lunedì 25 novembre 2013

Dove nacque la Lunga marcia

el reliquiario di Mao Zedong ogni oggetto è sacro.
Le sue sigarette non fumate, un thermos per il tè, la
boule azzurra che gli riscaldava lo stomaco, il luci-do per le scarpe, la racchetta verde da ping-pong, i
suoi mutandoni di lana. Due piani di reperti esposti nella pe-nombra, a temperatura costante, illuminati e protetti come ca-polavori. La colonna dei pellegrini scorre in silenzio davanti alle
vetrine che esibiscono “i calzini del Presidente Mao”, il suo petti-ne e le scatole dei biscotti di cui aveva bisogno non per la gola, ma
“perché lavorava sempre”. Alcuni anziani, al cospetto di un pigia-ma rattoppato, non trattengono le lacrime e qualche donna toc-ca un busto presidenziale mormorando parole di preghiera per-ché il figlio recuperi salute e prosperità. Il funzionario che mi gui-da nel museo del Grande Timoniere improvvisamente si ferma
davanti al celeste letto, immenso e in pendenza per “ospitare le
montagne di libri che divorava di notte”. Respira a fondo e intona
GIAMPAOLO VISETTI
di colpo L’Oriente è rosso . Gli operai impegnati a ritinteggiare la sa-le, cambiare le lampadine, scrostare i vetri e sostituire i bambù in-gialliti, attaccano l’inno con lui. C’è un certo odore di mobili in de-composizione, ma sulle pareti scorrono immagini ad alta defini-zione che ritraggono il Presidente Mao mentre “nuota sorridente
in un lago dalle acque gelide”. L’uomo che ha fondato la Repub-blica Popolare Cinese, cambiando il destino dell’umanità, nac-que centovent’anni fa e nel suo villaggio resta un dio immortale.
Tanto più eterno adesso, alla vigilia dell’anniversario: «Ventisei
dicembre 1893 — si affretta a puntualizzare la guida al termine
della sua baritonale esibizione di maoismo spontaneo — il gior-no in cui è venuto al mondo il bambino che i genitori chiamarono
profeticamente “Ze-dong”, ossia “splendere sull’Oriente”».
Shaoshan, cinquanta chilometri a sud di Changsha, capoluogo
dello Hunan, contava allora quattrocento famiglie di contadini e
le sue colline erano infestate dalle tigri. Si aravano le risaie con i
bufali e la vita, sotto l’agonizzante dinastia Qing, scorreva come
nel Medioevo: la notizia della morte dell’imperatore giunse nella
fattoria dei Mao casualmente, due anni dopo il decesso. L’
ex borgo conta oggi centoventi-mila abitanti, di cui quarantamila
si chiamano Mao, e quasi nessu-no coltiva la terra. È stato ribattez-zato “Città della Memoria Rossa”
e qui tutti vivono grazie al culto di
Stato per il padre del comunismo cinese. Un gi-gantesco manifesto affisso in piazza Mao Ze-dong, proprio davanti a una statua di Mao alta sei
metri, ricorda che “il nostro eroe è morto prema-turamente il 10 settembre 1976, all’età di quasi 83
anni, ma noi ameremo per sempre il Presidente
Mao”. Un simile trasporto non permette che
qualcuno faccia la fame e dopo centovent’anni il
Grande Timoniere, mummificato nella piazza
Tienanmen a Pechino, può dire di aver reso ric-chi i suoi compaesani. A Shaoshan, per onorare la
sua casa natale, arrivano cinque milioni di cinesi
all’anno. Solo in dicembre, per la ricorrenza, se ne
attendono altri due milioni. Assolti i lunghi dove-ri di fede, tutti entrano in un ristorante per man-giare “maiale stufato alla Mao” e “tagliolini della
felicità”, acquistano una copia del  Libretto Rosso
e una piccola effige magnetica con il volto del di-vino per il cruscotto dell’auto, a benedizione dei
viaggiatori. Ma soprattutto tutti sono invitati dal-le autorità ad assistere allo spettacolo che mette
in scena infanzia e giovinezza del Presidente Mao
e a trascorrere una notte in albergo. Lo show, do-po decenni di sempre più stanche correzioni po-litiche, è in via di riadeguamento alla sensibilità
dei nuovi leader e alle imminenti celebrazioni.
Due ore di fiamme, battaglie, vittorie, sangue, fio-ri e bandiere rosse, chiuse dai fuochi d’artificio
del trionfo. Il messaggio è semplice: le forze occi-dentali erano il Male e Mao, grazie al suo corag-gio, ha salvato il popolo cinese dalle belve del No-vecento, facendo prevalere il Bene. Buona parte
del pubblico, al termine di una giornata sfian-cante nel santuario maoista, crolla in un sonno
ostinato, che resiste anche ai fragorosi inni rivo-luzionari. Quando cala il sipario però sono tutti
doverosamente commossi.
L’albergo Shengdi, storico rifugio dei dirigenti
spediti dal partito a omaggiare il padre della na-zione, è invece un mito a sé. Sconfinato, in mar-mo bianco, imbottito di moquette rossa e gialla.
Troni e tavoli fingono di essere d’oro, come le te-ste di leone e i putti trombettieri appesi alle pare-ti. Nelle sale risuona la colonna sonora del film Ti-tanic e le cameriere accorrono per mostrare i wc
giapponesi riscaldati e i soffitti affrescati delle
stanze, che illustrano l’epopea del Presidente
Mao come fossero le scene della vita di Cristo nar-rata dal Vangelo. Non si può dire che la struttura,
ai piedi della Montagna del Drago, esalti la fruga-lità delle origini, messaggio essenziale affidato a
Shaoshan dai successori del “padre di tutti noi”.
«L’hotel è vuoto — avverte la cameriera incarica-ta di sorvegliare il mio piano — Duecento came-re, lei è l’unico cliente. Sono scomparsi tutti, do-po la caccia scatenata da Xi Jiping contro corrot-ti, lussi e stravaganze. Pensi: anche il gala orga-nizzato per l’anniversario del Presidente Mao è
stato cancellato». Lo spreco di Stato per non
smettere di venerare la sola figura tuttora capace
di tenere uniti i cinesi è in effetti un problema
ideologicamente imbarazzante. A quasi qua-rant’anni dalla sua scomparsa, nella Cina iper-consumista che l’ultimo Plenum ha appena
aperto al “mercato decisivo”, che è l’opposto di
quella teorizzata dal Grande Timoniere, il partito
scopre di essere ancora Mao-dipendente. Altro
che riforme: il potere dei “prìncipi rossi” discen-de dal suo ricordo, che sostiene la società, lo Sta-to, il regime, tutto. Nessuno, da Deng Xiaoping a
Jiang Zemin e Hu Jintao e ora a Xi Jinping, ha avu-to il coraggio di mettere sostanzialmente in di-scussione il dio dei cinesi e la nazione si scopre an-cora prigioniera del dittatore da cui non ha sapu-to affrancarsi, nemmeno dopo la sua morte. Di-scutere in modo aperto di Mao equivarrebbe a
parlare liberamente del partito-Stato, permette-re la ricerca della verità: come imprimere un si-gillo sulla fine del regime. Pechino deve così ali-mentare la fiamma della sola fede ammessa: chi
si astiene resta un traditore. Alimentare il culto di
massa, dopo centovent’anni, è però tremenda-mente dispendioso e il popolo degli ex compagni,
pronti a piangere davanti alle “scarpe bucate del
Presidente Mao”, è meno propenso ad assolvere
i costi di una propaganda che, assieme al padre,
promette di consegnare all’eternità anche i figli,
auto-proclamati successori.
Per la prima volta, alla vigilia del sacro anniver-sario, la Cina si indigna dunque per i 2,5 miliardi
di dollari stanziati dal governo per i festeggia-menti del 26 dicembre a Shaoshan. Una bestem-mia: condannare le energie profuse per «dire col-lettivamente grazie al Presidente Mao». Eppure è
così, la nuova classe media dei consumatori ur-banizzati alza la voce contro i nostalgici naziona-listi dell’antico mondo rurale e si capisce perché
nel villaggio natìo, investito della titanica missio-ne di «gestire sedici piani patriottici» senza smar-rire uno yuan, non si vedono volti rilassati. Mao
Zedong costa, la ri-maoizzazione succede alla
de-maoizzazione, e il partito rischia. Bisogna
ammettere che, nell’eccesso obbligato di zelo
apologetico, si è esagerato. A Changsha, dove
“l’ultimo imperatore” studiò e insegnò nell’Ac-cademia Yuelu, una sua testa di granito alta tren-tadue metri domina il fiume Xiang e funge da
sfondo per le foto degli sposi. Di qui parte l’auto  trada personale di Mao, che in un’ora conduce
direttamente alla fattoria dove è nato. L’asfalto è
tirato come un velluto e centinaia di operai rab-boccano a mano impercettibili buche. Il percor-so è deserto e l’autista del pullman non può smet-tere di suonare per disperdere stormi di gazze che
riposano sulla corsia di sorpasso. La “Città della
Memoria Rossa” invece è in fermento. Ordini dal-l’alto: centinaia di botteghe di souvenir rinnova-no le fotografie dei vecchi leader, gli album con le
poesie del Presidente Mao e quelli con la sua
“struggente calligrafia”. Su una spianata di can-tieri si costruiscono il nuovo “Museo di Mao e del-la Cina”, alcuni alberghi, una nuova stazione per
i treni ad alta velocità, un centro commerciale «a
tema rivoluzionario», cinema e teatri per replica-re «un’adolescenza leggendaria». Le impalcatu-re nascondono anche la casa degli avi dei Mao,
eretta nel 1763 e trasformata in scuola per la se-conda moglie del giovane Zedong, come i vene-rati “bagni sovietici” color smeraldo del bunker
anti-atomico segreto, scavato nel 1960 sotto il
dosso dove è sepolto suo nonno. Dietro la statua
del centenario, voluta da Jiang Zemin nel 1993, si
cambiano i fiori, si potano i sessantatré pini, uno
per ogni etnia, e si sostituiscono le corone con la
scritta “Noi ameremo Mao per sempre”. La coda
per accedere alla casa natale del Presidente Mao
comincia qui, a poco meno di un chilometro dal
letto in cui la madre, fervente buddista, lo partorì
dopo due figli defunti. Eserciti di guide turistiche
e ambulanti assediano i fedeli-clienti, ordinati
fuori dai pullman delle gite di partito. Giovani in
abiti da monaci e sosia presidenziali, di varie età,
si offrono a prezzi proletari per foto-ricordo.
Nessun grande dittatore del Novecento, non
Lenin, non Stalin, e tantomeno Mussolini o Hi-tler, ma neanche alcun statista democratico,
conserva un memoriale così impressionante e
ancora decisivo, fondamentale per la sorte della
Cina e tanto influente sul destino del mondo,
quale è la fattoria dove Mao Zedong «cominciò a
vivere aiutando i genitori nei lavori della stalla».
Chi ci arriva è stato preparato: conosce biografia
e storia a memoria, ha scorso centinaia di foto-grafie d’epoca, digerito decine di documentari
seppiati e si limita a dire «vado alla Casa». Sa che,
dopo due ore d’attesa e giorni di viaggio, scorrerà
in cinque minuti attraverso sei stanze spoglie di
una vecchia dimora contadina con muri e pavi-mento di fango, in riva a uno stagno, davanti a una
risaia e alla collina dove riposano l’amata madre
e l’odiato padre del Presidente Mao. Eppure, do-po centovent’anni dal divino vagito, la massa dei
cinesi indebitati per una berlina tedesca e con il
sogno inconfessabile di fuggire in America, pro-cede in religioso silenzio tra il focolare e la vasca
per l’acqua, commossa dalla propria, presto di-menticata povertà. È questo il capolavoro della
propaganda maoista, più forte del silenzio che
torna ad avvolgere lo sterminio del “Grande Bal-zo in Avanti” e i crimini della Rivoluzione cultu-rale, abomini negati o ignorati del maoismo. Il
messaggio universale della rinnovata nomencla-tura è potente: l’energia dell’epocale successo ci-nese continua a derivare dalla forza di questa mi-seria, dalle privazioni, dal sacrificio, dall’onestà,
dall’abnegazione filiale, dalla frugalità, dalla de-terminazione che permisero a un giovane conta-dino dello Hunan di trascinare la patria coloniz-zata dall’impero al socialismo, mutando il corso
di due secoli. È il cuore dell’aggiornata ideologia
capital-comunista della svolta riformista annun-ciata il 12 novembre da Xi Jinping: «Spianare le
montagne», «arricchirsi gloriosamente» e ora
«consegnarsi al mercato», ma non rinunciare «al-l’anima marxista del servire il popolo». A questo
appalto della persuasione resta affidata l’irrinun-ciabile sacralità della casa natale del Presidente
Mao. Si può evitare il mausoleo di Tiananmen,
non la culla di Shaoshan. Cinque minuti di rac-coglimento e una fotografia sull’augusto uscio,
come in una Mecca materialista, bastano per una
vita obbediente, se si riconosce l’autorità del luo-go-mito. Il rinnovato impegno a una tale fedeltà
vale ben l’investimento di Pechino che, per l’oc-casione, rompendo un altro storico tabù, si ap-presta a lanciare il cartoon Quando Mao Zedong
era giovane , a esportare il film d’animazione Co-me si fa a diventare presidentee a stampare il vo-lume  Qualcuno deve finalmente dire la verità, che
nega i quaranta milioni di morti del “Grande Bal-zo in Avanti”.
«Nessuno spreco per l’anniversario — dice il
funzionario che mi accompagna a salutare l’ulti-ma vicina di casa che assicura di essere stata ami-ca del Grande Timoniere — Mao non appartiene
alla sinistra, è l’ispiratore di ogni cinese e i giova-ni di tutto il mondo devono conoscerlo». L’ambi-guità scientifica della divinità e dei suoi interpre-ti: dopo centovent’anni, grazie all’umiltà della
Casa, il Presidente Mao resta il volto del partito-Stato, ma diventa pure l’immagine dei suoi op-positori interni, del montante ma imperseguibi-le dissenso-maoista che vorrebbe abbattere la
casta corrotta che, proprio nel nome di Mao, tor-na a teorizzare il potere come dinastia ereditaria
dei grandi interessi di clan. Primo difensore e at-to d’accusa, sintetizzati in unico mandato del cie-lo, «insidiato solo — assicura la guida — dalla ten-tazione del denaro». Lo spirito di Mao però non
ha impedito alla Cina di crescere fino a diventare
la potenza più ricca del secolo. Un tappeto di te-ste adoranti, mentre la notte risale il passo del “Ri-poso della tigre”, si inchina così emozionata da-vanti alla gigantesca macina di pietra che il pic-colo Zedong «riuscì a muovere già all’età di tre an-ni». Fantasie, storia, parabole, propaganda:
quanto tempo resisterà questa Cina del dopo fi-glio unico e liberata dai campi di lavoro, ma co-stretta ad aggrapparsi all’unico dio che riconosce
come proprio, per poterlo quotidianamente ab-battere senza crollare? «Mao Zedong vivrà per
sempre — recita il falegname che entro il 26 di-cembre deve finire di restaurarne l’altare dome-stico degli avi — Ma una cosa è certa: se Lui tor-nasse qui e vedesse ciò che siamo diventati, altro
che riforme, farebbe subito un’altra rivoluzione 

