Parlano solo per urlare “mam”
di notte, si tengono per la mano,
non hanno più sorrisi. Sono sei dei
piccoli sopravvissuti a una delle
ultime tragedie del mare, accolti da
un istituto di Menfi. I minori non
accompagnati sbarcati sulle coste
siciliane nel 2013 sono 3319. Ma
il loro nemico è la burocrazia
che rischia di trasformarli in fantasmi
mud, Amud, vieni». Sta seduto per terra a
gambe incrociate Amud (ma si chiamerà
veramente così?) mentre una dolce signora
che potrebbe essere sua nonna gli tende la
mano in una cucina pervasa dal buon pro-fumo del pranzo. Ma le nocche della manina di Amud sono strette
attorno alla macchinetta rossa che gli hanno regalato appena ha
messo piede a terra e i suoi occhi, neri e profondi come non do-vrebbero mai essere quelli di un bambino così piccolo, guardano
fissi un punto nel vuoto, davanti a lui. Chissà cosa “guarda” Amud
o forse chissà quali sconvolgenti immagini “vede” questo bimbo
siriano fuggito con la sua famiglia dalle bombe nel suo paese e so-pravvissuto all’ultimo terribile naufragio nel Canale di Sicilia o ha salvato quella in-credibile catena uma-na di profughi che l’11
ottobre, tra Malta e
Lampedusa, è riuscita
a rimanere a galla affidando poi
nelle mani dei soccorritori quan-ti più bimbi possibile. Erano tan-ti, troppi a bordo di quel barcone
prima preso a colpi di mitra dalle
motovedette libiche e poi capo-voltosi nel tentativo di attirare
l’attenzione di un aereo maltese
che lo sorvolava. In sei, tutti pic-colissimi, sono rimasti vivi, ma
soli. Almeno per il momento.
L’orfanotrofio del mare è una
candida villetta a due piani all’in-gresso di Menfi, nella Valle del Be-lice. Un bel prato verde, due pal-me, un patio con tutti i giochi che
entusiasmano i bambini, scivoli,
casette di plastica, giostrine, una
grande tv con i cartoni animati.
Ma niente sembra riuscire, anche
solo per qualche minuto, a resti-tuire alla loro infanzia questi
bambini che non sembrano più
tali. Bimbi senza più mamma e
papà, senza famiglia, senza amo-re e persino senza nome. Perché
nessuno sa da dove vengono, con
chi erano, come si chiamano e
quanti anni hanno. I più piccoli,
come Salvatore (lo hanno chia-mato così dal nome del suo “sal-vatore”) che non ha neanche un
anno, ovviamente non parlano,
ma gli altri (dai due anni e mezzo
ai sette anni) sarebbero in grado
di dire questo (e probabilmente
molto altro) se solo ad aiutare gli
operatori dell’istituto Walden di
Menfi ci fosse un mediatore cul-turale. «Per ora l’unica cosa che
abbiamo capito — raccontano —
è che per dire no dicono “laa”. Poi
comunicano a gesti e ogni tanto
ripetono qualche parola che gli
diciamo: cane e biscotti. E poi in-vocano la mamma. Quando
piangono o durante la notte, gri-dano: “Mam, maam...”».
Di notti ne sono passate già
cinque da quando sono finiti nel
mare nero e profondo che ha in-ghiottito i loro genitori ma ieri è
stata la prima in cui hanno ripo-sato un po’. «Le prime notti dove-vano avere incubi continui —
racconta Michele, il responsabile
della comunità — non riuscivano
a dormire, piangevano continua-mente, avevano sussulti. Li ab-biamo lasciati tutti insieme, i tre
fratellini e gli altri tre bambini, ab-biamo capito che si sentivano più
sicuri». Parlano tra di loro Yara,
Joseph, Amud e Karim, i quattro
più grandi. Quando li hanno por-tati alla casa di accoglienza per
minori, i poliziotti della questura
di Agrigento li hanno indicati con
questi nomi, chissà forse riferiti
dagli altri profughi siriani che sul-la nave della Marina militare ave-vano potuto scambiare qualche
parola con loro. Ma se li chiami
non si girano neanche. E però tendono continuamente le ma-nine. Alle ragazze della casa che si
prendono cura di loro, ma anche
a chi, come noi, è andato a trovar-li. Tendono la manina per cam-minare insieme, per condurti da
una parte o dall’altra. Lo fanno
con quegli occhi così tristi e im-pauriti che è davvero difficile reg-gere il loro sguardo e provare a
scaldarli con un sorriso. Perché
tanto al sorriso non rispondono.
Proprio non ci riescono.
