martedì 14 gennaio 2014

Divorzio alla catalana

uesta è un’intervista a un rivoluzionario in abito grigio. Un uomo
che fuori dalla Spagna conoscono in pochi e c’è una ragione, la
spiega lui stesso: «Se fossi stato
un calciatore avrei giocato da mediano. Era
questo il mio ruolo, da ragazzo: centrocampista. Correre, correre. La politica non mi
piace. È un male necessario. La faccio perché non c’è altro modo per realizzare quel
che è possibile fare». Si chiama Artur Mas, è
il presidente della regione autonoma di Catalogna e sta per scatenare un terremoto.
Per la Spagna e per l’Europa, per noi. Ha avviato un processo senza ritorno, vuole la Catalogna indipendente dalla Spagna, ha fissato per il 9 novembre 2014 la data del referendum fra i sette milioni e mezzo di cittadini che governa e pazienza se Madrid dice
che non si può fare, pazienza se Mariano
Rajoy batte il bastone del comando e dice
che assolutamente no, è incostituzionale.
«Andremo comunque a votare», dice tranquillo. Se non sarà il referendum — «ma
sarà, sarà… » — lui è pronto a far cadere la
sua giunta prima della scadenza, 2016, e indire subito elezioni anticipate trasformandole in un voto pro o contro l’indipendenza.
E se l’Europa dirà di no si farà lo stesso. Si
chiama Artur Mas, e conviene imparare a
conoscerlo per tempo, starlo a sentire.  È
la vigilia di Natale.
Un momento prima
di entrare nel suo
studio esce da quella
porta Jordi Pujol, 83
anni, fondatore del partito di
Mas – Convergencia – e per 23
anni presidente di Catalogna.
Un gigante della politica spagnola del Novecento. Pujol, in
perfetto italiano, si ferma un
momento a parlare della mancata elezione di Prodi. Indica
con precisione il nome di chi a
suo parere ha orchestrato l’agguato. Sorride, narra aneddoti
a proposito del presunto mandante. Conosce la vicenda in
dettagli sottili. S’informa poi
su Renzi. Sorride ancora. «Bene, buona fortuna al suo Paese.
Si ricordi, parlando col presidente Mas, che noi catalani
non conosciamo la xenofobia.
In Italia sì, mi pare. Qui no. Il
tema dell’indipendenza, al
contrario di quel che avviene
altrove, anche da voi in passato con la Lega, non ha niente a
che vedere con il disprezzo dello straniero del più debole né è
una ragione solo economica.
Al contrario. Giustizia e Carità,
a questo si ispira la mia politica
fin dalle origini. Abbiamo una
lunga tradizione di accoglienza, di assistenza. Il catalanismo è una storia di generosità,
dunque del tutto estranea al leghismo. Ma non faccia attendere il presidente, per favore.
Mi trova qui oggi giusto per gli
auguri, ci parliamo di rado ma
sono certo che le sue parole saranno le mie». Ultimo sorriso.
Mas ha 57 anni, è un uomo
paziente e allenato all’attesa,
per due volte ha vinto le elezioni ma alleanze politiche lo hanno lasciato all’opposizione, alla terza vittoria ha governato.
Governa ora. Un ‘regista’, dice
quasi con pudore, “alla catalana però”, di quelli che ogni tanto segnano anche. Tipo Xavi,
intende, o Iniesta. Pep Guardiola ha speso per lui recenti
parole di entusiasmo. Più che
per Renzi, per capirsi. D’altra
parte Mas guarda a Renzi con
attento interesse: «Credo che ci
capiremmo bene, mi auguro di
conoscerlo presto».
Presidente, perché vuole la
Catalogna indipendente?
«Non la voglio io, la vogliono
i cittadini. Guardi i balconi alle finestre, guardi le bandiere
esposte. In città e in campagna, in centro e in periferia,
nelle case di chi vota a destra e
di chi vota a sinistra. È un movimento trasversale e collettivo. Due milioni di persone sono scese in piazza l’11 settembre, hanno fatto una catena
umana. Non c’era rabbia, nelle strade, c’era speranza. È stata una festa. I catalani vogliono
andare a votare, nessuno può
impedirci di farlo. Andare a votare è un tratto fondante della
democrazia».
Perché adesso? Le ragioni
non sono le stesse di dieci o
venti anni fa?
«Per stanchezza, per fatica.
Perché ora basta. Abbiamo dato alla Spagna moltissimo di
più di quel che ci ha restituito,
sempre. Per troppo tempo,
troppo. Troppo a lungo. Il matrimonio è finito. Ci si può separare con civiltà, restando
buoni vicini».
È dunque un tema economico, è il dare e l’avere? È come volersi liberare da un padre che quando sei già adulto
ti paga il mensile e ti dice anche cosa devi farne?
«È un padre che non ama
suo figlio, quello che lo costringe a un rapporto di subordinazione oltre il tempo lecito.
Noi viviamo in una condizione
di inquilini di un proprietario
ostile. Semplicemente: non
accettiamo più quelle condizioni, sono ingiuste. La nostra
autonomia è in condizioni di
grande debolezza, tutto dipende dal governo centrale al
quale storicamente paghiamo
imposte in una misura enormemente superiore a quanto
ci viene poi redistribuito per i
bisogni della nostra gente. È
questa l’origine del grave deficit fiscale che l’anno scorso ci
ha messi in condizione di chiedere un prestito che stiamo restituendo, che restituiremo
tutto. Ma ora basta».
Sempre di gettito fiscale, di
autonomia nella gestione
delle imposte, sempre di soldi
stiamo parlando.
«No, stiamo parlando della
nostra storia. Io ho 57 anni,
non ho potuto studiare il catalano, la mia lingua, a scuola.
Nel franchismo era proibito.
Oggi tutta la popolazione è bilingue. Le nostre tradizioni, la
nostra identità non hanno mai
preteso di sopraffare alcuno.
La nostra politica è quella dell’inclusione, dell’accoglienza,
da sempre, e del rispetto. Però
vogliamo essere rispettati, e
questo governo non lo fa. I
rapporti con il Partito Popolare si sono fatti molto difficili,
davvero molto».
Il leader storico del suo partito, Jordi Pujol, è stato in carcere sotto il franchismo. Manuel Fraga, uno dei capi storici del Pp, era ministro di Franco. Forse la storia ha fatto che
il Pp si trovi oggi su posizioni
assai conservatrici e Convergencia, il suo partito, più vicino alla sinistra, alleato di
Esquerra republicana?
«Non è questione di destra o
sinistra. È vero che il partito popolare spagnolo ha oggi posizioni, anche sui diritti, molto
conservatrici. Ed è vero che
Convergencia tiene in sé componenti liberali, socialdemocratiche, democristiane e persino comuniste. Zapatero ha perso, in Spagna, di conseguenza il
Pp ha vinto a larga maggioranza
le elezioni. Ma in Catalogna è
tutto molto diverso. Qui le istanze indipendentiste sono davvero trasversali, e credo che arrivare alla rottura col governo
centrale metterebbe in difficoltà popolari e socialisti catalani con esiti, anche a livello nazionale, imprevedibili».
Lei non nasce indipendentista, lo è diventato in tempi
recenti. Qualcuno potrebbe
diffidare, pensare ad una convenienza elettorale. Che lei
vada dove tira il vento.
«Personalmente ho solo
svantaggi. Solo grandi problemi. Non penso a me, credo anzi che lascerò presto la politica. Farò al massimo un altro
mandato, se le condizioni ci
saranno, per portare avanti il
progetto. Voglio tornare alla
mia vita. Quel che faccio lo faccio per un progetto collettivo
di futuro nel quale mi sono impegnato. La politica, come le
ho detto, non mi entusiasma.
Mi affatica ma è necessaria».
È pronto a far cadere il suo
governo se Madrid dirà no al  referendum?
«Si andrà a votare comunque, sì. Ma credo che il referendum si farà».E se vincessero i no all’indipendenza? I catalani vogliono andare a votare ma i sondaggi dicono che rispetto al quesito, si o no, si dividono a metà.
«Io credo che vinceranno i
sì. Comunque in questione in
primo luogo è il diritto ad andare a votare per esprimersi.
Gli Stati sono fatti di cittadini.
Devono poter decidere. Poi
naturalmente mi assumerò la
responsabilità politica del risultato, in ogni caso».
Se l’Europa dicesse no al referendum?
«Le pressioni sono forti. Gli
stati sovrani non vogliono problemi se li possono evitare. Ci
sarà il precedente della Scozia,
che voterà prima di noi. Poi
verrà la Catalogna. Ho anche
considerato che in un momento iniziale, fra il referendum e la
proclamazione dell’indipendenza, potremmo restare fuori
dall’Europa. Non dall’euro:
dall’Unione. Sarebbe un peccato, perché noi vogliamo restare. Bisognerebbe trovare un
regime transitorio per evitare
l’espulsione dall’Unione. Faremmo comunque richiesta di
rientrare. Noi vogliamo stare
nell’euro, nell’Unione, in
Schengen e nella Nato».
Crede che il sistema bancario vi sosterrebbe?
«Alle banche non interessa la
politica, quel che cercano è solvenza. I catalani hanno 28mila
euro di reddito pro capite, come i tedeschi. Le banche spagnole hanno il 20 per cento del
loro mercato qui. Nel mondo
degli affari gli ideali non esistono, esiste l’interesse».
La Catalogna è davvero
pronta a staccarsi dalla Spagna? Non è solo un modo, questo, per incassare il risultato
del voto e andare a Madrid a
trattare un diverso regime fiscale e maggiore autonomia?
«No. La stagione politica
degli intermediari, dei trucchi
sottobanco, di chi ha parole
diverse per interlocutori diversi è finita. Il Novecento è finito. Certo, dopo un referendum si deve trattare, è ovvio.
Si discute. Ma si discute come
separarsi restando in rapporti di buon vicinato. Solo questo. Non cerchiamo la rottura,
cerchiamo l’emancipazione.
Su questo non ci saranno
marce indietro».
Sembra molto ottimista,
più dei giornali del mattino.
«Sono un ottimista coi piedi
per terra. Sono realista».
Dicono di lei che non ha abbastanza carisma per guidare
una rivoluzione.
«Carisma? A scuola andavo
bene in tutte le materie ma non
eccellevo in nessuna. Ho sempre fatto il mio dovere. A un
certo punto ho scelto la politica, dopo aver fatto l’imprenditore. E’ stata una scelta e la
onoro. Non so se mi amano,
penso che mi rispettino. In
fondo lo preferisco».
Guardiola la stima e la sostiene. Lei, in cambio, pensa
che potrebbe tifare Bayern
Monaco?
«Non scherziamo. La mia
squadra è il Barca. Il Bayern è il
mio rivale. Pep Guardiola è
mio amico».
Se la Catalogna non potrà
andare al voto cosa si aspetta
che succeda?
«Il referendum si farà, e i catalani vinceranno. Vedrete. in
alternativa andremo ad elezioni anticipate. Credo che per
un poco, dopo, dovrò ancora
restare. Non sarà facile, ma per
noi niente è stato facile. Mai».
© RIPRODUZIONE RISERVAT