sabato 2 novembre 2013

01/11/13 - R2 - Gli italiani d’Albania i migranti ora siamo noi

La terra che vent’anni fa produceva
disperazionee provocava esodi di massa
oggi accoglie i nostri emigrati.  Almeno tremila
secondo le stime. Molti sono esodati
Artigiani, meccanici o operai dei call center
Vanno in Albania perché la vita costa meno
e la burocrazia è più snella.  O perché in patria
erano “uno dei tanti”, qui sono “uno dei pochi”



DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO BERIZZI
TIRANA
L
america capovolta è Roberto che è cuoco e ristoratore.
Viene da Viterbo e dice che con un’ora di volo rinasci.
«Stavo in cucina 16 ore al giorno per tirare su una miseria.
Strozzato dalle tasse, frustrato. Là ero uno dei tanti, qui
sono uno dei pochi». Roberto Cannata, 49 anni, torinese,
vent’anni nel Lazio fino allo “sbarco” nella terra che produceva di-sperazione e pompava esodi di massa. Adesso Roberto fa quaranta
coperti al “Basilico”, cinque minuti dal “block” commerciale di Ti-rana. Clienti italiani e albanesi. Una faccia una razza? «Forse sì. Sia-mo popoli che si guardano». Un residuo di diffidenza, soprattutto
da parte italiana, che si stempera fino alla nemesi più sorprenden-te: lo scambio migratorio. Eccoli, gli immigrati al contrario.
Vent’anni dopo. Gli italiani d’Albania 

uelli che «in Italia
non c’è più speran-za». Spinti oltre
Adriatico dalla crisi
beffarda, muovono
verso l’altra costa a caccia di un
salario. Gli altri, gli albanesi d’I-talia, quelli de Lamerica degli
Anni ‘90, viaggiano sulla stessa
rotta (nave o aereo). Ma loro tor-nano per le ferie. Portano soldi e
regali ai parenti. Se li sono gua-dagnati con quasi un quarto di
secolo di duro lavoro.
Chi è l’italiano che emigra in
Albania? Uomo, 25-50 anni, più
Nord. Estrazione sociale varia.
«Espulsi» dal sistema produttivo,
esodati che si mettono in viaggio,
e non è proprio una vacanza. Al-l’inizio erano imprenditori affa-mati di manodopera low cost.
Ora seguono operai, artigiani,
elettricisti, idraulici, saldatori,
meccanici, marmisti. E poi avvo-cati, medici, architetti. E gli ope-ratori dei call center. Un settore a
sé, con un plotone di società che
hanno trasferito qui le loro batte-rie di risponditori a cottimo
(Gruppo Abramo, Teleperfor-mance, Infocall, Teletu, Tran-scom, Grid di Marina Salamon,
per citarne alcuni). L’inflessione
dei telefonisti locali è italiana. Si
confonde con quella dei nostri
studenti. Per mantenersi nelle
oltre cinquanta università priva-te albanesi non sputano su 200-300 euro al mese. È lo stipendio
medio. Ma la vita qui costa un
quarto. «Meglio poco che nien-te». È lo spot del nuovo immigra-to. Due anni fa, compiuti i 26, Da-vide Barzani ha fatto la valigia e
da Brescia, patria del tondino, ha
esportato il suo mestiere a Tira-na. Saldatore. Poi siccome le co-se andavano bene si è messo a in-segnarlo. «Sei allievi, un tavolo,
una saldatrice», racconta nel la-boratorio di “Mondo saldatura”.
«Il mercato si sta ampliando e c’è
lavoro. Come sono arrivato qui?
Grazie a un amico. Albanese». Il
“gancio”, un classico. L’amico, il
collega, il parente acquisito. «Gli
italiani l’Albania la annusano
prima di partire», ragiona Carlo
Alberto Rossi, consulente per
una clinica privata a capitale ita-liano. «C’è chi arriva per dispera-zione, chi per riscattarsi da falli-menti. Chi perché intuisce le po-tenzialità». Burocrazia snella,
10% di pressione fiscale contro il
70 dell’Italia; settori dove si apro-no praterie perché il livello di spe-cializzazione è quello che è. «Il fe-nomeno migratorio al contrario
è destinato a raddoppiare nei
prossimi due-tre anni».
Quanti sono, per ora, gli italia-ni? I numeri danzano. Partiamo
dalle aziende. I dati della Camera
di commercio riconducono a
una ricerca Istat del 2012 che re-gistra 1460 società con almeno
un socio italiano. La stima si
stringe a 600 se si considerano
quelle operative. Vediamo ora la
popolazione. Sono 500 gli italiani
residenti. Milleottocento i per-messi di soggiorno “in corso” (su
una popolazione di 2,8 milioni).
Quasi un migliaio, infine, i con-nazionali che studiano medicina
all’Università Nostra Signora del
Buon Consiglio, gemellata con
Roma Tor Vergata (però le crona-che ricordano sempre e solo il ca-so del “Trota” Renzo Bossi e delle
lauree a gettone).
Tiriamo le somme: 3 mila è la ci-fra della nostra comunità nella
porta dei Balcani. A spanne. «Nes-suno sa quanti siano davvero gli
italiani», spiega Luigi Nidito, vice
presidente della Camera di com-mercio. «Molti si muovono per
conto loro e si rivolgono alle istitu-zioni solo se le cose vanno male.
L’italiano preferisce essere volati-le... «. C’è una battuta. È di un po-litico albanese di primo piano.
«Gli italiani? Sono albanesi vestiti
da Versace». Sono anche elettrici-sti in tuta. Come Oscar Cappellet-ti, da Bergamo. Dopo una trasfer- 

