Tutti i tagli dettati dalla crisi:
4 milioni di telefonate in meno al
giorno, in fumo in un anno un quarto
di acquisti di case e 80 mila auto con
3,4 miliardi di litri di benzina. Nelle
famiglie la rinuncia alle spese non
basta più. E si è costretti a intaccare
i risparmi o a indebitarsi
Lo stop all’aumento Iva e la cancel-lazione dell’Imu? Una passeggia-ta. La vera finanziaria italiana, ro-ba da Nobel dell’Economia, è
quella che da quattro anni a que-sta parte hanno mandato in porto senza
fanfare le famiglie tricolori. Siamo oltre le
lacrime e il sangue: nel 2012, per dire, ab-biamo tagliato 4 milioni di telefonate al
giorno, ridotto di un quarto gli acquisti di
case, comprato 80mila auto in meno, sfor-biciato 3,4 miliardi di litri di benzina dal pie-no (quanto basterebbe per girare 846mila
volte la terra all’altezza dell’equatore). Ma
essere formiche, ormai, non basta più: le
uscite, causa crisi, superano le entrate. E l’I-talia – per la prima volta dal Dopoguerra – è
stata costretta a rompere il salvadanaio e
mettere mano ai soldi risparmiati negli an-ni del boom per tirare avanti la carretta.
I conti della serva sono facili come un
compito di ragioneria. Voce “avere”: gua-dagniamo di meno – 98 miliardi in quattro
anni per Confesercenti – e la nostra capa-cità di spesa è scesa dell’8,7% dal 2008, co-me dire che abbiamo perso per strada 3.400
euro a famiglia.
oce “dare”: paghia-mo più tasse (288 eu-ro a testa nel 2012) e le
bollette sono salite
dell’11% solo l’anno
scorso. Per far quadrare i conti, il
Belpaese le ha provate tutte: ha
smesso di acquistare apparta-menti e lavatrici, fa la spesa al-l’hard discount e ha negato il mo-torino nuovo persino ai figli pro-mossi con la media del nove. Pec-cato che quest’austerity “fai da te”
ci abbia fatto risparmiare “solo”
85 miliardi in quattro anni. Risul-tato: l’Italia ha smesso d’arric-chirsi e — un euro alla volta — ha
iniziato a diventare più povera.
Carta canta: la ricchezza — se
ancora possiamo chiamarla così
— delle famiglie è calata dal 2008
del 5,7% bruciando, calcola Ban-ca d’Italia, 520 miliardi di euro,
quasi un terzo del nostro Pil. E i
nostri debiti (per fortuna ancora
pochi rispetto alla media Ue)
hanno iniziato a correre a ritmi
vertiginosi passando dal 30,8%
del reddito del 2008 al 65% del
2012. La soluzione? Una sola: i
conti domestici tricolori funzio-nano come il bilancio dello Stato.
Se le entrate non crescono, si può
solo tagliare. Ecco, voce per voce,
dove e come abbiamo iniziato a
farlo.
LA CASA
Due cuori, una capanna e una
montagna di rate non pagate sul
mutuo. La spending review del
Belpaese è partita giocoforza dal
bene più prezioso che abbiamo:
la casa. Il 70% degli italiani ne ha
una, spesso presa a debito. E per
ridurre i costi (le tasse immobilia-ri sono salite del 136% in un anno)
in molti hanno preso il toro per le
corna smettendo di pagare le rate.
I proprietari “morosi” con gli isti-tuti di credito sono cresciuti del
36% in meno di due anni. E l’As-sociazione bancaria italiana —
per evitare una Caporetto crediti-zia e sociale — è stata costretta a
varare una sorta di “moratoria”
consentendo a chi era in difficoltà
di fermare temporaneamente il
pagamento degli interessi. Han-no aderito 91mila persone. E ora
che il programma è scaduto, di-verse migliaia di famiglie si sono
ritrovate all’improvviso sull’orlo
del baratro.
