domenica 29 settembre 2013

alle porte in faccia alla vittoria a Venezia. Vita e avventure impossibili di Gianfranco Rosi, regista di Sacro Gra. “Mi sono giocato due matrimoni per i film” . Mentre tanti lo criticano, lui batte i colossal

L
a camicia è lisa: “Ma è proprio la stessa che indossavo la
sera della premiazione”, i ricordi strappati: “Ho abitato
in Africa fino all’età di 12 anni, un periodo difficile,
legato alla malattia di una persona cara”, la vita solo un
passaggio di tempo tra un’ossessione e l’altra. Il signor Gian-franco Rosi di cui nulla si sapeva e non molto altro si saprà:
“Mi piace l’anonimato, considero la solitudine un valore e
della mia intimità racconto sempre molto poco” studia, de-cide e poi parte: “Come un medico, con uno zaino per il suono
e una cinepresa in spalla”. Da due decenni, con riconosci-menti internazionali inversamente proporzionali alla fama
indigena, Rosi filma stagioni darsi il cambio in una vecchia
base americana abbandonata, monsoni e barcaioli sulle rive
del Gange, torturatori seriali con il cappuccio e nobili de-caduti a loro agio in 15 metri quadri. Osserva e poi, con la
stessa distratta curiosità che gli ha restituito un Leone d’oro
quando disperavano ormai anche i parenti, lascia il mondo
per abitare altrove. Animando quadri straordinari. Accumu-lando materiale, smarrendo i punti cardinali, fluttuando tra
alberghi di frontiera, roulotte nel deserto e confini imma-ginari.
A mezzo secolo dalla conquista lagunare dal suo omonimo
Francesco: “Non ci conosciamo neanche”, le mani sulla città
(incorporea, invisibile, costretta ai bordi del Raccordo anulare)
le ha messe il Rosi fino a ieri meno noto. Con un film “fran -cescano” che a differenza dell’affresco napoletano del’63, non
specula sul mattone ma sull’esistenza. Nel  Sacro Gra premiato in
laguna da Bertolucci (producono Visalberghi, Rai Cinema e
Mibac) nuotano esseri umani che indossano la marginalità co-me un abito di sartoria. Barellieri, puttane, botanici, becchini.
Automobilisti improvvidi lanciati a tutta velocità contro un
guardrail e filosofi travestiti da pescatori di anguille sulle rive
del Tevere.  Sacro Gra è la bandiera dei vinti che rifiutano di
lamentarsi. La riserva indiana di
un istinto popolare che applica la
pietà e del pietismo, se ne fotte. Il
perimetro di un’enclave nasco-sta che rielabora la propria bio-grafia: “Il regista è un po’ come
l’analista, ascolta i suoi pazienti,
che gli raccontino o meno balle è
relativo. La verità non è poi così
interessante e come diceva Cal-vino, si manifesta nell’attimo in
cui ti volti e la cosa che hai visto,
all’improvviso, non c’è più”.
Intorno ai 70 chilometri dell’au -tostrada urbana più lunga d’Ita -lia, nel rutilante Saturno che ab-braccia Roma: “Il suo orrore e
anche il suo incubo”, Rosi ha
scoperto la saldatura adatta al
suo anello. L’ha scovata nelle
pause, nei silenzi inattesi e nel
sogno perché-dice in un pome-riggio romano di sigarette esor-cizzate senza convinzione-“fu -mo troppo, dovrei smettere”,
suonatori ambulanti, sirene e
caldo innaturale: “La dimensio-ne poetica dei miei personaggi
non è data dal mio sguardo, ma
dal loro. Gente che ha in comune
una fortissima identità in uno
spazio che ne è privo”.
Sacro Gra le cambierà la vita?
Non cambierà il mio modo di guardare o rapportarmi al lavoro.
Ma sarà più facile iniziare un progetto, trovare il denaro per
girare e forse, messa nell’angolo la timidezza, bussare a qualche
porta finora inaccessibile. Mi piace molto insegnare. Per ora ho
potuto farlo soltanto a Ginevra. Fino a ieri quando mi pre-sentavo e scorrevo la lista dei miei film, trovavo sorrisi di cir-costanza e ammissioni sincere: “Non li abbiamo visti”. Dopo il
Leone d’Oro ho ricevuto proposte da San Francisco, dalla Rus-sia e dall’Australia. Da qualche parte andrò.