ta ha capito che collegare cavi elet-trici qui, conviene. «Non esistono
le restrizioni che ci sono da noi. Si
lavora meglio, e di più». Arrivano
in nave da Ancona e da Bari e in ae-reo con i 20 voli giornalieri (4 Ali-talia, 15 Bell Air). Quasi sempre
pieni. Bergamo, Verona, Pisa, Ro-ma. Su ogni volo, una media di 15
italiani. Michela Marucci, prati-cante legale di Benevento. «Seguo
la clientela italiana. I nostri im-prenditori o chiudono, o si suici-dano, o vanno all’estero. L’Alba-nia sta diventando la ventunesi-ma regione d’Italia». Nel 1939 fu-rono le truppe del nostro esercito
a occuparla. Oggi è il turno delle
nuove “valigie di cartone”. Storie
come quella di Antonio Pane, l’e-migrante interpretato da Antonio
Albanese ne L’Intrepido di Gianni
Amelio (19 anni dopo Lamerica).
Molti fanno centro.
Emilio Garlatti ha 60 anni e
sforna pasta fresca. «A ogni ango-lo senti parlare italiano, ti senti a
casa». Volo Alitalia Pisa-Tirana,
un mese fa. Una madre italiana
raggiunge il figlio. «Ha messo su
un allevamento di lumache. Lo
vedo realizzato e sono felice».
Stop. Rewind. Otto agosto 1991.
La Vlora, un bisonte del mare sti-pato di 20 mila albanesi, entra nel
porto di Bari. Resterà l’immagine
simbolo dei grandi esodi. Gli im-migrati vengono rinchiusi nello
stadio della Vittoria. Alla fine la
maggior viene rimpatriata con
l’inganno di un trasferimento in
altre città italiane.
Aldo all’epoca aveva 10 anni e
giocava sulle rive del lago di Scu-teri. A 18 è a Anzio a lavare i piatti
di un noto ristorante. Cameriere,
aiuto cuoco, chef. Oggi è tornato
in patria e ha aperto “Delicatezze
di mare”, a Tirana. «Produrre a
un’ora dall’Italia, in un paese do-ve la seconda lingua è l’italiano e
dove un operaio costa 200 euro, è
un’opportunità che attira», dice
Massimo Gaiani, il nostro amba- sciatore nel Paese delle aquile. In
principio fu Cristina Busi, pro-prietaria di Coca Cola Albania. È
sbarcata qui nel ‘91. L’ultimo in
ordine di tempo è Francesco Bec-chetti, dominus di  Agon channel ,
nuova emittente  italian made .
Un’intera generazione di albane-si ha imparato l’italiano con  Non
è la Rai di Boncompagni e Ambra.
Oggi Becchetti punta su Barbara
D’Urso e Alessio Vinci. «C’è più
energia qui che nella tv italiana»,
dice l’ex conduttore di Matrix . Ti-rana seconda o terza chance. O
second life. Anche nel calcio. Do-po Torino e Udinese, Gianni De
Biasi era parcheggiato a Mediaset
a fare il commentatore. Nel 2011
la Federazione gli ha affidato la
panchina della Nazionale (ha ap-pena rinnovato il contratto per al-tri due anni). Sa di appartenere a
una «categoria di privilegiati». «I
gommoni che gli albanesi hanno
lasciato in Italia — scherza il ct —
li usano gli italiani per venire qui.
Sai quanti partono dal Veneto, la
mia terra? Fino a ieri era l’Eldora-do. Assumevano albanesi. Ades-so sono loro che emigrano». C’e-ra una volta Lamerica.



AL NOSTRO INVIATO
PIETRO DEL RE
TALE
T
ozzi come funghi ciclopici, i bunker li vedi da lontano.
Questi di Tale, una sessantina di chilometri a nord di Tira-na, sono schierati uno accanto all’altro e fuoriescono dal-la sabbia deturpando indecentemente la costa. Sono tutti
color grigio topo, salvo l’ultimo del plotone, di recente in-tonacato di bianco. «L’ho appena ristrutturato per affittarlo ai turi-sti», spiega il giovane imprenditore Prehk Marku, mostrandoci l’ap-partamentino ricavato nell’ex struttura militare, con angolo cucina
e zona letto. Altrove, altri bunker albanesi sono stati riconvertiti in
granai, stalle, monolocali per studenti, negozietti di souvenir, rifugi
per escursionisti. Altri ancora sono invece demoliti per recuperarne
l’acciaio, merce preziosa per la vorace e selvaggia industria immo-biliare che sta cementificando l’Albania

V
ent’anni dopo la fine del regime, il Paese comincia
a digerire l’eredità più solida dello stalinista Enver
Hoxha che tra il 1945 e il 1985 fece erigere 750mila
bunker per difendersi da un nemico immaginario
e mutevole che poteva prendere le sembianze dell’Italia,
della Nato o dell’Unione sovietica. Hoxha è morto nel 1985,
e il Paese s’è finalmente aperto al mondo nel 1992. Ma loro,
le casematte, sono rimaste. «Da quando è esploso il “bunker
business”, ognuno cerca di appropriarsene per guadagnare
soldi. Quando non appartengono a nessuno, basta arran-giarsi con l’ufficio del catasto», aggiunge Marku.
Costruire così tanti bunker richiese uno sforzo economi-co colossale per quel piccolo e povero Paese che era l’Alba-nia, tanto più che sotto la dittatura queste fortificazioni non
servivano a nulla. Paradossalmente, si contavano più
bunker che militari. Una volta, qualcuno li adoperava come
mondezzai o depositi per materiali. E, se appartati, poteva-no servire da alcova per amanti clandestini. Oggi, con il li-beralismo selvaggio nato sulle rovine della collettivizzazio-ne, gli albanesi si stanno riappropriando di queste deva-stanti e ubique costruzioni e molti le hanno già trasformate
in chioschetti che vendono panini o discoteche quando l’e-dificio è sufficientemente capiente. In un bunker di Koplik
applicano tatuaggi, mentre sul Dajti, il monte che sovrasta
Tirana, ne hanno pittato alcuni con colori psichedelici per
farne il cuore di un rave party, il “bunker fest”.
Mimi Kodheli, 48 anni e dallo scorso 15 settembre prima
donna ministro della Difesa della storia albanese, ricorda:
«Sotto la dittatura, nei bunker ci insegnavano a sparare. So-lo, a questo servivano, anche se di nascosto c’era chi li usava
come fungaie». La Kodheli è una delle cinque donne tra i
quindici ministri del nuovo governo di Edi Rama, il premier-pittore ed ex sindaco di Tirana, alla testa di un partito che in-carna una sinistra moderna e democratica. La nascita del
“bunker business” è curiosamente concomitante con il “ri-nascimento” nazionale dell’Albania, per usare un epiteto ca-ro al neo-premier Rama, il quale al telefono ci spiega che la
priorità del suo operato è riportare il Paese «sulla strada della
legalità per proteggere la proprietà pubblica e privata». Rama
cercherà anche di risanare un’economia disastrata dalla ge-stione del suo predecessore, Sali Berisha, e lottare contro il cri-mine organizzato, ripristinare l’indipendenza della giustizia,
ricostruire le strade vetuste che solcano l’Albania.
Se negli ultimi dieci anni le unità abitative sono cresciute
del 30%, ciò è stato possibile soprattutto grazie ai soldi della
mafia italiana e balcanica, con cui sono stati urbanizzati 200
chilometri di costa da Durazzo a Valona per accogliere turisti
macedoni, kosovari, austriaci e italiani. Ma l’Albania resta il
Paese più povero d’Europa, il suo Pil s’è dimezzato nel 2012,
mentre è raddoppiato il tasso di povertà. Senza contare che le
rimesse dai Paesi che ospitano il più gran numero di albanesi
espatriati, Grecia e Italia, sono molto calate passando da 1 mi-liardo di dollari nel 2008, a meno della metà nel 2012.
Vicino ad Argirocastro, una gru sta divorando un grosso
bunker che in passato forse ospitava veicoli militari. Il suo
nuovo proprietario, Pashk Nicolla, spiega: «Riuscirò ad
estrarne almeno 500 euro di acciaio, niente male se pensa
che lo stipendio di un impiegato non supera i 300 euro». A
Mamurras, a nord di Tirana, i bunker crebbero sulle rovine
di una chiesa che fu distrutta dal regime negli anni Sessan-ta, quando Hoxha vietò la religione, e dichiarò che l’Alba-nia era il primo Paese ateo al mondo. Nel 1993, quella chie-sa fu ricostruita, conservando i blocchi di cemento a futu-ra memoria, per non cancellare le vestigia della paranoica
repressione. A sud, invece, nel paesino di Lin, un piccolo
bunker a strapiombo sul mare è stato interamente dipinto
di bianco. Per trasformarlo in una cappella ortodossa è ba-stato posarci un paio di icone



 

martedì 22 ottobre 2013

Ma quanto conta avere accanto la donna della vita?

