martedì 22 ottobre 2013

R2 - fa crescere l’economia Così la creatività

Canada e Australia le
considerano già, gli Usa le
includeranno tra pochi
giorni, l’Europa tra un
anno: ricerca, innovazione,
creazione artistica fanno
il loro ingresso nel calcolo
del Pil.Per l’America sarà
la più grande revisione mai
fatta. Se fosse entrata in
vigore fin dal 2007
avrebbe prodotto un balzo
di oltre il 3 per cento



I
l Pil non serve più. È utilizzato male, bisogna cam-biarlo”: è il settembre del 2009. Joseph Stiglitz, insie-me ad Amartya Sen e a Jean Paul Fitoussi, consegna
all’allora presidente francese Nicolas Sarkozy il rap-porto sui nuovi strumenti per misurare la ricchezza di
un Paese a partire dal benessere non solo macroeconomico dei
suoi cittadini. Ora tocca agli Stati Uniti compiere la vera rivoluzio-ne: nel calcolo entrerà per la prima volta la creatività. Nel paese che
ha trasformato il cinema in mito, allevato alcuni dei migliori scrit-tori e inventato tutto nel campo delle tecnologia, prima o poi do-veva accadere. E l’ingresso avviene dalla porta principale: merco-ledì la novità verrà presentata dal Bureau of Economic Analysis, l’i-stituto che elabora le principali statistiche economiche, a partire
appunto dal Prodotto interno lordo. “Sarà la più importante revi-sione mai fatta”, scrive Business Week, che aggiunge: “Una grande
idea, finalmente entriamo nel ventunesimo secolo”.  



