martedì 14 gennaio 2014

Divorzio alla catalana

uesta è un’intervista a un rivoluzionario in abito grigio. Un uomo
che fuori dalla Spagna conoscono in pochi e c’è una ragione, la
spiega lui stesso: «Se fossi stato
un calciatore avrei giocato da mediano. Era
questo il mio ruolo, da ragazzo: centrocampista. Correre, correre. La politica non mi
piace. È un male necessario. La faccio perché non c’è altro modo per realizzare quel
che è possibile fare». Si chiama Artur Mas, è
il presidente della regione autonoma di Catalogna e sta per scatenare un terremoto.
Per la Spagna e per l’Europa, per noi. Ha avviato un processo senza ritorno, vuole la Catalogna indipendente dalla Spagna, ha fissato per il 9 novembre 2014 la data del referendum fra i sette milioni e mezzo di cittadini che governa e pazienza se Madrid dice
che non si può fare, pazienza se Mariano
Rajoy batte il bastone del comando e dice
che assolutamente no, è incostituzionale.
«Andremo comunque a votare», dice tranquillo. Se non sarà il referendum — «ma
sarà, sarà… » — lui è pronto a far cadere la
sua giunta prima della scadenza, 2016, e indire subito elezioni anticipate trasformandole in un voto pro o contro l’indipendenza.
E se l’Europa dirà di no si farà lo stesso. Si
chiama Artur Mas, e conviene imparare a
conoscerlo per tempo, starlo a sentire.  È
la vigilia di Natale.
Un momento prima
di entrare nel suo
studio esce da quella
porta Jordi Pujol, 83
anni, fondatore del partito di
Mas – Convergencia – e per 23
anni presidente di Catalogna.
Un gigante della politica spagnola del Novecento. Pujol, in
perfetto italiano, si ferma un
momento a parlare della mancata elezione di Prodi. Indica
con precisione il nome di chi a
suo parere ha orchestrato l’agguato. Sorride, narra aneddoti
a proposito del presunto mandante. Conosce la vicenda in
dettagli sottili. S’informa poi
su Renzi. Sorride ancora. «Bene, buona fortuna al suo Paese.
Si ricordi, parlando col presidente Mas, che noi catalani
non conosciamo la xenofobia.
In Italia sì, mi pare. Qui no. Il
tema dell’indipendenza, al
contrario di quel che avviene
altrove, anche da voi in passato con la Lega, non ha niente a
che vedere con il disprezzo dello straniero del più debole né è
una ragione solo economica.
Al contrario. Giustizia e Carità,
a questo si ispira la mia politica
fin dalle origini. Abbiamo una
lunga tradizione di accoglienza, di assistenza. Il catalanismo è una storia di generosità,
dunque del tutto estranea al leghismo. Ma non faccia attendere il presidente, per favore.
Mi trova qui oggi giusto per gli
auguri, ci parliamo di rado ma
sono certo che le sue parole saranno le mie». Ultimo sorriso.
Mas ha 57 anni, è un uomo
paziente e allenato all’attesa,
per due volte ha vinto le elezioni ma alleanze politiche lo hanno lasciato all’opposizione, alla terza vittoria ha governato.
Governa ora. Un ‘regista’, dice
quasi con pudore, “alla catalana però”, di quelli che ogni tanto segnano anche. Tipo Xavi,
intende, o Iniesta. Pep Guardiola ha speso per lui recenti
parole di entusiasmo. Più che
per Renzi, per capirsi. D’altra
parte Mas guarda a Renzi con
attento interesse: «Credo che ci
capiremmo bene, mi auguro di
conoscerlo presto».
Presidente, perché vuole la
Catalogna indipendente?
«Non la voglio io, la vogliono
i cittadini. Guardi i balconi alle finestre, guardi le bandiere
esposte. In città e in campagna, in centro e in periferia,
nelle case di chi vota a destra e
di chi vota a sinistra. È un movimento trasversale e collettivo. Due milioni di persone sono scese in piazza l’11 settembre, hanno fatto una catena
umana. Non c’era rabbia, nelle strade, c’era speranza. È stata una festa. I catalani vogliono
andare a votare, nessuno può
impedirci di farlo. Andare a votare è un tratto fondante della
democrazia».
Perché adesso? Le ragioni
non sono le stesse di dieci o
venti anni fa?
«Per stanchezza, per fatica.
Perché ora basta. Abbiamo dato alla Spagna moltissimo di
più di quel che ci ha restituito,
sempre. Per troppo tempo,
troppo. Troppo a lungo. Il matrimonio è finito. Ci si può separare con civiltà, restando
buoni vicini».
È dunque un tema economico, è il dare e l’avere? È come volersi liberare da un padre che quando sei già adulto
ti paga il mensile e ti dice anche cosa devi farne?
«È un padre che non ama
suo figlio, quello che lo costringe a un rapporto di subordinazione oltre il tempo lecito.
Noi viviamo in una condizione
di inquilini di un proprietario
ostile. Semplicemente: non
accettiamo più quelle condizioni, sono ingiuste. La nostra
autonomia è in condizioni di
grande debolezza, tutto dipende dal governo centrale al
quale storicamente paghiamo
imposte in una misura enormemente superiore a quanto
ci viene poi redistribuito per i
bisogni della nostra gente. È
questa l’origine del grave deficit fiscale che l’anno scorso ci
ha messi in condizione di chiedere un prestito che stiamo restituendo, che restituiremo
tutto. Ma ora basta».
Sempre di gettito fiscale, di
autonomia nella gestione
delle imposte, sempre di soldi
stiamo parlando.
