uesta è un’intervista a un rivoluzionario in abito grigio. Un uomo
che fuori dalla Spagna conoscono in pochi e c’è una ragione, la
spiega lui stesso: «Se fossi stato
un calciatore avrei giocato da mediano. Era
questo il mio ruolo, da ragazzo: centrocampista. Correre, correre. La politica non mi
piace. È un male necessario. La faccio perché non c’è altro modo per realizzare quel
che è possibile fare». Si chiama Artur Mas, è
il presidente della regione autonoma di Catalogna e sta per scatenare un terremoto.
Per la Spagna e per l’Europa, per noi. Ha avviato un processo senza ritorno, vuole la Catalogna indipendente dalla Spagna, ha fissato per il 9 novembre 2014 la data del referendum fra i sette milioni e mezzo di cittadini che governa e pazienza se Madrid dice
che non si può fare, pazienza se Mariano
Rajoy batte il bastone del comando e dice
che assolutamente no, è incostituzionale.
«Andremo comunque a votare», dice tranquillo. Se non sarà il referendum — «ma
sarà, sarà… » — lui è pronto a far cadere la
sua giunta prima della scadenza, 2016, e indire subito elezioni anticipate trasformandole in un voto pro o contro l’indipendenza.
E se l’Europa dirà di no si farà lo stesso. Si
chiama Artur Mas, e conviene imparare a
conoscerlo per tempo, starlo a sentire. È
la vigilia di Natale.
Un momento prima
di entrare nel suo
studio esce da quella
porta Jordi Pujol, 83
anni, fondatore del partito di
Mas – Convergencia – e per 23
anni presidente di Catalogna.
Un gigante della politica spagnola del Novecento. Pujol, in
perfetto italiano, si ferma un
momento a parlare della mancata elezione di Prodi. Indica
con precisione il nome di chi a
suo parere ha orchestrato l’agguato. Sorride, narra aneddoti
a proposito del presunto mandante. Conosce la vicenda in
dettagli sottili. S’informa poi
su Renzi. Sorride ancora. «Bene, buona fortuna al suo Paese.
Si ricordi, parlando col presidente Mas, che noi catalani
non conosciamo la xenofobia.
In Italia sì, mi pare. Qui no. Il
tema dell’indipendenza, al
contrario di quel che avviene
altrove, anche da voi in passato con la Lega, non ha niente a
che vedere con il disprezzo dello straniero del più debole né è
una ragione solo economica.
Al contrario. Giustizia e Carità,
a questo si ispira la mia politica
fin dalle origini. Abbiamo una
lunga tradizione di accoglienza, di assistenza. Il catalanismo è una storia di generosità,
dunque del tutto estranea al leghismo. Ma non faccia attendere il presidente, per favore.
Mi trova qui oggi giusto per gli
auguri, ci parliamo di rado ma
sono certo che le sue parole saranno le mie». Ultimo sorriso.
Mas ha 57 anni, è un uomo
paziente e allenato all’attesa,
per due volte ha vinto le elezioni ma alleanze politiche lo hanno lasciato all’opposizione, alla terza vittoria ha governato.
Governa ora. Un ‘regista’, dice
quasi con pudore, “alla catalana però”, di quelli che ogni tanto segnano anche. Tipo Xavi,
intende, o Iniesta. Pep Guardiola ha speso per lui recenti
parole di entusiasmo. Più che
per Renzi, per capirsi. D’altra
parte Mas guarda a Renzi con
attento interesse: «Credo che ci
capiremmo bene, mi auguro di
conoscerlo presto».
Presidente, perché vuole la
Catalogna indipendente?
«Non la voglio io, la vogliono
i cittadini. Guardi i balconi alle finestre, guardi le bandiere
esposte. In città e in campagna, in centro e in periferia,
nelle case di chi vota a destra e
di chi vota a sinistra. È un movimento trasversale e collettivo. Due milioni di persone sono scese in piazza l’11 settembre, hanno fatto una catena
umana. Non c’era rabbia, nelle strade, c’era speranza. È stata una festa. I catalani vogliono
andare a votare, nessuno può
impedirci di farlo. Andare a votare è un tratto fondante della
democrazia».
Perché adesso? Le ragioni
non sono le stesse di dieci o
venti anni fa?
«Per stanchezza, per fatica.
Perché ora basta. Abbiamo dato alla Spagna moltissimo di
più di quel che ci ha restituito,
sempre. Per troppo tempo,
troppo. Troppo a lungo. Il matrimonio è finito. Ci si può separare con civiltà, restando
buoni vicini».
È dunque un tema economico, è il dare e l’avere? È come volersi liberare da un padre che quando sei già adulto
ti paga il mensile e ti dice anche cosa devi farne?
«È un padre che non ama
suo figlio, quello che lo costringe a un rapporto di subordinazione oltre il tempo lecito.
Noi viviamo in una condizione
di inquilini di un proprietario
ostile. Semplicemente: non
accettiamo più quelle condizioni, sono ingiuste. La nostra
autonomia è in condizioni di
grande debolezza, tutto dipende dal governo centrale al
quale storicamente paghiamo
imposte in una misura enormemente superiore a quanto
ci viene poi redistribuito per i
bisogni della nostra gente. È
questa l’origine del grave deficit fiscale che l’anno scorso ci
ha messi in condizione di chiedere un prestito che stiamo restituendo, che restituiremo
tutto. Ma ora basta».
Sempre di gettito fiscale, di
autonomia nella gestione
delle imposte, sempre di soldi
stiamo parlando.
«No, stiamo parlando della
nostra storia. Io ho 57 anni,
non ho potuto studiare il catalano, la mia lingua, a scuola.
Nel franchismo era proibito.
Oggi tutta la popolazione è bilingue. Le nostre tradizioni, la
nostra identità non hanno mai
preteso di sopraffare alcuno.
La nostra politica è quella dell’inclusione, dell’accoglienza,
da sempre, e del rispetto. Però
vogliamo essere rispettati, e
questo governo non lo fa. I
rapporti con il Partito Popolare si sono fatti molto difficili,
davvero molto».
Il leader storico del suo partito, Jordi Pujol, è stato in carcere sotto il franchismo. Manuel Fraga, uno dei capi storici del Pp, era ministro di Franco. Forse la storia ha fatto che
il Pp si trovi oggi su posizioni
assai conservatrici e Convergencia, il suo partito, più vicino alla sinistra, alleato di
Esquerra republicana?
«Non è questione di destra o
sinistra. È vero che il partito popolare spagnolo ha oggi posizioni, anche sui diritti, molto
conservatrici. Ed è vero che
Convergencia tiene in sé componenti liberali, socialdemocratiche, democristiane e persino comuniste. Zapatero ha perso, in Spagna, di conseguenza il
Pp ha vinto a larga maggioranza
le elezioni. Ma in Catalogna è
tutto molto diverso. Qui le istanze indipendentiste sono davvero trasversali, e credo che arrivare alla rottura col governo
centrale metterebbe in difficoltà popolari e socialisti catalani con esiti, anche a livello nazionale, imprevedibili».
Lei non nasce indipendentista, lo è diventato in tempi
recenti. Qualcuno potrebbe
diffidare, pensare ad una convenienza elettorale. Che lei
vada dove tira il vento.
«Personalmente ho solo
svantaggi. Solo grandi problemi. Non penso a me, credo anzi che lascerò presto la politica. Farò al massimo un altro
mandato, se le condizioni ci
saranno, per portare avanti il
progetto. Voglio tornare alla
mia vita. Quel che faccio lo faccio per un progetto collettivo
di futuro nel quale mi sono impegnato. La politica, come le
ho detto, non mi entusiasma.
Mi affatica ma è necessaria».
È pronto a far cadere il suo
governo se Madrid dirà no al referendum?
«Si andrà a votare comunque, sì. Ma credo che il referendum si farà».E se vincessero i no all’indipendenza? I catalani vogliono andare a votare ma i sondaggi dicono che rispetto al quesito, si o no, si dividono a metà.
«Io credo che vinceranno i
sì. Comunque in questione in
primo luogo è il diritto ad andare a votare per esprimersi.
Gli Stati sono fatti di cittadini.
Devono poter decidere. Poi
naturalmente mi assumerò la
responsabilità politica del risultato, in ogni caso».
