venerdì 26 luglio 2013

1/7/13 - Euro tiepidi

ggi la Croazia  diventa ufficialmente il ventottesimo
stato dell’Unione europea.È la seconda repubblica
dell’ex Jugoslavia ad aderire, dopo la Slovenia. Ma la crisi
ha stemperato gli entusiasmi.  Le difficoltà economiche
si sentono, e  al referendum per ratificare il trattato
tanti cittadini sono rimasti a casa


L
e note dell’Inno alla Gioia salgono verso il cielo di Zagabria, stellato
come la bandiera della Ue. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro.
Eppure, alla faccia di Cassandre e mercati, l’Europa ha celebrato alla
mezzanotte di ieri un mezzo miracolo: il vecchio continente — a quat-tro anni dall’inizio della crisi dei debiti sovrani — è ancora intatto. Di
più: la famiglia, malgrado tutto, si allarga. Alle 23.55 sono stati smantellati i sigilli
della dogana ai valichi di Bajakovo e Bregana, al confine con la Slovenia. E cin-que minuti dopo, accompagnata dalla musica di Beethoven e da una grande fe-sta nel cuore della capitale, la Croazia è diventata il 28esimo membro dell’U-nione. Applaude dalla tribuna d’onore di fronte all’orchestra il presidente della
Repubblica Ivo Josipovic: «Abbiamo alle spalle un passato tragico — dice — e
l’ingresso nella Ue garantisce pace e stabilità alle prossime generazioni». «Sare-te un esempio per gli altri paesi della regione», gli fa eco José Manuel Barroso.
Saltano i tappi di champagne, esplodono i fuochi d’artificio sopra le guglie
della Cattedrale. Ma Goran Budimir, seduto tra la folla sotto la statua eque-stre di Ban Jelacic, ha (come molti da queste parti) poca voglia di festeggiare.
L’euforia di dieci anni fa — quando il 90 per cento dei croati voleva entrare in
Europa e Bruxelles archiviava decenni di guerra fredda accogliendo i primi
paesi ex-comunisti — è solo un ricordo a Ue allora era
un’altra cosa
— dice con no-stalgia il 28en-ne dipendente
delle poste — . È dal 2003 che
aspettiamo con impazienza que-sto treno. E ora che è arrivato, nes-suno è convinto che sia quello giu-sto».
Mettersi le bende sugli occhi è
difficile per tutti. Qualche centi-naio di chilometri in linea d’aria
più a sud c’è la Grecia. E chi spera-va che l’Unione fosse la panacea
di tutti i problemi — anche al net-to delle tensioni dei Balcani — ha
già perso un bel po’ delle sue illu-sioni. «Cosa cambierà domani per
me? Niente» confessa Ljubica
Loncar, che come decine di don-ne della capitale sbarca il lunario
lavorando l’orto all’alba e poi ven-dendo porta a porta insalata e ver-ze. L’euroentusiasmo — malgra-do le fanfare pro-Ue del centrode-stra prima e del centrosinistra ora
— è diventato un disincantato eu-roscetticismo, figlio di un’econo-mia sull’orlo del ko: il pil croato è
in calo da 4 anni, la disoccupazio-ne è al 21,7 per cento due punti in
più del 2012. «E l’unico effetto tan-gibile della Ue sulla mia vita è l’au-mento del 25 per cento della bol-letta della luce per la liberalizza-zione dell’elettricità», ride Ljubi-ca. Risultato: al referendum di ini-zio 2012 i “sì” all’adesione sono
stati il 66,2 per cento. Ma solo il
43,51 per cento degli aventi dirit-to si è presentato alle urne, mal-grado il pressing della Chiesa Cat-tolica favorevole a sganciare il
paese dalle sirene multi-religiose
dei Balcani. Se si votasse oggi —
secondo un recente sondaggio —
il numero dei favorevoli si ridur-rebbe al 39 per cento. E nessuno,
per dire, parla più di sostituire a
breve la kuna con l’euro.
L’Europa, insomma, tira poco
anche tra le new entry. E le pole-miche tra neo-partner di queste
ore non aiutano certo a rasserena-re il clima. «Roma e Zagabria han-no davanti un futuro comune» ha
scritto ieri sul Piccoloil presiden-te Giorgio Napolitano, presente a
Zagabria con il ministro degli
Esteri Emma Bonino. Peccato che
l’Italia, primo partner commer-ciale della Croazia, abbia appena
alzato il tiro contro il “Proshek” un
vino liquoroso della Dalmazia,
chiedendo che cambi nome per
non danneggiare le bollicine del
nostro Prosecco. Mentre il gover-natore del Veneto Luca Zaia, in un
sussulto proto-leghista, ha chie-sto una «moratoria di civiltà» con-tro la libera circolazione dei lavo-ratori croati in Veneto.
