V
ai a spiegarglielo a
José che anche la
Santa Muerte più di
tanto non può fare.
Che votarti all’“An-gelo di Luce” quando sei già ar-ruolato nel regno dei morti che
ciondolano con al collo un rosa-rio di perline o un medaglione a
forma di dollaro, può essere inu-tile. «Sapevo che sarebbe tocca-to a me, sicuro. A colpi di ma-chete, o con la mannaia che usi
quando ti dicono che devi far
saltare qualche collo. Che poi
non sempre ti va bene: a volte
parti in quattro o cinque e pensi
“li ammazzo tutti quegli anima-li”. E invece ne basta uno, uno
che “taglia” meglio di te e ti pren-de bene, e rimani a terra. Nei
parcheggi, dove ti trovano il
giorno dopo. In macchina, dove
magari ti eri appena divertito
con una reina (un’affiliata, uti-lizzata per fare una trappola alla
vittima). Era due anni fa e avevo
capito che sarebbe toccato a me:
perché se esci dalla pandilla
metti la firma sulla lapide l fischio del tram in via Mece-nate — pezzi di asfalto “lati-no” a Milano Est, tra l’Orto-mercato già infiltrato dalla
ndrangheta e l’aeroporto di
Linate — è il segnale che annuncia
l’arrivo di José. Ecuadoriano, 28
anni e nient’altro. «La polizia ti ar-resta, la Mara ti ammazza». Felpa
blu scura no logo, capelli rasati,
niente lacrime tatuate sotto gli oc-chi (nella simbologia della Ms13 è
la macabra conta degli omicidi
commessi: ogni goccia una croce).
Dei dodici tatuaggi che istoriano la
sua pelle di (ex) soldato metropoli-tano ne mostra solo uno, forse è il
meno compromettente: un dop-pio tris di carte e dadi steso con in-chiostro nero, tra orecchio destro e
spalla. «Vuole dire che hai conse-gnato la tua vita alla sorte. Che gio-chi con la vita, ma soprattutto con
la morte» (da qui il culto sudameri-cano della Santa Muerte, presenza
spirituale benevola, un angelo di
luce a cui secondo la leggenda so-no devoti criminali e delinquenti).
José nel gioco delle pandillas ci è
rimasto fino a 26 mesi fa. Era un
homboy. Si chiamano così, tra di lo-ro, i membri della Ms13, l’acroni-mo che sta per Mara Salvatrucha 100mila affiliati in tutto il mondo
da quando — sono i primi anni Ot-tanta — gli immigrati salvadoregni
in fuga dalla guerra civile e riparati
nella California ispanica fanno
clan per difendersi dalle gang di
afroamericani e messicani). Forse
José ha rapinato, di sicuro ha pe-stato e fatto pestare: a colpi di col-tello, di mannaia (l’ hacha ), di ma-chete. Le armi preferite dalle gang
dei latinos radicate in Italia. Quat-tromila giovani affiliati a una quin-dicina di bande o pandillas che si
fanno la guerra tra loro per il con-trollo del territorio o semplice-mente perché è scritto così. Un
esercito di ecuadoriani, salvadore-gni, peruviani, africani al soldo di
nessuno: anzi, di sé stessi. «C’è il
capo, certo. Il Re (o ranflero ). Ci so-no i luogotenenti. Ma se scippi o ra-pini o spacci non sei obbligato a
passargli il bottino. Devi rispettar-li, sottostare ai loro ordini se ti di-cono di punire qualcuno. Ma quel-lo che fai e guadagni, è tuo».