Se l’Europa dicesse no al referendum?
«Le pressioni sono forti. Gli
stati sovrani non vogliono problemi se li possono evitare. Ci
sarà il precedente della Scozia,
che voterà prima di noi. Poi
verrà la Catalogna. Ho anche
considerato che in un momento iniziale, fra il referendum e la
proclamazione dell’indipendenza, potremmo restare fuori
dall’Europa. Non dall’euro:
dall’Unione. Sarebbe un peccato, perché noi vogliamo restare. Bisognerebbe trovare un
regime transitorio per evitare
l’espulsione dall’Unione. Faremmo comunque richiesta di
rientrare. Noi vogliamo stare
nell’euro, nell’Unione, in
Schengen e nella Nato».
Crede che il sistema bancario vi sosterrebbe?
«Alle banche non interessa la
politica, quel che cercano è solvenza. I catalani hanno 28mila
euro di reddito pro capite, come i tedeschi. Le banche spagnole hanno il 20 per cento del
loro mercato qui. Nel mondo
degli affari gli ideali non esistono, esiste l’interesse».
La Catalogna è davvero
pronta a staccarsi dalla Spagna? Non è solo un modo, questo, per incassare il risultato
del voto e andare a Madrid a
trattare un diverso regime fiscale e maggiore autonomia?
«No. La stagione politica
degli intermediari, dei trucchi
sottobanco, di chi ha parole
diverse per interlocutori diversi è finita. Il Novecento è finito. Certo, dopo un referendum si deve trattare, è ovvio.
Si discute. Ma si discute come
separarsi restando in rapporti di buon vicinato. Solo questo. Non cerchiamo la rottura,
cerchiamo l’emancipazione.
Su questo non ci saranno
marce indietro».
Sembra molto ottimista,
più dei giornali del mattino.
«Sono un ottimista coi piedi
per terra. Sono realista».
Dicono di lei che non ha abbastanza carisma per guidare
una rivoluzione.
«Carisma? A scuola andavo
bene in tutte le materie ma non
eccellevo in nessuna. Ho sempre fatto il mio dovere. A un
certo punto ho scelto la politica, dopo aver fatto l’imprenditore. E’ stata una scelta e la
onoro. Non so se mi amano,
penso che mi rispettino. In
fondo lo preferisco».
Guardiola la stima e la sostiene. Lei, in cambio, pensa
che potrebbe tifare Bayern
Monaco?
«Non scherziamo. La mia
squadra è il Barca. Il Bayern è il
mio rivale. Pep Guardiola è
mio amico».
Se la Catalogna non potrà
andare al voto cosa si aspetta
che succeda?
«Il referendum si farà, e i catalani vinceranno. Vedrete. in
alternativa andremo ad elezioni anticipate. Credo che per
un poco, dopo, dovrò ancora
restare. Non sarà facile, ma per
noi niente è stato facile. Mai».
© RIPRODUZIONE RISERVAT
martedì 14 gennaio 2014
lunedì 13 gennaio 2014
I padroni dell’universo riconquistano Wall Street
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
C’
è un fondo d’investimento che si compra un’intera
città della California in bancarotta. C’è quello che
controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale,
15.000 miliardi di dollari. C’è il finanziere d’assalto
che sfida Apple e si presenta, nientemeno, come il difensore dei piccoli azionisti. The “Masters of the Universe sono tornati”. I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il
crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano. Se ne accorge anche Hollywood, con il duo Martin
Scorsese-Leonardo Di Caprio dedica a “The Wolf”, il Lupo di Wall
Street, il film più atteso di questo fine 2013. Degna chiusura di un anno che ha visto Wall Street polverizzare ogni record, con l’indice Standard & Poor’s 500 in rialzo del 30% rispetto al primo gennaio. The Economistdedica una copertina a Blackrock, il fondo d’investimento più
grande del mondo, il primo azionista in metà delle 30 maggiori multinazionali del pianeta. E lo raffigura come una roccia nera che incombe su sfondo di cielo azzurro, un’immagine che evoca Magritte
oppure il monolito premonitore di Stanley Kubrick in “2001 Odissea
nello Spazio ime magazine”
invece sulla copertina di dicembre mette
Carl Icahn, un
nome che rievoca le prime grandi
scalate degli anni Ottanta. L’epoca
in cui il romanziere Tom Wolfe coniò, nel “Falò delle vanità”, quel
termine arrogante e superbo, inquietante e gonfio di hubris: i Padroni dell’Universo, appunto.
Il fondo che possiede una città si
chiama Marathon Asset Management, non è neppure uno dei maggiori colossi, amministra “solo” 11
miliardi di dollari. Ha rilevato l’intera Scotia, città californiana a 250
km a nord di San Francisco, dopo la
bancarotta municipale. È un precedente che potrebbe far scuola
per metropoli ben più grandi come
Detroit, dove il liquidatore dei beni
comunali sta mettendo all’asta fallimentare anche i musei cittadini.
Timesaluta il ritorno di Icahn, 77
anni e un patrimonio di 20 miliardi
che lo colloca al 18esimo posto della classifica Forbesdei Paperoni
d’America, con questa presentazione: «È il singolo investitore più ricco di Wall Street, e il più temuto
raider di grandi imperi industriali».
La sua carriera cominciò con la scalata alla compagnia aerea Twa nel
1985, un anno prima che i rivali di
Kkr lo battessero nella conquista
alla Nabisco (raccontata in un altro
celebre romanzo-realtà sulla finanza Usa, “Barbari alle porte”).
Oggi Icahn fa notizia soprattutto
per il braccio di ferro che lo oppone
a Tim Cook, il chief executive di Apple nel dopo-Steve Jobs. E qui viene la sorpresa. Invece di assalire
Apple con una delle solite scorribande finanziarie mordi-e-fuggi,
Icahn si fa il paladino di interessi
generali. «Apple non è una banca»,
lancia l’anziano investitore a Cook.
Icahn vuole che la regina degli
iPhone e iPad la smetta di accumulare cash inutilizzato (ben 150 miliardi di dollari, una montagna di liquidità tanto impressionante
quanto assurda) e lo distribuisca a
tutti gli azionisti. Lui incluso, ovviamente, che nel capitale di Apple
ha investito due miliardi. Ma l’operazione che Icahn pretende da Apple distribuirebbe benefici anche
ai piccoli risparmiatori. I Padroni
dell’Universo si sono convertiti come dei Robin Hood? Tutt’altro. Ma
almeno il loro è un capitalismo vero, un’economia di mercato non
ingessata.
Blackrock è un campione che
gioca in una categoria a parte: la
sua. È il King Kong dell’investimento moderno, nessun altro può
competere per dimensioni. Fondato nel 1988, oggi Blackrock am ministra direttamente 4.100 miliardi di dollari dei suoi clienti. Inoltre fornisce piattaforme tecnologiche e software per la gestione di altri 11.000 miliardi. E quei fondi sotto la sua influenza crescono al ritmo frenetico di 1.000 miliardi all’anno. Naturalmente compra
anche bond, materie prime, immobili. La sua vera specialità però
resta l’investimento azionario. Ritrovi Blackrock come primo azionista delle tre regine hi-tech americane: Apple, Google, Microsoft. È il
primo azionista anche di due colossi petroliferi (Exxon, Chevron),
di due tra le maggiori banche Usa
(JP Morgan Chase, Wells Fargo),
sempre primo azionista anche in
conglomerati industriali come General Electric, Procter & Gamble.
Una peculiarità di Blackrock lo distingue da altri protagonisti di epoche precedenti nella storia di Wall
Street. Questo maxi-fondo investe
soprattutto attraverso strumenti
detti “passivi” come gli exchangetraded funds (Etf) che riproducono
esattamente l’andamento di indici
di Borsa (come i vari Dow Jones,
S&P500, Ftse). La loro performance quindi è una fotocopia fedele
dell’andamento dei mercati. I costi
di gestione sono minimi. Soprattutto, Blackrock investe i capitali
che gli vengono affidati, anche dai
piccoli risparmiatori, attraverso fondi pensione e altri fondi comuni. Non ci mette capitali propri.
