lunedì 13 gennaio 2014

I padroni dell’universo riconquistano Wall Street

FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
C’
è un fondo d’investimento che si compra un’intera
città della California in bancarotta. C’è quello che
controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale,
15.000 miliardi di dollari. C’è il finanziere d’assalto
che sfida Apple e si presenta, nientemeno, come il difensore dei piccoli azionisti. The “Masters of the Universe sono tornati”. I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il
crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano. Se ne accorge anche Hollywood, con il duo Martin
Scorsese-Leonardo Di Caprio dedica a “The Wolf”, il Lupo di Wall
Street, il film più atteso di questo fine 2013. Degna chiusura di un anno che ha visto Wall Street polverizzare ogni record, con l’indice Standard & Poor’s 500 in rialzo del 30% rispetto al primo gennaio. The Economistdedica una copertina a Blackrock, il fondo d’investimento più
grande del mondo, il primo azionista in metà delle 30 maggiori multinazionali del pianeta. E lo raffigura come una roccia nera che incombe su sfondo di cielo azzurro, un’immagine che evoca Magritte
oppure il monolito premonitore di Stanley Kubrick in “2001 Odissea
nello Spazio ime magazine”
invece sulla copertina di dicembre mette
Carl Icahn, un
nome che rievoca le prime grandi
scalate degli anni Ottanta. L’epoca
in cui il romanziere Tom Wolfe coniò, nel “Falò delle vanità”, quel
termine arrogante e superbo, inquietante e gonfio di hubris: i Padroni dell’Universo, appunto.
Il fondo che possiede una città si
chiama Marathon Asset Management, non è neppure uno dei maggiori colossi, amministra “solo” 11
miliardi di dollari. Ha rilevato l’intera Scotia, città californiana a 250
km a nord di San Francisco, dopo la
bancarotta municipale. È un precedente che potrebbe far scuola
per metropoli ben più grandi come
Detroit, dove il liquidatore dei beni
comunali sta mettendo all’asta fallimentare anche i musei cittadini.
Timesaluta il ritorno di Icahn, 77
anni e un patrimonio di 20 miliardi
che lo colloca al 18esimo posto della classifica Forbesdei Paperoni
d’America, con questa presentazione: «È il singolo investitore più  ricco di Wall Street, e il più temuto
raider di grandi imperi industriali».
La sua carriera cominciò con la scalata alla compagnia aerea Twa nel
1985, un anno prima che i rivali di
Kkr lo battessero nella conquista
alla Nabisco (raccontata in un altro
celebre romanzo-realtà sulla finanza Usa, “Barbari alle porte”).
Oggi Icahn fa notizia soprattutto
per il braccio di ferro che lo oppone
a Tim Cook, il chief executive di Apple nel dopo-Steve Jobs. E qui viene la sorpresa. Invece di assalire
Apple con una delle solite scorribande finanziarie mordi-e-fuggi,
Icahn si fa il paladino di interessi
generali. «Apple non è una banca»,
lancia l’anziano investitore a Cook.
Icahn vuole che la regina degli
iPhone e iPad la smetta di accumulare cash inutilizzato (ben 150 miliardi di dollari, una montagna di liquidità tanto impressionante
quanto assurda) e lo distribuisca a
tutti gli azionisti. Lui incluso, ovviamente, che nel capitale di Apple
ha investito due miliardi. Ma l’operazione che Icahn pretende da Apple distribuirebbe benefici anche
ai piccoli risparmiatori. I Padroni
dell’Universo si sono convertiti come dei Robin Hood? Tutt’altro. Ma
almeno il loro è un capitalismo vero, un’economia di mercato non
ingessata.
Blackrock è un campione che
gioca in una categoria a parte: la
sua. È il King Kong dell’investimento moderno, nessun altro può
competere per dimensioni. Fondato nel 1988, oggi Blackrock am  ministra direttamente 4.100 miliardi di dollari dei suoi clienti. Inoltre fornisce piattaforme tecnologiche e software per la gestione di altri 11.000 miliardi. E quei fondi sotto la sua influenza crescono al ritmo frenetico di 1.000 miliardi all’anno. Naturalmente compra
anche bond, materie prime, immobili. La sua vera specialità però
resta l’investimento azionario. Ritrovi Blackrock come primo azionista delle tre regine hi-tech americane: Apple, Google, Microsoft. È il
primo azionista anche di due colossi petroliferi (Exxon, Chevron),
di due tra le maggiori banche Usa
(JP Morgan Chase, Wells Fargo),
sempre primo azionista anche in
conglomerati industriali come General Electric, Procter & Gamble.
Una peculiarità di Blackrock lo distingue da altri protagonisti di epoche precedenti nella storia di Wall
Street. Questo maxi-fondo investe
soprattutto attraverso strumenti
detti “passivi” come gli exchangetraded funds (Etf) che riproducono
esattamente l’andamento di indici