“Devo tutto a lei”: da Bill Gates
a Obama tanti lo ammettono in
pubblico. Ora alcuni studi americani
cercano di misurare il valore D:
quanto pesa in concreto l’influenza
femminile sui loro risultati
Non mancano le polemiche sul ruolo
di ancelle destinato (ancora) a mogli
e compagne.  Il dibattito è aperto
Ma di fatto è in corso un cambiamento
dei costumi e anche il partner sembra
disposto ad accogliere la vita in modo
più globale e affettivo

 

I
MASCHI più sinceri lo
dichiarano ad alta voce:
«Devo tutto alle donne
della mia vita». Che si tratti
poi di mogli, madri, fidan-zate, figlie o sorelle poco
importa, ciò che conta è il
tributo all’universo fem-minile-familiare. Quella
parte del cielo che (è noto)
farebbe diventare gli uomi-ni miglior osì, cimentandosi
nella scivolosa arte
di razionalizzare le
relazioni sentimen-tali e parentali, tre
studiosi americani, Michael
Dahl, Cristian Dezso e David
Gaddis Ross, rispettivamente
professori di economia e mana-gement in tre diverse università
degli States, hanno provato a
calcolare cosa voglia dire in con-creto questa influenza del gene-re femminile sul maschile.
Quanto cioè avere una compa-gna o una figlia femmina, una
sorella o una madre di un certo
tipo, possa cambiare (in meglio)
la vita di un uomo. Importanti,
ricchi, famosi e non. Lo studio,
ardito e controverso, è stato
pubblicato nei giorni scorsi sul
New York Times , ed è già popola-rissimo sul web, ma altrettanto
criticato da molte associazioni
femministe, per quella velata
posizione ancillare e conserva-trice in cui comunque la donna,
anche se plurititolata e afferma-ta, viene comunque collocata.
(Nonostante la solita frase «die-tro  un grande uomo c’è sempre
una grande donna», venga qui
trasformata in «accanto ad un
grande uomo....»).
Partendo dall’analisi del
comportamento lavorativo di
alcuni top manager prima e do-po la paternità, Dahl, Dezso e
Ross dimostrano quanto il loro
tasso di generosità e dunque gli
stipendi dei loro sottoposti si
trasformino a seconda del sesso
del figlio appena nato. E la tesi,
basata su dati rilevati con son-daggi interni all’interno di una
decina di aziende, dimostra che
se il baby è maschio, beh, c’è po-co da fare il capo diventa ancora
più tirchio, se invece però il fioc-co è rosa, qualcosa cambia, e i
neo-padri top manager sembra-no più disposti a concedere au-menti e premi di produzione...
Come se la nascita di una fem-mina rendesse il cuore di un ma-schio più sensibile e attento ai
bisogni altrui. Più propenso a
capire i problemi femminili, ad-dirittura «più liberal e democra-tico nelle scelte politiche».
Forse. Opinabile. Di sicuro c’è
dell’ eccesso in tutto questo, però
c’è anche una parte di verità. Mol-to sta cambiando infatti nella
grammatica dei sessi, e sempre
più maschi, quando le relazioni
sono equilibrate e sane, sembra-no disposti ad accogliere la vita in
modo più globale ed affettivo,
esattamente come fanno le don-ne. Barbara Mapelli insegna Pe-dagogia di genere all’università
Bicocca di Milano. E racconta:
«Ho vissuto un’esperienza diret-ta su quanto il crescere e vivere in
un ambiente con un certo tipo di
donne possa influenzare i ma-schi. Mio figlio aveva sempre mo-strato indifferenza, anzi quasi
una vera e propria ostilità al mio
percorso di madre femminista.
Rispetto reciproco ma strade di-verse. Poi è diventato padre e ha
preso cinque mesi di congedo dal
lavoro. Come se appunto non vo-lesse perdersi l’esperienza
straordinaria dell’accudimento
di un neonato».
Empatia. Sensibilità. Tutti ele-menti che spesso, avverte Mapel-li, «sono stati esaltati ad arte nelle
donne per relegarle nel cosiddet-to ambito delle virtù minori, il sa-crificio di sé per il successo del
partner e della famiglia». Condi zione ancora persistente per gran
parte della popolazione femmi-nile, ma che sta cambiando inve-ce nelle giovani coppie, dove c’è
ormai un mescolamento di ruoli
e una «contaminazione di modi
di essere e di sentire che può por-tare a nuove armonie». Aggiunge
Barbara Mapelli: «La mia facoltà,
Scienza della Formazione, è fre-quentata in gran parte da ragazze.
Così per capire come si sentivano
i pochi studenti maschi presenti
abbiamo fatto una ricerca inter-na, chiedendogli di raccontare la
loro esperienza. Ed è venuto fuo-ri che il valore aggiunto del corso
di studi era stato proprio il vivere
in una sorta di famiglia tutta al
femminile...».
Certo, “gli uomini vengono da
Marte e le donne da Venere”, da
ambiti cioè sideralmente oppo-sti, rubando il titolo ad un fortu-natissimo libro di qualche anno
fa, ma in questo percorso plane-tario le passeggiate di avvicina-mento sono sempre di più. E
parlando per una volta non di
violenza ma di storie d’amore e
di relazioni (sane) di coppia, si
vede che la tesi dello studio ame-ricano è vera sì, ma nella reci-procità. Dice infatti Alessandro
Rosina, demografo e docente al-l’università Cattolica di Milano:
«Sono le giovani coppie che
stanno sperimentando per la
prima volta il sostegno paritario.
I maschi scoprono la ricchezza
del prendersi cura non solo dei
figli ma della famiglia nel com-plesso, le donne sono più libere
nel realizzare se stesse. Sono ca-dute quelle barriere culturali per
cui le emozioni dovevano resta-re in un ambito femminile. Per il
nostro paese è una rivoluzione
culturale». Non solo. È la vita
quotidiana a spingere per una
geografia diversa delle relazioni.
«Oggi i lavori sono precari, ci può
essere un periodo in cui è lei a
doversi impegnare di più, e allo-ra tocca al padre dedicarsi mag-giormente al lavoro di cura. E di
certo in un maschio questo im-pegno affettivo cambia il modo
di vedere e di pensare. E sicura-mente rende migliori».
Da poco è uscito per le edizio-ni XL un libro curioso, che rac-conta seppure da un’altra ango-lazione proprio quanto sostiene
lo studio pubblicato dal  New
York Times. Si chiama “Madri
(femministe) e figli (maschi)”, e
le due autrici sono Patrizia Ro-mito e Caterina Grego. Un viag-gio di interviste e racconti a dop-pia voce, da una parte le madri,
che hanno fatto parte del movi-mento delle donne, e su quei va-lori di parità e rispetto hanno al-levato figli. Dall’altra i figli ap-punto, maschi. Le loro difficoltà
a capire quelle madri, amorevo-li certo, ma ingombranti, forti,
anche scomode.
Sottolinea Patrizia Romito,
professore di Psicologia sociale
all’università di Trieste: «Abbia-mo incontrato giovani uomini,
alcuni già padri, altamente ri-spettosi del mondo femminile,
impegnati contro la violenza
sulle donne. Dimostrazione che
una educazione di questo tipo,
se supportata da un padre che
ne condivide il senso, trasmette
ai maschi dei valori positivi». In
uno scambio, fusione e conta-minazione, aggiunge Patrizia
Romito, «in cui generi si assomi-gliano sempre di più, come di-mostrano molti saggi di psicolo-gia contemporanea». Anche se il
messaggio è come se avesse sal-tato una generazione. «Tra gli
adolescenti le relazioni sono in-vece sessiste e dure. Dalle nostre
ricerche emerge che una ragaz-za su 10 al di sotto dei diciotto
anni ha già avuto una storia con
un partner violento. C’è da chie-dersi allora in che tipo di conte-sto questi maschi sono stati alle-vati, e quale messaggio abbiano
appreso dalla famiglia».
Avanti per tornare indietro. Ac-cade nei grandi mutamenti socia-li, bisogna aspettarselo. «Del resto
gli attacchi alle conquiste delle
donne nel nostro paese sono an-cora continui — ragiona Maria Ri-ta Parsi, psicoterapeuta di lungo
corso — ma per fortuna nelle rela-zioni il cambiamento c’è. I maschi
sistematizzano, le donne dialoga-no, hanno un rapporto globale,
olistico con il mondo, e gli uomini
oggi lo apprezzano, si sentono so-stenuti, ringraziano. E non solo
nei rapporti madre-figlio o uomo-donna, ma penso anche al rap-porto fratello-sorella, così pre-sente ne lla fiabe, a cominciare da
Hansel e Gretel. Non dimenti-chiamo che la parità nasce nel-l’infanzia: il maschio allevato in
una casa dove fratelli e sorelle
hanno gli stessi compiti, avrà poi
relazioni di coppia basate sull’e-guaglianza e sarà capace di guar-dare la vita anche con la sensibi-lità di una donna»