Dunque, a differenza della famigerata e defunta Lehman Brothers, o
di altre banche d’affari che si rivelarono fragilissime, un investitore
istituzionale come Blackrock ha
poco “rischio sistemico”. In un certo senso Blackrock ha obbedito anticipatamente alla nuova regola
varata solo da poche settimane
dall’Amministrazione Obama,
quella Volcker Rule che vieta ai
banchieri di fare speculazioni rischiose coi propri capitali. È un altro caso di Padrone dell’Universo
che può aiutare l’economia di mercato a evitare catastrofi come quella del 2008? Di certo l’universo capitalistico in cui si muove Blackrock dista anni-luce dalla realtà italiana. Per quanto sia un colosso, e
grosso azionista di gruppi come
Apple, Google, Shell e Nestlè,
Toyota e Novartis, in nessuna di
queste aziende la sua quota configura una “minoranza di blocco”.
Né fa parte di patti di sindacato, che
generalmente non esistono a Wall
Street e nei mercati più evoluti.
Blackrock può usare la frusta verso
un management che giudica inefficiente, ma non ha poteri di veto né
si può permettere di paralizzare
una grande azienda.
Il ritorno dei Padroni dell’Universo è un fenomeno dalle molte
facce. L’aspetto negativo lo sottolinea chi teme che la crescita americana sia ripartita su basi vecchie,
cioé con gli stessi squilibri che generarono la grande crisi del 2008. In
particolare fra questi squilibri c’è la
finanziarizzazione dell’economia,
e la dilatazione delle diseguaglianze sociali che le è strettamente legata. Larry Summers, ex consigliere economico di Barack Obama, in
un importante discorso al Fondo
monetario internazionale ha evocato il rischio di una «stagnazione
secolare», tra i cui sintomi vi sarebbe la deflazione. Uno studio della
Washington University lancia l’allarme sulle disparità nel risparmio:
il 5% delle famiglie più ricche st accumulando troppi risparmi e in
questo modo deprime i consumi;
mentre il 95% rimanente è costretto a dilapidare lentamente i propri
patrimoni per contrastare il peggioramento del tenore di vita.
Il lato positivo di Wall Street forse lo vedono meglio di tutti gli italiani: per contrasto con la loro
realtà nazionale. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, in
una recente visita a New York in cui
ha incontrato proprio i dirigenti di
Blackrock, oltre agli uomini di Citigroup e George Soros, ha potuto misurare i benefici della loro intraprendenza. Diversi attori della finanza Usa si sono offerti di liquidare in fretta le sofferenze e i crediti
incagliati delle banche italiane,
un’operazione che consentirebbe
alle aziende di credito di tornare a
prestare fondi all’economia reale.
Dietro un’economia americana
che cresce del 3% e genera duecentomila nuovi posti di lavoro al mese, c’è anche questa finanza “flessibile”, che ha liquidato in tempi record le scorie tossiche della crisi del
2008, ed è tornata a fare il suo mestiere. La storia di come le banche
americane si sono rimesse in piedi,
nel corso degli ultimi quattro anni,
è lo specchio riflesso — all’incontrario — di tutto quel che non accade nel sistema bancario italiano.
Quando le banche Usa sembravano stremate, al tracollo, sul punto
di affondare sotto il peso di investimenti sbagliati e crediti inesigibili,
la prima mossa è stata la svendita a
prezzi di liquidazione di tutta la
“monnezza” che poteva impedire
la riemersione. In seguito o in parallelo, ci sono state le grandi ricapitalizzazioni. Le banche hanno
cercato capitali freschi sul mercato
aperto. Una delle prime operazioni la fece un personaggio emblematico del capitalismo Usa, Warren Buffett, con il suo investimento
“salvifico” in Goldman Sachs, fatto
in un’epoca in cui sui mercati ancora regnava una sfiducia quasi disperata. Una volta ricapitalizzate,
anche con l’intervento dei Padroni
dell’Universo, le banche hanno riguadagnato la fiducia dei mercati,
sono apparse sufficientemente solide da superare gli “stress test” degli organi di vigilanza. E hanno ripreso a fare credito all’economia
reale, famiglie e imprese, alimentando la ripresa attuale. Niente
blindature degli assetti azionari,
niente “foreste pietrificate” dei soliti noti. Questo è il capitalismo
americano, la “macchina del mercato” che qui ha ripreso a girare a
pieno ritm
NEW YORK
C’
è un fondo d’investimento che si compra un’intera
città della California in bancarotta. C’è quello che
controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale,
15.000 miliardi di dollari. C’è il finanziere d’assalto
che sfida Apple e si presenta, nientemeno, come il difensore dei piccoli azionisti. The “Masters of the Universe sono tornati”. I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il
crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano. Se ne accorge anche Hollywood, con il duo Martin
Scorsese-Leonardo Di Caprio dedica a “The Wolf”, il Lupo di Wall
Street, il film più atteso di questo fine 2013. Degna chiusura di un anno che ha visto Wall Street polverizzare ogni record, con l’indice Standard & Poor’s 500 in rialzo del 30% rispetto al primo gennaio. The Economistdedica una copertina a Blackrock, il fondo d’investimento più
grande del mondo, il primo azionista in metà delle 30 maggiori multinazionali del pianeta. E lo raffigura come una roccia nera che incombe su sfondo di cielo azzurro, un’immagine che evoca Magritte
oppure il monolito premonitore di Stanley Kubrick in “2001 Odissea
nello Spazio ime magazine”
invece sulla copertina di dicembre mette
Carl Icahn, un
nome che rievoca le prime grandi
scalate degli anni Ottanta. L’epoca
in cui il romanziere Tom Wolfe coniò, nel “Falò delle vanità”, quel
termine arrogante e superbo, inquietante e gonfio di hubris: i Padroni dell’Universo, appunto.
Il fondo che possiede una città si
chiama Marathon Asset Management, non è neppure uno dei maggiori colossi, amministra “solo” 11
miliardi di dollari. Ha rilevato l’intera Scotia, città californiana a 250
km a nord di San Francisco, dopo la
bancarotta municipale. È un precedente che potrebbe far scuola
per metropoli ben più grandi come
Detroit, dove il liquidatore dei beni
comunali sta mettendo all’asta fallimentare anche i musei cittadini.
Timesaluta il ritorno di Icahn, 77
anni e un patrimonio di 20 miliardi
che lo colloca al 18esimo posto della classifica Forbesdei Paperoni
d’America, con questa presentazione: «È il singolo investitore più ricco di Wall Street, e il più temuto
raider di grandi imperi industriali».
La sua carriera cominciò con la scalata alla compagnia aerea Twa nel
1985, un anno prima che i rivali di
Kkr lo battessero nella conquista
alla Nabisco (raccontata in un altro
celebre romanzo-realtà sulla finanza Usa, “Barbari alle porte”).
Oggi Icahn fa notizia soprattutto
per il braccio di ferro che lo oppone
a Tim Cook, il chief executive di Apple nel dopo-Steve Jobs. E qui viene la sorpresa. Invece di assalire
Apple con una delle solite scorribande finanziarie mordi-e-fuggi,
Icahn si fa il paladino di interessi
generali. «Apple non è una banca»,
lancia l’anziano investitore a Cook.
Icahn vuole che la regina degli
iPhone e iPad la smetta di accumulare cash inutilizzato (ben 150 miliardi di dollari, una montagna di liquidità tanto impressionante
quanto assurda) e lo distribuisca a
tutti gli azionisti. Lui incluso, ovviamente, che nel capitale di Apple
ha investito due miliardi. Ma l’operazione che Icahn pretende da Apple distribuirebbe benefici anche
ai piccoli risparmiatori. I Padroni
dell’Universo si sono convertiti come dei Robin Hood? Tutt’altro. Ma
almeno il loro è un capitalismo vero, un’economia di mercato non
ingessata.
