domenica 20 ottobre 2013

L’ultradestra che paralizza l’America

congiurato il default, gli Stati Uniti
sono finalmente ripartiti. Ma il giorno
dopo non si placa la polemica
su vincitori e vinti. Se la Casa Bianca
punta a recuperare la fiducia
internazionale, i repubblicani tentano
di sanare le spaccature interne
Nel mirino soprattutto gli oltranzisti
del Tea Party,che contro il
presidente hanno scatenato una vera
e propria “guerra di religione”
E che non si arrendono: tanto che già
sognano una nuova battaglia quando
scadrà il rifinanziamento del debito



ossiamo cominciare a sollevare questa nube di in-certezza e disagio che grava sulla nostra economia e
sul popolo americano — dice Barack Obama — c’è
molto lavoro davanti a noi, a cominciare dalla ne-cessità di riconquistare la fiducia degli americani
perduta nelle ultime settimane». Il presidente ha vinto, il default finan-ziario degli Stati Uniti è stato scongiurato in extremis, da ieri mattina tut-ti i servizi federali sono tornati a funzionare dopo 15 giorni di serrata. Ma
chi ha perso? Il Tea Party, l’ala estremista che ha portato i repubblicani
alla disfatta, non accenna neppure a un’autocritica. Anzi, medita rivin-cite. Qualcuno di loro sogna perfino di ricominciare daccapo fra quat-tro mesi, quando scadrà il ri-finanziamento del debito pubblico. È po-co probabile che i repubblicani moderati si lascino trascinare di nuovo
nel tunnel auto-distruttivo delle ultime due settimane, che ha fatto pre-cipitare il loro partito nei sondaggi. E tuttavia sono proprio i moderati a
finire sotto processo, mentre il Tea Party è all’offensiva P
er la sua nuova star, il se-natore Ted Cruz del
Texas, la votazione bi-partisan di mercoledì
sera ha un solo significa-to: «L’establishment di Washing-ton si rifiuta di ascoltare il popolo
americano». Lungi dall’aver sal-vato l’America dal baratro di una
crisi di illiquidità, l’accordo in ex-tremis è oggetto di tutt’altra narra-zione per la frangia della destra ra-dicale: è l’ennesimo “inciucio” tra
membri della “casta” ai danni del-la nazione. Un episodio curioso la
dice lunga sul sentimento che ani-ma gli oltranzisti: una stenografa
della Camera, vicina all’ala dei pa-sdaran, al momento del voto è
sbottata urlando in aula: «Questa
non è una nazione unita sotto
Dio!», prima di essere trascinata di
peso dalla polizia del Congresso.
C’è anche questo, nel Tea Party:
una concezione “religiosa” della
Costituzione, un testo sacro trat-tato con lo stesso integralismo con
cui i creazionisti impugnano la
Bibbia contro le teorie dell’evolu-zione. La Costituzione come ba-luardo dei diritti individuali con-tro lo Stato Leviatano, di cui Oba-ma e la sua riforma sanitaria sono
un’ennesima reincarnazione.
Il Tea Party è l’ultimo capitolo di
una “guerra dei quarant’anni”,
guerra di religione per l’appunto.
Sul finire degli anni Settanta, con
altre etichette e altri leader, ebbe
origine in California una podero-sa reazione “movimentista” con-tro l’intervento pubblico nell’eco-nomia, il Welfare, le politiche fi-scali redistributive.  Proposition
13, il referendum anti-tasse che
vinse in California nel 1978, fu de-cisivo per proiettare Ronald Rea-gan alla conquista della Casa
Bianca. Dietro gli slogan populisti
agiva, allora come oggi, una pode-rosa macchina da guerra finanzia-ta dai poteri forti del capitalismo
più retrivo. Think tank ricchi e in-fluenti come la Heritage Founda-tion e l’American Enterprise In-stitute, dinastie come quella dei
fratelli Koch, centri accademici
come la University of Chicago
con il Nobel Milton Friedman,
ispirarono la potente offensiva
neoliberista. «Starve the Beast»,
affamare la Bestia cioè il Moloch
statale togliendogli ogni risorsa,
questo era l’obiettivo finale delle
crociate anti-tasse.