Cercano il contatto fisico con-tinuamente. Persino Kitty, diciot-to mesi, che trova pace solo in
braccio alle ragazze che la cullano
giorno e notte, con il visino ap-poggiato sul seno. «Appena pro-viamo a metterla giù piange in
modo straziante». L’hanno chia-mata così per quella collanina
con il ciondolino di Hello Kitty
che porta al collo. Un particolare
che potrebbe salvarle la vita una
seconda volta. Perché Kitty forse i
genitori ce li ha ancora. Potrebbe
essere lei la “Maram” di 17 mesi
che da cinque giorni a Malta una
giovane mamma cerca dispera-tamente. Aisha, 25 anni, libanese
sposata con un siriano, ne è sicu-ra: «Mia figlia deve essere viva.
Quando mi hanno tirato su da
quella zattera, Maram era in brac-cio a me e stava bene. Me l’ha tol-ta dalle braccia uno dei soccorri-tori. Aiutatemi a trovarla». Al cen-tro di accoglienza de La Valletta
Maram non c’è. Ma nella confu-sione dei soccorsi potrebbe esse-re finita nelle mani di uno dei ma-rinai della nave Libra e da lì sbar-cata a Porto Empedocle. Se fosse
così, quella collanina di Hello
Kitty potrebbe essere il filo per ri- congiungerla ai suoi genitori.
Karim, sette anni, il più grande
dei bimbi dell’orfanotrofio del
mare è l’unico che parla. Alla di-pendente di una cantina vinicola
di Menfi di origine siriana dice:
«Mio padre era su un’altra barca.
Verrà a prendermi». Disegna la
bandiera siriana e scrive un nu-mero. Potrebbe essere quello di
un telefono? Chissà?
Ricongiungimenti difficili,
ostacolati dalla lingua, dalla di-stanza e dalla burocrazia ma ai
quali lavorano le forze dell’ordine
e il personale dell’Unhcr e di di-verse Ong. Perché adesso Kitty,
Salvatore, Yara, Joseph, Amud e
Karim sono sotto la giurisdizione
del tribunale dei minori e qualsia-si loro movimento deve passare
da lì. Per loro come per tutti gli al-tri minori non accompagnati che
ogni giorno sbarcano sulle coste
siciliane. Un numero esorbitan-te: 3319 solo dall’inizio dell’anno
ad oggi, tre volte di più rispetto al-lo scorso anno. Per lo più si tratta
di adolescenti, tra gli 11 e i 17 an-ni, ragazzini che finiscono per
scomparire nel nulla. Due su tre,
dopo qualche settimana in co-munità escono e non tornano
più. È successo ancora ieri a Cal-tagirone, dove sono scappati in
dieci dei superstiti del naufragio
di Lampedusa. Salgono su un tre-no con destinazione ignota o,
peggio ancora, finiscono nelle
mani di organizzazioni criminali
che li contattano e che talvolta
chiedono persino riscatti alle fa-miglie rimaste nei paesi di prove-nienza. E nessuno qui li cerca più.
Un problema in meno per lo Sta-to che non ha più i soldi per paga-re le convenzioni con le case fa-miglia. Gli affidi e le adozioni dei
più piccoli (che in questi giorni in
tanti chiedono) difficilmente rie-scono ad andare in porto. I 25
bambini che ormai da diverse
settimane sono nella casa di ac-coglienza di Piana degli Albanesi,
ad esempio, aspettano ancora la
nomina del tutore. Senza quello è
come se non esistessero, non
possono andare neanche a scuo-la. Troppe pastoie burocratiche
trasformano questi bambini in
piccoli fantasmi di cui presto nes-suno si ricorderà più
Yara, 3 anni, in fuga dalla guerra
diventa mamma dei suoi fratellini
L’
acqua sarà, forse per sempre, il loro terrore. Non ave-vano mai visto nessun bambino gridare e piangere
in quel modo gli operatori della comunità che, dopo
averli accolti con tutto il calore di cui erano capaci e
con le lacrime agli occhi, hanno provato a ripulire e
rivestire quei tre bimbetti sporchi, infreddoliti e impauriti che con-tinuavano a tenersi stretti l’uno con l’altra. Due gemellini dai ca-pelli ricci e profondi occhi blu e, tra di loro, un “salsicciotto” che
neanche stava in piedi. «Non volevano lavarsi, appena hanno sen-tito il primo contatto con l’acqua, hanno cominciato a urlare. Chis-sà cosa dicevano, nessuno di noi riesce a capire una parola della lo-ro lingua, abbiamo solo potuto immaginare che cosa significasse
per loro l’acqua». L’acqua che meno di 24 ore prima li aveva in-ghiottiti nel mare profondo tra Malta e Lampedusa C
ome ce l’abbiano fatta a salvar-si questi tre fratellini siriani
che hanno commosso chiun-que ha avuto la ventura di tro-varseli davanti forse non si capirà mai
davvero. A riconsegnarli alla vita è stata
la catena umana degli altri sopravvissu-ti di quel terribile naufragio che li han-no tenuti a galla fino a quando gli uomi-ni della nave Libra della Marina Milita-re non li hanno tratti in salvo.
