Canada e Australia le
considerano già, gli Usa le
includeranno tra pochi
giorni, l’Europa tra un
anno: ricerca, innovazione,
creazione artistica fanno
il loro ingresso nel calcolo
del Pil.Per l’America sarà
la più grande revisione mai
fatta. Se fosse entrata in
vigore fin dal 2007
avrebbe prodotto un balzo
di oltre il 3 per cento
I
l Pil non serve più. È utilizzato male, bisogna cam-biarlo”: è il settembre del 2009. Joseph Stiglitz, insie-me ad Amartya Sen e a Jean Paul Fitoussi, consegna
all’allora presidente francese Nicolas Sarkozy il rap-porto sui nuovi strumenti per misurare la ricchezza di
un Paese a partire dal benessere non solo macroeconomico dei
suoi cittadini. Ora tocca agli Stati Uniti compiere la vera rivoluzio-ne: nel calcolo entrerà per la prima volta la creatività. Nel paese che
ha trasformato il cinema in mito, allevato alcuni dei migliori scrit-tori e inventato tutto nel campo delle tecnologia, prima o poi do-veva accadere. E l’ingresso avviene dalla porta principale: merco-ledì la novità verrà presentata dal Bureau of Economic Analysis, l’i-stituto che elabora le principali statistiche economiche, a partire
appunto dal Prodotto interno lordo. “Sarà la più importante revi-sione mai fatta”, scrive Business Week, che aggiunge: “Una grande
idea, finalmente entriamo nel ventunesimo secolo”.
NEW YORK
L
a premessa è di Steve
Landefeld, che guida
la struttura federale:
«Per anni abbiamo
sottovalutato la crea-tività e l’innovazione. Ci siamo
accorti che le nostre rivelazioni
mostrano sempre più punti cri-tici. L’errore è quello di non con-siderare come voci attive del bi-lancio i beni immateriali», spie-ga al New York Times. Ovvero li-bri, film, musica, programmi te-levisivi, quadri, fotografia e, con
un peso finanziario ancora mag-giore, la ricerca e lo sviluppo. Di-ritti d’autore e brevetti.
Sino ad ora tutto questo finiva
nella casella spesa: tipo le bollet-te per la luce o il cibo della men-sa, soldi buttati al vento o quasi.
Comunque zavorra per il Pil.
Adesso il contrordine. Persino i
biglietti di auguri saranno nel
raggio d’azione del nuovo ter-mometro. L’esempio è piccolo
ma rende l’idea: questi cartonci-ni possono essere utilizzati sem-pre, non passano mai di moda.
Sono, dunque, un benefit sicuro
a lungo termine, come costruire
un palazzo o una fabbrica, ap-punto. La novità è che non ci sarà
bisogno di guadagni immediati.
Il nuovo Pil considererà l’inve-stimento di aver scritto un libro,
prodotto un film, composto una
canzone già di per sé come un
fattore positivo, senza aspettare
il verdetto del pubblico: i soldi
verranno conteggiati quando
arriveranno.
L’anno scorso, solo conside-rando il lavoro degli scrittori, sa-rebbero entrati nelle statistiche
9 milioni di dollari in più, secon-do un primo calcolo. Una bella
soddisfazione per una categoria
accusata di non “dar da mangia-re alla gente”. Niente da fare in-vece per i giornalisti, i cui artico-li deperiscono troppo in fretta:
«Ma con l’arrivo degli e-book,
che sempre di più raccolgono in-chieste e reportage, anche que-sto cambierà in futuro, chissà»,
dice consolatorio un analista.