Già allora a fianco all’agenda
economica c’era la questione raz-ziale. Reagan, ex attore hollywoo-diano e comunicatore carismati-co, inventò la leggenda di una
Welfare Queen, regina dell’assi-stenzialismo: una donna nera che
andava in Cadillac a riscuotere gli
assegni per i poveri. L’agenda fin
da allora era straordinariamente
ambiziosa: quella destra voleva
prendersi una rivincita contro il
New Deal di Franklin Roosevelt,
contro la Great Society di Ken-nedy-Johnson, contro le conqui-ste dei diritti civili degli anni Ses-santa. Quarant’anni dopo, un pre-sidente afro-americano alla Casa
Bianca è un nemico ideale, che
coagula tutte le paure e tutte le an-gosce dell’America bianca e bigot-ta, armata fino ai denti e orgoglio-sa della propria libertà di inquina-re il pianeta. Nero e anche cripto-musulmano come vuole la leg-genda intramontabile dell’estre ma destra (altrimenti perché por-terebbe Hussein come secondo
nome?), nato in Kenya ad onta di
tutti i certificati (quindi ineleggibi-le, illegittimo, usurpatore), am-bientalista, contrario alle armi e
favorevole ai matrimoni gay.
L’Anti-Cristo, insomma.
Il Tea Party movement nella
versione attuale nasce nel feb-braio 2009. È un omaggio alla bat-taglia anti-coloniale che vide i Fi-gli della Libertà di Boston gettare
in mare balle di tè per protestare
contro le tasse inglesi (1773). Lo
getta nel gergo mediatico un an-chorman della tv Cnbc, Rick San-telli, pochi giorni dopo l’Inaugu-ration Day di Obama. Il tele-guru
della finanza si scaglia contro gli
aiuti di Stato a quei “parassiti” che
hanno avuto i mutui subprime.
Un altro bersaglio sono i banchie-ri di Wall Street salvati dal contri-buente, operazione che in realtà
ebbe inizio sotto George Bush. Il
12 settembre 2009 una gigantesca
manifestazione invade Washing-ton e segna l’apice del movimen-to. Ha tra le sue star Sarah Palin e
l’ultra-libertario Ron Paul (quello
che vuole abolire la Federal Reser-ve). Conta sull’appoggio mediati-co dell’impero di Rupert Murdoch
(Fox News, Wall Street Journal).
Nel 2010 l’offensiva trova un altro
bersaglio: Obama-care, la riforma
sanitaria. La dipingono come l’av-vento di una «sanità sovietica», sta-talista e burocratica. S’inventano
perfino le «commissioni della
morte», incaricate secondo loro di
negare gli aiuti agli anziani costrin-gendoli all’eutanasia. Via via che la
riforma prende corpo e le accuse
più stravaganti perdono credibi-lità, il Tea Party sposta la polemica
su un terreno più tradizionale: l’as-sicurazione obbligatoria è «una
nuova tassa». Viene smentito per-fino dalla Corte suprema dove la
maggioranza dei giudici sono con-servatori, ma non importa. Le con-traddizioni interne non disturba-no il populismo: nella base del Tea
Party, a maggioranza maschi
bianchi e anziani, c’è chi accusa
Obama di volergli togliere il Medi-care… cioè quell’assistenza agli
over-65 che in effetti è l’unico si-stema sanitario davvero statale.
Quando glielo togli per davvero, lo
Stato, tutti ne sentono la mancan-za: è l’autogol che i repubblicani
hanno compiuto provocando lo
shutdown, rivelatosi impopolare
anche tra i loro ranghi. È un replay
della crisi del 1995-96 quando la
destra guidata da Newt Gingrich
costrinse Bill Clinton a un’analoga
prova di forza, e poi i democratici
vinsero le legislative.
Ma non è detto che il Tea Party
paghi un prezzo elettorale pe-sante, quando si torna al voto per
il Congresso nel novembre 2014.