lunedì 13 gennaio 2014

I padroni dell’universo riconquistano Wall Street

FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
C’
è un fondo d’investimento che si compra un’intera
città della California in bancarotta. C’è quello che
controlla da solo il 7% di tutta la ricchezza mondiale,
15.000 miliardi di dollari. C’è il finanziere d’assalto
che sfida Apple e si presenta, nientemeno, come il difensore dei piccoli azionisti. The “Masters of the Universe sono tornati”. I giganti della finanza americana rinascono più forti che mai. Il
crac sistemico del 2008, che sembrava averli spezzati, è ormai un ricordo lontano. Se ne accorge anche Hollywood, con il duo Martin
Scorsese-Leonardo Di Caprio dedica a “The Wolf”, il Lupo di Wall
Street, il film più atteso di questo fine 2013. Degna chiusura di un anno che ha visto Wall Street polverizzare ogni record, con l’indice Standard & Poor’s 500 in rialzo del 30% rispetto al primo gennaio. The Economistdedica una copertina a Blackrock, il fondo d’investimento più
grande del mondo, il primo azionista in metà delle 30 maggiori multinazionali del pianeta. E lo raffigura come una roccia nera che incombe su sfondo di cielo azzurro, un’immagine che evoca Magritte
oppure il monolito premonitore di Stanley Kubrick in “2001 Odissea
nello Spazio ime magazine”
invece sulla copertina di dicembre mette
Carl Icahn, un
nome che rievoca le prime grandi
scalate degli anni Ottanta. L’epoca
in cui il romanziere Tom Wolfe coniò, nel “Falò delle vanità”, quel
termine arrogante e superbo, inquietante e gonfio di hubris: i Padroni dell’Universo, appunto.
Il fondo che possiede una città si
chiama Marathon Asset Management, non è neppure uno dei maggiori colossi, amministra “solo” 11
miliardi di dollari. Ha rilevato l’intera Scotia, città californiana a 250
km a nord di San Francisco, dopo la
bancarotta municipale. È un precedente che potrebbe far scuola
per metropoli ben più grandi come
Detroit, dove il liquidatore dei beni
comunali sta mettendo all’asta fallimentare anche i musei cittadini.
Timesaluta il ritorno di Icahn, 77
anni e un patrimonio di 20 miliardi
che lo colloca al 18esimo posto della classifica Forbesdei Paperoni
d’America, con questa presentazione: «È il singolo investitore più  ricco di Wall Street, e il più temuto
raider di grandi imperi industriali».
La sua carriera cominciò con la scalata alla compagnia aerea Twa nel
1985, un anno prima che i rivali di
Kkr lo battessero nella conquista
alla Nabisco (raccontata in un altro
celebre romanzo-realtà sulla finanza Usa, “Barbari alle porte”).
Oggi Icahn fa notizia soprattutto
per il braccio di ferro che lo oppone
a Tim Cook, il chief executive di Apple nel dopo-Steve Jobs. E qui viene la sorpresa. Invece di assalire
Apple con una delle solite scorribande finanziarie mordi-e-fuggi,
Icahn si fa il paladino di interessi
generali. «Apple non è una banca»,
lancia l’anziano investitore a Cook.
Icahn vuole che la regina degli
iPhone e iPad la smetta di accumulare cash inutilizzato (ben 150 miliardi di dollari, una montagna di liquidità tanto impressionante
quanto assurda) e lo distribuisca a
tutti gli azionisti. Lui incluso, ovviamente, che nel capitale di Apple
ha investito due miliardi. Ma l’operazione che Icahn pretende da Apple distribuirebbe benefici anche
ai piccoli risparmiatori. I Padroni
dell’Universo si sono convertiti come dei Robin Hood? Tutt’altro. Ma
almeno il loro è un capitalismo vero, un’economia di mercato non
ingessata.
Blackrock è un campione che
gioca in una categoria a parte: la
sua. È il King Kong dell’investimento moderno, nessun altro può
competere per dimensioni. Fondato nel 1988, oggi Blackrock am  ministra direttamente 4.100 miliardi di dollari dei suoi clienti. Inoltre fornisce piattaforme tecnologiche e software per la gestione di altri 11.000 miliardi. E quei fondi sotto la sua influenza crescono al ritmo frenetico di 1.000 miliardi all’anno. Naturalmente compra
anche bond, materie prime, immobili. La sua vera specialità però
resta l’investimento azionario. Ritrovi Blackrock come primo azionista delle tre regine hi-tech americane: Apple, Google, Microsoft. È il
primo azionista anche di due colossi petroliferi (Exxon, Chevron),
di due tra le maggiori banche Usa
(JP Morgan Chase, Wells Fargo),
sempre primo azionista anche in
conglomerati industriali come General Electric, Procter & Gamble.
Una peculiarità di Blackrock lo distingue da altri protagonisti di epoche precedenti nella storia di Wall
Street. Questo maxi-fondo investe
soprattutto attraverso strumenti
detti “passivi” come gli exchangetraded funds (Etf) che riproducono
esattamente l’andamento di indici
di Borsa (come i vari Dow Jones,
S&P500, Ftse). La loro performance quindi è una fotocopia fedele
dell’andamento dei mercati. I costi
di gestione sono minimi. Soprattutto, Blackrock investe i capitali
che gli vengono affidati, anche dai
piccoli risparmiatori, attraverso  fondi pensione e altri fondi comuni. Non ci mette capitali propri.
Dunque, a differenza della famigerata e defunta Lehman Brothers, o
di altre banche d’affari che si rivelarono fragilissime, un investitore
istituzionale come Blackrock ha
poco “rischio sistemico”. In un certo senso Blackrock ha obbedito anticipatamente alla nuova regola
varata solo da poche settimane
dall’Amministrazione Obama,
quella Volcker Rule che vieta ai
banchieri di fare speculazioni rischiose coi propri capitali. È un altro caso di Padrone dell’Universo
che può aiutare l’economia di mercato a evitare catastrofi come quella del 2008? Di certo l’universo capitalistico in cui si muove Blackrock dista anni-luce dalla realtà italiana. Per quanto sia un colosso, e
grosso azionista di gruppi come
Apple, Google, Shell e Nestlè,
Toyota e Novartis, in nessuna di
queste aziende la sua quota configura una “minoranza di blocco”.
Né fa parte di patti di sindacato, che
generalmente non esistono a Wall
Street e nei mercati più evoluti.
Blackrock può usare la frusta verso
un management che giudica inefficiente, ma non ha poteri di veto né
si può permettere di paralizzare
una grande azienda.
Il ritorno dei Padroni dell’Universo è un fenomeno dalle molte
facce. L’aspetto negativo lo sottolinea chi teme che la crescita americana sia ripartita su basi vecchie,
cioé con gli stessi squilibri che generarono la grande crisi del 2008. In
particolare fra questi squilibri c’è la
finanziarizzazione dell’economia,
e la dilatazione delle diseguaglianze sociali che le è strettamente legata. Larry Summers, ex consigliere economico di Barack Obama, in
un importante discorso al Fondo
monetario internazionale ha evocato il rischio di una «stagnazione
secolare», tra i cui sintomi vi sarebbe la deflazione. Uno studio della
Washington University lancia l’allarme sulle disparità nel risparmio:
il 5% delle famiglie più ricche st  accumulando troppi risparmi e in
questo modo deprime i consumi;
mentre il 95% rimanente è costretto a dilapidare lentamente i propri
patrimoni per contrastare il peggioramento del tenore di vita.
Il lato positivo di Wall Street forse lo vedono meglio di tutti gli italiani: per contrasto con la loro
realtà nazionale. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, in
una recente visita a New York in cui
ha incontrato proprio i dirigenti di
Blackrock, oltre agli uomini di Citigroup e George Soros, ha potuto  misurare i benefici della loro intraprendenza. Diversi attori della finanza Usa si sono offerti di liquidare in fretta le sofferenze e i crediti
incagliati delle banche italiane,
un’operazione che consentirebbe
alle aziende di credito di tornare a
prestare fondi all’economia reale.
Dietro un’economia americana
che cresce del 3% e genera duecentomila nuovi posti di lavoro al mese, c’è anche questa finanza “flessibile”, che ha liquidato in tempi record le scorie tossiche della crisi del
2008, ed è tornata a fare il suo mestiere. La storia di come le banche
americane si sono rimesse in piedi,
nel corso degli ultimi quattro anni,
è lo specchio riflesso — all’incontrario — di tutto quel che non accade nel sistema bancario italiano.
Quando le banche Usa sembravano stremate, al tracollo, sul punto
di affondare sotto il peso di investimenti sbagliati e crediti inesigibili,
la prima mossa è stata la svendita a
prezzi di liquidazione di tutta la
“monnezza” che poteva impedire
la riemersione. In seguito o in parallelo, ci sono state le grandi ricapitalizzazioni. Le banche hanno
cercato capitali freschi sul mercato
aperto. Una delle prime operazioni la fece un personaggio emblematico del capitalismo Usa, Warren Buffett, con il suo investimento
“salvifico” in Goldman Sachs, fatto
in un’epoca in cui sui mercati ancora regnava una sfiducia quasi disperata. Una volta ricapitalizzate,
anche con l’intervento dei Padroni
dell’Universo, le banche hanno riguadagnato la fiducia dei mercati,
sono apparse sufficientemente solide da superare gli “stress test” degli organi di vigilanza. E hanno ripreso a fare credito all’economia
reale, famiglie e imprese, alimentando la ripresa attuale. Niente
blindature degli assetti azionari,
niente “foreste pietrificate” dei soliti noti. Questo è il capitalismo
americano, la “macchina del mercato” che qui ha ripreso a girare a
pieno ritm