Il Bureau of Economic Analy-sis infatti naviga a vista. Anche
per i prodotti tv ci sono delle dif-ferenze: lo sport e i reality show
non generano reddito nel lungo
periodo, al contrario delle serie
che spesso diventano un cult e
hanno mille vite: nei dvd, nel
commercio on line. Così “De-sperate Housewives” va nel Pil,
“American Got Talent” no. Per i
libri e soprattutto per i film è an-cora più complicato. Quando
nel 1977 George Lucas dirige il primo “Guerre stellari” nessuno
può prevedere la montagna di
dollari che avrebbe fruttato. Co-sì gli esperti dell’istituto non
possono ora capire quale produ-zione sarà un successo e quale
invece sarà un flop al botteghi-no: da qui l’idea di considerare i
costi di produzione nella con-vinzione che gli errori si com-penseranno. Poi c’è da tenere
presente il deprezzamento. Cer-to le idee non si rompono come
le macchine di una fabbrica, ma
vengono copiate, superate da al-tre migliori, passano in secondo
piano. Il Bea assegna così un tas-so annuo di ammortamento del
10% per la ricerca scientifica in
campo farmaceutico, contro il
36% per la progettazione di siste-mi informatici, il 9 per i film, ma
ben il 27 per la musica. Con i nuo-vi parametri, la cultura dal 2007
a oggi avrebbe portato un au-mento dello 0,5%, ma il salto ve-ro e proprio, l’aspetto economi-camente più importante, è quel-lo della ricerca, grazie soprattut-to alla biotecnologia. In questo
caso il balzo in avanti è attorno al
3%.
Nel 1999 si iniziò a considera-re la creazione dei software co-me voci attive di un bilancio,
adesso il definitivo cambio di
marcia: dopo gli Stati Uniti toc-cherà all’Europa (Italia compre-sa) che, secondo un programma
di un gruppo di studio delle Na-zioni Unite, adotterà gli stessi
criteri dal 2014. Canada e Austra-lia sono gli apripista e già elabo-rano i loro dati secondo i nuovi
parametri. «Saremo in grado di
favorire la crescita e lo sviluppo
tanto più riusciremo a misurare
la forza che l’innovazione ha nel-le nostre economie. Ha un ruolo
centrale, tutti lo sappiamo, ma quando lo vedremo quantificato
scientificamente capiremo me-glio dove intervenire», disse nel
2011 Ben Bernanke.
E quella di considerare i beni
immateriali al centro del motore
dello sviluppo è un’idea che ha
radici lontane. Nel 1908 l’econo-mista Thorstein Veblen scrive-va: «Dalla pubblicità al design
sono molte le aziende che stu-diano come abbellire i loro pro-dotti per conquistare molti più
clienti e poterli vendere a prezzi
più alti». Cento anni dopo sareb-be arrivato l’iPhone con i suoi
fratelli. E proprio nel bilancio
dell’Apple le tradizionali forme
di ricchezza industriale (im-pianti, immobili, macchinari)
rappresentano una quota mini-ma, attorno al 4%. Stessa cifra ir-risoria, solo un po’ più alta (il
7%), per Time Warner e per la
compagnia farmaceutiche Pfi-zer. Il resto è ingegno, fantasia.
La costruzione del brand, corsi
di formazione per i dipendenti:
l’ossessione vincente per la qua-lità, che fa rima con futuro e spe-ranza. Non a caso Obama nel suo
discorso di rilancio dell’econo-mia mette tra i punti centrali per
eliminare le differenze di classe
proprio l’istruzione, che della ri-cerca è la madre. E Thomas Frie-dam sul New York Timescom-menta: «Le città sono il nuovo
traino dell’economia Usa. Le
metropoli che hanno saputo rin-novarsi puntando sulle univer-sità, sulle tecnologie, sul wi-fi,
sull’innovazione decollano.
Quelle che sono rimaste legate ai
vecchi modelli industriali, van-no a fondo: come Detroit». E’ la
legge della creative class, la for-tunata definizione del sociologo
canadese Richard Florida che
associa in maniera direttamente
proporzionale la vivacità cultu-rale (non misurabile sino ad ora
con gli strumenti classici) allo
sviluppo finanziario di una co-munità. Due ricercatori, Carol
Corrado del Conference Board e
Charles Hulten dell’Università
del Maryland, non hanno dubbi:
«Se sommassimo il peso specifi-co dei beni immateriali supere-rebbero di gran lunga gli altri». È
una rivoluzione culturale, prima
ancora che economica: «Final-mente avremo uno sguardo più
realistico sul mondo», sostiene
Baruch Lev della New York Uni-versity.