ELANIA MAZZUCCO
È
come pesare un’ombra. A questo mi fa
pensare la teoria che si possa quantifi-care scientificamente l’influenza di un
essere umano su un altro. Rimango re-frattaria all’idea di applicare il princi-pio della causalità ai sentimenti e alle relazioni,
materia sfuggente a ogni statistica, radice irri-ducibile della nostra individualità. Un compor-tamento non ha mai una sola causa. Un’evolu-zione può non verificarsi all’indomani di un sin-golo evento, ma essere il frutto di un progresso
lento, carsico, inavvertito. Mi sembra che fon-damentalmente l’esito dello studio del New
York Times certifichi l’esistente: cioè una muta-zione degli equilibri (non sappiamo quanto
transitoria o definitiva) nei rapporti della cop-pia benestante occidentale eterosessuale. Che,
almeno nella generazione dei trenta-quaran-tenni, si è assestata su una parità sostanziale, e
sulla condivisione del carico lavorativo e fami-liareS
e è davvero così, pur nella platea
ridotta della categoria su indica-ta, significherebbe che il riflusso
della rivoluzione sessuale, fem-minista e politica degli anni Sessanta-Settanta del XX secolo ha lasciato dietro
di sé non macerie e rottami, come spes-so si blatera oggi, ma detriti preziosi coi
quali, in silenzio e senza clamore, nelle
case e negli uffici (quando non ancora
nelle leggi), si sta costruendo un nuovo
mondo. Sarebbe avvenuta una rivolu-zione copernicana nel concetto di cop-pia. Per millenni, e almeno fino a cin-quant’anni fa, la nostra cultura del ma-trimonio — per via della doppia eredità
classica e cattolica — è stata infatti op-posta. Quella cultura ha eletto Santip-pe, la moglie di Socrate, ad archetipo
della moglie del genio: un bisbetico in-tralcio, un ostacolo alla libertà creati-va (militare, politica), una fatica quo-tidiana capace di isterilire e smorzare
ogni slancio. Ciò era la moglie, una
volta assolto il debito riproduttivo.
Basti ricordare che molti illustri espo-nenti del genio italico — amanti della
femmina o meno — non avevano mo-glie (Petrarca, Boccaccio, Leonardo,
Michelangelo, Caravaggio, Tasso,
Leopardi, Foscolo, Mazzini, Cavour,
Pascoli, Gadda). Altri erano vedovi
(Tiziano, Verdi, Garibaldi) e molti
(Dante, Manzoni, Mussolini, e aggiun-go Grazia Deledda perché il discorso è
reversibile) la relegavano nella catego-ria ancillare della “cura”: umbratile,
sottomessa fattrice. Pochissimi vollero
accanto nella vita la donna ispiratrice,
musa, amica, consigliera, insomma “la
gran donna”. I più la lasciarono nei letti
e nei salotti, fuori dalle mura di casa.
Dunque, se lo studio del New York Times
valesse anche per l’Italia, sa rebbe co-munque un progresso significativo,
da salutare con sollievo.
Ma lo sarebbe ancor più se sem-brasse la risposta a una domanda re-torica. Nessuno, uomo o donna che
sia, è chi è senza il contesto in cui agi-sce, la famiglia da cui assorbe una vi-sione del mondo che può crescendo
rifiutare o assimilare, la scuola e l’am-biente di lavoro in cui realizza (o mo-difica) i suoi obiettivi, la persona con
cui affronta il quotidiano, il mondo
esterno che lo giudica e lo controlla.
Se i trentenni sono padri più presenti
e più empatici, è anche perché le loro
compagne, sorelle, madri e colleghe,
li considererebbero difettosi se non lo
fossero. Ciò che esse hanno perdona-to ai loro padri, non sapendo di do-vergliene fare una colpa, non lo per-donerebbero ai padri dei loro figli. La
società svolge una funzione che mi
piace paragonare all’erosione. Il fiu-me che scorre scava la roccia per
aprirsi un varco, e l’acqua trova una
strada, prima o poi. La parità nella
coppia, cioè la normalità della reci-procità, è la strada, ma non il traguar-do né lo sbocco di questo fiume. E
questo non è ancora stato trovato, al-meno non da noi. Dove quasi ogni
giorno un uomo rimuove dal suo per-corso la donna che ha rifiutato di far-lo “grande” e di restargli accanto, sce-gliendo la morte sua e propria: fer-mando il tempo — cioè il fiume —
piuttosto che assecondarne il corso.
Da noi purtroppo la risposta non è
scontata, e alla domanda retorica
“quanto conta una donna nella vita di
un uomo” si risponde spesso con un
colpo di pistola

 

R2 - fa crescere l’economia Così la creatività

Canada e Australia le
considerano già, gli Usa le
includeranno tra pochi
giorni, l’Europa tra un
anno: ricerca, innovazione,
creazione artistica fanno
il loro ingresso nel calcolo
del Pil.Per l’America sarà
la più grande revisione mai
fatta. Se fosse entrata in
vigore fin dal 2007
avrebbe prodotto un balzo
di oltre il 3 per cento



I
l Pil non serve più. È utilizzato male, bisogna cam-biarlo”: è il settembre del 2009. Joseph Stiglitz, insie-me ad Amartya Sen e a Jean Paul Fitoussi, consegna
all’allora presidente francese Nicolas Sarkozy il rap-porto sui nuovi strumenti per misurare la ricchezza di
un Paese a partire dal benessere non solo macroeconomico dei
suoi cittadini. Ora tocca agli Stati Uniti compiere la vera rivoluzio-ne: nel calcolo entrerà per la prima volta la creatività. Nel paese che
ha trasformato il cinema in mito, allevato alcuni dei migliori scrit-tori e inventato tutto nel campo delle tecnologia, prima o poi do-veva accadere. E l’ingresso avviene dalla porta principale: merco-ledì la novità verrà presentata dal Bureau of Economic Analysis, l’i-stituto che elabora le principali statistiche economiche, a partire
appunto dal Prodotto interno lordo. “Sarà la più importante revi-sione mai fatta”, scrive Business Week, che aggiunge: “Una grande
idea, finalmente entriamo nel ventunesimo secolo”.  



NEW YORK
L
a premessa è di Steve
Landefeld,  che  guida
la  struttura  federale:
«Per  anni  abbiamo
sottovalutato la crea-tività e l’innovazione. Ci siamo
accorti che le nostre rivelazioni
mostrano sempre più punti cri-tici. L’errore è quello di non con-siderare come voci attive del bi-lancio i beni immateriali», spie-ga al New York Times. Ovvero li-bri, film, musica, programmi te-levisivi, quadri, fotografia e, con
un peso finanziario ancora mag-giore, la ricerca e lo sviluppo. Di-ritti d’autore e brevetti.
Sino ad ora tutto questo finiva
nella casella spesa: tipo le bollet-te per la luce o il cibo della men-sa, soldi buttati al vento o quasi.
Comunque  zavorra  per  il  Pil.
Adesso il contrordine. Persino i
biglietti  di  auguri  saranno  nel
raggio  d’azione  del  nuovo  ter-mometro.  L’esempio  è  piccolo
ma rende l’idea: questi cartonci-ni possono essere utilizzati sem-pre, non passano mai di moda.
Sono, dunque, un benefit sicuro
a lungo termine, come costruire
un  palazzo  o  una  fabbrica,  ap-punto. La novità è che non ci sarà
bisogno di guadagni immediati.
Il  nuovo  Pil  considererà  l’inve-stimento di aver scritto un libro,
prodotto un film, composto una
canzone  già  di  per  sé  come  un
fattore positivo, senza aspettare
il  verdetto  del  pubblico:  i  soldi
verranno  conteggiati  quando
arriveranno.
L’anno  scorso,  solo  conside-rando il lavoro degli scrittori, sa-rebbero entrati nelle statistiche
9 milioni di dollari in più, secon-do un primo calcolo. Una bella
soddisfazione per una categoria
accusata di non “dar da mangia-re alla gente”. Niente da fare in-vece per i giornalisti, i cui artico-li  deperiscono  troppo  in  fretta:
«Ma  con  l’arrivo  degli  e-book,
che sempre di più raccolgono in-chieste e reportage, anche que-sto cambierà in futuro, chissà»,
dice consolatorio un analista.
Il Bureau of Economic Analy-sis  infatti  naviga  a  vista.  Anche
per i prodotti tv ci sono delle dif-ferenze: lo sport e i reality show
non generano reddito nel lungo
periodo, al contrario delle serie
che spesso diventano un cult e
hanno  mille  vite:  nei  dvd,  nel
commercio  on  line.  Così  “De-sperate Housewives” va nel Pil,
“American Got Talent” no. Per i
libri e soprattutto per i film è an-cora  più  complicato.  Quando
nel  1977  George  Lucas  dirige  il primo “Guerre stellari” nessuno
può  prevedere  la  montagna  di
dollari che avrebbe fruttato. Co-sì  gli  esperti  dell’istituto  non
possono ora capire quale produ-zione  sarà  un  successo  e  quale
invece sarà un flop al botteghi-no: da qui l’idea di considerare i
costi  di  produzione  nella  con-vinzione  che  gli  errori  si  com-penseranno.  Poi  c’è  da  tenere
presente il deprezzamento. Cer-to le idee non si rompono come
le macchine di una fabbrica, ma
vengono copiate, superate da al-tre migliori, passano in secondo
piano. Il Bea assegna così un tas-so annuo di ammortamento del
10% per la ricerca scientifica in
campo  farmaceutico,  contro  il
36% per la progettazione di siste-mi informatici, il 9 per i film, ma
ben il 27 per la musica. Con i nuo-vi parametri, la cultura dal 2007
a  oggi  avrebbe  portato  un  au-mento dello 0,5%, ma il salto ve-ro e proprio, l’aspetto economi-camente più importante, è quel-lo della ricerca, grazie soprattut-to alla biotecnologia. In questo
caso il balzo in avanti è attorno al
3%.
Nel 1999 si iniziò a considera-re la creazione dei software co-me  voci  attive  di  un  bilancio,
adesso  il  definitivo  cambio  di
marcia: dopo gli Stati Uniti toc-cherà all’Europa (Italia compre-sa) che, secondo un programma
di un gruppo di studio delle Na-zioni  Unite,  adotterà  gli  stessi
criteri dal 2014. Canada e Austra-lia sono gli apripista e già elabo-rano i loro dati secondo i nuovi
parametri. «Saremo in grado di
favorire la crescita e lo sviluppo
tanto più riusciremo a misurare
la forza che l’innovazione ha nel-le nostre economie. Ha un ruolo
centrale,  tutti  lo  sappiamo,  ma quando lo vedremo quantificato
scientificamente capiremo me-glio dove intervenire», disse nel
2011 Ben Bernanke.
E quella di considerare i beni
immateriali al centro del motore
dello sviluppo è un’idea che ha
radici lontane. Nel 1908 l’econo-mista  Thorstein  Veblen  scrive-va:  «Dalla  pubblicità  al  design
sono  molte  le  aziende  che  stu-diano come abbellire i loro pro-dotti per conquistare molti più
clienti e poterli vendere a prezzi
più alti». Cento anni dopo sareb-be  arrivato  l’iPhone  con  i  suoi
fratelli.  E  proprio  nel  bilancio
dell’Apple le tradizionali forme
di  ricchezza  industriale  (im-pianti,  immobili,  macchinari)
rappresentano una quota mini-ma, attorno al 4%. Stessa cifra ir-risoria,  solo  un  po’  più  alta  (il
7%),  per  Time  Warner  e  per  la
compagnia  farmaceutiche  Pfi-zer. Il resto è ingegno, fantasia.
La costruzione del brand, corsi
di formazione per i dipendenti:
l’ossessione vincente per la qua-lità, che fa rima con futuro e spe-ranza. Non a caso Obama nel suo
discorso di rilancio dell’econo-mia mette tra i punti centrali per
eliminare le differenze di classe
proprio l’istruzione, che della ri-cerca è la madre. E Thomas Frie-dam  sul New  York  Timescom-menta:  «Le  città  sono  il  nuovo
traino  dell’economia  Usa.  Le
metropoli che hanno saputo rin-novarsi puntando sulle univer-sità,  sulle  tecnologie,  sul  wi-fi,
sull’innovazione  decollano.
Quelle che sono rimaste legate ai
vecchi modelli industriali, van-no a fondo: come Detroit». E’ la
legge della creative class, la for-tunata definizione del sociologo
canadese  Richard  Florida  che
associa in maniera direttamente
proporzionale la vivacità cultu-rale (non misurabile sino ad ora
con  gli  strumenti  classici)  allo
sviluppo  finanziario  di  una  co-munità.  Due  ricercatori,  Carol
Corrado del Conference Board e
Charles  Hulten  dell’Università
del Maryland, non hanno dubbi:
«Se sommassimo il peso specifi-co dei beni immateriali supere-rebbero di gran lunga gli altri». È
una rivoluzione culturale, prima
ancora  che  economica:  «Final-mente avremo uno sguardo più
realistico  sul  mondo»,  sostiene
Baruch Lev della New York Uni-versity.
È 18 marzo del 1968 quando
Robert Kennedy tiene nel cam-pus del college del Kansas uno
dei  suoi  discorsi  più  famosi:
«Non possiamo misurare il suc-cesso di un Paese sulla base del
suo  Prodotto  interno  lordo.  Il
Pil non tiene conto della salute
delle nostre famiglie, della qua-lità  dell’educazione  o  della
gioia  dei  momenti  di  svago.
Non  comprende  la  bellezza
della poesia». Ecco, forse per i
versi in rima è ancora presto ma
almeno  il  freddo  indicatore
economico dovrà iniziare a fare
i conti con le parole dei libri, le
emozioni  dei  film  e  il  potere
delle  idee.  Magari  la  ripresa
passa proprio da qui