domenica 12 gennaio 2014

R2 - Il pomo della discordia la mela che non annerisce

L
A NUOVA mela che
non diventa mai nera
ha un nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche sui cibi ogm. E questa
volta, a schierarsi contro sono persino gli agricoltori  L
a nuova mela che non
diventa mai nera ha un
nome che si addice bene al freddo glaciale di
questi giorni negli Stati Uniti. Ma la “mela artica” sta anche riaccendendo le polemiche
sui cibi ogm. E questa volta, a
schierarsi contro le manipolazioni delle biotecnologie, sono persino gli agricoltori: temendo un aumento dei costi e una reazione indispettita dei consumatori, chiedono al governo americano di
mettere al bando il frutto hi-tech.
Il pomo della discordia è stato
messo a punto dai ricercatori di
una piccola società canadese, la
Okanagan Speciality Fruits. Senza introdurre geni di specie diverse, come accade invece in altri
ogm, hanno semplicemente manipolato una sequenza genetica
della mela riducendone gli enzimi responsabili dell’annerimento. Risultato: se le mele artiche
vengono sbucciate o tagliate a
spicchi, restano dello stesso colore, senza ossidarsi. I vantaggi
sembrano ovvi: le mele conservano sempre un aspetto di freschezza e si prestano a essere preparate in anticipo e consumate
con più flessibilità, ad esempio
per uno snack dietetico o per la
merenda dei bambini. «A molta
gente mangiare una mela intera
sembra troppo impegnativo e
spesso ne fanno a meno», ricorda
Neal Carter, fondatore e presidente della Okanagan. «La nostra
speranza è di far aumentare le
vendite di mele come è successo
con le baby-carote». Per il momento l’azienda canadese ha
chiesto l’approvazione ufficiale
per due varietà, la Arctic Golden e
la Arctic Granny, derivate dalle
due celebri cultivar.
Non c’è dubbio che il consumo
di mele sia in flessione, almeno
negli Stati Uniti, dove si è passati
da una media di 10 chili annui a
testa negli anni Ottanta agli otto
chili attuali. E forse la nuova “mela perfetta” potrebbe risollevare il
mercato. Ma perché allora i frutticoltori dello stato di Washington, dove si concentra il 44 per
cento della produzione americana di mele e 75mila ettari di alberi da frutto, sono contrari? E perché Christian Schlect, presidente
del Northwest Horticultural
Council, l’associazione di categoria, avverte che i suoi soci non
hanno alcun interesse nella mela
artica? L’opposizione non è legata a ragioni di salute: come quasi
tutti gli agricoltori americani, infatti, e come lo stesso dipartimento all’agricoltura di Washington, i
produttori di mele non ritengono
che i cibi geneticamente modificati siano pericolosi. Del resto, a
differenza dell’Europa, gli Stati
Uniti sono molto più permissivi
in materia. In realtà i frutticoltori
temono da un lato che l’eventuale successo della mela artica li costringa a investimenti massicci
per riconvertire le colture, dall’altro che possa deteriorarsi l’immagine della mela come prodotto sano e naturale. Fanno notare,
in particolare, che a differenza di
altri ogm che arrivano sulle men  se sotto forma di alimenti trasformati, la mela artica sarebbe il primo prodotto geneticamente modificato a essere mangiato così
com’è. Decine di migliaia di coltivatori hanno già scritto al ministero dell’agricoltura, che sembra propenso ad approvare le
Arctic Golden e le Arctic Granny,
ma ha anche annunciato che fino
alla fine di gennaio raccoglierà le
opinioni del pubblico e degli
esperti, prima di prendere una
decisione definitiva.
A battersi contro il via libera sono ovviamente anche i gruppi noogm. «Che cos’è la mela artica?»,
si chiede ironicamente Lucy
Sharratt, del network canadese
anti-biotecnologie: «È forse una
mela marcia che sembra invece
fresca? E non basterebbe, per ritardare l’annerimento, mettere
un po’ di limone? E chi non sa
che il cambiamento di colore
delle mele tradizionali non incide per nulla sulle caratteristiche organolettiche?». D’altra parte,
secondo un sondaggio commissionato dalla Okanagan, il
pubblico americano sembra favorevole all’arrivo del nuovo
frutto: sei consumatori di mele
su dieci si dicono pronti ad acquistare la mela artica

mercoledì 8 gennaio 2014

Processo alla Corona

Spese senza controllo, il sospetto
di aver favorito le società del marito
e adesso il rinvio a giudizio per frode
e riciclaggio. Per la prima volta nella
storia, un membro della famiglia
reale sarà alla sbarra.Per ironia
della sorte, Cristina, la figlia del re,
deporrà nel giorno della festa delle
donne. Un processo che rischia
di far traballare la monarchia,
mai così in basso nei sondagg




I
vestiti dei bambini, le lezioni personali di autodifesa, i biglietti per andare a vedere il Re Leone a New York, il musical, e per la finale di
Champions a Roma. Barcellona-Manchester,
ricorderete. Millequattrocento euro per una
cena giapponese di compleanno e 45 centesimi per
il parcheggio, 430 mila euro per ristrutturare casa e
90 centesimi per un quaderno a righe.
È l’estratto conto di una carta di credito quel che
mette a repentaglio la corona di Spagna. È l’elenco
delle spese domestiche, per così dire, dell’infanta
Cristina la carta che dopo 38 anni di regno può ragionevolmente spingere re Juan Carlos di Borbone
ad abdicare. Non il cancro, sette operazioni in due
anni, la prossima a marzo. Non le amanti, più di mille dicono le biografie: l’ultima, la tedesca Corinna
Sayn-Wittgenstein, organizzatrice del rovinoso safari in Botswana della primavera 2012 per la quale il
re ha dovuto chiedere pubblicamente scusa. Non
l’età, 75 anni, né gli 8 milioni di appannaggio annuo
della casa reale che da soli — in un Paese piegato dalla crisi, un giovane su due senza lavoro, la Catalogna
cassaforte di Spagna in procinto di autoproclamarsi
indipendente — hanno fatto precipitare il gradimento della monarchia a zero virgola, sondaggi su
sondaggi e cronache ogni giorno sui giornali: il re fischiato dal pubblico alla finale di Coppa del basket,
il leader dei socialisti catalani Pere Navarro che gli
chiede ufficialmente di andarsene nel silenzio-assenso dei più, cose mai viste È
la figlia, sarà la figlia il
tallone d’Achille di
Juan Carlos, cresciuto
sulle ginocchia di
Franco e per trent’anni beneficiario del credito di una
notte, quella in cui nell’81 sconfessò il colpo di Stato di Tejero.
Cristina di Borbone duchessa di
Palma, la secondogenita, la figlia di mezzo, la “catalana” andata ragazza a vivere a Barcellona, da ieri imputata per frode e
riciclaggio e chiamata in giudizio, a deporre, l’8 marzo prossimo venturo. È la prima volta nella storia di Spagna che un giudice si azzarda a tirare in causa direttamente un componente della famiglia reale. Il giudice si
chiama José Castro, del tribunale di Palma de Maiorca, e la storia è questa: Cristina ha sposato
Iñaki Urdangarin, ex nazionale
di pallamano, da cui ha avuto
quattro figli. Urdangarin ha
messo su una società di promozione sportiva, la Nóos, attraverso la quale — spendendo il nome
dei reali, direttamente o indirettamente — ha ottenuto fondi
pubblici da enti locali, molto ingenti, per manifestazioni mai
svolte. Lo chiamano “il generissimo”, in assonanza col dittatore Franco, “il generalissimo”. Il
suo socio Diego Torres ha messo a disposizione della magistratura carte e mail da cui risulta, tra
l’altro, uno stretto rapporto del
genero reale con l’amante del re
Corinna, alla quale chiedeva
buoni uffici per avere consulenze e presidenze di enti assai ben
remunerate. La ragione: mantenere la moglie agli stessi standard di vita di una ragazza «cresciuta in una reggia», parole di
Juan Carlos. Solo il mutuo della
casa di Barcellona costava all’ex
campione di pallamano 20 mila
euro al mese, nonostante e oltre
il prestito di un milione e duecentomila euro concesso da re
per il rogito. L’inchiesta va avanti dal 2007 fra alterne vicende. La
coppia, per defilarsi un poco, si è
trasferita prima a Washington,
poi a Ginevra. Il nome di Urdangarin è stato cancellato dalla home page della Casa Reale.
La novità, oggi, è che dalle 227
pagine di rinvio a giudizio risulta che il 90 per cento dei denari
della Nóos confluiva in un’altra
società senza alcuna attività apparente, la Aizoon, di cui l’infanta Cristina è presidente. È dal
conto della Aizoon che, attraverso carta di credito o note spese di
contanti, la famiglia prelevava
come da un bancomat personale. I 45 centesimi di parcheggio e
il mezzo milione per i lavori al
palazzetto del quartiere residenziale di Pedralbes, Barcellona, dimora di famiglia. Di queste
spese personali messe in carico
alla società Cristina è accusata di
non aver pagato le tasse (l’IRFP)
e di aver evitato che le pagassero
le imprese beneficiarie. Suo marito, comproprietario della Aizoon, è accusato di frode fiscale
e di altri reati (corruzione, falso)
che comportano fino a 23 anni di
carcere. Il magistrato, un sessantottenne di Cordoba che non
ha mai rilasciato un’intervista in
vita sua, scrive nell’ordinanza
che l’infanta Cristina non poteva non sapere, che era «consapevole e acquiescente», responsabile in ogni caso di omissione
di controllo nella sua veste di
presidente, che ha usato i denari di quella società «voltando la
testa da un’altra parte», nel migliore dei casi. In qualche occasione Cristina ha firmato i conti
con un nome semi-riconoscibile — “Cristina Poi Txiki Ire”, txiki
vuol dire “piccolino”, Poi e Ire
potrebbero essere le abbreviazioni dei nomi di altri due figli,
Paolo e Irene — segno, ipotizza il
magistrato, che voleva evitare si
risalisse alla sua identità. Passo
indietro, di lato.
Cristina di Borbone detta “la
bella” in evidente dissomiglianza estetica dall’infelice sorella
primogenita Elena, ora per
giunta separata dal marito, e
dall’erede al trono ultimogenito
Felipe è la settima in linea di successione al trono, dopo i fratelli
e i di loro figli. Cresciuta, come
dice suo padre, in una reggia, si è
rapidamente smarcata dalla famiglia, ha scelto la Catalogna come luogo dove vivere e un ragazzo altissimo atletico e di nessun
lignaggio come marito, è andata
a lavorare alla Caixa, banca di
Catalogna, e ha avuto quattro figli fra il ‘99 e il 2005. Ha provato a
vivere da “borghese”, restando
tuttavia la bisnipote del Kaiser
Guglielmo e di Costantino di
Grecia, di Luisa D’Orleans e del
re Alfonso XIII. È membro dell’Ordine dei Tre Poteri Divini del
Nepal, dama del Gran Cordone
dell’Elefante Bianco di Thailandia, della Corona Preziosa del
Giappone. Dal suo punto di vista
risulta comprensibile una spesa
di 627 euro da Bonpoint per i
pantaloni dei bambini e di 1400
dal catering giapponese Kateshima per il suo 42esimo co  pleanno, c’erano da allestire anche gli addobbi in casa, le lanterne rosse in terrazzo. Anche i 15
mila euro del viaggio in Brasile
nel 2009, quando si è in sei. Meno i centesimi per la cancelleria
e il parcheggio dell’auto, ma
quella dev’essere l’inerzia. Imperdonabile, per i sudditi, è
piuttosto il fatto che non si sia
chiesta perché il marito abbia
incassato con regolarità fondi
pubblici per eventi mai realizzati, perché abbia usato il nome del
suocero per avere convenzioni e
commesse fantasma. Perché infine il re abbia negato e coperto
tutto questo proprio mentre, nel
suo recentissimo messaggio di
fine anno, richiama il bisogno di
«trasparenza ed esemplarità»
nella vita pubblica.
Sofia di Grecia, la regina triste
e sola, è da molto tempo silente.
Felipe, il delfino, 45 anni, viaggia
in utilitaria e mette le monete nel
parchimetro: è pronto al tempo
nuovo. La Spagna è una monarchia parlamentare. Il portavoce
della casa reale ha definito l’inchiesta «un martirio» personale
per Juan Carlos. Non è personale, è istituzionale. La monarchia
è qui al suo passaggio più stretto,
il varco dei tempi. Cristina farà
ricorso, ha detto il suo avvocato.
Proverà a non andare in aula come già è accaduto mesi fa. Si tratta solo di «congetture e sospetti», dice l’autorità Anticorruzione. Ma c’è un giudice a Palma:
scrive che la legge è uguale per
tutti e che il suo atto nei confronti di Cristina di Borbone è
«dovuto e inevitabile». C’è un
Paese, soprattutto, che dice a
Juan Carlos che ha la stessa età di
Beatrice d’Olanda, la quale ha
appena abdicato in favore del figlio Guglielmo, coetaneo di Felipe. Prendere o lasciare. Sarà
anche un risibile pretesto, questo delle spese della bella Cristina e delle astuzie illecite di suo
marito, ma è un segno dei tempi.
Di tasse c’è chi muore. La voce
del popolo dice al re: lasciare. 