di Borsa (come i vari Dow Jones,
S&P500, Ftse). La loro performance quindi è una fotocopia fedele
dell’andamento dei mercati. I costi
di gestione sono minimi. Soprattutto, Blackrock investe i capitali
che gli vengono affidati, anche dai
piccoli risparmiatori, attraverso  fondi pensione e altri fondi comuni. Non ci mette capitali propri.
Dunque, a differenza della famigerata e defunta Lehman Brothers, o
di altre banche d’affari che si rivelarono fragilissime, un investitore
istituzionale come Blackrock ha
poco “rischio sistemico”. In un certo senso Blackrock ha obbedito anticipatamente alla nuova regola
varata solo da poche settimane
dall’Amministrazione Obama,
quella Volcker Rule che vieta ai
banchieri di fare speculazioni rischiose coi propri capitali. È un altro caso di Padrone dell’Universo
che può aiutare l’economia di mercato a evitare catastrofi come quella del 2008? Di certo l’universo capitalistico in cui si muove Blackrock dista anni-luce dalla realtà italiana. Per quanto sia un colosso, e
grosso azionista di gruppi come
Apple, Google, Shell e Nestlè,
Toyota e Novartis, in nessuna di
queste aziende la sua quota configura una “minoranza di blocco”.
Né fa parte di patti di sindacato, che
generalmente non esistono a Wall
Street e nei mercati più evoluti.
Blackrock può usare la frusta verso
un management che giudica inefficiente, ma non ha poteri di veto né
si può permettere di paralizzare
una grande azienda.
Il ritorno dei Padroni dell’Universo è un fenomeno dalle molte
facce. L’aspetto negativo lo sottolinea chi teme che la crescita americana sia ripartita su basi vecchie,
cioé con gli stessi squilibri che generarono la grande crisi del 2008. In
particolare fra questi squilibri c’è la
finanziarizzazione dell’economia,
e la dilatazione delle diseguaglianze sociali che le è strettamente legata. Larry Summers, ex consigliere economico di Barack Obama, in
un importante discorso al Fondo
monetario internazionale ha evocato il rischio di una «stagnazione
secolare», tra i cui sintomi vi sarebbe la deflazione. Uno studio della
Washington University lancia l’allarme sulle disparità nel risparmio:
il 5% delle famiglie più ricche st  accumulando troppi risparmi e in
questo modo deprime i consumi;
mentre il 95% rimanente è costretto a dilapidare lentamente i propri
patrimoni per contrastare il peggioramento del tenore di vita.
Il lato positivo di Wall Street forse lo vedono meglio di tutti gli italiani: per contrasto con la loro
realtà nazionale. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, in
una recente visita a New York in cui
ha incontrato proprio i dirigenti di
Blackrock, oltre agli uomini di Citigroup e George Soros, ha potuto  misurare i benefici della loro intraprendenza. Diversi attori della finanza Usa si sono offerti di liquidare in fretta le sofferenze e i crediti
incagliati delle banche italiane,
un’operazione che consentirebbe
alle aziende di credito di tornare a
prestare fondi all’economia reale.
Dietro un’economia americana
che cresce del 3% e genera duecentomila nuovi posti di lavoro al mese, c’è anche questa finanza “flessibile”, che ha liquidato in tempi record le scorie tossiche della crisi del
2008, ed è tornata a fare il suo mestiere. La storia di come le banche
americane si sono rimesse in piedi,
nel corso degli ultimi quattro anni,
è lo specchio riflesso — all’incontrario — di tutto quel che non accade nel sistema bancario italiano.
Quando le banche Usa sembravano stremate, al tracollo, sul punto
di affondare sotto il peso di investimenti sbagliati e crediti inesigibili,
la prima mossa è stata la svendita a
prezzi di liquidazione di tutta la
“monnezza” che poteva impedire
la riemersione. In seguito o in parallelo, ci sono state le grandi ricapitalizzazioni. Le banche hanno
cercato capitali freschi sul mercato
aperto. Una delle prime operazioni la fece un personaggio emblematico del capitalismo Usa, Warren Buffett, con il suo investimento
“salvifico” in Goldman Sachs, fatto
in un’epoca in cui sui mercati ancora regnava una sfiducia quasi disperata. Una volta ricapitalizzate,
anche con l’intervento dei Padroni
dell’Universo, le banche hanno riguadagnato la fiducia dei mercati,
sono apparse sufficientemente solide da superare gli “stress test” degli organi di vigilanza. E hanno ripreso a fare credito all’economia
reale, famiglie e imprese, alimentando la ripresa attuale. Niente
blindature degli assetti azionari,
niente “foreste pietrificate” dei soliti noti. Questo è il capitalismo
americano, la “macchina del mercato” che qui ha ripreso a girare a
pieno ritm

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