Blackrock è un campione che
gioca in una categoria a parte: la
sua. È il King Kong dell’investimento moderno, nessun altro può
competere per dimensioni. Fondato nel 1988, oggi Blackrock am ministra direttamente 4.100 miliardi di dollari dei suoi clienti. Inoltre fornisce piattaforme tecnologiche e software per la gestione di altri 11.000 miliardi. E quei fondi sotto la sua influenza crescono al ritmo frenetico di 1.000 miliardi all’anno. Naturalmente compra
anche bond, materie prime, immobili. La sua vera specialità però
resta l’investimento azionario. Ritrovi Blackrock come primo azionista delle tre regine hi-tech americane: Apple, Google, Microsoft. È il
primo azionista anche di due colossi petroliferi (Exxon, Chevron),
di due tra le maggiori banche Usa
(JP Morgan Chase, Wells Fargo),
sempre primo azionista anche in
conglomerati industriali come General Electric, Procter & Gamble.
Una peculiarità di Blackrock lo distingue da altri protagonisti di epoche precedenti nella storia di Wall
Street. Questo maxi-fondo investe
soprattutto attraverso strumenti
detti “passivi” come gli exchangetraded funds (Etf) che riproducono
esattamente l’andamento di indici
di Borsa (come i vari Dow Jones,
S&P500, Ftse). La loro performance quindi è una fotocopia fedele
dell’andamento dei mercati. I costi
di gestione sono minimi. Soprattutto, Blackrock investe i capitali
che gli vengono affidati, anche dai
piccoli risparmiatori, attraverso fondi pensione e altri fondi comuni. Non ci mette capitali propri.
Dunque, a differenza della famigerata e defunta Lehman Brothers, o
di altre banche d’affari che si rivelarono fragilissime, un investitore
istituzionale come Blackrock ha
poco “rischio sistemico”. In un certo senso Blackrock ha obbedito anticipatamente alla nuova regola
varata solo da poche settimane
dall’Amministrazione Obama,
quella Volcker Rule che vieta ai
banchieri di fare speculazioni rischiose coi propri capitali. È un altro caso di Padrone dell’Universo
che può aiutare l’economia di mercato a evitare catastrofi come quella del 2008? Di certo l’universo capitalistico in cui si muove Blackrock dista anni-luce dalla realtà italiana. Per quanto sia un colosso, e
grosso azionista di gruppi come
Apple, Google, Shell e Nestlè,
Toyota e Novartis, in nessuna di
queste aziende la sua quota configura una “minoranza di blocco”.
Né fa parte di patti di sindacato, che
generalmente non esistono a Wall
Street e nei mercati più evoluti.
Blackrock può usare la frusta verso
un management che giudica inefficiente, ma non ha poteri di veto né
si può permettere di paralizzare
una grande azienda.
Il ritorno dei Padroni dell’Universo è un fenomeno dalle molte
facce. L’aspetto negativo lo sottolinea chi teme che la crescita americana sia ripartita su basi vecchie,
cioé con gli stessi squilibri che generarono la grande crisi del 2008. In
particolare fra questi squilibri c’è la
finanziarizzazione dell’economia,
e la dilatazione delle diseguaglianze sociali che le è strettamente legata. Larry Summers, ex consigliere economico di Barack Obama, in
un importante discorso al Fondo
monetario internazionale ha evocato il rischio di una «stagnazione
secolare», tra i cui sintomi vi sarebbe la deflazione. Uno studio della
Washington University lancia l’allarme sulle disparità nel risparmio:
il 5% delle famiglie più ricche st accumulando troppi risparmi e in
questo modo deprime i consumi;
mentre il 95% rimanente è costretto a dilapidare lentamente i propri
patrimoni per contrastare il peggioramento del tenore di vita.
Il lato positivo di Wall Street forse lo vedono meglio di tutti gli italiani: per contrasto con la loro
realtà nazionale. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, in
una recente visita a New York in cui
ha incontrato proprio i dirigenti di
Blackrock, oltre agli uomini di Citigroup e George Soros, ha potuto misurare i benefici della loro intraprendenza. Diversi attori della finanza Usa si sono offerti di liquidare in fretta le sofferenze e i crediti
incagliati delle banche italiane,
un’operazione che consentirebbe
alle aziende di credito di tornare a
prestare fondi all’economia reale.
Dietro un’economia americana
che cresce del 3% e genera duecentomila nuovi posti di lavoro al mese, c’è anche questa finanza “flessibile”, che ha liquidato in tempi record le scorie tossiche della crisi del
2008, ed è tornata a fare il suo mestiere. La storia di come le banche
americane si sono rimesse in piedi,
nel corso degli ultimi quattro anni,
è lo specchio riflesso — all’incontrario — di tutto quel che non accade nel sistema bancario italiano.
Quando le banche Usa sembravano stremate, al tracollo, sul punto
di affondare sotto il peso di investimenti sbagliati e crediti inesigibili,
la prima mossa è stata la svendita a
prezzi di liquidazione di tutta la
“monnezza” che poteva impedire
la riemersione. In seguito o in parallelo, ci sono state le grandi ricapitalizzazioni. Le banche hanno
cercato capitali freschi sul mercato
aperto. Una delle prime operazioni la fece un personaggio emblematico del capitalismo Usa, Warren Buffett, con il suo investimento
“salvifico” in Goldman Sachs, fatto
in un’epoca in cui sui mercati ancora regnava una sfiducia quasi disperata. Una volta ricapitalizzate,
anche con l’intervento dei Padroni
dell’Universo, le banche hanno riguadagnato la fiducia dei mercati,
sono apparse sufficientemente solide da superare gli “stress test” degli organi di vigilanza. E hanno ripreso a fare credito all’economia
reale, famiglie e imprese, alimentando la ripresa attuale. Niente
blindature degli assetti azionari,
niente “foreste pietrificate” dei soliti noti. Questo è il capitalismo
americano, la “macchina del mercato” che qui ha ripreso a girare a
pieno ritm
domenica 12 gennaio 2014
R2 - Il pomo della discordia la mela che non annerisce
L
A NUOVA mela che
non diventa mai nera
ha un nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche sui cibi ogm. E questa
volta, a schierarsi contro sono persino gli agricoltori L
a nuova mela che non
diventa mai nera ha un
nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche
sui cibi ogm. E questa volta, a
schierarsi contro le manipolazioni delle biotecnologie, sono persino gli agricoltori: temendo un aumento dei costi e una reazione indispettita dei consumatori, chiedono al governo americano di
mettere al bando il frutto hi-tech.
Il pomo della discordia è stato
messo a punto dai ricercatori di
una piccola società canadese, la
Okanagan Speciality Fruits. Senza introdurre geni di specie diverse, come accade invece in altri
ogm, hanno semplicemente manipolato una sequenza genetica
della mela riducendone gli enzimi responsabili dell’annerimento. Risultato: se le mele artiche
vengono sbucciate o tagliate a
spicchi, restano dello stesso colore, senza ossidarsi. I vantaggi
sembrano ovvi: le mele conservano sempre un aspetto di freschezza e si prestano a essere preparate in anticipo e consumate
con più flessibilità, ad esempio
per uno snack dietetico o per la
merenda dei bambini. «A molta
gente mangiare una mela intera
sembra troppo impegnativo e
spesso ne fanno a meno», ricorda
Neal Carter, fondatore e presidente della Okanagan. «La nostra
speranza è di far aumentare le
vendite di mele come è successo
con le baby-carote». Per il momento l’azienda canadese ha
chiesto l’approvazione ufficiale
per due varietà, la Arctic Golden e
la Arctic Granny, derivate dalle
due celebri cultivar.
Non c’è dubbio che il consumo
di mele sia in flessione, almeno
negli Stati Uniti, dove si è passati
da una media di 10 chili annui a
testa negli anni Ottanta agli otto
chili attuali. E forse la nuova “mela perfetta” potrebbe risollevare il
mercato. Ma perché allora i frutticoltori dello stato di Washington, dove si concentra il 44 per
cento della produzione americana di mele e 75mila ettari di alberi da frutto, sono contrari? E perché Christian Schlect, presidente
del Northwest Horticultural
Council, l’associazione di categoria, avverte che i suoi soci non
hanno alcun interesse nella mela
artica? L’opposizione non è legata a ragioni di salute: come quasi
tutti gli agricoltori americani, infatti, e come lo stesso dipartimento all’agricoltura di Washington, i
produttori di mele non ritengono
che i cibi geneticamente modificati siano pericolosi. Del resto, a
differenza dell’Europa, gli Stati
Uniti sono molto più permissivi
in materia. In realtà i frutticoltori
temono da un lato che l’eventuale successo della mela artica li costringa a investimenti massicci
per riconvertire le colture, dall’altro che possa deteriorarsi l’immagine della mela come prodotto sano e naturale. Fanno notare,
in particolare, che a differenza di
altri ogm che arrivano sulle men se sotto forma di alimenti trasformati, la mela artica sarebbe il primo prodotto geneticamente modificato a essere mangiato così
com’è. Decine di migliaia di coltivatori hanno già scritto al ministero dell’agricoltura, che sembra propenso ad approvare le
Arctic Golden e le Arctic Granny,
ma ha anche annunciato che fino
alla fine di gennaio raccoglierà le
opinioni del pubblico e degli
esperti, prima di prendere una
decisione definitiva.