“Ora Juan Carlos deve abdicare
solo così salverà la monarchia”


D
ovrebbe abdicare a favore del
figlio, il principe Felipe. Non
vedo altro modo per restituire
credibilità all’istituzione monarchica». José Garcia Abad,
uno dei maggiori studiosi della
famiglia reale spagnola, è risoluto nella sua analisi dopo la nuova svolta nell’indagine del giudice Castro che ieri ha chiesto l’incriminazione dell’Infanta Cristina nel caso di corruzione del
genero del re, Iñaki Urdangarin.
Sono solide le conclusioni del
giudice di Palma di Maiorca?
«José Castro è un ottimo magistrato, non ha improvvisato
nulla nella sua inchiesta ed è soprattutto un uomo libero. Posso
aggiungere che ha dalla sua
parte il fatto di essere vicino alla pensione: non ha, indagando sulla Casa reale, nulla da
guadagnare ma anche nulla da
temere per il futuro della sua
carriera. Un anno fa, quando
respinse la sua richiesta di interrogatorio di Cristina, il Tribunale di Palma gli chiese di
chiarire meglio il suo sospetto
di frode fiscale nei riguardi dell’Infanta. Ed è quel che ha fatto
in questi mesi dimostrando sia
la frode che il riciclaggio».
Simbolicamente è un terremoto?
«Direi che abbiamo iniziato la
lunga marcia verso l’estinzione
della monarchia. Lunga perché
non credo che la società spagnola sia pronta a farne a meno ma
non c’è dubbio — e d’altra parte
lo dicono tutte le inchieste —
che la figura del re sia ormai
profondamente in crisi».
Ma non c’è un coinvolgimento diretto del monarca
nel caso Nóos?
«Magari sarà difficile da dimostrare in un’aula di tribunale.
Ma Urdangarin non avrebbe
potuto muoversi con la libertà
con cui si è mosso se non avesse
avuto la copertura esplicita dell’Infanta e, fino ad un certo punto, il silenzioso sostegno di Casa
reale. Nell’inchiesta è documentato che ci sono state aziende che hanno sponsorizzato le
iniziative di Urdangarin perché
era il genero del re, non per altre
ragioni. Urdangarin non è “una
pecora nera”, c’è una trama,
una sensazione diffusa di impunità che coinvolge tutti».
Cambierebbe la percezione
della monarchia se il re decidesse di passare la mano al
principe Felipe?
«Un nuovo inizio, una nuova
speranza. Il principe è preparato per il suo compito. D’altra
parte non siamo necessariamente un paese monarchico.
Nella transizione post-franchista Juan Carlos venne accettato
da tutti perché era una figura di
mediazione e dopo, quando si
oppose al Golpe di Tejero, divenne giustamente popolarissimo. Oggi la sua capacità di influenza, il suo ruolo nello smorzare le tensioni, è debole. In questo senso la sua rinuncia al trono
avrebbe un effetto certamente
positivo anche sul lungo periodo. Ma temo che non lo farà».
Chi sono in questo momento
i migliori alleati di re Juan Carlos e chi i suoi nemici?
«Gli alleati sono i due grandi
partiti, socialisti e popolari. Destra e sinistra che si sono alternati nel potere negli ultimi trentacinque anni ma che oggi, insieme
al modello del bipartitismo, sono
profondamente in crisi. Nemici
dichiarati non ce ne sono. C’è nell’opinione pubblica un diffuso
malessere verso il re che può trasformarsi anche in una messa in
discussione dell’istituzione stessa. In Spagna la monarchia può
sopravvivere solo se è utile non se
diventa un intralcio, un peso o
qualcosa di estraneo alla società.
I giovani non hanno i timori dei
più anziani molti dei quali ricordano come l’ultima Repubblica
terminò in una Guerra civile. È un
aspetto superato».
Come si inserisce la sfida dei
nazionalisti catalani in questo
contesto?
«Appunto. Qualche anno fa re
Juan Carlos avrebbe avuto un
maggior margine di manovra
per intervenire. Per unire. Oggi
non è più credibile».
Lei è stato compagno di
Università dell’Infanta Cristina, come la ricorda?
«Nel migliore dei modi.
Una ragazza semplice, gradevole, sempre molto simpatica
e disponibile con tutti».
Come s’è cacciata in questo guaio?
«Credo sinceramente che sia
molto innamorata di suo marito
Iñaki. E poi quello che ho già detto. I membri della Casa reale in
Spagna hanno a lungo goduto di
una sensazione di impunità. Si
sono considerati diversi dal resto dei loro sudditi. In fondo —
avranno pensato — quelle di
Iñaki erano marachelle archiviabili senza conseguenze. E,
forse, in un’altra epoca storica
sarebbe anche stato così»