Qualcuno ha fatto scelte più ra-dicali. E per pagare la scuola dei fi-gli o i debiti, ha appeso sulla porta
di casa il cartello “Vendesi”. Risul-tato: sul mercato è arrivata all’im-provviso una valanga di apparta-menti (compresi un 18% in più di
aste su case pignorate dalle ban-che). I prezzi sono crollati e i com-pratori, malgrado tutto, sono spa-riti nel nulla. Nel 2012 i rogiti sono
stati il 25% in meno del 2011 e i vo-lumi del mercato del mattone so-no tornati indietro di 28 anni.
AUTO E BENZINA
L’età del parco-auto è uno de-gli indicatori sociologici più get-tonati per misurare lo stato di sa-lute di un paese. E nel caso dell’I-talia questo termometro parla
chiaro: stiamo sempre peggio. I
trasporti pesano per il 13,8% sui
bilanci familiari. E per ridurre le
uscite siamo andati giù con l’ac-cetta: non compriamo più auto
nuove e quelle vecchie le lascia-mo sempre più spesso ferme in
strada o in garage. Nel 2012 ab-biamo acquistato 80mila quat-troruote in meno, con un rispar-mio netto di sette miliardi. E an-che nel 2013 il mercato viaggia in
retro, con un — 11% a fine mag-gio. Tempi duri anche per il pieno:
chi può va a piedi, in bici o in tram
e nel 2012, zitti zitti, gli italiani
hanno acquistato 3,4 miliardi di
litri di benzina in meno (—9,9%
n teoria questa mossa avrebbe
dovuto regalare ai conti delle fa-miglie una boccata d’ossigeno da
6 miliardi di euro. Peccato che gli
aumenti delle accise (+22%) si sia-no mangiati tutto il risparmio. E
forse anche per questo ben 3,2 mi-lioni di auto, secondo l’Ania, han-no viaggiato nel 2012 senza paga-re l’assicurazione obbligatoria.
IL CARRELLO DELLA SPESA
Più pasta e meno carne. Più
hard discount e meno prodotti di
marca. La manovra finanziaria
della case tricolori non ha rispar-miato nemmeno, come ovvio, il
carrello della spesa. Pranzo e cena
dobbiamo per forza metterli as-sieme. Ma visto che pesano per il
19% sulle uscite domestiche, a ta-vola è scattata una spending re-view selettiva, fatta più di bisturi
che d’ascia. Obiettivo: ridurre le
spese (sono calate nel 2012
dell’1,2%) senza sacrificare calo-rie e quantità nel piatto. L’opera-zione “shopping intelligente” è
fatta di tante piccole malizie da
scaffale: scegliamo prodotti no-logo (costano il 18% in meno e le
vendite sono cresciute del 5,8%)
non snobbiamo gli hard discount
che a marzo scorso viaggiavano a
+4,8%. Compriamo più spaghetti
(+ 3,6%) e meno carne di vitello (-5%) mentre il povero pollo — reo
solo di essere più economico — va
a gonfie vele nelle padelle del Bel-paese. Resta al palo invece, succe-de da molti anni, il rinnovo del
guardaroba. Ad aprile 2013 l’ab-bigliamento e le scarpe sono in
calo per l’Istat del 9%.
BOLLETTE, LOTTO E FUNERALI
La spending review energetica
delle famiglie italiane è stata
stroncata dagli aumenti tariffari.
Nel 2012 abbiamo ridotto i consu-mi di luce (-0,3%) e gas (-7,4%) ma
il rialzo dei prezzi si è mangiato
con gli interessi i sacrifici. Le per-sone più in difficoltà — per la cen-trale d’allarme interbancaria
quelle in ritardo con pagamenti e
assegni sono cresciute del 35% al
sud e del 38% al nord-ovest — non
hanno avuto altra scelta che sca-glionare la spesa: gli italiani che
pagano la luce all’Enel a rate sono
il 30% in più, all’Eni siamo a +48%.