Se la chiamasse il Centro Sperimentale?
Risponderei con entusiasmo. Per ora, in 20 anni, con l’ecce -zione di un bellissimo periodo aquilano nei mesi del post-ter-remoto a cui il Centro contribuiva, non è mai accaduto.
Lei lavora con costi ridottissimi.
Osservando un’inquadratura molto particolare, una finestra
ripresa dal di fuori,  Le Monde ha scritto: “Si vede che dietro il
Gra di Rosi c’è un budget considerevole”. Mi è venuto da
ridere. In realtà ho girato quella scena da una scala d’emer -genza, appoggiando semplicemente la telecamera. Sacro Gra
è un piccolo film giocato, non solo economicamente, su so-spensione e sottrazione. Non è costato quasi
nulla e se escludiamo le persone che hanno
avuto la generosità di farsi riprendere, alla
realizzazione ha lavorato una troupe minu-scola. Io, il produttore creativo Dario Zonta,
preziosissimo, il mio aiuto regista, Roberto
Rinalduzzi, Riccardo Spagnol, Giuseppe
D’Amato, Fabrizio, Federico, tutti i ragazzi
della postproduzione e Jacopo Quadri, il sa-piente montatore di tutti i miei lavori. Un ar-tista con il quale a seconda delle lune, litigo e poi faccio pace.
Quando inizio un’opera, desidero una cosa sola.
Quale, Rosi?
Non sapere mai dove mi porterà. Amo il documentario per-ché permette una libertà impagabile e offre infinite strade per
sperimentare. Domani posso partire senza produttori, soldi,
legami o obblighi che non siano quelli di perseguire l’idea
iniziale cercando un linguaggio sempre nuovo. È percorso
molto lungo, legato alla scoperta e all’avventura. Per Boatman
ho vissuto in India 5 anni. Per Below sea level, 4 nel deserto.
Ora, per “Sacro Gra”, 24 mesi sul raccordo.
Un labirinto da cui uscire o da cui, al contrario, non uscire
mai. Proprio sul Raccordo, quell’uomo meraviglioso di Re-nato Nicolini mi sussurrò una traccia: “Lascia che il Gra si
apra e diventi una rete infinita”. Aveva ragione. Il mio Rac-cordo doveva perdere la mappatura originaria di Niccolò Bas-setti, l’urbanista che per primo ebbe l’idea del film e camminò
per 300 chilometri cercando di coglierne le contraddizioni.
Doveva volare per liberarsi e restituire altro. Il vuoto e la follia
di una città in cui tra un pantano centrale e una periferia abi-tata da quasi 3 milioni di persone che tutti regolarmente igno-rano, non esiste comunicazione.
Sul Gra si raccontano leggende meravigliose.
Nicolini giurava che sul Raccordo, a bordo di un pulmino, si
fosse persa un’intera squadra di calcio giovanile. Renato mi fece
capire che discutevamo di un luogo magico, di un’astrazione, di
una Roma stratificata che si perde in mille rivoli e un monolite,
anche volendo, non può esserlo.
I suoi personaggi non sono classificabili. Come ha fatto a tro-varli? A convincerli?
Quando giro so che è il momento giusto per farlo e per saperlo,
la prolungata convivenza è fondamentale. Il resto è incontro,
stretta di mano, pazienza, innamoramento reciproco.
Lei è nato ad Asmara e in Africa ha vissuto. Se le chiediamo
qualcosa di quel periodo violiamo un tacito patto?
Non ci sono mai tornato e forse, per paradosso, ora che ci
penso, il mio prossimo film dovrei farlo proprio lì. Il passato,
prima o poi, è giusto affrontarlo. Pensi che durante la lavo-razione di Sacro Gra , in un momento di debolezza, volevo mol-lare tutto e tornare in America.
Invece è rimasto.
Mi sono confrontato con questo paese. Dopo tanti anni fuori
dall’Italia, era il momento. Mi ha convinto, anzi obbligato, la
mia ex moglie.
Ringraziata in diretta, con sfregio alla liturgia consolidata, men-tre le consegnavano il Leone.
Se lo meritava. La vita è strana. Non la ringraziai quando a
Venezia, anche grazie a Marco Müller a cui devo moltissimo,
Below sea level vinse Orizzonti. La distrazione fu la goccia che
fece traboccare il vaso. In qualche modo, la separazione prese
il via la sera stessa. Mi sono giocato 2 matrimoni con due film.