lunedì 25 novembre 2013

Dove nacque la Lunga marcia

el reliquiario di Mao Zedong ogni oggetto è sacro.
Le sue sigarette non fumate, un thermos per il tè, la
boule azzurra che gli riscaldava lo stomaco, il luci-do per le scarpe, la racchetta verde da ping-pong, i
suoi mutandoni di lana. Due piani di reperti esposti nella pe-nombra, a temperatura costante, illuminati e protetti come ca-polavori. La colonna dei pellegrini scorre in silenzio davanti alle
vetrine che esibiscono “i calzini del Presidente Mao”, il suo petti-ne e le scatole dei biscotti di cui aveva bisogno non per la gola, ma
“perché lavorava sempre”. Alcuni anziani, al cospetto di un pigia-ma rattoppato, non trattengono le lacrime e qualche donna toc-ca un busto presidenziale mormorando parole di preghiera per-ché il figlio recuperi salute e prosperità. Il funzionario che mi gui-da nel museo del Grande Timoniere improvvisamente si ferma
davanti al celeste letto, immenso e in pendenza per “ospitare le
montagne di libri che divorava di notte”. Respira a fondo e intona
GIAMPAOLO VISETTI
di colpo L’Oriente è rosso . Gli operai impegnati a ritinteggiare la sa-le, cambiare le lampadine, scrostare i vetri e sostituire i bambù in-gialliti, attaccano l’inno con lui. C’è un certo odore di mobili in de-composizione, ma sulle pareti scorrono immagini ad alta defini-zione che ritraggono il Presidente Mao mentre “nuota sorridente
in un lago dalle acque gelide”. L’uomo che ha fondato la Repub-blica Popolare Cinese, cambiando il destino dell’umanità, nac-que centovent’anni fa e nel suo villaggio resta un dio immortale.
Tanto più eterno adesso, alla vigilia dell’anniversario: «Ventisei
dicembre 1893 — si affretta a puntualizzare la guida al termine
della sua baritonale esibizione di maoismo spontaneo — il gior-no in cui è venuto al mondo il bambino che i genitori chiamarono
profeticamente “Ze-dong”, ossia “splendere sull’Oriente”».
Shaoshan, cinquanta chilometri a sud di Changsha, capoluogo
dello Hunan, contava allora quattrocento famiglie di contadini e
le sue colline erano infestate dalle tigri. Si aravano le risaie con i
bufali e la vita, sotto l’agonizzante dinastia Qing, scorreva come
nel Medioevo: la notizia della morte dell’imperatore giunse nella
fattoria dei Mao casualmente, due anni dopo il decesso. L’
ex borgo conta oggi centoventi-mila abitanti, di cui quarantamila
si chiamano Mao, e quasi nessu-no coltiva la terra. È stato ribattez-zato “Città della Memoria Rossa”
e qui tutti vivono grazie al culto di
Stato per il padre del comunismo cinese. Un gi-gantesco manifesto affisso in piazza Mao Ze-dong, proprio davanti a una statua di Mao alta sei
metri, ricorda che “il nostro eroe è morto prema-turamente il 10 settembre 1976, all’età di quasi 83
anni, ma noi ameremo per sempre il Presidente
Mao”. Un simile trasporto non permette che
qualcuno faccia la fame e dopo centovent’anni il
Grande Timoniere, mummificato nella piazza
Tienanmen a Pechino, può dire di aver reso ric-chi i suoi compaesani. A Shaoshan, per onorare la
sua casa natale, arrivano cinque milioni di cinesi
all’anno. Solo in dicembre, per la ricorrenza, se ne
attendono altri due milioni. Assolti i lunghi dove-ri di fede, tutti entrano in un ristorante per man-giare “maiale stufato alla Mao” e “tagliolini della
felicità”, acquistano una copia del  Libretto Rosso
e una piccola effige magnetica con il volto del di-vino per il cruscotto dell’auto, a benedizione dei
viaggiatori. Ma soprattutto tutti sono invitati dal-le autorità ad assistere allo spettacolo che mette
in scena infanzia e giovinezza del Presidente Mao
e a trascorrere una notte in albergo. Lo show, do-po decenni di sempre più stanche correzioni po-litiche, è in via di riadeguamento alla sensibilità
dei nuovi leader e alle imminenti celebrazioni.
Due ore di fiamme, battaglie, vittorie, sangue, fio-ri e bandiere rosse, chiuse dai fuochi d’artificio
del trionfo. Il messaggio è semplice: le forze occi-dentali erano il Male e Mao, grazie al suo corag-gio, ha salvato il popolo cinese dalle belve del No-vecento, facendo prevalere il Bene. Buona parte
del pubblico, al termine di una giornata sfian-cante nel santuario maoista, crolla in un sonno
ostinato, che resiste anche ai fragorosi inni rivo-luzionari. Quando cala il sipario però sono tutti
doverosamente commossi.
L’albergo Shengdi, storico rifugio dei dirigenti
spediti dal partito a omaggiare il padre della na-zione, è invece un mito a sé. Sconfinato, in mar-mo bianco, imbottito di moquette rossa e gialla.
Troni e tavoli fingono di essere d’oro, come le te-ste di leone e i putti trombettieri appesi alle pare-ti. Nelle sale risuona la colonna sonora del film Ti-tanic e le cameriere accorrono per mostrare i wc
giapponesi riscaldati e i soffitti affrescati delle
stanze, che illustrano l’epopea del Presidente
Mao come fossero le scene della vita di Cristo nar-rata dal Vangelo. Non si può dire che la struttura,
ai piedi della Montagna del Drago, esalti la fruga-lità delle origini, messaggio essenziale affidato a
Shaoshan dai successori del “padre di tutti noi”.
«L’hotel è vuoto — avverte la cameriera incarica-ta di sorvegliare il mio piano — Duecento came-re, lei è l’unico cliente. Sono scomparsi tutti, do-po la caccia scatenata da Xi Jiping contro corrot-ti, lussi e stravaganze. Pensi: anche il gala orga-nizzato per l’anniversario del Presidente Mao è
stato cancellato». Lo spreco di Stato per non
smettere di venerare la sola figura tuttora capace
di tenere uniti i cinesi è in effetti un problema
ideologicamente imbarazzante. A quasi qua-rant’anni dalla sua scomparsa, nella Cina iper-consumista che l’ultimo Plenum ha appena
aperto al “mercato decisivo”, che è l’opposto di
quella teorizzata dal Grande Timoniere, il partito
scopre di essere ancora Mao-dipendente. Altro
che riforme: il potere dei “prìncipi rossi” discen-de dal suo ricordo, che sostiene la società, lo Sta-to, il regime, tutto. Nessuno, da Deng Xiaoping a
Jiang Zemin e Hu Jintao e ora a Xi Jinping, ha avu-to il coraggio di mettere sostanzialmente in di-scussione il dio dei cinesi e la nazione si scopre an-cora prigioniera del dittatore da cui non ha sapu-to affrancarsi, nemmeno dopo la sua morte. Di-scutere in modo aperto di Mao equivarrebbe a
parlare liberamente del partito-Stato, permette-re la ricerca della verità: come imprimere un si-gillo sulla fine del regime. Pechino deve così ali-mentare la fiamma della sola fede ammessa: chi
si astiene resta un traditore. Alimentare il culto di
massa, dopo centovent’anni, è però tremenda-mente dispendioso e il popolo degli ex compagni,
pronti a piangere davanti alle “scarpe bucate del
Presidente Mao”, è meno propenso ad assolvere
i costi di una propaganda che, assieme al padre,
promette di consegnare all’eternità anche i figli,
auto-proclamati successori.
Per la prima volta, alla vigilia del sacro anniver-sario, la Cina si indigna dunque per i 2,5 miliardi
di dollari stanziati dal governo per i festeggia-menti del 26 dicembre a Shaoshan. Una bestem-mia: condannare le energie profuse per «dire col-lettivamente grazie al Presidente Mao». Eppure è
così, la nuova classe media dei consumatori ur-banizzati alza la voce contro i nostalgici naziona-listi dell’antico mondo rurale e si capisce perché
nel villaggio natìo, investito della titanica missio-ne di «gestire sedici piani patriottici» senza smar-rire uno yuan, non si vedono volti rilassati. Mao
Zedong costa, la ri-maoizzazione succede alla
de-maoizzazione, e il partito rischia. Bisogna
ammettere che, nell’eccesso obbligato di zelo
apologetico, si è esagerato. A Changsha, dove
“l’ultimo imperatore” studiò e insegnò nell’Ac-cademia Yuelu, una sua testa di granito alta tren-tadue metri domina il fiume Xiang e funge da
sfondo per le foto degli sposi. Di qui parte l’auto  trada personale di Mao, che in un’ora conduce
direttamente alla fattoria dove è nato. L’asfalto è
tirato come un velluto e centinaia di operai rab-boccano a mano impercettibili buche. Il percor-so è deserto e l’autista del pullman non può smet-tere di suonare per disperdere stormi di gazze che
riposano sulla corsia di sorpasso. La “Città della
Memoria Rossa” invece è in fermento. Ordini dal-l’alto: centinaia di botteghe di souvenir rinnova-no le fotografie dei vecchi leader, gli album con le
poesie del Presidente Mao e quelli con la sua
“struggente calligrafia”. Su una spianata di can-tieri si costruiscono il nuovo “Museo di Mao e del-la Cina”, alcuni alberghi, una nuova stazione per
i treni ad alta velocità, un centro commerciale «a
tema rivoluzionario», cinema e teatri per replica-re «un’adolescenza leggendaria». Le impalcatu-re nascondono anche la casa degli avi dei Mao,
eretta nel 1763 e trasformata in scuola per la se-conda moglie del giovane Zedong, come i vene-rati “bagni sovietici” color smeraldo del bunker
anti-atomico segreto, scavato nel 1960 sotto il
dosso dove è sepolto suo nonno. Dietro la statua
del centenario, voluta da Jiang Zemin nel 1993, si
cambiano i fiori, si potano i sessantatré pini, uno
per ogni etnia, e si sostituiscono le corone con la
scritta “Noi ameremo Mao per sempre”. La coda
per accedere alla casa natale del Presidente Mao
comincia qui, a poco meno di un chilometro dal
letto in cui la madre, fervente buddista, lo partorì
dopo due figli defunti. Eserciti di guide turistiche
e ambulanti assediano i fedeli-clienti, ordinati
fuori dai pullman delle gite di partito. Giovani in
abiti da monaci e sosia presidenziali, di varie età,
si offrono a prezzi proletari per foto-ricordo.
Nessun grande dittatore del Novecento, non
Lenin, non Stalin, e tantomeno Mussolini o Hi-tler, ma neanche alcun statista democratico,
conserva un memoriale così impressionante e
ancora decisivo, fondamentale per la sorte della
Cina e tanto influente sul destino del mondo,
quale è la fattoria dove Mao Zedong «cominciò a
vivere aiutando i genitori nei lavori della stalla».
Chi ci arriva è stato preparato: conosce biografia
e storia a memoria, ha scorso centinaia di foto-grafie d’epoca, digerito decine di documentari
seppiati e si limita a dire «vado alla Casa». Sa che,
dopo due ore d’attesa e giorni di viaggio, scorrerà
in cinque minuti attraverso sei stanze spoglie di
una vecchia dimora contadina con muri e pavi-mento di fango, in riva a uno stagno, davanti a una
risaia e alla collina dove riposano l’amata madre
e l’odiato padre del Presidente Mao. Eppure, do-po centovent’anni dal divino vagito, la massa dei
cinesi indebitati per una berlina tedesca e con il
sogno inconfessabile di fuggire in America, pro-cede in religioso silenzio tra il focolare e la vasca
per l’acqua, commossa dalla propria, presto di-menticata povertà. È questo il capolavoro della
propaganda maoista, più forte del silenzio che
torna ad avvolgere lo sterminio del “Grande Bal-zo in Avanti” e i crimini della Rivoluzione cultu-rale, abomini negati o ignorati del maoismo. Il
messaggio universale della rinnovata nomencla-tura è potente: l’energia dell’epocale successo ci-nese continua a derivare dalla forza di questa mi-seria, dalle privazioni, dal sacrificio, dall’onestà,
dall’abnegazione filiale, dalla frugalità, dalla de-terminazione che permisero a un giovane conta-dino dello Hunan di trascinare la patria coloniz-zata dall’impero al socialismo, mutando il corso
di due secoli. È il cuore dell’aggiornata ideologia
capital-comunista della svolta riformista annun-ciata il 12 novembre da Xi Jinping: «Spianare le
montagne», «arricchirsi gloriosamente» e ora
«consegnarsi al mercato», ma non rinunciare «al-l’anima marxista del servire il popolo». A questo
appalto della persuasione resta affidata l’irrinun-ciabile sacralità della casa natale del Presidente
Mao. Si può evitare il mausoleo di Tiananmen,
non la culla di Shaoshan. Cinque minuti di rac-coglimento e una fotografia sull’augusto uscio,
come in una Mecca materialista, bastano per una
vita obbediente, se si riconosce l’autorità del luo-go-mito. Il rinnovato impegno a una tale fedeltà
vale ben l’investimento di Pechino che, per l’oc-casione, rompendo un altro storico tabù, si ap-presta a lanciare il cartoon Quando Mao Zedong
era giovane , a esportare il film d’animazione Co-me si fa a diventare presidentee a stampare il vo-lume  Qualcuno deve finalmente dire la verità, che
nega i quaranta milioni di morti del “Grande Bal-zo in Avanti”.
«Nessuno spreco per l’anniversario — dice il
funzionario che mi accompagna a salutare l’ulti-ma vicina di casa che assicura di essere stata ami-ca del Grande Timoniere — Mao non appartiene
alla sinistra, è l’ispiratore di ogni cinese e i giova-ni di tutto il mondo devono conoscerlo». L’ambi-guità scientifica della divinità e dei suoi interpre-ti: dopo centovent’anni, grazie all’umiltà della
Casa, il Presidente Mao resta il volto del partito-Stato, ma diventa pure l’immagine dei suoi op-positori interni, del montante ma imperseguibi-le dissenso-maoista che vorrebbe abbattere la
casta corrotta che, proprio nel nome di Mao, tor-na a teorizzare il potere come dinastia ereditaria
dei grandi interessi di clan. Primo difensore e at-to d’accusa, sintetizzati in unico mandato del cie-lo, «insidiato solo — assicura la guida — dalla ten-tazione del denaro». Lo spirito di Mao però non
ha impedito alla Cina di crescere fino a diventare
la potenza più ricca del secolo. Un tappeto di te-ste adoranti, mentre la notte risale il passo del “Ri-poso della tigre”, si inchina così emozionata da-vanti alla gigantesca macina di pietra che il pic-colo Zedong «riuscì a muovere già all’età di tre an-ni». Fantasie, storia, parabole, propaganda:
quanto tempo resisterà questa Cina del dopo fi-glio unico e liberata dai campi di lavoro, ma co-stretta ad aggrapparsi all’unico dio che riconosce
come proprio, per poterlo quotidianamente ab-battere senza crollare? «Mao Zedong vivrà per
sempre — recita il falegname che entro il 26 di-cembre deve finire di restaurarne l’altare dome-stico degli avi — Ma una cosa è certa: se Lui tor-nasse qui e vedesse ciò che siamo diventati, altro
che riforme, farebbe subito un’altra rivoluzione 