NEW YORK
L
a premessa è di Steve
Landefeld,  che  guida
la  struttura  federale:
«Per  anni  abbiamo
sottovalutato la crea-tività e l’innovazione. Ci siamo
accorti che le nostre rivelazioni
mostrano sempre più punti cri-tici. L’errore è quello di non con-siderare come voci attive del bi-lancio i beni immateriali», spie-ga al New York Times. Ovvero li-bri, film, musica, programmi te-levisivi, quadri, fotografia e, con
un peso finanziario ancora mag-giore, la ricerca e lo sviluppo. Di-ritti d’autore e brevetti.
Sino ad ora tutto questo finiva
nella casella spesa: tipo le bollet-te per la luce o il cibo della men-sa, soldi buttati al vento o quasi.
Comunque  zavorra  per  il  Pil.
Adesso il contrordine. Persino i
biglietti  di  auguri  saranno  nel
raggio  d’azione  del  nuovo  ter-mometro.  L’esempio  è  piccolo
ma rende l’idea: questi cartonci-ni possono essere utilizzati sem-pre, non passano mai di moda.
Sono, dunque, un benefit sicuro
a lungo termine, come costruire
un  palazzo  o  una  fabbrica,  ap-punto. La novità è che non ci sarà
bisogno di guadagni immediati.
Il  nuovo  Pil  considererà  l’inve-stimento di aver scritto un libro,
prodotto un film, composto una
canzone  già  di  per  sé  come  un
fattore positivo, senza aspettare
il  verdetto  del  pubblico:  i  soldi
verranno  conteggiati  quando
arriveranno.
L’anno  scorso,  solo  conside-rando il lavoro degli scrittori, sa-rebbero entrati nelle statistiche
9 milioni di dollari in più, secon-do un primo calcolo. Una bella
soddisfazione per una categoria
accusata di non “dar da mangia-re alla gente”. Niente da fare in-vece per i giornalisti, i cui artico-li  deperiscono  troppo  in  fretta:
«Ma  con  l’arrivo  degli  e-book,
che sempre di più raccolgono in-chieste e reportage, anche que-sto cambierà in futuro, chissà»,
dice consolatorio un analista.
Il Bureau of Economic Analy-sis  infatti  naviga  a  vista.  Anche
per i prodotti tv ci sono delle dif-ferenze: lo sport e i reality show
non generano reddito nel lungo
periodo, al contrario delle serie
che spesso diventano un cult e
hanno  mille  vite:  nei  dvd,  nel
commercio  on  line.  Così  “De-sperate Housewives” va nel Pil,
“American Got Talent” no. Per i
libri e soprattutto per i film è an-cora  più  complicato.  Quando
nel  1977  George  Lucas  dirige  il primo “Guerre stellari” nessuno
può  prevedere  la  montagna  di
dollari che avrebbe fruttato. Co-sì  gli  esperti  dell’istituto  non
possono ora capire quale produ-zione  sarà  un  successo  e  quale
invece sarà un flop al botteghi-no: da qui l’idea di considerare i
costi  di  produzione  nella  con-vinzione  che  gli  errori  si  com-penseranno.  Poi  c’è  da  tenere
presente il deprezzamento. Cer-to le idee non si rompono come
le macchine di una fabbrica, ma
vengono copiate, superate da al-tre migliori, passano in secondo
piano. Il Bea assegna così un tas-so annuo di ammortamento del
10% per la ricerca scientifica in
campo  farmaceutico,  contro  il
36% per la progettazione di siste-mi informatici, il 9 per i film, ma
ben il 27 per la musica. Con i nuo-vi parametri, la cultura dal 2007
a  oggi  avrebbe  portato  un  au-mento dello 0,5%, ma il salto ve-ro e proprio, l’aspetto economi-camente più importante, è quel-lo della ricerca, grazie soprattut-to alla biotecnologia. In questo
caso il balzo in avanti è attorno al
3%.
Nel 1999 si iniziò a considera-re la creazione dei software co-me  voci  attive  di  un  bilancio,
adesso  il  definitivo  cambio  di
marcia: dopo gli Stati Uniti toc-cherà all’Europa (Italia compre-sa) che, secondo un programma
di un gruppo di studio delle Na-zioni  Unite,  adotterà  gli  stessi
criteri dal 2014. Canada e Austra-lia sono gli apripista e già elabo-rano i loro dati secondo i nuovi
parametri. «Saremo in grado di
favorire la crescita e lo sviluppo
tanto più riusciremo a misurare
la forza che l’innovazione ha nel-le nostre economie. Ha un ruolo
centrale,  tutti  lo  sappiamo,  ma quando lo vedremo quantificato
scientificamente capiremo me-glio dove intervenire», disse nel
2011 Ben Bernanke.
E quella di considerare i beni
immateriali al centro del motore
dello sviluppo è un’idea che ha
radici lontane. Nel 1908 l’econo-mista  Thorstein  Veblen  scrive-va:  «Dalla  pubblicità  al  design
sono  molte  le  aziende  che  stu-diano come abbellire i loro pro-dotti per conquistare molti più
clienti e poterli vendere a prezzi
più alti». Cento anni dopo sareb-be  arrivato  l’iPhone  con  i  suoi
fratelli.  E  proprio  nel  bilancio
dell’Apple le tradizionali forme
di  ricchezza  industriale  (im-pianti,  immobili,  macchinari)
rappresentano una quota mini-ma, attorno al 4%. Stessa cifra ir-risoria,  solo  un  po’  più  alta  (il
7%),  per  Time  Warner  e  per  la
compagnia  farmaceutiche  Pfi-zer. Il resto è ingegno, fantasia.
La costruzione del brand, corsi
di formazione per i dipendenti:
l’ossessione vincente per la qua-lità, che fa rima con futuro e spe-ranza. Non a caso Obama nel suo
discorso di rilancio dell’econo-mia mette tra i punti centrali per
eliminare le differenze di classe
proprio l’istruzione, che della ri-cerca è la madre. E Thomas Frie-dam  sul New  York  Timescom-menta:  «Le  città  sono  il  nuovo
traino  dell’economia  Usa.  Le
metropoli che hanno saputo rin-novarsi puntando sulle univer-sità,  sulle  tecnologie,  sul  wi-fi,
sull’innovazione  decollano.
Quelle che sono rimaste legate ai
vecchi modelli industriali, van-no a fondo: come Detroit». E’ la
legge della creative class, la for-tunata definizione del sociologo
canadese  Richard  Florida  che
associa in maniera direttamente
proporzionale la vivacità cultu-rale (non misurabile sino ad ora
con  gli  strumenti  classici)  allo
sviluppo  finanziario  di  una  co-munità.  Due  ricercatori,  Carol
Corrado del Conference Board e
Charles  Hulten  dell’Università
del Maryland, non hanno dubbi:
«Se sommassimo il peso specifi-co dei beni immateriali supere-rebbero di gran lunga gli altri». È
una rivoluzione culturale, prima
ancora  che  economica:  «Final-mente avremo uno sguardo più
realistico  sul  mondo»,  sostiene
Baruch Lev della New York Uni-versity.
È 18 marzo del 1968 quando
Robert Kennedy tiene nel cam-pus del college del Kansas uno
dei  suoi  discorsi  più  famosi:
«Non possiamo misurare il suc-cesso di un Paese sulla base del
suo  Prodotto  interno  lordo.  Il
Pil non tiene conto della salute
delle nostre famiglie, della qua-lità  dell’educazione  o  della
gioia  dei  momenti  di  svago.
Non  comprende  la  bellezza
della poesia». Ecco, forse per i
versi in rima è ancora presto ma
almeno  il  freddo  indicatore
economico dovrà iniziare a fare
i conti con le parole dei libri, le
emozioni  dei  film  e  il  potere
delle  idee.  Magari  la  ripresa
passa proprio da qui