A battersi contro il via libera sono ovviamente anche i gruppi noogm. «Che cos’è la mela artica?»,
si chiede ironicamente Lucy
Sharratt, del network canadese
anti-biotecnologie: «È forse una
mela marcia che sembra invece
fresca? E non basterebbe, per ritardare l’annerimento, mettere
un po’ di limone? E chi non sa
che il cambiamento di colore
delle mele tradizionali non incide per nulla sulle caratteristiche organolettiche?». D’altra parte,
secondo un sondaggio commissionato dalla Okanagan, il
pubblico americano sembra favorevole all’arrivo del nuovo
frutto: sei consumatori di mele
su dieci si dicono pronti ad acquistare la mela artica
A NUOVA mela che
non diventa mai nera
ha un nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche sui cibi ogm. E questa
volta, a schierarsi contro sono persino gli agricoltori L
a nuova mela che non
diventa mai nera ha un
nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche
sui cibi ogm. E questa volta, a
schierarsi contro le manipolazioni delle biotecnologie, sono persino gli agricoltori: temendo un aumento dei costi e una reazione indispettita dei consumatori, chiedono al governo americano di
mettere al bando il frutto hi-tech.
Il pomo della discordia è stato
messo a punto dai ricercatori di
una piccola società canadese, la
Okanagan Speciality Fruits. Senza introdurre geni di specie diverse, come accade invece in altri
ogm, hanno semplicemente manipolato una sequenza genetica
della mela riducendone gli enzimi responsabili dell’annerimento. Risultato: se le mele artiche
vengono sbucciate o tagliate a
spicchi, restano dello stesso colore, senza ossidarsi. I vantaggi
sembrano ovvi: le mele conservano sempre un aspetto di freschezza e si prestano a essere preparate in anticipo e consumate
con più flessibilità, ad esempio
per uno snack dietetico o per la
merenda dei bambini. «A molta
gente mangiare una mela intera
sembra troppo impegnativo e
spesso ne fanno a meno», ricorda
Neal Carter, fondatore e presidente della Okanagan. «La nostra
speranza è di far aumentare le
vendite di mele come è successo
con le baby-carote». Per il momento l’azienda canadese ha
chiesto l’approvazione ufficiale
per due varietà, la Arctic Golden e
la Arctic Granny, derivate dalle
due celebri cultivar.
Non c’è dubbio che il consumo
di mele sia in flessione, almeno
negli Stati Uniti, dove si è passati
da una media di 10 chili annui a
testa negli anni Ottanta agli otto
chili attuali. E forse la nuova “mela perfetta” potrebbe risollevare il
mercato. Ma perché allora i frutticoltori dello stato di Washington, dove si concentra il 44 per
cento della produzione americana di mele e 75mila ettari di alberi da frutto, sono contrari? E perché Christian Schlect, presidente
del Northwest Horticultural
Council, l’associazione di categoria, avverte che i suoi soci non
hanno alcun interesse nella mela
artica? L’opposizione non è legata a ragioni di salute: come quasi
tutti gli agricoltori americani, infatti, e come lo stesso dipartimento all’agricoltura di Washington, i
produttori di mele non ritengono
che i cibi geneticamente modificati siano pericolosi. Del resto, a
differenza dell’Europa, gli Stati
Uniti sono molto più permissivi
in materia. In realtà i frutticoltori
temono da un lato che l’eventuale successo della mela artica li costringa a investimenti massicci
per riconvertire le colture, dall’altro che possa deteriorarsi l’immagine della mela come prodotto sano e naturale. Fanno notare,
in particolare, che a differenza di
altri ogm che arrivano sulle men se sotto forma di alimenti trasformati, la mela artica sarebbe il primo prodotto geneticamente modificato a essere mangiato così
com’è. Decine di migliaia di coltivatori hanno già scritto al ministero dell’agricoltura, che sembra propenso ad approvare le
Arctic Golden e le Arctic Granny,
ma ha anche annunciato che fino
alla fine di gennaio raccoglierà le
opinioni del pubblico e degli
esperti, prima di prendere una
decisione definitiva.
A battersi contro il via libera sono ovviamente anche i gruppi noogm. «Che cos’è la mela artica?»,
si chiede ironicamente Lucy
Sharratt, del network canadese
anti-biotecnologie: «È forse una
mela marcia che sembra invece
fresca? E non basterebbe, per ritardare l’annerimento, mettere
un po’ di limone? E chi non sa
che il cambiamento di colore
delle mele tradizionali non incide per nulla sulle caratteristiche organolettiche?». D’altra parte,
secondo un sondaggio commissionato dalla Okanagan, il
pubblico americano sembra favorevole all’arrivo del nuovo
frutto: sei consumatori di mele
su dieci si dicono pronti ad acquistare la mela artica
mercoledì 8 gennaio 2014
Processo alla Corona
Spese senza controllo, il sospetto
di aver favorito le società del marito
e adesso il rinvio a giudizio per frode
e riciclaggio. Per la prima volta nella
storia, un membro della famiglia
reale sarà alla sbarra.Per ironia
della sorte, Cristina, la figlia del re,
deporrà nel giorno della festa delle
donne. Un processo che rischia
di far traballare la monarchia,
mai così in basso nei sondagg
I
vestiti dei bambini, le lezioni personali di autodifesa, i biglietti per andare a vedere il Re Leone a New York, il musical, e per la finale di
Champions a Roma. Barcellona-Manchester,
ricorderete. Millequattrocento euro per una
cena giapponese di compleanno e 45 centesimi per
il parcheggio, 430 mila euro per ristrutturare casa e
90 centesimi per un quaderno a righe.
È l’estratto conto di una carta di credito quel che
mette a repentaglio la corona di Spagna. È l’elenco
delle spese domestiche, per così dire, dell’infanta
Cristina la carta che dopo 38 anni di regno può ragionevolmente spingere re Juan Carlos di Borbone
ad abdicare. Non il cancro, sette operazioni in due
anni, la prossima a marzo. Non le amanti, più di mille dicono le biografie: l’ultima, la tedesca Corinna
Sayn-Wittgenstein, organizzatrice del rovinoso safari in Botswana della primavera 2012 per la quale il
re ha dovuto chiedere pubblicamente scusa. Non
l’età, 75 anni, né gli 8 milioni di appannaggio annuo
della casa reale che da soli — in un Paese piegato dalla crisi, un giovane su due senza lavoro, la Catalogna
cassaforte di Spagna in procinto di autoproclamarsi
indipendente — hanno fatto precipitare il gradimento della monarchia a zero virgola, sondaggi su
sondaggi e cronache ogni giorno sui giornali: il re fischiato dal pubblico alla finale di Coppa del basket,
il leader dei socialisti catalani Pere Navarro che gli
chiede ufficialmente di andarsene nel silenzio-assenso dei più, cose mai viste È
la figlia, sarà la figlia il
tallone d’Achille di
Juan Carlos, cresciuto
sulle ginocchia di
Franco e per trent’anni beneficiario del credito di una
notte, quella in cui nell’81 sconfessò il colpo di Stato di Tejero.