sabato 2 novembre 2013

01/11/13 - R2 - Gli italiani d’Albania i migranti ora siamo noi

La terra che vent’anni fa produceva
disperazionee provocava esodi di massa
oggi accoglie i nostri emigrati.  Almeno tremila
secondo le stime. Molti sono esodati
Artigiani, meccanici o operai dei call center
Vanno in Albania perché la vita costa meno
e la burocrazia è più snella.  O perché in patria
erano “uno dei tanti”, qui sono “uno dei pochi”



DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO BERIZZI
TIRANA
L
america capovolta è Roberto che è cuoco e ristoratore.
Viene da Viterbo e dice che con un’ora di volo rinasci.
«Stavo in cucina 16 ore al giorno per tirare su una miseria.
Strozzato dalle tasse, frustrato. Là ero uno dei tanti, qui
sono uno dei pochi». Roberto Cannata, 49 anni, torinese,
vent’anni nel Lazio fino allo “sbarco” nella terra che produceva di-sperazione e pompava esodi di massa. Adesso Roberto fa quaranta
coperti al “Basilico”, cinque minuti dal “block” commerciale di Ti-rana. Clienti italiani e albanesi. Una faccia una razza? «Forse sì. Sia-mo popoli che si guardano». Un residuo di diffidenza, soprattutto
da parte italiana, che si stempera fino alla nemesi più sorprenden-te: lo scambio migratorio. Eccoli, gli immigrati al contrario.
Vent’anni dopo. Gli italiani d’Albania 

uelli che «in Italia
non c’è più speran-za». Spinti oltre
Adriatico dalla crisi
beffarda, muovono
verso l’altra costa a caccia di un
salario. Gli altri, gli albanesi d’I-talia, quelli de Lamerica degli
Anni ‘90, viaggiano sulla stessa
rotta (nave o aereo). Ma loro tor-nano per le ferie. Portano soldi e
regali ai parenti. Se li sono gua-dagnati con quasi un quarto di
secolo di duro lavoro.
Chi è l’italiano che emigra in
Albania? Uomo, 25-50 anni, più
Nord. Estrazione sociale varia.
«Espulsi» dal sistema produttivo,
esodati che si mettono in viaggio,
e non è proprio una vacanza. Al-l’inizio erano imprenditori affa-mati di manodopera low cost.
Ora seguono operai, artigiani,
elettricisti, idraulici, saldatori,
meccanici, marmisti. E poi avvo-cati, medici, architetti. E gli ope-ratori dei call center. Un settore a
sé, con un plotone di società che
hanno trasferito qui le loro batte-rie di risponditori a cottimo
(Gruppo Abramo, Teleperfor-mance, Infocall, Teletu, Tran-scom, Grid di Marina Salamon,
per citarne alcuni). L’inflessione
dei telefonisti locali è italiana. Si
confonde con quella dei nostri
studenti. Per mantenersi nelle
oltre cinquanta università priva-te albanesi non sputano su 200-300 euro al mese. È lo stipendio
medio. Ma la vita qui costa un
quarto. «Meglio poco che nien-te». È lo spot del nuovo immigra-to. Due anni fa, compiuti i 26, Da-vide Barzani ha fatto la valigia e
da Brescia, patria del tondino, ha
esportato il suo mestiere a Tira-na. Saldatore. Poi siccome le co-se andavano bene si è messo a in-segnarlo. «Sei allievi, un tavolo,
una saldatrice», racconta nel la-boratorio di “Mondo saldatura”.
«Il mercato si sta ampliando e c’è
lavoro. Come sono arrivato qui?
Grazie a un amico. Albanese». Il
“gancio”, un classico. L’amico, il
collega, il parente acquisito. «Gli
italiani l’Albania la annusano
prima di partire», ragiona Carlo
Alberto Rossi, consulente per
una clinica privata a capitale ita-liano. «C’è chi arriva per dispera-zione, chi per riscattarsi da falli-menti. Chi perché intuisce le po-tenzialità». Burocrazia snella,
10% di pressione fiscale contro il
70 dell’Italia; settori dove si apro-no praterie perché il livello di spe-cializzazione è quello che è. «Il fe-nomeno migratorio al contrario
è destinato a raddoppiare nei
prossimi due-tre anni».
Quanti sono, per ora, gli italia-ni? I numeri danzano. Partiamo
dalle aziende. I dati della Camera
di commercio riconducono a
una ricerca Istat del 2012 che re-gistra 1460 società con almeno
un socio italiano. La stima si
stringe a 600 se si considerano
quelle operative. Vediamo ora la
popolazione. Sono 500 gli italiani
residenti. Milleottocento i per-messi di soggiorno “in corso” (su
una popolazione di 2,8 milioni).
Quasi un migliaio, infine, i con-nazionali che studiano medicina
all’Università Nostra Signora del
Buon Consiglio, gemellata con
Roma Tor Vergata (però le crona-che ricordano sempre e solo il ca-so del “Trota” Renzo Bossi e delle
lauree a gettone).
Tiriamo le somme: 3 mila è la ci-fra della nostra comunità nella
porta dei Balcani. A spanne. «Nes-suno sa quanti siano davvero gli
italiani», spiega Luigi Nidito, vice
presidente della Camera di com-mercio. «Molti si muovono per
conto loro e si rivolgono alle istitu-zioni solo se le cose vanno male.
L’italiano preferisce essere volati-le... «. C’è una battuta. È di un po-litico albanese di primo piano.
«Gli italiani? Sono albanesi vestiti
da Versace». Sono anche elettrici-sti in tuta. Come Oscar Cappellet-ti, da Bergamo. Dopo una trasfer- 

ta ha capito che collegare cavi elet-trici qui, conviene. «Non esistono
le restrizioni che ci sono da noi. Si
lavora meglio, e di più». Arrivano
in nave da Ancona e da Bari e in ae-reo con i 20 voli giornalieri (4 Ali-talia, 15 Bell Air). Quasi sempre
pieni. Bergamo, Verona, Pisa, Ro-ma. Su ogni volo, una media di 15
italiani. Michela Marucci, prati-cante legale di Benevento. «Seguo
la clientela italiana. I nostri im-prenditori o chiudono, o si suici-dano, o vanno all’estero. L’Alba-nia sta diventando la ventunesi-ma regione d’Italia». Nel 1939 fu-rono le truppe del nostro esercito
a occuparla. Oggi è il turno delle
nuove “valigie di cartone”. Storie
come quella di Antonio Pane, l’e-migrante interpretato da Antonio
Albanese ne L’Intrepido di Gianni
Amelio (19 anni dopo Lamerica).
Molti fanno centro.
Emilio Garlatti ha 60 anni e
sforna pasta fresca. «A ogni ango-lo senti parlare italiano, ti senti a
casa». Volo Alitalia Pisa-Tirana,
un mese fa. Una madre italiana
raggiunge il figlio. «Ha messo su
un allevamento di lumache. Lo
vedo realizzato e sono felice».
Stop. Rewind. Otto agosto 1991.
La Vlora, un bisonte del mare sti-pato di 20 mila albanesi, entra nel
porto di Bari. Resterà l’immagine
simbolo dei grandi esodi. Gli im-migrati vengono rinchiusi nello
stadio della Vittoria. Alla fine la
maggior viene rimpatriata con
l’inganno di un trasferimento in
altre città italiane.
Aldo all’epoca aveva 10 anni e
giocava sulle rive del lago di Scu-teri. A 18 è a Anzio a lavare i piatti
di un noto ristorante. Cameriere,
aiuto cuoco, chef. Oggi è tornato
in patria e ha aperto “Delicatezze
di mare”, a Tirana. «Produrre a
un’ora dall’Italia, in un paese do-ve la seconda lingua è l’italiano e
dove un operaio costa 200 euro, è
un’opportunità che attira», dice
Massimo Gaiani, il nostro amba- sciatore nel Paese delle aquile. In
principio fu Cristina Busi, pro-prietaria di Coca Cola Albania. È
sbarcata qui nel ‘91. L’ultimo in
ordine di tempo è Francesco Bec-chetti, dominus di  Agon channel ,
nuova emittente  italian made .
Un’intera generazione di albane-si ha imparato l’italiano con  Non
è la Rai di Boncompagni e Ambra.
Oggi Becchetti punta su Barbara
D’Urso e Alessio Vinci. «C’è più
energia qui che nella tv italiana»,
dice l’ex conduttore di Matrix . Ti-rana seconda o terza chance. O
second life. Anche nel calcio. Do-po Torino e Udinese, Gianni De
Biasi era parcheggiato a Mediaset
a fare il commentatore. Nel 2011
la Federazione gli ha affidato la
panchina della Nazionale (ha ap-pena rinnovato il contratto per al-tri due anni). Sa di appartenere a
una «categoria di privilegiati». «I
gommoni che gli albanesi hanno
lasciato in Italia — scherza il ct —
li usano gli italiani per venire qui.
Sai quanti partono dal Veneto, la
mia terra? Fino a ieri era l’Eldora-do. Assumevano albanesi. Ades-so sono loro che emigrano». C’e-ra una volta Lamerica.