Forse è destino O magari solo naturale conseguenza di una scelta artistica. Lei è
un apolide rigoroso con la valigia in mano. Starle dietro somiglia
a una scommessa.
Ho viaggiato. È vero. Con la mia famiglia passammo molto
tempo anche in Turchia. Mio padre era dirigente della sezione
esteri di una banca appartenuta all’Iri.
E lei?
Dopo qualche mese a Pisa, frequentando Medicina, scappai
dall’Italia a 19 anni per studiare cinema a New York.
“Below sea level” è ambientato a Slab City, ex base california-na dell’esercito, rifugio da mezzo secolo del nomadismo hippie
già messo in scena da Sean Penn nel suo “Into the wild”.
Ho vissuto a lungo nella comunità in una crisi totale, come un
dropout. Senza denaro né direzione. Avevo bisogno di non
raccontare ciò che ero stato e la bellezza di quel luogo consiste
proprio nell’assenza di domande inutili. Lì nessuno pretende
di sapere chi sei. Chi sei stato. Come hai assorbito le ferite del
passato o cosa ti aspetti dal presente. Un intervallo dal reale
che amo e cerco sempre di applicare ai miei personaggi. De-vono colpire alla pancia e non raccontare troppo. Di loro in-tuisci qualcosa senza che siano mai descritti fino in fondo.
Slab City e il Gra sono non luoghi?
Luoghi precisissimi, al limite trasformati in pretesti narrativi.
Ma per favore, smettiamola con la
definizione di Augé. Quando non si
sa cosa dire, magicamente, ecco il
‘non luogo’. Augé ci ha rotto i co-glioni per 30 anni con la sua formula
e poi ha dato alle stampe un libro per
negare persino che esistesse. Quan-do l’ho saputo mi sono sentito un as-soluto deficiente, ma adesso ci sto at-tento e ‘non luogo’, garantisco, non
mi scappa più.
Trovare  un  ‘c a st ’ è  difficile?
Forse è la montagna più ripida di un
documentarista. Puoi cercare per
anni e trovare un volto all’improv -viso, con la straniante consapevolez-za che il film riuscirà solo se sarà quel
profilo e solo quello a interpretare la
tua fantasia. All’epoca di  Boatman,
un documentario che girai sulle rive
del Gange, incontrai il barcaiolo giu-sto per raccontare la storia proprio la
mattina in cui abbandonata la cine-presa in un alberghetto, avevo deciso
di concedermi un giorno da turista.
E cosa fece?
Nel ’93 non c’erano quasi cellulari e per sperare nella riuscita di
un’impresa così labile, bisognava credere davvero e pregare con
eguale intensità. Tra una trasvolata e l’altra, tornando in India,
tremavo nel timore di non ritrovare lo stesso barcaiolo.
Però lo trovò.
Riuscendo a ricreare e a far rivivere per immagini la mede-sima emozione che avevo provato il giorno in cui l’avevo in-contrato.
Per certi miracoli serve flemma?
Fideismo. A volte il materiale, per mancanza di fondi, rimane
in cantina per mesi. Altre il film muore senza un perché.
C’è qualche film morto senza un perché?
Si intitola Oakland is not for burning . Parte del materiale, girato
in uno stupendo Super 16, è bloccato in qualche landa im-precisata per problemi legali. Ma io sogno di riprenderlo. È la
storia di Steve, un traslocatore di pianoforti che un giorno
vede il suo patrimonio andare in fumo nelle fiamme di un
deposito. Ma il pianoforte è un oggetto indistruttibile, le car-casse mantengono inalterata la struttura e Steve le recupera
per portarle nel deserto e lì costruire, con i resti, una nave nel
nulla messa a repentaglio dal vandalismo gratuito. Un eroe
herzogiano. Vuole sapere come lo conobbi?
Cer to.
Ero nel deserto, sotto la pioggia, con il camper impantanato
nella pioggia e il frigo vuoto. Di un’amicizia volata via lascian-domi solo come un cane erano rimaste due prosaiche testi-monianze. Una bottiglia di vino rosso e un pacchetto di si-garette. Fuori diluviava. Ho bevuto e ho acceso una sigaretta
per la prima volta nella vita. Poi, quando il cielo si è stancato di
buttare acqua, il vino è finito, l’ultimo mozzicone si è spento e la
malinconia è evaporata, sono uscito all’aria aperta. Percorro u chilometro e mezzo a piedi e incontro Steve. Co-sì l’ho conosciuto. Nel mezzo di un’emergenza.
