“Devo tutto a lei”: da Bill Gates
a Obama tanti lo ammettono in
pubblico. Ora alcuni studi americani
cercano di misurare il valore D:
quanto pesa in concreto l’influenza
femminile sui loro risultati
Non mancano le polemiche sul ruolo
di ancelle destinato (ancora) a mogli
e compagne. Il dibattito è aperto
Ma di fatto è in corso un cambiamento
dei costumi e anche il partner sembra
disposto ad accogliere la vita in modo
più globale e affettivo
I
MASCHI più sinceri lo
dichiarano ad alta voce:
«Devo tutto alle donne
della mia vita». Che si tratti
poi di mogli, madri, fidan-zate, figlie o sorelle poco
importa, ciò che conta è il
tributo all’universo fem-minile-familiare. Quella
parte del cielo che (è noto)
farebbe diventare gli uomi-ni miglior osì, cimentandosi
nella scivolosa arte
di razionalizzare le
relazioni sentimen-tali e parentali, tre
studiosi americani, Michael
Dahl, Cristian Dezso e David
Gaddis Ross, rispettivamente
professori di economia e mana-gement in tre diverse università
degli States, hanno provato a
calcolare cosa voglia dire in con-creto questa influenza del gene-re femminile sul maschile.
Quanto cioè avere una compa-gna o una figlia femmina, una
sorella o una madre di un certo
tipo, possa cambiare (in meglio)
la vita di un uomo. Importanti,
ricchi, famosi e non. Lo studio,
ardito e controverso, è stato
pubblicato nei giorni scorsi sul
New York Times , ed è già popola-rissimo sul web, ma altrettanto
criticato da molte associazioni
femministe, per quella velata
posizione ancillare e conserva-trice in cui comunque la donna,
anche se plurititolata e afferma-ta, viene comunque collocata.
(Nonostante la solita frase «die-tro un grande uomo c’è sempre
una grande donna», venga qui
trasformata in «accanto ad un
grande uomo....»).
Partendo dall’analisi del
comportamento lavorativo di
alcuni top manager prima e do-po la paternità, Dahl, Dezso e
Ross dimostrano quanto il loro
tasso di generosità e dunque gli
stipendi dei loro sottoposti si
trasformino a seconda del sesso
del figlio appena nato. E la tesi,
basata su dati rilevati con son-daggi interni all’interno di una
decina di aziende, dimostra che
se il baby è maschio, beh, c’è po-co da fare il capo diventa ancora
più tirchio, se invece però il fioc-co è rosa, qualcosa cambia, e i
neo-padri top manager sembra-no più disposti a concedere au-menti e premi di produzione...
Come se la nascita di una fem-mina rendesse il cuore di un ma-schio più sensibile e attento ai
bisogni altrui. Più propenso a
capire i problemi femminili, ad-dirittura «più liberal e democra-tico nelle scelte politiche».
Forse. Opinabile. Di sicuro c’è
dell’ eccesso in tutto questo, però
c’è anche una parte di verità. Mol-to sta cambiando infatti nella
grammatica dei sessi, e sempre
più maschi, quando le relazioni
sono equilibrate e sane, sembra-no disposti ad accogliere la vita in
modo più globale ed affettivo,
esattamente come fanno le don-ne. Barbara Mapelli insegna Pe-dagogia di genere all’università
Bicocca di Milano. E racconta:
«Ho vissuto un’esperienza diret-ta su quanto il crescere e vivere in
un ambiente con un certo tipo di
donne possa influenzare i ma-schi. Mio figlio aveva sempre mo-strato indifferenza, anzi quasi
una vera e propria ostilità al mio
percorso di madre femminista.
Rispetto reciproco ma strade di-verse. Poi è diventato padre e ha
preso cinque mesi di congedo dal
lavoro. Come se appunto non vo-lesse perdersi l’esperienza
straordinaria dell’accudimento
di un neonato».
Empatia. Sensibilità. Tutti ele-menti che spesso, avverte Mapel-li, «sono stati esaltati ad arte nelle
donne per relegarle nel cosiddet-to ambito delle virtù minori, il sa-crificio di sé per il successo del
partner e della famiglia». Condi zione ancora persistente per gran
parte della popolazione femmi-nile, ma che sta cambiando inve-ce nelle giovani coppie, dove c’è
ormai un mescolamento di ruoli
e una «contaminazione di modi
di essere e di sentire che può por-tare a nuove armonie». Aggiunge
Barbara Mapelli: «La mia facoltà,
Scienza della Formazione, è fre-quentata in gran parte da ragazze.