Cristina di Borbone duchessa di
Palma, la secondogenita, la figlia di mezzo, la “catalana” andata ragazza a vivere a Barcellona, da ieri imputata per frode e
riciclaggio e chiamata in giudizio, a deporre, l’8 marzo prossimo venturo. È la prima volta nella storia di Spagna che un giudice si azzarda a tirare in causa direttamente un componente della famiglia reale. Il giudice si
chiama José Castro, del tribunale di Palma de Maiorca, e la storia è questa: Cristina ha sposato
Iñaki Urdangarin, ex nazionale
di pallamano, da cui ha avuto
quattro figli. Urdangarin ha
messo su una società di promozione sportiva, la Nóos, attraverso la quale — spendendo il nome
dei reali, direttamente o indirettamente — ha ottenuto fondi
pubblici da enti locali, molto ingenti, per manifestazioni mai
svolte. Lo chiamano “il generissimo”, in assonanza col dittatore Franco, “il generalissimo”. Il
suo socio Diego Torres ha messo a disposizione della magistratura carte e mail da cui risulta, tra
l’altro, uno stretto rapporto del
genero reale con l’amante del re
Corinna, alla quale chiedeva
buoni uffici per avere consulenze e presidenze di enti assai ben
remunerate. La ragione: mantenere la moglie agli stessi standard di vita di una ragazza «cresciuta in una reggia», parole di
Juan Carlos. Solo il mutuo della
casa di Barcellona costava all’ex
campione di pallamano 20 mila
euro al mese, nonostante e oltre
il prestito di un milione e duecentomila euro concesso da re
per il rogito. L’inchiesta va avanti dal 2007 fra alterne vicende. La
coppia, per defilarsi un poco, si è
trasferita prima a Washington,
poi a Ginevra. Il nome di Urdangarin è stato cancellato dalla home page della Casa Reale.
La novità, oggi, è che dalle 227
pagine di rinvio a giudizio risulta che il 90 per cento dei denari
della Nóos confluiva in un’altra
società senza alcuna attività apparente, la Aizoon, di cui l’infanta Cristina è presidente. È dal
conto della Aizoon che, attraverso carta di credito o note spese di
contanti, la famiglia prelevava
come da un bancomat personale. I 45 centesimi di parcheggio e
il mezzo milione per i lavori al
palazzetto del quartiere residenziale di Pedralbes, Barcellona, dimora di famiglia. Di queste
spese personali messe in carico
alla società Cristina è accusata di
non aver pagato le tasse (l’IRFP)
e di aver evitato che le pagassero
le imprese beneficiarie. Suo marito, comproprietario della Aizoon, è accusato di frode fiscale
e di altri reati (corruzione, falso)
che comportano fino a 23 anni di
carcere. Il magistrato, un sessantottenne di Cordoba che non
ha mai rilasciato un’intervista in
vita sua, scrive nell’ordinanza
che l’infanta Cristina non poteva non sapere, che era «consapevole e acquiescente», responsabile in ogni caso di omissione
di controllo nella sua veste di
presidente, che ha usato i denari di quella società «voltando la
testa da un’altra parte», nel migliore dei casi. In qualche occasione Cristina ha firmato i conti
con un nome semi-riconoscibile — “Cristina Poi Txiki Ire”, txiki
vuol dire “piccolino”, Poi e Ire
potrebbero essere le abbreviazioni dei nomi di altri due figli,
Paolo e Irene — segno, ipotizza il
magistrato, che voleva evitare si
risalisse alla sua identità. Passo
indietro, di lato.
Cristina di Borbone detta “la
bella” in evidente dissomiglianza estetica dall’infelice sorella
primogenita Elena, ora per
giunta separata dal marito, e
dall’erede al trono ultimogenito
Felipe è la settima in linea di successione al trono, dopo i fratelli
e i di loro figli. Cresciuta, come
dice suo padre, in una reggia, si è
rapidamente smarcata dalla famiglia, ha scelto la Catalogna come luogo dove vivere e un ragazzo altissimo atletico e di nessun
lignaggio come marito, è andata
a lavorare alla Caixa, banca di
Catalogna, e ha avuto quattro figli fra il ‘99 e il 2005. Ha provato a
vivere da “borghese”, restando
tuttavia la bisnipote del Kaiser
Guglielmo e di Costantino di
Grecia, di Luisa D’Orleans e del
re Alfonso XIII. È membro dell’Ordine dei Tre Poteri Divini del
Nepal, dama del Gran Cordone
dell’Elefante Bianco di Thailandia, della Corona Preziosa del
Giappone. Dal suo punto di vista
risulta comprensibile una spesa
di 627 euro da Bonpoint per i
pantaloni dei bambini e di 1400
dal catering giapponese Kateshima per il suo 42esimo co pleanno, c’erano da allestire anche gli addobbi in casa, le lanterne rosse in terrazzo. Anche i 15
mila euro del viaggio in Brasile
nel 2009, quando si è in sei. Meno i centesimi per la cancelleria
e il parcheggio dell’auto, ma
quella dev’essere l’inerzia. Imperdonabile, per i sudditi, è
piuttosto il fatto che non si sia
chiesta perché il marito abbia
incassato con regolarità fondi
pubblici per eventi mai realizzati, perché abbia usato il nome del
suocero per avere convenzioni e
commesse fantasma. Perché infine il re abbia negato e coperto
tutto questo proprio mentre, nel
suo recentissimo messaggio di
fine anno, richiama il bisogno di
«trasparenza ed esemplarità»
nella vita pubblica.
Sofia di Grecia, la regina triste
e sola, è da molto tempo silente.
Felipe, il delfino, 45 anni, viaggia
in utilitaria e mette le monete nel
parchimetro: è pronto al tempo
nuovo. La Spagna è una monarchia parlamentare. Il portavoce
della casa reale ha definito l’inchiesta «un martirio» personale
per Juan Carlos. Non è personale, è istituzionale. La monarchia
è qui al suo passaggio più stretto,
il varco dei tempi. Cristina farà
ricorso, ha detto il suo avvocato.
Proverà a non andare in aula come già è accaduto mesi fa. Si tratta solo di «congetture e sospetti», dice l’autorità Anticorruzione. Ma c’è un giudice a Palma:
scrive che la legge è uguale per
tutti e che il suo atto nei confronti di Cristina di Borbone è
«dovuto e inevitabile». C’è un
Paese, soprattutto, che dice a
Juan Carlos che ha la stessa età di
Beatrice d’Olanda, la quale ha
appena abdicato in favore del figlio Guglielmo, coetaneo di Felipe. Prendere o lasciare. Sarà
anche un risibile pretesto, questo delle spese della bella Cristina e delle astuzie illecite di suo
marito, ma è un segno dei tempi.
Di tasse c’è chi muore. La voce
del popolo dice al re: lasciare.
“Ora Juan Carlos deve abdicare
solo così salverà la monarchia”
D
ovrebbe abdicare a favore del
figlio, il principe Felipe. Non
vedo altro modo per restituire
credibilità all’istituzione monarchica». José Garcia Abad,
uno dei maggiori studiosi della
famiglia reale spagnola, è risoluto nella sua analisi dopo la nuova svolta nell’indagine del giudice Castro che ieri ha chiesto l’incriminazione dell’Infanta Cristina nel caso di corruzione del
genero del re, Iñaki Urdangarin.
Sono solide le conclusioni del
giudice di Palma di Maiorca?
«José Castro è un ottimo magistrato, non ha improvvisato
nulla nella sua inchiesta ed è soprattutto un uomo libero. Posso
aggiungere che ha dalla sua
parte il fatto di essere vicino alla pensione: non ha, indagando sulla Casa reale, nulla da
guadagnare ma anche nulla da
temere per il futuro della sua
carriera. Un anno fa, quando
respinse la sua richiesta di interrogatorio di Cristina, il Tribunale di Palma gli chiese di
chiarire meglio il suo sospetto
di frode fiscale nei riguardi dell’Infanta. Ed è quel che ha fatto
in questi mesi dimostrando sia
la frode che il riciclaggio».
Simbolicamente è un terremoto?
«Direi che abbiamo iniziato la
lunga marcia verso l’estinzione
della monarchia. Lunga perché
non credo che la società spagnola sia pronta a farne a meno ma
non c’è dubbio — e d’altra parte
lo dicono tutte le inchieste —
che la figura del re sia ormai
profondamente in crisi».
Ma non c’è un coinvolgimento diretto del monarca
nel caso Nóos?
«Magari sarà difficile da dimostrare in un’aula di tribunale.