 L’IMMATERIALE
ALLA CONQUISTA
DEL POTERE



OI italiani consideriamo la creatività una specie di do-tazione genetica, una prerogativa etnica o forse zodia-cale; ma poi la trattiamo con la stessa sprezzatura che
riserviamo a Pompei, al patrimonio paesaggistico o al-le nostre immeritate eccellenze in campi come quello
musicale e artistico. A darle prima nome, e poi sostanza e oramai
anche valore sono stati gli americani. Non con i bilanci della finan-za creativa ma con bilanci finanziari che contemplano la creatività.
Quel che succede è che nel calcolo del Pil statunitense le spese
per la ricerca, lo sviluppo e la creazione in campo tecnico, scienti-fico, artistico e culturale verranno d'ora in poi considerate come
investimenti. Una vera e propria svolta culturale: se non è proprio
la vecchia utopia dell'immaginazione al potere, quanto meno è il
riconoscimento della potenza anche economica della fantasia.
A certe conclusioni arte e cultura, a dire il vero, erano arrivate già
da tempo. 1984: sono passati trent'anni fa da quando il teorico del
postmoderno François Lyotard ha allestito al Beaubourg una mo-stra sugli «immateriali» D
opo ci siamo tutti svezzati a distingue-re hardware e software, a fare a meno
di carta, vinili, inchiostro, metalli. Co-sì, oggi non c'è più bisogno di grande
sottigliezza filosofica per capire che l'immate-riale è reale, e a volte cruciale. Per la tradiziona-le metafora chi è ricco «ha una posizione solida»;
ma non si può attribuire non solo «solidità», ma
persino «posizione» a quelle ricchezze che si cal-colano in pensiero, innovazione, bellezza e pro-prio  per  questo  non  contribuiscono  in  modo
tangibile e computabile ai fatturati, ai dividendi
e alle stock option.
Il problema è che quello di creatività è un con-cetto sin troppo confuso. Nacque proprio negli
Usa, negli anni Cinquanta, quando si accorpa-rono le riflessioni di scienziati, inventori, filoso-fi, artisti di tutto il mondo e di tutte le epoche, da
Mozart ad Einstein, da Aristotele a Picasso per
provare a capire il modo in cui la mente umana
arriva a progettare nuovi assetti, escogitare nuo-ve soluzioni, ribaltare le tradizioni, in qualsiasi
settore.  La  creatività  divenne  poi  un  mito  per
tutti: copywriter e indiani metropolitani, indu-striali ed eversori, cuochi e filosofi, scrittori e sti-listi, cronisti e blogger. Definire la creatività ri-sulta però impossibile, perché è un mito, e non
un principio filosofico. Ma una delle idee di crea-tività più interessanti la vede proprio come quel-l'elemento non quantificabile, immateriale, in
sé  inutile  e  improduttivo  senza  il  quale,  però,
non c'è cambiamento ma replica dell'uguale.
Il Pil non è solo roba pesante, cemento, ac-ciaio, container e pallet di merci importate ed
esportate: c'è un Pil immateriale, la cui sostanza
è fatta di idee, parole, astrazioni e nell'ammet-terlo si fa un grande passo avanti. Ma infine si
spera che questo passo non inauguri una strada
che finisca coll'imporre nuovi balzelli sulle buo-ne idee. La finanza creativa certo ne sarebbe ca-pacissima

domenica 20 ottobre 2013

R2 - Bambini senza

Parlano solo per urlare “mam”
di notte, si tengono per la mano,
non hanno più sorrisi. Sono sei dei
piccoli sopravvissuti a una delle
ultime tragedie del mare, accolti da
un istituto di Menfi.  I minori non
accompagnati sbarcati sulle coste
siciliane nel 2013 sono 3319.  Ma
il loro nemico è la burocrazia
che rischia di trasformarli in fantasmi


mud, Amud, vieni». Sta seduto per terra a
gambe incrociate Amud (ma si chiamerà
veramente così?) mentre una dolce signora
che potrebbe essere sua nonna gli tende la
mano in una cucina pervasa dal buon pro-fumo del pranzo. Ma le nocche della manina di Amud sono strette
attorno alla macchinetta rossa che gli hanno regalato appena ha
messo piede a terra e i suoi occhi, neri e profondi come non do-vrebbero mai essere quelli di un bambino così piccolo, guardano
fissi un punto nel vuoto, davanti a lui. Chissà cosa “guarda” Amud
o forse chissà quali sconvolgenti immagini “vede” questo bimbo
siriano fuggito con la sua famiglia dalle bombe nel suo paese e so-pravvissuto all’ultimo terribile naufragio nel Canale di Sicilia o ha salvato quella in-credibile catena uma-na di profughi che l’11
ottobre, tra Malta e
Lampedusa, è riuscita
a rimanere a galla affidando poi
nelle mani dei soccorritori quan-ti più bimbi possibile. Erano tan-ti, troppi a bordo di quel barcone
prima preso a colpi di mitra dalle
motovedette libiche e poi capo-voltosi nel tentativo di attirare
l’attenzione di un aereo maltese
che lo sorvolava. In sei, tutti pic-colissimi, sono rimasti vivi, ma
soli. Almeno per il momento.
L’orfanotrofio del mare è una
candida villetta a due piani all’in-gresso di Menfi, nella Valle del Be-lice. Un bel prato verde, due pal-me, un patio con tutti i giochi che
entusiasmano i bambini, scivoli,
casette di plastica, giostrine, una
grande tv con i cartoni animati.
Ma niente sembra riuscire, anche
solo per qualche minuto, a resti-tuire alla loro infanzia questi
bambini che non sembrano più
tali. Bimbi senza più mamma e
papà, senza famiglia, senza amo-re e persino senza nome. Perché
nessuno sa da dove vengono, con
chi erano, come si chiamano e
quanti anni hanno. I più piccoli,
come Salvatore (lo hanno chia-mato così dal nome del suo “sal-vatore”) che non ha neanche un
anno, ovviamente non parlano,
ma gli altri (dai due anni e mezzo
ai sette anni) sarebbero in grado
di dire questo (e probabilmente
molto altro) se solo ad aiutare gli
operatori dell’istituto Walden di
Menfi ci fosse un mediatore cul-turale. «Per ora l’unica cosa che
abbiamo capito — raccontano —
è che per dire no dicono “laa”. Poi
comunicano a gesti e ogni tanto
ripetono qualche parola che gli
diciamo: cane e biscotti. E poi in-vocano la mamma. Quando
piangono o durante la notte, gri-dano: “Mam, maam...”».
Di notti ne sono passate già
cinque da quando sono finiti nel
mare nero e profondo che ha in-ghiottito i loro genitori ma ieri è
stata la prima in cui hanno ripo-sato un po’. «Le prime notti dove-vano avere incubi continui —
racconta Michele, il responsabile
della comunità — non riuscivano
a dormire, piangevano continua-mente, avevano sussulti. Li ab-biamo lasciati tutti insieme, i tre
fratellini e gli altri tre bambini, ab-biamo capito che si sentivano più
sicuri». Parlano tra di loro Yara,
Joseph, Amud e Karim, i quattro
più grandi. Quando li hanno por-tati alla casa di accoglienza per
minori, i poliziotti della questura
di Agrigento li hanno indicati con
questi nomi, chissà forse riferiti
dagli altri profughi siriani che sul-la nave della Marina militare ave-vano potuto scambiare qualche
parola con loro. Ma se li chiami
non si girano neanche. E però tendono continuamente le ma-nine. Alle ragazze della casa che si
prendono cura di loro, ma anche
a chi, come noi, è andato a trovar-li. Tendono la manina per cam-minare insieme, per condurti da
una parte o dall’altra. Lo fanno
con quegli occhi così tristi e im-pauriti che è davvero difficile reg-gere il loro sguardo e provare a
scaldarli con un sorriso. Perché
tanto al sorriso non rispondono.
Proprio non ci riescono.
Cercano il contatto fisico con-tinuamente. Persino Kitty, diciot-to mesi, che trova pace solo in
braccio alle ragazze che la cullano
giorno e notte, con il visino ap-poggiato sul seno. «Appena pro-viamo a metterla giù piange in
modo straziante». L’hanno chia-mata così per quella collanina
con il ciondolino di Hello Kitty
che porta al collo. Un particolare
che potrebbe salvarle la vita una
seconda volta. Perché Kitty forse i
genitori ce li ha ancora. Potrebbe
essere lei la “Maram” di 17 mesi
che da cinque giorni a Malta una
giovane mamma cerca dispera-tamente. Aisha, 25 anni, libanese
sposata con un siriano, ne è sicu-ra: «Mia figlia deve essere viva.
Quando mi hanno tirato su da
quella zattera, Maram era in brac-cio a me e stava bene. Me l’ha tol-ta dalle braccia uno dei soccorri-tori. Aiutatemi a trovarla». Al cen-tro di accoglienza de La Valletta
Maram non c’è. Ma nella confu-sione dei soccorsi potrebbe esse-re finita nelle mani di uno dei ma-rinai della nave Libra e da lì sbar-cata a Porto Empedocle. Se fosse
così, quella collanina di Hello
Kitty potrebbe essere il filo per ri- congiungerla ai suoi genitori.
Karim, sette anni, il più grande
dei bimbi dell’orfanotrofio del
mare è l’unico che parla. Alla di-pendente di una cantina vinicola
di Menfi di origine siriana dice:
«Mio padre era su un’altra barca.
Verrà a prendermi». Disegna la
bandiera siriana e scrive un nu-mero. Potrebbe essere quello di
un telefono? Chissà?
Ricongiungimenti difficili,
ostacolati dalla lingua, dalla di-stanza e dalla burocrazia ma ai
quali lavorano le forze dell’ordine
e il personale dell’Unhcr e di di-verse Ong. Perché adesso Kitty,
Salvatore, Yara, Joseph, Amud e
Karim sono sotto la giurisdizione
del tribunale dei minori e qualsia-si loro movimento deve passare
da lì. Per loro come per tutti gli al-tri minori non accompagnati che
ogni giorno sbarcano sulle coste
siciliane. Un numero esorbitan-te: 3319 solo dall’inizio dell’anno
ad oggi, tre volte di più rispetto al-lo scorso anno. Per lo più si tratta
di adolescenti, tra gli 11 e i 17 an-ni, ragazzini che finiscono per
scomparire nel nulla. Due su tre,
dopo qualche settimana in co-munità escono e non tornano
più. È successo ancora ieri a Cal-tagirone, dove sono scappati in
dieci dei superstiti del naufragio
di Lampedusa. Salgono su un tre-no con destinazione ignota o,
peggio ancora, finiscono nelle
mani di organizzazioni criminali
che li contattano e che talvolta
chiedono persino riscatti alle fa-miglie rimaste nei paesi di prove-nienza. E nessuno qui li cerca più.
Un problema in meno per lo Sta-to che non ha più i soldi per paga-re le convenzioni con le case fa-miglia. Gli affidi e le adozioni dei
più piccoli (che in questi giorni in
tanti chiedono) difficilmente rie-scono ad andare in porto. I 25
bambini che ormai da diverse
settimane sono nella casa di ac-coglienza di Piana degli Albanesi,
ad esempio, aspettano ancora la
nomina del tutore. Senza quello è
come se non esistessero, non
possono andare neanche a scuo-la. Troppe pastoie burocratiche
trasformano questi bambini in
piccoli fantasmi di cui presto nes-suno si ricorderà più