Così per capire come si sentivano
i pochi studenti maschi presenti
abbiamo fatto una ricerca inter-na, chiedendogli di raccontare la
loro esperienza. Ed è venuto fuo-ri che il valore aggiunto del corso
di studi era stato proprio il vivere
in una sorta di famiglia tutta al
femminile...».
Certo, “gli uomini vengono da
Marte e le donne da Venere”, da
ambiti cioè sideralmente oppo-sti, rubando il titolo ad un fortu-natissimo libro di qualche anno
fa, ma in questo percorso plane-tario le passeggiate di avvicina-mento sono sempre di più. E
parlando per una volta non di
violenza ma di storie d’amore e
di relazioni (sane) di coppia, si
vede che la tesi dello studio ame-ricano è vera sì, ma nella reci-procità. Dice infatti Alessandro
Rosina, demografo e docente al-l’università Cattolica di Milano:
«Sono le giovani coppie che
stanno sperimentando per la
prima volta il sostegno paritario.
I maschi scoprono la ricchezza
del prendersi cura non solo dei
figli ma della famiglia nel com-plesso, le donne sono più libere
nel realizzare se stesse. Sono ca-dute quelle barriere culturali per
cui le emozioni dovevano resta-re in un ambito femminile. Per il
nostro paese è una rivoluzione
culturale». Non solo. È la vita
quotidiana a spingere per una
geografia diversa delle relazioni.
«Oggi i lavori sono precari, ci può
essere un periodo in cui è lei a
doversi impegnare di più, e allo-ra tocca al padre dedicarsi mag-giormente al lavoro di cura. E di
certo in un maschio questo im-pegno affettivo cambia il modo
di vedere e di pensare. E sicura-mente rende migliori».
Da poco è uscito per le edizio-ni XL un libro curioso, che rac-conta seppure da un’altra ango-lazione proprio quanto sostiene
lo studio pubblicato dal New
York Times. Si chiama “Madri
(femministe) e figli (maschi)”, e
le due autrici sono Patrizia Ro-mito e Caterina Grego. Un viag-gio di interviste e racconti a dop-pia voce, da una parte le madri,
che hanno fatto parte del movi-mento delle donne, e su quei va-lori di parità e rispetto hanno al-levato figli. Dall’altra i figli ap-punto, maschi. Le loro difficoltà
a capire quelle madri, amorevo-li certo, ma ingombranti, forti,
anche scomode.
Sottolinea Patrizia Romito,
professore di Psicologia sociale
all’università di Trieste: «Abbia-mo incontrato giovani uomini,
alcuni già padri, altamente ri-spettosi del mondo femminile,
impegnati contro la violenza
sulle donne. Dimostrazione che
una educazione di questo tipo,
se supportata da un padre che
ne condivide il senso, trasmette
ai maschi dei valori positivi». In
uno scambio, fusione e conta-minazione, aggiunge Patrizia
Romito, «in cui generi si assomi-gliano sempre di più, come di-mostrano molti saggi di psicolo-gia contemporanea». Anche se il
messaggio è come se avesse sal-tato una generazione. «Tra gli
adolescenti le relazioni sono in-vece sessiste e dure. Dalle nostre
ricerche emerge che una ragaz-za su 10 al di sotto dei diciotto
anni ha già avuto una storia con
un partner violento. C’è da chie-dersi allora in che tipo di conte-sto questi maschi sono stati alle-vati, e quale messaggio abbiano
appreso dalla famiglia».