AL NOSTRO INVIATO
PIETRO DEL RE
TALE
T
ozzi come funghi ciclopici, i bunker li vedi da lontano.
Questi di Tale, una sessantina di chilometri a nord di Tira-na, sono schierati uno accanto all’altro e fuoriescono dal-la sabbia deturpando indecentemente la costa. Sono tutti
color grigio topo, salvo l’ultimo del plotone, di recente in-tonacato di bianco. «L’ho appena ristrutturato per affittarlo ai turi-sti», spiega il giovane imprenditore Prehk Marku, mostrandoci l’ap-partamentino ricavato nell’ex struttura militare, con angolo cucina
e zona letto. Altrove, altri bunker albanesi sono stati riconvertiti in
granai, stalle, monolocali per studenti, negozietti di souvenir, rifugi
per escursionisti. Altri ancora sono invece demoliti per recuperarne
l’acciaio, merce preziosa per la vorace e selvaggia industria immo-biliare che sta cementificando l’Albania

V
ent’anni dopo la fine del regime, il Paese comincia
a digerire l’eredità più solida dello stalinista Enver
Hoxha che tra il 1945 e il 1985 fece erigere 750mila
bunker per difendersi da un nemico immaginario
e mutevole che poteva prendere le sembianze dell’Italia,
della Nato o dell’Unione sovietica. Hoxha è morto nel 1985,
e il Paese s’è finalmente aperto al mondo nel 1992. Ma loro,
le casematte, sono rimaste. «Da quando è esploso il “bunker
business”, ognuno cerca di appropriarsene per guadagnare
soldi. Quando non appartengono a nessuno, basta arran-giarsi con l’ufficio del catasto», aggiunge Marku.
Costruire così tanti bunker richiese uno sforzo economi-co colossale per quel piccolo e povero Paese che era l’Alba-nia, tanto più che sotto la dittatura queste fortificazioni non
servivano a nulla. Paradossalmente, si contavano più
bunker che militari. Una volta, qualcuno li adoperava come
mondezzai o depositi per materiali. E, se appartati, poteva-no servire da alcova per amanti clandestini. Oggi, con il li-beralismo selvaggio nato sulle rovine della collettivizzazio-ne, gli albanesi si stanno riappropriando di queste deva-stanti e ubique costruzioni e molti le hanno già trasformate
in chioschetti che vendono panini o discoteche quando l’e-dificio è sufficientemente capiente. In un bunker di Koplik
applicano tatuaggi, mentre sul Dajti, il monte che sovrasta
Tirana, ne hanno pittato alcuni con colori psichedelici per
farne il cuore di un rave party, il “bunker fest”.
Mimi Kodheli, 48 anni e dallo scorso 15 settembre prima
donna ministro della Difesa della storia albanese, ricorda:
«Sotto la dittatura, nei bunker ci insegnavano a sparare. So-lo, a questo servivano, anche se di nascosto c’era chi li usava
come fungaie». La Kodheli è una delle cinque donne tra i
quindici ministri del nuovo governo di Edi Rama, il premier-pittore ed ex sindaco di Tirana, alla testa di un partito che in-carna una sinistra moderna e democratica. La nascita del
“bunker business” è curiosamente concomitante con il “ri-nascimento” nazionale dell’Albania, per usare un epiteto ca-ro al neo-premier Rama, il quale al telefono ci spiega che la
priorità del suo operato è riportare il Paese «sulla strada della
legalità per proteggere la proprietà pubblica e privata». Rama
cercherà anche di risanare un’economia disastrata dalla ge-stione del suo predecessore, Sali Berisha, e lottare contro il cri-mine organizzato, ripristinare l’indipendenza della giustizia,
ricostruire le strade vetuste che solcano l’Albania.
Se negli ultimi dieci anni le unità abitative sono cresciute
del 30%, ciò è stato possibile soprattutto grazie ai soldi della
mafia italiana e balcanica, con cui sono stati urbanizzati 200
chilometri di costa da Durazzo a Valona per accogliere turisti
macedoni, kosovari, austriaci e italiani. Ma l’Albania resta il
Paese più povero d’Europa, il suo Pil s’è dimezzato nel 2012,
mentre è raddoppiato il tasso di povertà. Senza contare che le
rimesse dai Paesi che ospitano il più gran numero di albanesi
espatriati, Grecia e Italia, sono molto calate passando da 1 mi-liardo di dollari nel 2008, a meno della metà nel 2012.
Vicino ad Argirocastro, una gru sta divorando un grosso
bunker che in passato forse ospitava veicoli militari. Il suo
nuovo proprietario, Pashk Nicolla, spiega: «Riuscirò ad
estrarne almeno 500 euro di acciaio, niente male se pensa
che lo stipendio di un impiegato non supera i 300 euro». A
Mamurras, a nord di Tirana, i bunker crebbero sulle rovine
di una chiesa che fu distrutta dal regime negli anni Sessan-ta, quando Hoxha vietò la religione, e dichiarò che l’Alba-nia era il primo Paese ateo al mondo. Nel 1993, quella chie-sa fu ricostruita, conservando i blocchi di cemento a futu-ra memoria, per non cancellare le vestigia della paranoica
repressione. A sud, invece, nel paesino di Lin, un piccolo
bunker a strapiombo sul mare è stato interamente dipinto
di bianco. Per trasformarlo in una cappella ortodossa è ba-stato posarci un paio di icone



 

martedì 22 ottobre 2013

Ma quanto conta avere accanto la donna della vita?

“Devo tutto a lei”: da Bill Gates
a Obama tanti lo ammettono in
pubblico. Ora alcuni studi americani
cercano di misurare il valore D:
quanto pesa in concreto l’influenza
femminile sui loro risultati
Non mancano le polemiche sul ruolo
di ancelle destinato (ancora) a mogli
e compagne.  Il dibattito è aperto
Ma di fatto è in corso un cambiamento
dei costumi e anche il partner sembra
disposto ad accogliere la vita in modo
più globale e affettivo

 