Ma Urdangarin non avrebbe
potuto muoversi con la libertà
con cui si è mosso se non avesse
avuto la copertura esplicita dell’Infanta e, fino ad un certo punto, il silenzioso sostegno di Casa
reale. Nell’inchiesta è documentato che ci sono state aziende che hanno sponsorizzato le
iniziative di Urdangarin perché
era il genero del re, non per altre
ragioni. Urdangarin non è “una
pecora nera”, c’è una trama,
una sensazione diffusa di impunità che coinvolge tutti».
Cambierebbe la percezione
della monarchia se il re decidesse di passare la mano al
principe Felipe?
«Un nuovo inizio, una nuova
speranza. Il principe è preparato per il suo compito. D’altra
parte non siamo necessariamente un paese monarchico.
Nella transizione post-franchista Juan Carlos venne accettato
da tutti perché era una figura di
mediazione e dopo, quando si
oppose al Golpe di Tejero, divenne giustamente popolarissimo. Oggi la sua capacità di influenza, il suo ruolo nello smorzare le tensioni, è debole. In questo senso la sua rinuncia al trono
avrebbe un effetto certamente
positivo anche sul lungo periodo. Ma temo che non lo farà».
Chi sono in questo momento
i migliori alleati di re Juan Carlos e chi i suoi nemici?
«Gli alleati sono i due grandi
partiti, socialisti e popolari. Destra e sinistra che si sono alternati nel potere negli ultimi trentacinque anni ma che oggi, insieme
al modello del bipartitismo, sono
profondamente in crisi. Nemici
dichiarati non ce ne sono. C’è nell’opinione pubblica un diffuso
malessere verso il re che può trasformarsi anche in una messa in
discussione dell’istituzione stessa. In Spagna la monarchia può
sopravvivere solo se è utile non se
diventa un intralcio, un peso o
qualcosa di estraneo alla società.
I giovani non hanno i timori dei
più anziani molti dei quali ricordano come l’ultima Repubblica
terminò in una Guerra civile. È un
aspetto superato».
Come si inserisce la sfida dei
nazionalisti catalani in questo
contesto?
«Appunto. Qualche anno fa re
Juan Carlos avrebbe avuto un
maggior margine di manovra
per intervenire. Per unire. Oggi
non è più credibile».
Lei è stato compagno di
Università dell’Infanta Cristina, come la ricorda?
«Nel migliore dei modi.
Una ragazza semplice, gradevole, sempre molto simpatica
e disponibile con tutti».
Come s’è cacciata in questo guaio?
«Credo sinceramente che sia
molto innamorata di suo marito
Iñaki. E poi quello che ho già detto. I membri della Casa reale in
Spagna hanno a lungo goduto di
una sensazione di impunità. Si
sono considerati diversi dal resto dei loro sudditi. In fondo —
avranno pensato — quelle di
Iñaki erano marachelle archiviabili senza conseguenze. E,
forse, in un’altra epoca storica
sarebbe anche stato così»
di aver favorito le società del marito
e adesso il rinvio a giudizio per frode
e riciclaggio. Per la prima volta nella
storia, un membro della famiglia
reale sarà alla sbarra.Per ironia
della sorte, Cristina, la figlia del re,
deporrà nel giorno della festa delle
donne. Un processo che rischia
di far traballare la monarchia,
mai così in basso nei sondagg
I
vestiti dei bambini, le lezioni personali di autodifesa, i biglietti per andare a vedere il Re Leone a New York, il musical, e per la finale di
Champions a Roma. Barcellona-Manchester,
ricorderete. Millequattrocento euro per una
cena giapponese di compleanno e 45 centesimi per
il parcheggio, 430 mila euro per ristrutturare casa e
90 centesimi per un quaderno a righe.
È l’estratto conto di una carta di credito quel che
mette a repentaglio la corona di Spagna. È l’elenco
delle spese domestiche, per così dire, dell’infanta
Cristina la carta che dopo 38 anni di regno può ragionevolmente spingere re Juan Carlos di Borbone
ad abdicare. Non il cancro, sette operazioni in due
anni, la prossima a marzo. Non le amanti, più di mille dicono le biografie: l’ultima, la tedesca Corinna
Sayn-Wittgenstein, organizzatrice del rovinoso safari in Botswana della primavera 2012 per la quale il
re ha dovuto chiedere pubblicamente scusa. Non
l’età, 75 anni, né gli 8 milioni di appannaggio annuo
della casa reale che da soli — in un Paese piegato dalla crisi, un giovane su due senza lavoro, la Catalogna
cassaforte di Spagna in procinto di autoproclamarsi
indipendente — hanno fatto precipitare il gradimento della monarchia a zero virgola, sondaggi su
sondaggi e cronache ogni giorno sui giornali: il re fischiato dal pubblico alla finale di Coppa del basket,
il leader dei socialisti catalani Pere Navarro che gli
chiede ufficialmente di andarsene nel silenzio-assenso dei più, cose mai viste È
la figlia, sarà la figlia il
tallone d’Achille di
Juan Carlos, cresciuto
sulle ginocchia di
Franco e per trent’anni beneficiario del credito di una
notte, quella in cui nell’81 sconfessò il colpo di Stato di Tejero.
Cristina di Borbone duchessa di
Palma, la secondogenita, la figlia di mezzo, la “catalana” andata ragazza a vivere a Barcellona, da ieri imputata per frode e
riciclaggio e chiamata in giudizio, a deporre, l’8 marzo prossimo venturo. È la prima volta nella storia di Spagna che un giudice si azzarda a tirare in causa direttamente un componente della famiglia reale. Il giudice si
chiama José Castro, del tribunale di Palma de Maiorca, e la storia è questa: Cristina ha sposato
Iñaki Urdangarin, ex nazionale
di pallamano, da cui ha avuto
quattro figli. Urdangarin ha
messo su una società di promozione sportiva, la Nóos, attraverso la quale — spendendo il nome
dei reali, direttamente o indirettamente — ha ottenuto fondi
pubblici da enti locali, molto ingenti, per manifestazioni mai
svolte. Lo chiamano “il generissimo”, in assonanza col dittatore Franco, “il generalissimo”. Il
suo socio Diego Torres ha messo a disposizione della magistratura carte e mail da cui risulta, tra
l’altro, uno stretto rapporto del
genero reale con l’amante del re
Corinna, alla quale chiedeva
buoni uffici per avere consulenze e presidenze di enti assai ben
remunerate. La ragione: mantenere la moglie agli stessi standard di vita di una ragazza «cresciuta in una reggia», parole di
Juan Carlos. Solo il mutuo della
casa di Barcellona costava all’ex
campione di pallamano 20 mila
euro al mese, nonostante e oltre
il prestito di un milione e duecentomila euro concesso da re
per il rogito. L’inchiesta va avanti dal 2007 fra alterne vicende. La
coppia, per defilarsi un poco, si è
trasferita prima a Washington,
poi a Ginevra. Il nome di Urdangarin è stato cancellato dalla home page della Casa Reale.
La novità, oggi, è che dalle 227
pagine di rinvio a giudizio risulta che il 90 per cento dei denari
della Nóos confluiva in un’altra
società senza alcuna attività apparente, la Aizoon, di cui l’infanta Cristina è presidente. È dal
conto della Aizoon che, attraverso carta di credito o note spese di
contanti, la famiglia prelevava
come da un bancomat personale. I 45 centesimi di parcheggio e
il mezzo milione per i lavori al
palazzetto del quartiere residenziale di Pedralbes, Barcellona, dimora di famiglia. Di queste
spese personali messe in carico
alla società Cristina è accusata di
non aver pagato le tasse (l’IRFP)
e di aver evitato che le pagassero
le imprese beneficiarie. Suo marito, comproprietario della Aizoon, è accusato di frode fiscale
e di altri reati (corruzione, falso)
che comportano fino a 23 anni di
carcere. Il magistrato, un sessantottenne di Cordoba che non
ha mai rilasciato un’intervista in
vita sua, scrive nell’ordinanza
che l’infanta Cristina non poteva non sapere, che era «consapevole e acquiescente», responsabile in ogni caso di omissione
di controllo nella sua veste di
presidente, che ha usato i denari di quella società «voltando la
testa da un’altra parte», nel migliore dei casi. In qualche occasione Cristina ha firmato i conti
con un nome semi-riconoscibile — “Cristina Poi Txiki Ire”, txiki
vuol dire “piccolino”, Poi e Ire
potrebbero essere le abbreviazioni dei nomi di altri due figli,
Paolo e Irene — segno, ipotizza il
magistrato, che voleva evitare si
risalisse alla sua identità. Passo
indietro, di lato.