Lo schiaffo che ha fatto più ma-le da queste parti è stato però
quello (doppio) arrivato dalla
Germania, legata da storici lega-mi con il paese. «Non vi costere-mo niente, non falliremo e non
siamo la Grecia», aveva messo le
mani avanti con discutibile diplo-mazia il premier Zoran Milanovic
per stemperare i dubbi teutonici
sul 28esimo membro. È servito a
poco: prima la  Bild — con la sua
tradizionale sobrietà — ha defini-to la Croazia «terra di corruzione,
debito e disoccupazione», eti-chettandola come «il prossimo
buco nero in cui spariranno i mi-liardi dell’Europa». Poi, ciliegina
sulla torta, è arrivata la mancata
partecipazione di Angela Merkel
alla festa di ieri notte. «Troppi im-pegni», hanno spiegato a Berlino.
Ma il tam tam sulle rive della Sava
parla di una rappresaglia legata
alla mancata estradizione di Josip
Perkovic, ex agente segreto consi-derato un eroe da queste parti ma
accusato dai tedeschi di aver as-sassinato a Monaco nel 1983 un
esule croato «Sono nubi passeggere — dice
Furio Rabin, deputato al Parla-mento di Zagabria come rappre-sentante della Comunità nazio-nale italiana — . Certo oggi preva-le la diffidenza. Ma con l’Europa
arriveranno anche fondi e aiuti. Se
il vecchio continente uscirà dalla
crisi, allora anche la Croazia starà
meglio e i dubbi spariranno». Il
guaio è che nel breve Bruxelles ri-schia di creare più problemi di
quelli che è in grado di risolvere.
Ok, tra il 2014 e il 2020 su questo
fazzoletto di Balcani pioverà oro,
sotto forma di 11 miliardi di euro
di Fondi Ue. L’adesione all’Unio-ne obbligherà però il paese a usci-re dal  Central European free trade
agreement , facendo scattare do-lorosissimi dazi sul 21 per cento
delle sue esportazioni, quelle ver-so Russia e centro Europa. Non
solo: appena accolta nella Ue, Za-gabria entrerà subito nel girone
dei dannati “sotto procedura
d’infrazione” visto che il suo rap-porto deficit/pil è al 4,7 per cento.
E Bruxelles potrà intervenire per
imporre nuove misure d’austerity
e tagli al welfare. Tema delicatissi-mo in un paese dove il 60 per cen-to delle persone prende uno sti-pendio dallo stato e 500mila, su
4,4 milioni di abitanti, ricevono in
qualche forma sussidi legati alla
guerra civile degli anni ‘90.
«Pensavo di entrare in un’unio-ne dei diritti — scherza (ma non
troppo) Radoslav Belas, 21enne
studente di scienze sociali all’an-tica università locale — e invece
per ora vedo solo i doveri». Rischia
di andare ancora avanti così per
un po’: «La Croazia deve snellire la
sua burocrazia e ci sono ancora
molti passi avanti da fare sul fron-te della corruzione», dicono a
Bruxelles. Il paese è all’84esimo
posto — vale a dire molto indietro
— nella classifica della Banca
Mondiale delle nazioni più attrat-tive per gli investimenti esteri. E
Transparency International  l’ha
messo al quint’ultimo posto Ue
(meglio solo di Romania, Bulga-ria, Grecia e, ahinoi, Italia) tra
quelli più corrotti. «È un’eredità
del vecchio sistema socialista, qui
da noi ci sono ancora tante cose
che si aggiustano solo con la spin-ta o la bustarella giusta» ammette
Belas. L’arresto dell’ex premier
Ivo Savater, condannato a dieci
anni per mazzette, è stato per
molti solo uno «specchio per le al-lodole» mentre in realtà le cose
«vanno avanti come prima», assi-cura Radoslav.
Sono tempi duri. La crisi fa
guardare all’Europa solo con le
lenti un po’ strabiche dell’econo-mia, non facendole — come ovvio
— un grande servizio. E così ci si
dimentica quello che l’Unione
può fare, ad esempio, per rimargi-nare le cicatrici freschissime della
guerra. «Saremo un ponte per l’a-rea balcanica», dice il premier Mi-lanovic. Bruxelles, con un gesto
simbolico, ha anticipato in questi
giorni l’avvio dei negoziati per
l’ingresso della Serbia. Si vedrà.
Per ora qui, tra i palazzi austeri e la
musica di Trg Bana Jelacica, Zaga-bria balla, applaude e festeggia.
Tra poche ore arriverà la prima al-ba europea della Croazia. Questa
è la notte dell’Inno alla Gioia. Ai
dolori c’è sempre tempo per pen-sarci domani.

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