 L’IMMATERIALE
ALLA CONQUISTA
DEL POTERE



OI italiani consideriamo la creatività una specie di do-tazione genetica, una prerogativa etnica o forse zodia-cale; ma poi la trattiamo con la stessa sprezzatura che
riserviamo a Pompei, al patrimonio paesaggistico o al-le nostre immeritate eccellenze in campi come quello
musicale e artistico. A darle prima nome, e poi sostanza e oramai
anche valore sono stati gli americani. Non con i bilanci della finan-za creativa ma con bilanci finanziari che contemplano la creatività.
Quel che succede è che nel calcolo del Pil statunitense le spese
per la ricerca, lo sviluppo e la creazione in campo tecnico, scienti-fico, artistico e culturale verranno d'ora in poi considerate come
investimenti. Una vera e propria svolta culturale: se non è proprio
la vecchia utopia dell'immaginazione al potere, quanto meno è il
riconoscimento della potenza anche economica della fantasia.
A certe conclusioni arte e cultura, a dire il vero, erano arrivate già
da tempo. 1984: sono passati trent'anni fa da quando il teorico del
postmoderno François Lyotard ha allestito al Beaubourg una mo-stra sugli «immateriali» D
opo ci siamo tutti svezzati a distingue-re hardware e software, a fare a meno
di carta, vinili, inchiostro, metalli. Co-sì, oggi non c'è più bisogno di grande
sottigliezza filosofica per capire che l'immate-riale è reale, e a volte cruciale. Per la tradiziona-le metafora chi è ricco «ha una posizione solida»;
ma non si può attribuire non solo «solidità», ma
persino «posizione» a quelle ricchezze che si cal-colano in pensiero, innovazione, bellezza e pro-prio  per  questo  non  contribuiscono  in  modo
tangibile e computabile ai fatturati, ai dividendi
e alle stock option.
Il problema è che quello di creatività è un con-cetto sin troppo confuso. Nacque proprio negli
Usa, negli anni Cinquanta, quando si accorpa-rono le riflessioni di scienziati, inventori, filoso-fi, artisti di tutto il mondo e di tutte le epoche, da
Mozart ad Einstein, da Aristotele a Picasso per
provare a capire il modo in cui la mente umana
arriva a progettare nuovi assetti, escogitare nuo-ve soluzioni, ribaltare le tradizioni, in qualsiasi
settore.  La  creatività  divenne  poi  un  mito  per
tutti: copywriter e indiani metropolitani, indu-striali ed eversori, cuochi e filosofi, scrittori e sti-listi, cronisti e blogger. Definire la creatività ri-sulta però impossibile, perché è un mito, e non
un principio filosofico. Ma una delle idee di crea-tività più interessanti la vede proprio come quel-l'elemento non quantificabile, immateriale, in
sé  inutile  e  improduttivo  senza  il  quale,  però,
non c'è cambiamento ma replica dell'uguale.
Il Pil non è solo roba pesante, cemento, ac-ciaio, container e pallet di merci importate ed
esportate: c'è un Pil immateriale, la cui sostanza
è fatta di idee, parole, astrazioni e nell'ammet-terlo si fa un grande passo avanti. Ma infine si
spera che questo passo non inauguri una strada
che finisca coll'imporre nuovi balzelli sulle buo-ne idee. La finanza creativa certo ne sarebbe ca-pacissima

Nessun commento:

Posta un commento