Dietro la polarizzazione di que-sta destra c’è anche uno stravol-gimento delle regole elettorali. Il
“re-districting” o “gerry-mande-ring” ha ridisegnato i collegi co-struendo circoscrizioni blindate,
dove l’unico rischio per un re-pubblicano è farsi scavalcare a
destra da uno più duro di lui.
Inoltre dal Texas alla Florida, gli
Stati governati dalla destra mol-tiplicano gli ostacoli normativi
tesi a scoraggiare l’affluenza alle
urne delle minoranze etniche,
neri o immigrati. Uno degli slo-gan più sentiti dalla base del Tea
Party è “riprendiamoci l’Ameri-ca”. Non è difficile capire da chi
vogliono riprendersela.
Non chiede grandi
riforme, non
propone nulla ma
usa bene l’oratoria
contro gli avversari
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ITTORIO ZUCCONI
C
on gli immancabili stivali di struzzo piantati sul collo del-l’America, Ted “Wacko Bird” Cruz è lo strano cowboy ita-lo- cubano-canadese che ha tenuto e terrà ancora il mon-do appeso all’incubo di una nuova bancarotta globale.
Questo “uccello pazzo” di 42 anni, come lo ha battezzato
il nemico eppure compagno di partito repubblicano John McCain,
vola alto sulle ali del confuso rancore che in Europa chiamiamo po-pulismo e che vede nel governo, nello stato, nelle classi dirigenti, nel-la sinistra, nella “casta”, direbbe il lessico del luogo comune italiano,
il male che sta distruggendo l’America. Ebbro del potere che il ricatto
e l’ostruzionismo offrono alle minoranze parlamentari senza scrupo-li, Cruz, figlio di un  barbudo castrista pentito e divenuto petroliere fal-lito in Texas, è il “piatto del giorno”, il sapore di moda per quella parte
dell’America che vede in Obama la reincarnazione dello stalinismo,
nella riforma della sanità la via alla distruzione del “sogno americano”
e, naturalmente, negli agenti del fisco il nuovo Kgb Ted, il cowboy anti-tutto
che non crede alle ideologie M
a se il Tea Party, quello che
già produsse Sarah Palin
poi amaramente penten-dosene, impugna la spada
della rivolta contro il Leviatano pub-blico e “la casta”, il paradosso — e l’i-pocrisia — del suo alfiere del momen-to è che Ted Cruz è parte integrante di
quell’establishment che aborre.
La sua storia è quella classicamente
americana “dall’ago alla corazzata”,
secondo il mito di Horatio Alger, il
cantore del successo dal nulla. Cruz
non è neppure nato negli Stati Uniti,
ma in Canada, a Calgary, sollevando
qualche dubbio sulla sua possibile
eleggibilità a Presidente, che dovreb-be essere  natural born, nato in suolo
Usa. Il padre Rafael, sceso dai monti
della Sierra Cubana con Fidel e poi fug-gito da Cuba come controrivoluziona-rio, era rotolato a Nord dal Texas alla ri-cerca di quel petrolio che nel suo poz-zetto texano si era esaurito. Per il figlio,
la condizione familiare
garantiva ben poco, fi-no a quando lui stesso,
Ted, decise di prendere
la propria vita per il col-lo. Lavorando per pa-garsi la retta di un liceo
privato, dopo avere ab-bandonato quello
pubblico, sbarcò nel-l’illustre Princeton e poi a Harvard per
la laurea il legge, la stessa facoltà che
qualche anno prima di  lui aveva pro-dotto l’odiato Barack Obama. Sempre
pagandosi tutto da solo.
Un giovane avvocato, con laurea a
Princeton e dottorato in giurispruden-za a Harvard è già, inesorabilmente,
uno “dentro” la tenda, un pezzo dell’A-merica che conta: Cruz il falso cowboy
ci sguazzò. Reaganiano fanatico, riuscì
a stabilire relazioni intense con i no-stalgici del vecchio presidente.
Partecipava a spettacolini intitolati
“I crociati della Costituzione”, letta
come un documento anti-stato e fero-cemente federalista. Era attivo in tut-te le organizzazione della destra re-pubblicana e riuscì a infilarsi nella
Amministrazione di George W. Bush.