Le sue sono fiabe. Ha mai pensato di girare un
film di finzione?
Ho qualche modello di riferimento, ad esempio
Cassavetes, ma sono sicuro che non sarei un bra-vo regista di fiction. Dovrei lavorare in un modo
che non mi è congeniale e francamente, non ne
ho nessuna voglia. Se lo immagina un produttore a cui proponi
anni di studio prima di sentir pronunciare il primo ciak?
La considerano geniale ma pazzo?
Non ho idea di come mi vedano, ma è la mia  way of life e a quasi
50 anni, cambiare è impossibile. Per rassicurarli, convincerli ad
affidarmi i loro soldi senza dover aspettare 10 anni per un ri-sultato e aiutarli a considerarmi meno pazzo, potrei fare una
serie di ritratti.
Por traits.
Suona bene, no? In Cina, in Indonesia, ovunque. Slegati l’uno
dall’altro. I miei personaggi non hanno mai una collocazione e
come in Sacro Gra , è il luogo a riflettersi nelle loro esistenze e non
viceversa.
Le interessano solo i dimenticati?
Nient’affatto. Come si chiama quello della Lega? Borghezio?
Ecco, un anno con Borghezio al fine di
ritrarlo lo passerei gratis. Pensi che me-raviglia. Idem per Berlusconi in comu-nità. Per un film del genere lavorerei 24
ore al giorno. Se ho filmato un sicario,
posso permettermi di documentare
anche Borghezio o Berlusconi. (Ride).
Curzio Maltese ha dedicato a Sacro Gra
una critica severa. Non incasserà, giura
e per giunta, assicura, dopo aver minac-ciato gli spettatori avvertendoli di ar-marsi di santa pazienza, non colpisce al
c u o re .
Ammesso e non concesso che il valore
di un film si giudichi dal risultato al bot-teghino, Sacro Gra , disgraziatamente, è il
primo incasso per media copia nel fine
settimana davanti anche a  Rush . Ascolto
le critiche, le rispetto e della polemica
miserabile non mi importa nulla, ma
Maltese che pur essendo un assiduo
lettore di  Re p u b b l i ca  non avevo mai
letto prima d’ora, deve avere qualche
problema con il libero arbitrio. Scrive
che la trama stenta a decollare in un
film che ne è volutamente privo. Il suo
pezzo trasuda acrimonia, è come se parlasse male di una festa
a cui non è stato invitato. Non è questo il modo di sostenere il
cinema italiano, la sua complessità, la profonda novità del
documentario.
C’è anche chi si accontenta di non farsi domande.
E quelli stanno bene, meglio di tutti gli altri.
Altra critica, Pupi Avati questa volta: “Il premio a un regista
che non ha mai diretto un attore denuncia lo stato di crisi del
cinema italiano”. E ancora: “Il documentario è l’antitesi dell’ar -te ”.
I detrattori del jazz sussurravano sprezzanti: ‘è musica da ne-gri’. So che Avati ama molto il jazz, ma commette lo stesso
errore quando parla del documentario. Dire che il documen-tario non è cinema è come sostenere che il jazz non è musica
perché non ha lo spartito. Il documentarista è come un jaz-zista, improvvisa lavorando con il reale. E rifiuta l’idea che
l’arte cinematografica abbia bisogno di una messa in scena
per esprimersi. Tutti i personaggi dei miei film sono persone
reali che – come diceva Eschilo – recitano senza sapere di
recitare, rappresentando se stessi.
Qual è il suo segreto, Rosi?
Essere me stesso.
Giacca, asole consumate, foulard al collo, talento, spessi oc-chiali dalla montature improbabili.
Il foulard ho iniziato a metterlo nel deserto. Il sole mi bruciava
e dovevo difendermi. Sul resto, fingere di essere altro da sé è
infruttuoso e disonesto. Ti scoprono sempre. Sa cosa mi di-cevano i protagonisti di  Below sea level ?
Co s a?
You know why we like you? Because you don’t try to be like us. Ci
piaci perché non provi a essere come noi

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