblici so-no autorizzati ad accedere a mate-riale top secret. Un giorno saremo
tutti o cittadini autorizzati o “non
persone”, cioè ufficialmente igno-rati, ma fino a quel momento date-mi retta: abbiate paura e continua-te ad aver paura finché non vi di-ranno basta.
Vi ricordate come ci hanno tra-scinato nella guerra in Iraq — a par-te ovviamente il dossier costruito a
tavolino con la complicità dell’M16?
Grazie a due ingegnosi fabbricanti
di intelligence. Uno di loro, nome in
codice Curveball, era un rifugiato
iracheno dalla lingua sciolta che ha
tirato fuori gli inesistenti laboratori
di armi biologiche di Saddam, gli
stessi veicoli illusori che Colin
Powell mostrò alle Nazioni Unit con gran disinvoltura e l’aiuto dei vi-vaci audiovisivi della Cia. Ricordate
lo “slam-dunk”, il canestro facile,
l’espressione felice con cui George
Tenet, all’epoca direttore della Cia,
avallò personalmente di fronte al
suo presidente, George Bush, la bu-fala delle armi biologiche? Ma quan-do arrivò il momento del voto in par-lamento cosa si bisbigliava ai dub-biosi in corridoio? Fatemi indovina-re: «Se tu avessi visto le carte che ho
visto io» — detto in tono minaccio-so e, senza dubbio, con un briciolo
di sincero timore —«non avresti
dubbi sul da farsi».
E ci scommetto è quello che si
sussurra anche oggi. Ed è proprio
questo il grande problema. Stia-mo tornando a dove eravamo
partiti. O siamo con loro o con i
terroristi. Ovviamente, come al-tri autori in questo campo ho
contribuito a mitizzare le spie,
anche se i miei personaggi sono
dibattuti sulle loro azioni. E a vol-te mi sento un po’ ambiguo a que-sto proposito. Ma non sono l’uni-co. E certo non il primo. E i politi-ci non sono allocchi. Se ricordo
bene cinquant’anni fa, ai tempi
in cui erano in voga le covert ac-tion, le azioni segrete, e i politici
venivano chiamati ad autorizzar-le erano proprio loro, per lo più, e
non le spie professionali a volere
il sangue. «I tribunali segreti?» di-rete voi. «Ma per l’amor di dio, so-no solo bancomat per terroristi,
modi per fregare lo stato spillan-dogli milioni di sterline!». Ma non
è così. Lo stato viene fregato, è ve-ro, ma non dai terroristi stavolta,
bensì da quelli che paga per sal-vaguardare le sue libertà, conqui-state a caro prezzo.
© David Cornwell June 2013 /
Agenzia Santachiara
(Traduzione di Emilia Benghi




L
E RIVELAZIONI di Edward Snowden sulla massic-cia estrazione di dati ad opera delle agenzie di spio-naggio americane e britanniche dimostrano che la
maggior parte delle fonti scandagliate appartengo-no a società private. Spesso l’intelligence si limita a
sfruttare i cumuli di dati rivelatori di cui abbiamo autorizzato
il trattamento da parte dei giganti commerciali del mondo del-la IT, in genere cliccando il tasto “acconsento” su un docu-mento che ne illustra termini e condizioni giuridiche, peraltro
mai letto. I dati che le nostre spie raccolgono direttamente, tra-mite agenti sotto copertura e simili, sono una minima per-centuale di quelli raccolti elettronicamente da queste fonti a
finalità commerciale. La conclusione è semplice: se il Grande
Fratello dovesse ritornare nel ventunesimo secolo, lo farebbe
sotto forma di partnership pubblico-privata.
La quasi totalità delle infrastrutture del mondo elet-tronicamente connesso ha finalità commerciali. Le no-stre autostrade sono di proprietà pubblica, ma le auto-strade digitali sono private. Così ad esempio l’agenzia di
intelligence britannica Gchq di Cheltenham ha eseguito
intercettazioni sui cavi in fibra ottica che attraversano la
Gran Bretagna in base ad accordi stabiliti in segreto con le
società che ne sono proprietarie.  S
tando a quanto pub-blicato dal Guardian e
dal  Washington Post, il
programma Prism del-la Nsa si è garantito la coope-razione di Microsoft, Yahoo,
Google, Facebook, Skype,
YouTube e Apple. Tutte que-ste società sono interessate
ad avere quante più informa-zioni possibile sulle persone
che usano i loro prodotti —
ma a fini propri, non per con-to dello Stato. Il motivo accet-tabile per cui ci monitorano è
fornirci migliori servizi. Ap-prezzo che Google mi pro-ponga i risultati di ricerca più
pertinenti alle mie finalità. Mi
piacciono i pop-up dei libri
consigliati di Amazon, perché
spesso rappresentano validi
suggerimenti.
Ma c’è anche un motivo più
inquietante. Soprattutto
quando non addebitano diret-tamente all’utente il servizio
offerto, molte di queste società
fanno soldi vendendoci ai
pubblicitari. Quanto più san-no delle nostre abitudini, gusti
e desideri privati, più sono in
grado di proporci come obiet-tivo per la pubblicità persona-lizzata. Se cerchiamo, ad
esempio, pantere rosa — subi-to spuntano i pop up di annun-ci pubblicitari sul tema.