Se José non fosse uscito dal
gruppo, se anziché girare le spalle
all’inferno fosse ancora lì a “taglia-re” con l’ hacha e a ruotare la visie-ra del cappellino ad ogni lamata in-ferta ai rivali, di sicuro non potreb-be raccontarla, la Mara. Il commis-sariato di polizia è a 300 metri. «Me
ne sono andato via perché o mori-vo o morivo. Così almeno posso
sperare di campare ancora qual-che anno. La Mara è organizzata
come la mafia. L’unica differenza è
che la mafia fa i miliardi e noi inve-ce siamo ladri di polli, e ci ammaz-ziamo come cani per niente». Josè
vive in periferia, in città ci torna po-co e malvolentieri. «Ti spiego cosa
vuol dire essere un mareros. L’ini-zio è uguale per tutti: ti unisci alla
banda perché senza la banda non
sei niente. Cerchi te stesso, è assur-do ma lì ti ritrovi. Hai un gruppo, un
codice, delle regole. Anche violen-te ma le hai. Adesso si stanno unen-do anche gli italiani. Sono loro che
vengono con noi, non il contrario,
come accadeva prima». Giovani italiani sotto i vent’anni che voglio-no rientrare dai margini e lo fanno
allargandoli, lacerandoli. Quasi
una nemesi nella nemesi. «La for-ma-gang la troviamo alle origini
della sociologia americana nel mo-mento in cui si confronta con la se-dimentazioni delle migrazioni, in
particolare quella degli italiani —
ragiona Luca Queirolo Palmas, do-cente di Sociologia delle migrazio-ni all’Università di Genova, dieci
anni a studiare le pandillas—. È
per questo paradossale che oggi,
quando pensiamo alle gang, im-maginiamo i primitivi urbani,
qualcosa che viene da fuori, qual-cuno arrivato a portare violenza
nelle nostre ordinate città; e non
vediamo che stiamo parlando di
un fenomeno che ci parla anche
della nostra storia di migranti, di
un fenomeno che ci parla di un
prodotto della nostra società, esat-tamente come i morti di Lampedu-sa ci parlano del proibizionismo
europeo sulle migrazioni al di là di
ogni facile retorica sulla malvagità
degli scafisti».
José prima di lasciare la Mara co-s’era? Un “malvagio”? O uno spec-chio o una vittima della società?
«Ero un soldato, e basta. Obbedivo.
La banda mi dava qualcosa che io
restituivo alla banda. Passando
quasi sempre dalla violenza. Il pe-staggio dell’iniziazione: esci mas-sacrato ma ti senti un dio. Sei den-tro, ce l’hai fatta. I calci e i pugni che
hai preso (per 13 interminabili se-no, soffre di vertigini ed è sopran-nominato l’“Arrotino”. Un anno fa
anche lui si è pentito o impaurito.
Per uscire dalla pandilla senza pas-sare sotto la lama del machete — è
il trattamento riservato a infami e
desaparecidos, lui lo conosce bene
— ha pregato tre notti di fila affin-ché lo arrestassero. «Meglio dietro
le sbarre che in una bara di ferro»,
ha sussurrato alla fidanzata dicias-settenne, anche lei battezzata a
calci e pugni in un parco dai padri-ni della gang. Poi si è «fatto trovare»
dagli sbirri. Adesso l’Arrotino, la
pelle sfregiata dalle cicatrici e dal-l’inchiostro, è rinchiuso in un car-cere lombardo. Sta scrivendo un
diario. Un capitolo è dedicato al-l’ultima che gli hanno fatto i suoi
soci mazzieri quando hanno capi-to che voleva levarsi da queste bat-terie di uomini che paiono cani da
combattimento. Legato mani e
piedi e appeso a una corda. Tenuto
sospeso in aria oltre il cornicione di
un lastricato al sesto piano di un
condominio. Lui che i capogiri lo
fanno andare fuori di testa. Solleti-co, forse, rispetto al biglietto da vi-sita con cui i primi “gruppi di furbi
salvadoregni” — la traduzione più
accreditata della Mara Salvatrucha
— si presentarono a Milano a mag-gio del 2008: un occhio cavato a col-pi di machete a un nemico della
Ms18. «Ero appena arrivato dall’E-cuador e pensavo fosse un gioco»,
dice Josè. Era l’inizio della guerra.
Tatuaggi, codici e omicidi
così gli affiliati scalano il potere
L
a «M» che rappresenta la «Eme»
(modo di pronunciare in spagnolo
la lettera «M»), il sindacato dei traf-ficanti di droga messicani.
Quando si parla di Ms13 bisogna essere
consapevoli che rappresentano il corpo ar-mato dei trafficanti messicani e che oltre a
commettere omicidi e atti di violenza per
conto dei boss della “Eme”, la loro funzio-nalità è quella di “colonizzatori” di nuovi
territori, che i criminali messicani invado-no con lo spaccio di droga.