I
MASCHI più sinceri lo
dichiarano ad alta voce:
«Devo tutto alle donne
della mia vita». Che si tratti
poi di mogli, madri, fidan-zate, figlie o sorelle poco
importa, ciò che conta è il
tributo all’universo fem-minile-familiare. Quella
parte del cielo che (è noto)
farebbe diventare gli uomi-ni miglior osì, cimentandosi
nella scivolosa arte
di razionalizzare le
relazioni sentimen-tali e parentali, tre
studiosi americani, Michael
Dahl, Cristian Dezso e David
Gaddis Ross, rispettivamente
professori di economia e mana-gement in tre diverse università
degli States, hanno provato a
calcolare cosa voglia dire in con-creto questa influenza del gene-re femminile sul maschile.
Quanto cioè avere una compa-gna o una figlia femmina, una
sorella o una madre di un certo
tipo, possa cambiare (in meglio)
la vita di un uomo. Importanti,
ricchi, famosi e non. Lo studio,
ardito e controverso, è stato
pubblicato nei giorni scorsi sul
New York Times , ed è già popola-rissimo sul web, ma altrettanto
criticato da molte associazioni
femministe, per quella velata
posizione ancillare e conserva-trice in cui comunque la donna,
anche se plurititolata e afferma-ta, viene comunque collocata.
(Nonostante la solita frase «die-tro  un grande uomo c’è sempre
una grande donna», venga qui
trasformata in «accanto ad un
grande uomo....»).
Partendo dall’analisi del
comportamento lavorativo di
alcuni top manager prima e do-po la paternità, Dahl, Dezso e
Ross dimostrano quanto il loro
tasso di generosità e dunque gli
stipendi dei loro sottoposti si
trasformino a seconda del sesso
del figlio appena nato. E la tesi,
basata su dati rilevati con son-daggi interni all’interno di una
decina di aziende, dimostra che
se il baby è maschio, beh, c’è po-co da fare il capo diventa ancora
più tirchio, se invece però il fioc-co è rosa, qualcosa cambia, e i
neo-padri top manager sembra-no più disposti a concedere au-menti e premi di produzione...
Come se la nascita di una fem-mina rendesse il cuore di un ma-schio più sensibile e attento ai
bisogni altrui. Più propenso a
capire i problemi femminili, ad-dirittura «più liberal e democra-tico nelle scelte politiche».
Forse. Opinabile. Di sicuro c’è
dell’ eccesso in tutto questo, però
c’è anche una parte di verità. Mol-to sta cambiando infatti nella
grammatica dei sessi, e sempre
più maschi, quando le relazioni
sono equilibrate e sane, sembra-no disposti ad accogliere la vita in
modo più globale ed affettivo,
esattamente come fanno le don-ne. Barbara Mapelli insegna Pe-dagogia di genere all’università
Bicocca di Milano. E racconta:
«Ho vissuto un’esperienza diret-ta su quanto il crescere e vivere in
un ambiente con un certo tipo di
donne possa influenzare i ma-schi. Mio figlio aveva sempre mo-strato indifferenza, anzi quasi
una vera e propria ostilità al mio
percorso di madre femminista.
Rispetto reciproco ma strade di-verse. Poi è diventato padre e ha
preso cinque mesi di congedo dal
lavoro. Come se appunto non vo-lesse perdersi l’esperienza
straordinaria dell’accudimento
di un neonato».
Empatia. Sensibilità. Tutti ele-menti che spesso, avverte Mapel-li, «sono stati esaltati ad arte nelle
donne per relegarle nel cosiddet-to ambito delle virtù minori, il sa-crificio di sé per il successo del
partner e della famiglia». Condi zione ancora persistente per gran
parte della popolazione femmi-nile, ma che sta cambiando inve-ce nelle giovani coppie, dove c’è
ormai un mescolamento di ruoli
e una «contaminazione di modi
di essere e di sentire che può por-tare a nuove armonie». Aggiunge
Barbara Mapelli: «La mia facoltà,
Scienza della Formazione, è fre-quentata in gran parte da ragazze.
Così per capire come si sentivano
i pochi studenti maschi presenti
abbiamo fatto una ricerca inter-na, chiedendogli di raccontare la
loro esperienza. Ed è venuto fuo-ri che il valore aggiunto del corso
di studi era stato proprio il vivere
in una sorta di famiglia tutta al
femminile...».
Certo, “gli uomini vengono da
Marte e le donne da Venere”, da
ambiti cioè sideralmente oppo-sti, rubando il titolo ad un fortu-natissimo libro di qualche anno
fa, ma in questo percorso plane-tario le passeggiate di avvicina-mento sono sempre di più. E
parlando per una volta non di
violenza ma di storie d’amore e
di relazioni (sane) di coppia, si
vede che la tesi dello studio ame-ricano è vera sì, ma nella reci-procità. Dice infatti Alessandro
Rosina, demografo e docente al-l’università Cattolica di Milano:
«Sono le giovani coppie che
stanno sperimentando per la
prima volta il sostegno paritario.
I maschi scoprono la ricchezza
del prendersi cura non solo dei
figli ma della famiglia nel com-plesso, le donne sono più libere
nel realizzare se stesse. Sono ca-dute quelle barriere culturali per
cui le emozioni dovevano resta-re in un ambito femminile. Per il
nostro paese è una rivoluzione
culturale». Non solo. È la vita
quotidiana a spingere per una
geografia diversa delle relazioni.
«Oggi i lavori sono precari, ci può
essere un periodo in cui è lei a
doversi impegnare di più, e allo-ra tocca al padre dedicarsi mag-giormente al lavoro di cura. E di
certo in un maschio questo im-pegno affettivo cambia il modo
di vedere e di pensare. E sicura-mente rende migliori».
Da poco è uscito per le edizio-ni XL un libro curioso, che rac-conta seppure da un’altra ango-lazione proprio quanto sostiene
lo studio pubblicato dal  New
York Times. Si chiama “Madri
(femministe) e figli (maschi)”, e
le due autrici sono Patrizia Ro-mito e Caterina Grego. Un viag-gio di interviste e racconti a dop-pia voce, da una parte le madri,
che hanno fatto parte del movi-mento delle donne, e su quei va-lori di parità e rispetto hanno al-levato figli. Dall’altra i figli ap-punto, maschi. Le loro difficoltà
a capire quelle madri, amorevo-li certo, ma ingombranti, forti,
anche scomode.
Sottolinea Patrizia Romito,
professore di Psicologia sociale
all’università di Trieste: «Abbia-mo incontrato giovani uomini,
alcuni già padri, altamente ri-spettosi del mondo femminile,
impegnati contro la violenza
sulle donne. Dimostrazione che
una educazione di questo tipo,
se supportata da un padre che
ne condivide il senso, trasmette
ai maschi dei valori positivi». In
uno scambio, fusione e conta-minazione, aggiunge Patrizia
Romito, «in cui generi si assomi-gliano sempre di più, come di-mostrano molti saggi di psicolo-gia contemporanea». Anche se il
messaggio è come se avesse sal-tato una generazione. «Tra gli
adolescenti le relazioni sono in-vece sessiste e dure. Dalle nostre
ricerche emerge che una ragaz-za su 10 al di sotto dei diciotto
anni ha già avuto una storia con
un partner violento. C’è da chie-dersi allora in che tipo di conte-sto questi maschi sono stati alle-vati, e quale messaggio abbiano
appreso dalla famiglia».
Avanti per tornare indietro. Ac-cade nei grandi mutamenti socia-li, bisogna aspettarselo. «Del resto
gli attacchi alle conquiste delle
donne nel nostro paese sono an-cora continui — ragiona Maria Ri-ta Parsi, psicoterapeuta di lungo
corso — ma per fortuna nelle rela-zioni il cambiamento c’è. I maschi
sistematizzano, le donne dialoga-no, hanno un rapporto globale,
olistico con il mondo, e gli uomini
oggi lo apprezzano, si sentono so-stenuti, ringraziano. E non solo
nei rapporti madre-figlio o uomo-donna, ma penso anche al rap-porto fratello-sorella, così pre-sente ne lla fiabe, a cominciare da
Hansel e Gretel. Non dimenti-chiamo che la parità nasce nel-l’infanzia: il maschio allevato in
una casa dove fratelli e sorelle
hanno gli stessi compiti, avrà poi
relazioni di coppia basate sull’e-guaglianza e sarà capace di guar-dare la vita anche con la sensibi-lità di una donna»



ELANIA MAZZUCCO
È
come pesare un’ombra. A questo mi fa
pensare la teoria che si possa quantifi-care scientificamente l’influenza di un
essere umano su un altro. Rimango re-frattaria all’idea di applicare il princi-pio della causalità ai sentimenti e alle relazioni,
materia sfuggente a ogni statistica, radice irri-ducibile della nostra individualità. Un compor-tamento non ha mai una sola causa. Un’evolu-zione può non verificarsi all’indomani di un sin-golo evento, ma essere il frutto di un progresso
lento, carsico, inavvertito. Mi sembra che fon-damentalmente l’esito dello studio del New
York Times certifichi l’esistente: cioè una muta-zione degli equilibri (non sappiamo quanto
transitoria o definitiva) nei rapporti della cop-pia benestante occidentale eterosessuale. Che,
almeno nella generazione dei trenta-quaran-tenni, si è assestata su una parità sostanziale, e
sulla condivisione del carico lavorativo e fami-liareS
e è davvero così, pur nella platea
ridotta della categoria su indica-ta, significherebbe che il riflusso
della rivoluzione sessuale, fem-minista e politica degli anni Sessanta-Settanta del XX secolo ha lasciato dietro
di sé non macerie e rottami, come spes-so si blatera oggi, ma detriti preziosi coi
quali, in silenzio e senza clamore, nelle
case e negli uffici (quando non ancora
nelle leggi), si sta costruendo un nuovo
mondo. Sarebbe avvenuta una rivolu-zione copernicana nel concetto di cop-pia. Per millenni, e almeno fino a cin-quant’anni fa, la nostra cultura del ma-trimonio — per via della doppia eredità
classica e cattolica — è stata infatti op-posta. Quella cultura ha eletto Santip-pe, la moglie di Socrate, ad archetipo
della moglie del genio: un bisbetico in-tralcio, un ostacolo alla libertà creati-va (militare, politica), una fatica quo-tidiana capace di isterilire e smorzare
ogni slancio. Ciò era la moglie, una
volta assolto il debito riproduttivo.
Basti ricordare che molti illustri espo-nenti del genio italico — amanti della
femmina o meno — non avevano mo-glie (Petrarca, Boccaccio, Leonardo,
Michelangelo, Caravaggio, Tasso,
Leopardi, Foscolo, Mazzini, Cavour,
Pascoli, Gadda). Altri erano vedovi
(Tiziano, Verdi, Garibaldi) e molti
(Dante, Manzoni, Mussolini, e aggiun-go Grazia Deledda perché il discorso è
reversibile) la relegavano nella catego-ria ancillare della “cura”: umbratile,
sottomessa fattrice. Pochissimi vollero
accanto nella vita la donna ispiratrice,
musa, amica, consigliera, insomma “la
gran donna”. I più la lasciarono nei letti
e nei salotti, fuori dalle mura di casa.
Dunque, se lo studio del New York Times
valesse anche per l’Italia, sa rebbe co-munque un progresso significativo,
da salutare con sollievo.
Ma lo sarebbe ancor più se sem-brasse la risposta a una domanda re-torica. Nessuno, uomo o donna che
sia, è chi è senza il contesto in cui agi-sce, la famiglia da cui assorbe una vi-sione del mondo che può crescendo
rifiutare o assimilare, la scuola e l’am-biente di lavoro in cui realizza (o mo-difica) i suoi obiettivi, la persona con
cui affronta il quotidiano, il mondo
esterno che lo giudica e lo controlla.
Se i trentenni sono padri più presenti
e più empatici, è anche perché le loro
compagne, sorelle, madri e colleghe,
li considererebbero difettosi se non lo
fossero. Ciò che esse hanno perdona-to ai loro padri, non sapendo di do-vergliene fare una colpa, non lo per-donerebbero ai padri dei loro figli. La
società svolge una funzione che mi
piace paragonare all’erosione. Il fiu-me che scorre scava la roccia per
aprirsi un varco, e l’acqua trova una
strada, prima o poi. La parità nella
coppia, cioè la normalità della reci-procità, è la strada, ma non il traguar-do né lo sbocco di questo fiume. E
questo non è ancora stato trovato, al-meno non da noi. Dove quasi ogni
giorno un uomo rimuove dal suo per-corso la donna che ha rifiutato di far-lo “grande” e di restargli accanto, sce-gliendo la morte sua e propria: fer-mando il tempo — cioè il fiume —
piuttosto che assecondarne il corso.
Da noi purtroppo la risposta non è
scontata, e alla domanda retorica
“quanto conta una donna nella vita di
un uomo” si risponde spesso con un
colpo di pistola