«No, stiamo parlando della
nostra storia. Io ho 57 anni,
non ho potuto studiare il catalano, la mia lingua, a scuola.
Nel franchismo era proibito.
Oggi tutta la popolazione è bilingue. Le nostre tradizioni, la
nostra identità non hanno mai
preteso di sopraffare alcuno.
La nostra politica è quella dell’inclusione, dell’accoglienza,
da sempre, e del rispetto. Però
vogliamo essere rispettati, e
questo governo non lo fa. I
rapporti con il Partito Popolare si sono fatti molto difficili,
davvero molto».
Il leader storico del suo partito, Jordi Pujol, è stato in carcere sotto il franchismo. Manuel Fraga, uno dei capi storici del Pp, era ministro di Franco. Forse la storia ha fatto che
il Pp si trovi oggi su posizioni
assai conservatrici e Convergencia, il suo partito, più vicino alla sinistra, alleato di
Esquerra republicana?
«Non è questione di destra o
sinistra. È vero che il partito popolare spagnolo ha oggi posizioni, anche sui diritti, molto
conservatrici. Ed è vero che
Convergencia tiene in sé componenti liberali, socialdemocratiche, democristiane e persino comuniste. Zapatero ha perso, in Spagna, di conseguenza il
Pp ha vinto a larga maggioranza
le elezioni. Ma in Catalogna è
tutto molto diverso. Qui le istanze indipendentiste sono davvero trasversali, e credo che arrivare alla rottura col governo
centrale metterebbe in difficoltà popolari e socialisti catalani con esiti, anche a livello nazionale, imprevedibili».
Lei non nasce indipendentista, lo è diventato in tempi
recenti. Qualcuno potrebbe
diffidare, pensare ad una convenienza elettorale. Che lei
vada dove tira il vento.
«Personalmente ho solo
svantaggi. Solo grandi problemi. Non penso a me, credo anzi che lascerò presto la politica. Farò al massimo un altro
mandato, se le condizioni ci
saranno, per portare avanti il
progetto. Voglio tornare alla
mia vita. Quel che faccio lo faccio per un progetto collettivo
di futuro nel quale mi sono impegnato. La politica, come le
ho detto, non mi entusiasma.
Mi affatica ma è necessaria».
È pronto a far cadere il suo
governo se Madrid dirà no al  referendum?
«Si andrà a votare comunque, sì. Ma credo che il referendum si farà».E se vincessero i no all’indipendenza? I catalani vogliono andare a votare ma i sondaggi dicono che rispetto al quesito, si o no, si dividono a metà.
«Io credo che vinceranno i
sì. Comunque in questione in
primo luogo è il diritto ad andare a votare per esprimersi.
Gli Stati sono fatti di cittadini.
Devono poter decidere. Poi
naturalmente mi assumerò la
responsabilità politica del risultato, in ogni caso».
Se l’Europa dicesse no al referendum?
«Le pressioni sono forti. Gli
stati sovrani non vogliono problemi se li possono evitare. Ci
sarà il precedente della Scozia,
che voterà prima di noi. Poi
verrà la Catalogna. Ho anche
considerato che in un momento iniziale, fra il referendum e la
proclamazione dell’indipendenza, potremmo restare fuori
dall’Europa. Non dall’euro:
dall’Unione. Sarebbe un peccato, perché noi vogliamo restare. Bisognerebbe trovare un
regime transitorio per evitare
l’espulsione dall’Unione. Faremmo comunque richiesta di
rientrare. Noi vogliamo stare
nell’euro, nell’Unione, in
Schengen e nella Nato».
Crede che il sistema bancario vi sosterrebbe?
«Alle banche non interessa la
politica, quel che cercano è solvenza. I catalani hanno 28mila
euro di reddito pro capite, come i tedeschi. Le banche spagnole hanno il 20 per cento del
loro mercato qui. Nel mondo
degli affari gli ideali non esistono, esiste l’interesse».
La Catalogna è davvero
pronta a staccarsi dalla Spagna? Non è solo un modo, questo, per incassare il risultato
del voto e andare a Madrid a
trattare un diverso regime fiscale e maggiore autonomia?
«No. La stagione politica
degli intermediari, dei trucchi
sottobanco, di chi ha parole
diverse per interlocutori diversi è finita. Il Novecento è finito. Certo, dopo un referendum si deve trattare, è ovvio.
Si discute. Ma si discute come
separarsi restando in rapporti di buon vicinato. Solo questo. Non cerchiamo la rottura,
cerchiamo l’emancipazione.
Su questo non ci saranno
marce indietro».
Sembra molto ottimista,
più dei giornali del mattino.
«Sono un ottimista coi piedi
per terra. Sono realista».
Dicono di lei che non ha abbastanza carisma per guidare
una rivoluzione.
«Carisma? A scuola andavo
bene in tutte le materie ma non
eccellevo in nessuna. Ho sempre fatto il mio dovere. A un
certo punto ho scelto la politica, dopo aver fatto l’imprenditore. E’ stata una scelta e la
onoro. Non so se mi amano,
penso che mi rispettino. In
fondo lo preferisco».
Guardiola la stima e la sostiene. Lei, in cambio, pensa
che potrebbe tifare Bayern
Monaco?
«Non scherziamo. La mia
squadra è il Barca. Il Bayern è il
mio rivale. Pep Guardiola è
mio amico».
Se la Catalogna non potrà
andare al voto cosa si aspetta
che succeda?
«Il referendum si farà, e i catalani vinceranno. Vedrete. in
alternativa andremo ad elezioni anticipate. Credo che per
un poco, dopo, dovrò ancora
restare. Non sarà facile, ma per
noi niente è stato facile. Mai».
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