Per rimediare al “buco” delle
bollette, siamo andati a lavorare
di cesello sulle spese superflue:
tra Gratta & Vinci, Superenalotto
e Win for Life nei primi sei mesi del
2013 abbiamo risparmiato 500
milioni (-5,8% di spesa) alla voce
dea bendata. Non andiamo più al
cinema (-7,3% nel 2012) e nei mu-sei (-5,7%). Fumiamo meno — le
tasse sulle sigarette hanno reso lo
scorso anno il 7,6% in meno — e
visto che la salute non ha prezzo
ma le medicine costano, nel 2013
per la prima volta abbiamo inizia-to a sforbiciare del 6,4% pure le
spese sanitarie. Si rischia di mori-re? No problem. Basta digitare
www. funeralionline. it e sfogliare
alla voce offerte. L’Italia è più po-vera. E anche per il caro estinto,
business is business, è già boom
delle esequie low-cost
De Rita: “Ma non è solo rinuncia
c’è un consumo più consapevole”
opo trent’anni di crescita peren-ne non poteva che andare così. E
non è solo una questione di crisi
economica: al terzo telefonino
cambiato subentra la noia, al settimo vesti-to acquistato arriva l’indifferenza. Per Giu-seppe De Rita, presidente del Censis, il crol-lo dei consumi non è legato solo alla caduta
del reddito, c’è un «riposizionamento» del
modo di vivere e di spendere. Stiamo attra-versando il passaggio fi-losofico «dalla dismisura
alla misura».
Presidente, letta così
la crisi dei consumi ha un
che di positivo.
«Di naturale direi: la
curva, dopo decenni di
crescita, non poteva che
scendere. La frenata c’è
stata e ha creato timori e
frustrazioni. Ora però
stiamo arrivando alla se-conda fase: in un primo
tempo pensavano che il
cambiamento ci avrebbe
portato alla miseria e alla
distruzione, adesso stia-mo raggiungendo la con-sapevolezza».
Quale consapevolezza?
«Quella che dietro l’acquisto ci può esse-re un scelta motivata: compero questo e
non quello, e non è detto che acquistare di
meno voglia dire penalizzare la qualità.
Non c’è declino, le famiglie — semmai — si
sono rimpossessate della capacità di deci-dere. E va chiarita una cosa: non comperia-mo più anche perché non c’è nulla di nuo-vo da acquistare».
E la marea di nuovi prodotti tecnologici?
«Sono tutti figli dell’ultima vera novità ar-rivata sul mercato negli ultimi venti anni: il
telefonino. Dopo il cellulare non c’è stato
niente di davvero innovativo. Tablet,
smart-phone sono solo multipli, prodotti di
evoluzione, ma la spinta è la stessa. Per vin-cere la stanchezza e ritornare al consumo di
massa servirebbe qualcosa di rivoluziona-rio».
Quindi la vera liberazione oggi è non
comperare?
«Marcuse diceva che la strategia del tar-do capitalismo sarà la moltiplicazione del-l’offerta. Il rischio di tale prospettiva era il
declino della società per mancanza di desi-derio: direi che abbiamo resistito. Siamo
più marcusiani oggi che nel ‘68».
Torneranno mai gli anni d’oro del con-sumismo rampante?
«Non così, per lo meno non sulle stesse
cose. Siamo saturi di auto, case, telefonini.
Ci sarà una lenta ricostru-zione e varrà la legge del
sottoinsieme: il modo di
consumare cambierà a
macchia di leopardo,
non tutti ne usciremo al-lo stesso modo. Ma va
detto che il Italia esiste
anche un buon capitali-smo, legato alla manifat-tura, al turismo, ai bor-ghi. Abbiano strutture
solide dalle quali riparti-re».
La caduta dei consumi
lascerà un vuoto?
«C’è una vecchia idea
della società moderna
che considera il singolo
alla mercé del mercato e
della finanza. In parte è così, i consumi so-no stati presentati anche come un possibi-le riempitivo della vita. Vista la situazione
attuale si ripresenterà il problema di dare
un senso a quella vita».
Siamo pronti a farlo?
« Non tutti, e non c’è da meravigliarsi. In
fondo veniamo da trent’anni di perenne
crescita. La ricostruzione arriverà per sot-toinsiemi, non sarà uguale per tutti».
Tornando al pratico lei oggi cosa consi-glierebbe ai commercianti?
« Di utilizzare come sempre fanno il loro
«radar», captare le nuove tendenze e co-struire i sottoinsiemi per chi resiste. Lo
stanno già facendo, basta vedere — per
esempio — la velocità con la quale è stato
organizzata l’offerta di mercati nuovi co-me quello della sigaretta elettronica»
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