Avanti per tornare indietro. Ac-cade nei grandi mutamenti socia-li, bisogna aspettarselo. «Del resto
gli attacchi alle conquiste delle
donne nel nostro paese sono an-cora continui — ragiona Maria Ri-ta Parsi, psicoterapeuta di lungo
corso — ma per fortuna nelle rela-zioni il cambiamento c’è. I maschi
sistematizzano, le donne dialoga-no, hanno un rapporto globale,
olistico con il mondo, e gli uomini
oggi lo apprezzano, si sentono so-stenuti, ringraziano. E non solo
nei rapporti madre-figlio o uomo-donna, ma penso anche al rap-porto fratello-sorella, così pre-sente ne lla fiabe, a cominciare da
Hansel e Gretel. Non dimenti-chiamo che la parità nasce nel-l’infanzia: il maschio allevato in
una casa dove fratelli e sorelle
hanno gli stessi compiti, avrà poi
relazioni di coppia basate sull’e-guaglianza e sarà capace di guar-dare la vita anche con la sensibi-lità di una donna»
ELANIA MAZZUCCO
È
come pesare un’ombra. A questo mi fa
pensare la teoria che si possa quantifi-care scientificamente l’influenza di un
essere umano su un altro. Rimango re-frattaria all’idea di applicare il princi-pio della causalità ai sentimenti e alle relazioni,
materia sfuggente a ogni statistica, radice irri-ducibile della nostra individualità. Un compor-tamento non ha mai una sola causa. Un’evolu-zione può non verificarsi all’indomani di un sin-golo evento, ma essere il frutto di un progresso
lento, carsico, inavvertito. Mi sembra che fon-damentalmente l’esito dello studio del New
York Times certifichi l’esistente: cioè una muta-zione degli equilibri (non sappiamo quanto
transitoria o definitiva) nei rapporti della cop-pia benestante occidentale eterosessuale. Che,
almeno nella generazione dei trenta-quaran-tenni, si è assestata su una parità sostanziale, e
sulla condivisione del carico lavorativo e fami-liareS
e è davvero così, pur nella platea
ridotta della categoria su indica-ta, significherebbe che il riflusso
della rivoluzione sessuale, fem-minista e politica degli anni Sessanta-Settanta del XX secolo ha lasciato dietro
di sé non macerie e rottami, come spes-so si blatera oggi, ma detriti preziosi coi
quali, in silenzio e senza clamore, nelle
case e negli uffici (quando non ancora
nelle leggi), si sta costruendo un nuovo
mondo. Sarebbe avvenuta una rivolu-zione copernicana nel concetto di cop-pia. Per millenni, e almeno fino a cin-quant’anni fa, la nostra cultura del ma-trimonio — per via della doppia eredità
classica e cattolica — è stata infatti op-posta. Quella cultura ha eletto Santip-pe, la moglie di Socrate, ad archetipo
della moglie del genio: un bisbetico in-tralcio, un ostacolo alla libertà creati-va (militare, politica), una fatica quo-tidiana capace di isterilire e smorzare
ogni slancio. Ciò era la moglie, una
volta assolto il debito riproduttivo.
Basti ricordare che molti illustri espo-nenti del genio italico — amanti della
femmina o meno — non avevano mo-glie (Petrarca, Boccaccio, Leonardo,
Michelangelo, Caravaggio, Tasso,
Leopardi, Foscolo, Mazzini, Cavour,
Pascoli, Gadda). Altri erano vedovi
(Tiziano, Verdi, Garibaldi) e molti
(Dante, Manzoni, Mussolini, e aggiun-go Grazia Deledda perché il discorso è
reversibile) la relegavano nella catego-ria ancillare della “cura”: umbratile,
sottomessa fattrice. Pochissimi vollero
accanto nella vita la donna ispiratrice,
musa, amica, consigliera, insomma “la
gran donna”. I più la lasciarono nei letti
e nei salotti, fuori dalle mura di casa.
Dunque, se lo studio del New York Times
valesse anche per l’Italia, sa rebbe co-munque un progresso significativo,
da salutare con sollievo.
Ma lo sarebbe ancor più se sem-brasse la risposta a una domanda re-torica. Nessuno, uomo o donna che
sia, è chi è senza il contesto in cui agi-sce, la famiglia da cui assorbe una vi-sione del mondo che può crescendo
rifiutare o assimilare, la scuola e l’am-biente di lavoro in cui realizza (o mo-difica) i suoi obiettivi, la persona con
cui affronta il quotidiano, il mondo
esterno che lo giudica e lo controlla.
Se i trentenni sono padri più presenti
e più empatici, è anche perché le loro
compagne, sorelle, madri e colleghe,
li considererebbero difettosi se non lo
fossero. Ciò che esse hanno perdona-to ai loro padri, non sapendo di do-vergliene fare una colpa, non lo per-donerebbero ai padri dei loro figli. La
società svolge una funzione che mi
piace paragonare all’erosione. Il fiu-me che scorre scava la roccia per
aprirsi un varco, e l’acqua trova una
strada, prima o poi. La parità nella
coppia, cioè la normalità della reci-procità, è la strada, ma non il traguar-do né lo sbocco di questo fiume. E
questo non è ancora stato trovato, al-meno non da noi. Dove quasi ogni
giorno un uomo rimuove dal suo per-corso la donna che ha rifiutato di far-lo “grande” e di restargli accanto, sce-gliendo la morte sua e propria: fer-mando il tempo — cioè il fiume —
piuttosto che assecondarne il corso.
Da noi purtroppo la risposta non è
scontata, e alla domanda retorica
“quanto conta una donna nella vita di
un uomo” si risponde spesso con un
colpo di pistola
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