All’inizio degli anni Novanta la Eme era
intervenuta per porre fine ad una sangui-nosa guerra tra Mara Salvatrucha e M-18.
Queste due gang ispaniche rivali si con-frontavano sulle strade di Los
Angeles. Fu assegnato a ogni
gang un compito preciso. I com-ponenti della Mara Salvatrucha
erano addestrati all’uso delle ar-mi, erano violenti e fedeli al
gruppo. Divennero i killer e di
protettori dei traffici della Eme.
Presto la Ms13 fu presente in
ogni stato degli Usa. Da lì inizia-rono ad andare anche oltre la
frontiera americana.
La gang Ms13 ha un rigido co-dice di comportamento, una gestione ge-rarchica, un sofisticato sistema di ricono-scimento e una serie di linguaggi nascosti
che spaziano tra tatuaggi, capi di abbiglia-mento, uso del linguaggio dei gesti, modi di
tagliare i capelli, sagomare le sopracciglia,
creare cicatrici di forme particolari in pun-ti visibili del corpo. Ogni iniziato ha dei ta-tuaggi specifici, come i tre punti che rap-presentano le tappe della vita di un mara:
l’ospedale in cui si nasce, il carcere in cui si
finisce e il cimitero in cui si va dopo la mor-te. Altri tatuaggi tipici sono le lettere MS in
carattere gotico abbinate al numero 13. So-no posizionati sulle mani, o sul collo, o nel-la parte interna delle labbra o sulle palpebre
e rappresentano l’appartenenza al gruppo.
Le stesse lettere e numeri tatuati sulla fron-te accompagnati da immagini di corna che
spuntano da sotto la pelle, indicano un ca-po della clicao pandilla , termini che stan-no per cellule. Le cifre 666 indicano l’ap-partenenza al gruppo d’azione della gang,
che nel gergo viene chiamata «comando».
Le maschere teatrali, le mani che tengono le
banconote o le monete indicano chi si oc-cupa del racket. La ragnatela, la clessidra o
il calendario a strappo indicano il carcere.
La faccia di una ragazza che sorride indica
che il membro incaricato nella gestione
delle prostitute, spesso minorenni. La ra-gazza che piange o che si copre il viso con le
mani indica un mata, ovvero un killer.
Gli omicidi che commettono i membri
della Mara Salvatrucha si distinguono per la
loro ferocia. Il 12 luglio 2003 a El Salvador
nella città di Ahuachapán, furono trovati i
corpi di una donna e la sua bambina di tre
anni, brutalmente torturate e seviziate. Co-me poi stabilirono le indagini, fu un omici-dio compiuto durante il rito di iniziazione
di un gangster. Per diventare membro fisso
della gang, si deve dimostrare di
essere capaci di commettere at-ti di violenza nei confronti dei
più deboli. Un atto di violenza
sessuale su una minorenne è
considerato lieve e in alcune cli-ca non basta per essere presi in
considerazione. Molte clica
pongono come obbligo a chi
vuole diventare un gangster l’o-micidio di una ragazza, o per chi
vuole fare il killer, di un bambi-no. Dopo l’omicidio di un inno-cente, il gangster si tatua sulle guance un
pavone. Si chiama Pavo real e indica
un’importante azione di cui andare fiero.
La progressiva crescita in Italia delle gang
di Ms13 è un segnale preoccupante. Può si-gnificare che stiano testando il nostro terri-torio per conto della criminalità messicana.
Una volta inseriti nell’ambiente criminale
locale e stabiliti sul territorio, potrebbero
essere potenziati da chi è esperto nel traffi-co e dalle cellule violente dei killer. Il passo
successivo è quello di organizzare il traffico
diretto di armi e droga senza rendere conto
alle comunità criminali locali. Questo è il
modo in cui hanno agito durante la loro mi-grazione sul territorio degli Stati Uniti. Per
una città come Milano, dove il traffico di
stupefacenti è controllato dalle famiglie di
origine calabrese, questo può significare
una guerra tra fazioni criminali. Guerra che,
come tutte le guerre, non porterà niente di
buono né a coloro che la faranno né a colo-ro che saranno costretti a subirla.
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