Cristina di Borbone detta “la
bella” in evidente dissomiglianza estetica dall’infelice sorella
primogenita Elena, ora per
giunta separata dal marito, e
dall’erede al trono ultimogenito
Felipe è la settima in linea di successione al trono, dopo i fratelli
e i di loro figli. Cresciuta, come
dice suo padre, in una reggia, si è
rapidamente smarcata dalla famiglia, ha scelto la Catalogna come luogo dove vivere e un ragazzo altissimo atletico e di nessun
lignaggio come marito, è andata
a lavorare alla Caixa, banca di
Catalogna, e ha avuto quattro figli fra il ‘99 e il 2005. Ha provato a
vivere da “borghese”, restando
tuttavia la bisnipote del Kaiser
Guglielmo e di Costantino di
Grecia, di Luisa D’Orleans e del
re Alfonso XIII. È membro dell’Ordine dei Tre Poteri Divini del
Nepal, dama del Gran Cordone
dell’Elefante Bianco di Thailandia, della Corona Preziosa del
Giappone. Dal suo punto di vista
risulta comprensibile una spesa
di 627 euro da Bonpoint per i
pantaloni dei bambini e di 1400
dal catering giapponese Kateshima per il suo 42esimo co pleanno, c’erano da allestire anche gli addobbi in casa, le lanterne rosse in terrazzo. Anche i 15
mila euro del viaggio in Brasile
nel 2009, quando si è in sei. Meno i centesimi per la cancelleria
e il parcheggio dell’auto, ma
quella dev’essere l’inerzia. Imperdonabile, per i sudditi, è
piuttosto il fatto che non si sia
chiesta perché il marito abbia
incassato con regolarità fondi
pubblici per eventi mai realizzati, perché abbia usato il nome del
suocero per avere convenzioni e
commesse fantasma. Perché infine il re abbia negato e coperto
tutto questo proprio mentre, nel
suo recentissimo messaggio di
fine anno, richiama il bisogno di
«trasparenza ed esemplarità»
nella vita pubblica.
Sofia di Grecia, la regina triste
e sola, è da molto tempo silente.
Felipe, il delfino, 45 anni, viaggia
in utilitaria e mette le monete nel
parchimetro: è pronto al tempo
nuovo. La Spagna è una monarchia parlamentare. Il portavoce
della casa reale ha definito l’inchiesta «un martirio» personale
per Juan Carlos. Non è personale, è istituzionale. La monarchia
è qui al suo passaggio più stretto,
il varco dei tempi. Cristina farà
ricorso, ha detto il suo avvocato.
Proverà a non andare in aula come già è accaduto mesi fa. Si tratta solo di «congetture e sospetti», dice l’autorità Anticorruzione. Ma c’è un giudice a Palma:
scrive che la legge è uguale per
tutti e che il suo atto nei confronti di Cristina di Borbone è
«dovuto e inevitabile». C’è un
Paese, soprattutto, che dice a
Juan Carlos che ha la stessa età di
Beatrice d’Olanda, la quale ha
appena abdicato in favore del figlio Guglielmo, coetaneo di Felipe. Prendere o lasciare. Sarà
anche un risibile pretesto, questo delle spese della bella Cristina e delle astuzie illecite di suo
marito, ma è un segno dei tempi.
Di tasse c’è chi muore. La voce
del popolo dice al re: lasciare.
“Ora Juan Carlos deve abdicare
solo così salverà la monarchia”
D
ovrebbe abdicare a favore del
figlio, il principe Felipe. Non
vedo altro modo per restituire
credibilità all’istituzione monarchica». José Garcia Abad,
uno dei maggiori studiosi della
famiglia reale spagnola, è risoluto nella sua analisi dopo la nuova svolta nell’indagine del giudice Castro che ieri ha chiesto l’incriminazione dell’Infanta Cristina nel caso di corruzione del
genero del re, Iñaki Urdangarin.
Sono solide le conclusioni del
giudice di Palma di Maiorca?
«José Castro è un ottimo magistrato, non ha improvvisato
nulla nella sua inchiesta ed è soprattutto un uomo libero. Posso
aggiungere che ha dalla sua
parte il fatto di essere vicino alla pensione: non ha, indagando sulla Casa reale, nulla da
guadagnare ma anche nulla da
temere per il futuro della sua
carriera. Un anno fa, quando
respinse la sua richiesta di interrogatorio di Cristina, il Tribunale di Palma gli chiese di
chiarire meglio il suo sospetto
di frode fiscale nei riguardi dell’Infanta. Ed è quel che ha fatto
in questi mesi dimostrando sia
la frode che il riciclaggio».
Simbolicamente è un terremoto?
«Direi che abbiamo iniziato la
lunga marcia verso l’estinzione
della monarchia. Lunga perché
non credo che la società spagnola sia pronta a farne a meno ma
non c’è dubbio — e d’altra parte
lo dicono tutte le inchieste —
che la figura del re sia ormai
profondamente in crisi».
Ma non c’è un coinvolgimento diretto del monarca
nel caso Nóos?
«Magari sarà difficile da dimostrare in un’aula di tribunale.
Ma Urdangarin non avrebbe
potuto muoversi con la libertà
con cui si è mosso se non avesse
avuto la copertura esplicita dell’Infanta e, fino ad un certo punto, il silenzioso sostegno di Casa
reale. Nell’inchiesta è documentato che ci sono state aziende che hanno sponsorizzato le
iniziative di Urdangarin perché
era il genero del re, non per altre
ragioni. Urdangarin non è “una
pecora nera”, c’è una trama,
una sensazione diffusa di impunità che coinvolge tutti».
Cambierebbe la percezione
della monarchia se il re decidesse di passare la mano al
principe Felipe?
«Un nuovo inizio, una nuova
speranza. Il principe è preparato per il suo compito. D’altra
parte non siamo necessariamente un paese monarchico.
Nella transizione post-franchista Juan Carlos venne accettato
da tutti perché era una figura di
mediazione e dopo, quando si
oppose al Golpe di Tejero, divenne giustamente popolarissimo. Oggi la sua capacità di influenza, il suo ruolo nello smorzare le tensioni, è debole. In questo senso la sua rinuncia al trono
avrebbe un effetto certamente
positivo anche sul lungo periodo. Ma temo che non lo farà».
Chi sono in questo momento
i migliori alleati di re Juan Carlos e chi i suoi nemici?
«Gli alleati sono i due grandi
partiti, socialisti e popolari. Destra e sinistra che si sono alternati nel potere negli ultimi trentacinque anni ma che oggi, insieme
al modello del bipartitismo, sono
profondamente in crisi. Nemici
dichiarati non ce ne sono. C’è nell’opinione pubblica un diffuso
malessere verso il re che può trasformarsi anche in una messa in
discussione dell’istituzione stessa. In Spagna la monarchia può
sopravvivere solo se è utile non se
diventa un intralcio, un peso o
qualcosa di estraneo alla società.
I giovani non hanno i timori dei
più anziani molti dei quali ricordano come l’ultima Repubblica
terminò in una Guerra civile. È un
aspetto superato».
Come si inserisce la sfida dei
nazionalisti catalani in questo
contesto?
«Appunto. Qualche anno fa re
Juan Carlos avrebbe avuto un
maggior margine di manovra
per intervenire. Per unire. Oggi
non è più credibile».
Lei è stato compagno di
Università dell’Infanta Cristina, come la ricorda?
«Nel migliore dei modi.
Una ragazza semplice, gradevole, sempre molto simpatica
e disponibile con tutti».
Come s’è cacciata in questo guaio?
«Credo sinceramente che sia
molto innamorata di suo marito
Iñaki. E poi quello che ho già detto. I membri della Casa reale in
Spagna hanno a lungo goduto di
una sensazione di impunità. Si
sono considerati diversi dal resto dei loro sudditi. In fondo —
avranno pensato — quelle di
Iñaki erano marachelle archiviabili senza conseguenze. E,
forse, in un’altra epoca storica
sarebbe anche stato così»
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