Questo accumulo di infor-mazioni personali private a fi-ni commerciali è preoccupan-te in sé. Non bastano le rassi-curazioni offerte da Facebook,
Google ed altri all’insegna del
“potete fidarvi di noi”. Dopo
tutto ora salta fuori che hanno
condiviso parte di quelle infor-mazioni con le spie. In genera-le riconosco la loro buona fe-de, anche se è inquietante ve-nire a sapere che il responsabi-le per la sicurezza di Facebook,
Max Kelly, è passato alla Nsa.
Ho avuto sentore di tutto que-sto qualche anno fa, parlando
con i vertici di Facebook e Twit-ter. Si mostrarono visibilmente
imbarazzati quando la nostra
conversazione si spostò sui co-siddetti “ordini Fisa”, ossia le ri-chieste avanzate in base al Fo-reign Intelligence Surveillance
Act di fornire alle agenzie di si-curezza Usa i dati raccolti ri-guardanti alcuni individui o
gruppi. Storcendo la bocca mi
hanno risposto che non erano
autorizzati a fornirmi neppure
una cifra approssimativa degli
ordini Fisa ricevuti.
Parecchie delle società men-zionate dal Guardiane dal Wa-shington Post ora hanno prote-stato, sostenendo di non aver
mai sentito parlare del pro-gramma Prims, ma hanno for-nito i dati delle richieste ricevu-te nei sei mesi precedenti alla fi-ne di maggio da parte delle au-torità giudiziarie statunitensi,
in massima parte relative a casi
pertinenti al diritto penale più
che ai Fisa. Così lo Zio Sam ha
chiesto informazioni su utenti
Microsoft (31—32.000), Face book (18-19.000) e su account e
dispositivi Apple (fino a
10.000). Tanti o pochi? Se si fa
parte degli interessati, sono
moltissimi. Yahoo! non fa mi-stero del proprio imbarazzo:
«Come tutte le società, Yahoo! è
impossibilitata legalmente a
estrapolare i dati numerici del-le richieste Fisa perché coperti
da segreto; tuttavia esortiamo il
governo federale a rivedere la
sua posizione su questo punto».
Alcuni lettori si saranno chie-sti come mai prima, parlando
del ritorno del Grande Fratello,
ho usato un ipotetico se. “Il
Grande Fratello è già tornato”,
diranno, “è nella Nsa, in Face-book, Google e Gchq”. Non esa-geriamo. È vero che la quantità e
il livello di privacy delle infor-mazioni sul mio e sul vostro
conto di cui le spie e le società di-spongono superano i sogni più
erotici di un generale della Stasi.
Ed è già un pericolo. Ma la Gran
Bretagna e l’America non sono
Stati totalitari. Siamo di fronte a
una reale minaccia di violenze
da parte di individui inafferrabi-li e radicalizzati, come hanno di-mostrato per l’ennesima volta le
bombe alla maratona di Boston
e l’omicidio del soldato a Lon-dra. Questa gente è più difficile
da individuare di un arsenale
nucleare sovietico.
Ma il governo britannico e
quello americano non possono
semplicemente affermare che il
fine di mantenere la nostra sicu-rezza giustifica i mezzi. Non ba-sta ripetere che ogni azione av-viene a norma di legge — in par-ticolare se le leggi utilizzate, co-me la britannica Regulation of
Investigatory Powers Act, che
regola il monitoraggio e l’inter-cettazione delle comunicazio-ni, sono elastici sbrindellati. È
offensivo che i ministri ci pren-dano in giro trincerandosi die-tro il no commentsulle questio-ni di intelligence.
Senza dire ai terroristi nulla
più di quanto già non sappiano,
il governo Usa potrebbe benis-simo, ad esempio, consentire
alle società di rivelare il numero
degli ordini Fisa cui hanno dato
seguito. Come ha ribadito il go-verno tedesco, dimostrandosi
ammirevolmente sensibile alla
privacy, il governo britannico
deve, non solo ai suoi cittadini
ma a tutti gli europei dei quali ha
aspirato i metadati, un adegua-to pronunciamento riguardo a
Tempora, il programma di sor-veglianza della Gchq, a quanto
pare di dimensioni colossali.
Ci sono molti dettagli opera-tivi che dobbiamo sempre ne-cessariamente prendere per
buoni, ma in democrazia spetta
alla fine a noi, ai cittadini, fissa-re l’ago della bilancia tra sicu-rezza e privacy, sicurezza e li-bertà. A rischio sono le nostre vi-te e le nostre libertà, non solo ad
opera del terrorismo, ma anche
per via del massiccio saccheg-gio della nostra privacy in nome
dell’antiterrorismo. Se le so-cietà dalle quali i governi oggi
traggono la maggior parte dei
dettagli della nostra vita priva-ta vogliono dimostrare di stare
ancora dalla parte dei buoni
farebbero bene ad aderire an-che a questa battaglia per la
trasparenza. Un buon primo
passo sarebbe offrire più tra-sparenza sui dati che queste
stesse società raccolgono sul
nostro conto. Il nostro “diritto
all’informazione” non si ap-plica ai governi.
www. timothygartonash. com
(Traduzione di Emilia Benghi)

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