Yara, 3 anni, in fuga dalla guerra
diventa mamma dei suoi fratellini


L’
acqua sarà, forse per sempre, il loro terrore. Non ave-vano mai visto nessun bambino gridare e piangere
in quel modo gli operatori della comunità che, dopo
averli accolti con tutto il calore di cui erano capaci e
con le lacrime agli occhi, hanno provato a ripulire e
rivestire quei tre bimbetti sporchi, infreddoliti e impauriti che con-tinuavano a tenersi stretti l’uno con l’altra. Due gemellini dai ca-pelli ricci e profondi occhi blu e, tra di loro, un “salsicciotto” che
neanche stava in piedi. «Non volevano lavarsi, appena hanno sen-tito il primo contatto con l’acqua, hanno cominciato a urlare. Chis-sà cosa dicevano, nessuno di noi riesce a capire una parola della lo-ro lingua, abbiamo solo potuto immaginare che cosa significasse
per loro l’acqua». L’acqua che meno di 24 ore prima li aveva in-ghiottiti nel mare profondo tra Malta e Lampedusa  C
ome ce l’abbiano fatta a salvar-si questi tre fratellini siriani
che hanno commosso chiun-que ha avuto la ventura di tro-varseli davanti forse non si capirà mai
davvero. A riconsegnarli alla vita è stata
la catena umana degli altri sopravvissu-ti di quel terribile naufragio che li han-no tenuti a galla fino a quando gli uomi-ni della nave Libra della Marina Milita-re non li hanno tratti in salvo.
Che quei tre bambini soli fossero fra-telli è apparso subito evidente: gemellini
i due più grandi, un maschietto e una
femminuccia — due anni e mezzo, forse
tre — dieci mesi il piccolino, riccio e cic-ciottello, letteralmente covato come un
pulcino dagli altri due trasformatisi in un
attimo nei suoi “genitori”. Quelli veri, con
tutta probabilità, sono finiti in fondo al
mare o in una delle 38 bare divise tra Ita-lia e Malta dopo quel maledetto 11 otto-bre in mezzo al Canale di Sicilia.
Li abbiamo seguiti nella loro odissea si-ciliana, dallo sbarco a Lampedusa dalla
nave Libra, poi a Porto Empedocle e infi-ne nell’orfanotrofio del mare a Menfi.
Yara e Joseph, forse si chiamano così i
due gemellini siriani diventati orfani du-rante la loro fuga dalla guerra. Chi abbia
detto che questi sono i loro nomi non si sa,
forse altri profughi che sulla Libra sono
riusciti a raccogliere qualche parola tra i
singhiozzi. Ma oggi se li chiami così non
rispondono. Il piccolo, invece, ha un no-me tutto nuovo, Salvatore, sicilianissi-mo: quello del marinaio che per primo lo
ha tirato su dal mare.
Yara è diventata “mamma” a bordo
della Libra. «Non si è allontanata mai dai
suoi fratelli, neanche per un momento,
nessuno poteva avvicinarli, toccarli —
racconta il comandante della nave Katia
Pellegrino — era come un gattino che
protegge i suoi micini appena nati, li te-neva stretti stretti per mano, li abbraccia-va e con quegli occhioni blu, che in quel
momento sembravano canne di una pi-stola, allontanava chiunque volesse par-lare con loro, confortarli, anche solo
prenderli in braccio».
Chi siano, da dove vengano, se ab-biano o meno familiari in Italia o in Eu-ropa, forse non lo si saprà mai. Fino ad
ora nessuno ha cercato questi tre bim-bi che adesso, insieme ad altri piccoli
sopravvissuti dell’ultimo naufragio,
sembrano aver trovato un minimo di
tranquillità nella casa famiglia che li
sta ospitando. La prima notte hanno
dormito tutti e tre insieme su un diva-no, impossibile dividerli. Ed anche ie-ri, quando Salvatore si è messo im-provvisamente a piangere, Yara lo ha
abbracciato, se lo è messo sulle gambe
e lo ha cullato cantandogli una nenia e
dandogli colpetti sul sederino fino a
quando non ha preso sonno. Poi ha co-minciato a piagnucolare anche Joseph
e lei gli ha preso la mano, si sono ab-bracciati e si sono addormentati insie-me. Nessuno ha osato muoverli per
portarli nelle loro brandine. «È la pri-ma volta che dormono così profonda-mente», dice la pediatra del Centro.
I “segni” della tragedia sono tutti lì: in
quel faccino circondato da una cascata
di riccioli castani, in quegli occhioni blu
che non perdono mai di vista i fratelli, in
quelle due ferite sotto il mento che —
secondo la pediatra che l’ha visitata —
sono ferite di guerra, segni di una
scheggia di bomba. Chissà da dove
scappavano, Yara, Joseph, Salvatore e i
loro genitori: ammesso che siano in
grado di raccontarlo a qualcuno. Per
ora, l’unica cosa che si capisce è quan-do, molto spesso, invocano «Mam».
È Joseph a farlo quasi continuamente.
Corpicino esile affogato in una tuta bian-ca e blu, è quello che mostra più di tutti la
sua sofferenza. Piange, cerca la mano di
un adulto, sembra distrarsi solo dietro il
cancello bianco che lo separa da tre ca-gnolini. Lui li guarda, gli dice qualcosa in
arabo e i cani sembrano capirlo, quasi che
parlino la sua stessa lingua, perché si av-vicinano infilando i loro musi dentro l’in-ferriata per permettere a Salvatore di toc-carli. Poi lui fa “bau, bau” e sorride. È l’u-nico sorriso della giornata».
Come molti profughi siriani, questi tre
bimbi forse appartenevano a un ceto me-dio alto. Sicuramente sanno maneggiare
un iphone, sono incuriositi, si avvicinano
al display e con il ditino provano a sfo-gliare l’album fotografico. Si vedono ri-tratti, sorridono, chissà forse cercano lì
dentro i fotogrammi di una vita che ormai
non gli appartiene più

L’ultradestra che paralizza l’America

congiurato il default, gli Stati Uniti
sono finalmente ripartiti. Ma il giorno
dopo non si placa la polemica
su vincitori e vinti. Se la Casa Bianca
punta a recuperare la fiducia
internazionale, i repubblicani tentano
di sanare le spaccature interne
Nel mirino soprattutto gli oltranzisti
del Tea Party,che contro il
presidente hanno scatenato una vera
e propria “guerra di religione”
E che non si arrendono: tanto che già
sognano una nuova battaglia quando
scadrà il rifinanziamento del debito