È 18 marzo del 1968 quando
Robert Kennedy tiene nel cam-pus del college del Kansas uno
dei suoi discorsi più famosi:
«Non possiamo misurare il suc-cesso di un Paese sulla base del
suo Prodotto interno lordo. Il
Pil non tiene conto della salute
delle nostre famiglie, della qua-lità dell’educazione o della
gioia dei momenti di svago.
Non comprende la bellezza
della poesia». Ecco, forse per i
versi in rima è ancora presto ma
almeno il freddo indicatore
economico dovrà iniziare a fare
i conti con le parole dei libri, le
emozioni dei film e il potere
delle idee. Magari la ripresa
passa proprio da qui
L’IMMATERIALE
ALLA CONQUISTA
DEL POTERE
OI italiani consideriamo la creatività una specie di do-tazione genetica, una prerogativa etnica o forse zodia-cale; ma poi la trattiamo con la stessa sprezzatura che
riserviamo a Pompei, al patrimonio paesaggistico o al-le nostre immeritate eccellenze in campi come quello
musicale e artistico. A darle prima nome, e poi sostanza e oramai
anche valore sono stati gli americani. Non con i bilanci della finan-za creativa ma con bilanci finanziari che contemplano la creatività.
Quel che succede è che nel calcolo del Pil statunitense le spese
per la ricerca, lo sviluppo e la creazione in campo tecnico, scienti-fico, artistico e culturale verranno d'ora in poi considerate come
investimenti. Una vera e propria svolta culturale: se non è proprio
la vecchia utopia dell'immaginazione al potere, quanto meno è il
riconoscimento della potenza anche economica della fantasia.
A certe conclusioni arte e cultura, a dire il vero, erano arrivate già
da tempo. 1984: sono passati trent'anni fa da quando il teorico del
postmoderno François Lyotard ha allestito al Beaubourg una mo-stra sugli «immateriali» D
opo ci siamo tutti svezzati a distingue-re hardware e software, a fare a meno
di carta, vinili, inchiostro, metalli. Co-sì, oggi non c'è più bisogno di grande
sottigliezza filosofica per capire che l'immate-riale è reale, e a volte cruciale. Per la tradiziona-le metafora chi è ricco «ha una posizione solida»;
ma non si può attribuire non solo «solidità», ma
persino «posizione» a quelle ricchezze che si cal-colano in pensiero, innovazione, bellezza e pro-prio per questo non contribuiscono in modo
tangibile e computabile ai fatturati, ai dividendi
e alle stock option.
Il problema è che quello di creatività è un con-cetto sin troppo confuso. Nacque proprio negli
Usa, negli anni Cinquanta, quando si accorpa-rono le riflessioni di scienziati, inventori, filoso-fi, artisti di tutto il mondo e di tutte le epoche, da
Mozart ad Einstein, da Aristotele a Picasso per
provare a capire il modo in cui la mente umana
arriva a progettare nuovi assetti, escogitare nuo-ve soluzioni, ribaltare le tradizioni, in qualsiasi
settore. La creatività divenne poi un mito per
tutti: copywriter e indiani metropolitani, indu-striali ed eversori, cuochi e filosofi, scrittori e sti-listi, cronisti e blogger. Definire la creatività ri-sulta però impossibile, perché è un mito, e non
un principio filosofico. Ma una delle idee di crea-tività più interessanti la vede proprio come quel-l'elemento non quantificabile, immateriale, in
sé inutile e improduttivo senza il quale, però,
non c'è cambiamento ma replica dell'uguale.
Il Pil non è solo roba pesante, cemento, ac-ciaio, container e pallet di merci importate ed
esportate: c'è un Pil immateriale, la cui sostanza
è fatta di idee, parole, astrazioni e nell'ammet-terlo si fa un grande passo avanti. Ma infine si
spera che questo passo non inauguri una strada
che finisca coll'imporre nuovi balzelli sulle buo-ne idee. La finanza creativa certo ne sarebbe ca-pacissima
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