Sulle code della popolarità tutta texa-na di “Dubya” Bush e delle raccoman-dazioni del suo clan gli si aprirono le
porte del Senato, dove entrò come pri-mo senatore latino nella storia dello
Stato della Stella Solitaria.
Ma come il Tea Party, collettore
confuso e virulente di rabbie populiste
e di astuti interessi costituiti, anche Ted
ha trovato nel pentolone di questa mi-noranza rumorosa la propria ideologia.
Cioè il nulla rabbioso. Cruz è un uomo
senza ideologia, altro tratto classico dei
movimenti anti-tutto. Non ha mai pro-posto nulla, non ci sono iniziative legi-slative che portino il suo nome, o gran-di disegni di riforme, che lo esporreb-bero a critiche. C’è una formidabile ca-pacità oratoria, un’apparente, studia-tissima “follia” (ecco “l’uccello pazzo”)
unita a una giovanile resistenza fisica,
che gli permise di parlare ininterrotta-mente per 21 ore dal proprio banco in
Senato per impedire il voto sul debito
nazionale, leggendo libri per bambini
sulla “Lumachina e l’Orsetto”. E c’è
quella cultura del “no”, del contrismo
che tanto successo raccoglie oggi nelle
barcollanti democrazie rappresentati-ve dell’Occidente, dove il prestigio del-le istituzioni raramente supera il 10 per
cento dell’opinione pubblica.
Quando gli rimproverano di non
avere mai proposte, ma di essere sol-tanto un’ostruzionista fanatico, Cruz,
allungando le gambe con gli stivaletti
a punta e tacco di pelle di struzzo ri-sponde: «Anche impedire che passi
una cattiva legge è una buona legge».
Sembra un programma fragile sul
quale costruire una corsa elettorale
verso la Casa Bianca, che è ormai pale-semente il suo obbiettivo finale, ora
che il partito Repubblicano sta per-dendo pezzi e candidati nella risse in-terna fra “moderati” e “pasdaran” e
che la lotta suicida condotta contro
Obama e la riforma
della Sanità ha fatto
precipitare il rating del
partito al 30%.
Ma Rafael Edward,
che sono i suoi nomi
ufficiali presi dal pa-dre, Rafael, che è anco-ra vivo e si batte con
lui, guarda lontano.
L’appoggio del nocciolo del partito
Repubblicano gli garantisce successo
nella primarie, dove gli estremisti vo-tano e i m oderati spesso si astengono.
Il collasso dell’establishment, dei vec-chi come McCain, già sconfitto, o del-l’imbelle Jim Boehner, presidente del-la Camera umiliato dalla sua indecisio-ne, spalanca strade alla sua ambizione.
Giovane, di bell’aspetto, con moglie
naturalmente bianchissima e wasp, Liz
Nelson, e i due bambini d’ordinanza
per un candidato presidente, Cruz è il
perfetto “rheinstone cowboy ”, il finto
pistolero con diamanti finti da Hol-lywood, che userà il populismo rin-ghioso del sud e del midwest fino a
quando gli farà comodo. Muovendo
poi, alla guida della propria troupe ver-so il luogo dove si vincono le elezioni
presidenziali negli Usa, il Centro.
Ha perso il duello con Obama per
poter stabilire le proprie credenziali di
John Wayne antistato e antiliberali e di
vera destra e lo sapeva. Rafael “Ted”
Cruz sa bene da che parte è imburrato il
pane e come, dopo avere sparato le sue
Colt a salve, si trattano i potenti. Quan-do faceva l’avvocato costituzionalista e
perorava cause davanti alla Corte Su-prema, si sfilava gli stivaletti da ranche-ro e si metteva le scarpe con le stringhe.
Gli avevano detto che il presidente del-la Corte, Rehnquist, non sopportava le
stravaganze nell’abbigliamento degli
avvocati. La rivolta della destra estrema
americana sa quali scarpe indossare
per entrare nelle stanze del potere

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