Che quei tre bambini soli fossero fra-telli è apparso subito evidente: gemellini
i due più grandi, un maschietto e una
femminuccia — due anni e mezzo, forse
tre — dieci mesi il piccolino, riccio e cic-ciottello, letteralmente covato come un
pulcino dagli altri due trasformatisi in un
attimo nei suoi “genitori”. Quelli veri, con
tutta probabilità, sono finiti in fondo al
mare o in una delle 38 bare divise tra Ita-lia e Malta dopo quel maledetto 11 otto-bre in mezzo al Canale di Sicilia.
Li abbiamo seguiti nella loro odissea si-ciliana, dallo sbarco a Lampedusa dalla
nave Libra, poi a Porto Empedocle e infi-ne nell’orfanotrofio del mare a Menfi.
Yara e Joseph, forse si chiamano così i
due gemellini siriani diventati orfani du-rante la loro fuga dalla guerra. Chi abbia
detto che questi sono i loro nomi non si sa,
forse altri profughi che sulla Libra sono
riusciti a raccogliere qualche parola tra i
singhiozzi. Ma oggi se li chiami così non
rispondono. Il piccolo, invece, ha un no-me tutto nuovo, Salvatore, sicilianissi-mo: quello del marinaio che per primo lo
ha tirato su dal mare.
Yara è diventata “mamma” a bordo
della Libra. «Non si è allontanata mai dai
suoi fratelli, neanche per un momento,
nessuno poteva avvicinarli, toccarli —
racconta il comandante della nave Katia
Pellegrino — era come un gattino che
protegge i suoi micini appena nati, li te-neva stretti stretti per mano, li abbraccia-va e con quegli occhioni blu, che in quel
momento sembravano canne di una pi-stola, allontanava chiunque volesse par-lare con loro, confortarli, anche solo
prenderli in braccio».
Chi siano, da dove vengano, se ab-biano o meno familiari in Italia o in Eu-ropa, forse non lo si saprà mai. Fino ad
ora nessuno ha cercato questi tre bim-bi che adesso, insieme ad altri piccoli
sopravvissuti dell’ultimo naufragio,
sembrano aver trovato un minimo di
tranquillità nella casa famiglia che li
sta ospitando. La prima notte hanno
dormito tutti e tre insieme su un diva-no, impossibile dividerli. Ed anche ie-ri, quando Salvatore si è messo im-provvisamente a piangere, Yara lo ha
abbracciato, se lo è messo sulle gambe
e lo ha cullato cantandogli una nenia e
dandogli colpetti sul sederino fino a
quando non ha preso sonno. Poi ha co-minciato a piagnucolare anche Joseph
e lei gli ha preso la mano, si sono ab-bracciati e si sono addormentati insie-me. Nessuno ha osato muoverli per
portarli nelle loro brandine. «È la pri-ma volta che dormono così profonda-mente», dice la pediatra del Centro.
I “segni” della tragedia sono tutti lì: in
quel faccino circondato da una cascata
di riccioli castani, in quegli occhioni blu
che non perdono mai di vista i fratelli, in
quelle due ferite sotto il mento che —
secondo la pediatra che l’ha visitata —
sono ferite di guerra, segni di una
scheggia di bomba. Chissà da dove
scappavano, Yara, Joseph, Salvatore e i
loro genitori: ammesso che siano in
grado di raccontarlo a qualcuno. Per
ora, l’unica cosa che si capisce è quan-do, molto spesso, invocano «Mam».
È Joseph a farlo quasi continuamente.
Corpicino esile affogato in una tuta bian-ca e blu, è quello che mostra più di tutti la
sua sofferenza. Piange, cerca la mano di
un adulto, sembra distrarsi solo dietro il
cancello bianco che lo separa da tre ca-gnolini. Lui li guarda, gli dice qualcosa in
arabo e i cani sembrano capirlo, quasi che
parlino la sua stessa lingua, perché si av-vicinano infilando i loro musi dentro l’in-ferriata per permettere a Salvatore di toc-carli. Poi lui fa “bau, bau” e sorride. È l’u-nico sorriso della giornata».
Come molti profughi siriani, questi tre
bimbi forse appartenevano a un ceto me-dio alto. Sicuramente sanno maneggiare
un iphone, sono incuriositi, si avvicinano
al display e con il ditino provano a sfo-gliare l’album fotografico. Si vedono ri-tratti, sorridono, chissà forse cercano lì
dentro i fotogrammi di una vita che ormai
non gli appartiene più
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