ossiamo cominciare a sollevare questa nube di in-certezza e disagio che grava sulla nostra economia e
sul popolo americano — dice Barack Obama — c’è
molto lavoro davanti a noi, a cominciare dalla ne-cessità di riconquistare la fiducia degli americani
perduta nelle ultime settimane». Il presidente ha vinto, il default finan-ziario degli Stati Uniti è stato scongiurato in extremis, da ieri mattina tut-ti i servizi federali sono tornati a funzionare dopo 15 giorni di serrata. Ma
chi ha perso? Il Tea Party, l’ala estremista che ha portato i repubblicani
alla disfatta, non accenna neppure a un’autocritica. Anzi, medita rivin-cite. Qualcuno di loro sogna perfino di ricominciare daccapo fra quat-tro mesi, quando scadrà il ri-finanziamento del debito pubblico. È po-co probabile che i repubblicani moderati si lascino trascinare di nuovo
nel tunnel auto-distruttivo delle ultime due settimane, che ha fatto pre-cipitare il loro partito nei sondaggi. E tuttavia sono proprio i moderati a
finire sotto processo, mentre il Tea Party è all’offensiva P
er la sua nuova star, il se-natore Ted Cruz del
Texas, la votazione bi-partisan di mercoledì
sera ha un solo significa-to: «L’establishment di Washing-ton si rifiuta di ascoltare il popolo
americano». Lungi dall’aver sal-vato l’America dal baratro di una
crisi di illiquidità, l’accordo in ex-tremis è oggetto di tutt’altra narra-zione per la frangia della destra ra-dicale: è l’ennesimo “inciucio” tra
membri della “casta” ai danni del-la nazione. Un episodio curioso la
dice lunga sul sentimento che ani-ma gli oltranzisti: una stenografa
della Camera, vicina all’ala dei pa-sdaran, al momento del voto è
sbottata urlando in aula: «Questa
non è una nazione unita sotto
Dio!», prima di essere trascinata di
peso dalla polizia del Congresso.
C’è anche questo, nel Tea Party:
una concezione “religiosa” della
Costituzione, un testo sacro trat-tato con lo stesso integralismo con
cui i creazionisti impugnano la
Bibbia contro le teorie dell’evolu-zione. La Costituzione come ba-luardo dei diritti individuali con-tro lo Stato Leviatano, di cui Oba-ma e la sua riforma sanitaria sono
un’ennesima reincarnazione.
Il Tea Party è l’ultimo capitolo di
una “guerra dei quarant’anni”,
guerra di religione per l’appunto.
Sul finire degli anni Settanta, con
altre etichette e altri leader, ebbe
origine in California una podero-sa reazione “movimentista” con-tro l’intervento pubblico nell’eco-nomia, il Welfare, le politiche fi-scali redistributive.  Proposition
13, il referendum anti-tasse che
vinse in California nel 1978, fu de-cisivo per proiettare Ronald Rea-gan alla conquista della Casa
Bianca. Dietro gli slogan populisti
agiva, allora come oggi, una pode-rosa macchina da guerra finanzia-ta dai poteri forti del capitalismo
più retrivo. Think tank ricchi e in-fluenti come la Heritage Founda-tion e l’American Enterprise In-stitute, dinastie come quella dei
fratelli Koch, centri accademici
come la University of Chicago
con il Nobel Milton Friedman,
ispirarono la potente offensiva
neoliberista. «Starve the Beast»,
affamare la Bestia cioè il Moloch
statale togliendogli ogni risorsa,
questo era l’obiettivo finale delle
crociate anti-tasse.
Già allora a fianco all’agenda
economica c’era la questione raz-ziale. Reagan, ex attore hollywoo-diano e comunicatore carismati-co, inventò la leggenda di una
Welfare Queen, regina dell’assi-stenzialismo: una donna nera che
andava in Cadillac a riscuotere gli
assegni per i poveri. L’agenda fin
da allora era straordinariamente
ambiziosa: quella destra voleva
prendersi una rivincita contro il
New Deal di Franklin Roosevelt,
contro la Great Society di Ken-nedy-Johnson, contro le conqui-ste dei diritti civili degli anni Ses-santa. Quarant’anni dopo, un pre-sidente afro-americano alla Casa
Bianca è un nemico ideale, che
coagula tutte le paure e tutte le an-gosce dell’America bianca e bigot-ta, armata fino ai denti e orgoglio-sa della propria libertà di inquina-re il pianeta. Nero e anche cripto-musulmano come vuole la leg-genda intramontabile dell’estre ma destra (altrimenti perché por-terebbe Hussein come secondo
nome?), nato in Kenya ad onta di
tutti i certificati (quindi ineleggibi-le, illegittimo, usurpatore), am-bientalista, contrario alle armi e
favorevole ai matrimoni gay.
L’Anti-Cristo, insomma.
Il Tea Party movement nella
versione attuale nasce nel feb-braio 2009. È un omaggio alla bat-taglia anti-coloniale che vide i Fi-gli della Libertà di Boston gettare
in mare balle di tè per protestare
contro le tasse inglesi (1773). Lo
getta nel gergo mediatico un an-chorman della tv Cnbc, Rick San-telli, pochi giorni dopo l’Inaugu-ration Day di Obama. Il tele-guru
della finanza si scaglia contro gli
aiuti di Stato a quei “parassiti” che
hanno avuto i mutui subprime.
Un altro bersaglio sono i banchie-ri di Wall Street salvati dal contri-buente, operazione che in realtà
ebbe inizio sotto George Bush. Il
12 settembre 2009 una gigantesca
manifestazione invade Washing-ton e segna l’apice del movimen-to. Ha tra le sue star Sarah Palin e
l’ultra-libertario Ron Paul (quello
che vuole abolire la Federal Reser-ve). Conta sull’appoggio mediati-co dell’impero di Rupert Murdoch
(Fox News, Wall Street Journal).
Nel 2010 l’offensiva trova un altro
bersaglio: Obama-care, la riforma
sanitaria. La dipingono come l’av-vento di una «sanità sovietica», sta-talista e burocratica. S’inventano
perfino le «commissioni della
morte», incaricate secondo loro di
negare gli aiuti agli anziani costrin-gendoli all’eutanasia. Via via che la
riforma prende corpo e le accuse
più stravaganti perdono credibi-lità, il Tea Party sposta la polemica
su un terreno più tradizionale: l’as-sicurazione obbligatoria è «una
nuova tassa». Viene smentito per-fino dalla Corte suprema dove la
maggioranza dei giudici sono con-servatori, ma non importa. Le con-traddizioni interne non disturba-no il populismo: nella base del Tea
Party, a maggioranza maschi
bianchi e anziani, c’è chi accusa
Obama di volergli togliere il Medi-care… cioè quell’assistenza agli
over-65 che in effetti è l’unico si-stema sanitario davvero statale.
Quando glielo togli per davvero, lo
Stato, tutti ne sentono la mancan-za: è l’autogol che i repubblicani
hanno compiuto provocando lo
shutdown, rivelatosi impopolare
anche tra i loro ranghi. È un replay
della crisi del 1995-96 quando la
destra guidata da Newt Gingrich
costrinse Bill Clinton a un’analoga
prova di forza, e poi i democratici
vinsero le legislative.
Ma non è detto che il Tea Party
paghi un prezzo elettorale pe-sante, quando si torna al voto per
il Congresso nel novembre 2014.
Dietro la polarizzazione di que-sta destra c’è anche uno stravol-gimento delle regole elettorali. Il
“re-districting” o “gerry-mande-ring” ha ridisegnato i collegi co-struendo circoscrizioni blindate,
dove l’unico rischio per un re-pubblicano è farsi scavalcare a
destra da uno più duro di lui.
Inoltre dal Texas alla Florida, gli
Stati governati dalla destra mol-tiplicano gli ostacoli normativi
tesi a scoraggiare l’affluenza alle
urne delle minoranze etniche,
neri o immigrati. Uno degli slo-gan più sentiti dalla base del Tea
Party è “riprendiamoci l’Ameri-ca”. Non è difficile capire da chi
vogliono riprendersela.
Non chiede grandi
riforme, non
propone nulla ma
usa bene l’oratoria
contro gli avversari
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ITTORIO ZUCCONI
C
on gli immancabili stivali di struzzo piantati sul collo del-l’America, Ted “Wacko Bird” Cruz è lo strano cowboy ita-lo- cubano-canadese che ha tenuto e terrà ancora il mon-do appeso all’incubo di una nuova bancarotta globale.
Questo “uccello pazzo” di 42 anni, come lo ha battezzato
il nemico eppure compagno di partito repubblicano John McCain,
vola alto sulle ali del confuso rancore che in Europa chiamiamo po-pulismo e che vede nel governo, nello stato, nelle classi dirigenti, nel-la sinistra, nella “casta”, direbbe il lessico del luogo comune italiano,
il male che sta distruggendo l’America. Ebbro del potere che il ricatto
e l’ostruzionismo offrono alle minoranze parlamentari senza scrupo-li, Cruz, figlio di un  barbudo castrista pentito e divenuto petroliere fal-lito in Texas, è il “piatto del giorno”, il sapore di moda per quella parte
dell’America che vede in Obama la reincarnazione dello stalinismo,
nella riforma della sanità la via alla distruzione del “sogno americano”
e, naturalmente, negli agenti del fisco il nuovo Kgb Ted, il cowboy anti-tutto
che non crede alle ideologie M
a se il Tea Party, quello che
già produsse Sarah Palin
poi amaramente penten-dosene, impugna la spada
della rivolta contro il Leviatano pub-blico e “la casta”, il paradosso — e l’i-pocrisia — del suo alfiere del momen-to è che Ted Cruz è parte integrante di
quell’establishment che aborre.
La sua storia è quella classicamente
americana “dall’ago alla corazzata”,
secondo il mito di Horatio Alger, il
cantore del successo dal nulla. Cruz
non è neppure nato negli Stati Uniti,
ma in Canada, a Calgary, sollevando
qualche dubbio sulla sua possibile
eleggibilità a Presidente, che dovreb-be essere  natural born, nato in suolo
Usa. Il padre Rafael, sceso dai monti
della Sierra Cubana con Fidel e poi fug-gito da Cuba come controrivoluziona-rio, era rotolato a Nord dal Texas alla ri-cerca di quel petrolio che nel suo poz-zetto texano si era esaurito. Per il figlio,
la condizione familiare
garantiva ben poco, fi-no a quando lui stesso,
Ted, decise di prendere
la propria vita per il col-lo. Lavorando per pa-garsi la retta di un liceo
privato, dopo avere ab-bandonato quello
pubblico, sbarcò nel-l’illustre Princeton e poi a Harvard per
la laurea il legge, la stessa facoltà che
qualche anno prima di  lui aveva pro-dotto l’odiato Barack Obama. Sempre
pagandosi tutto da solo.
Un giovane avvocato, con laurea a
Princeton e dottorato in giurispruden-za a Harvard è già, inesorabilmente,
uno “dentro” la tenda, un pezzo dell’A-merica che conta: Cruz il falso cowboy
ci sguazzò. Reaganiano fanatico, riuscì
a stabilire relazioni intense con i no-stalgici del vecchio presidente.
Partecipava a spettacolini intitolati
“I crociati della Costituzione”, letta
come un documento anti-stato e fero-cemente federalista. Era attivo in tut-te le organizzazione della destra re-pubblicana e riuscì a infilarsi nella
Amministrazione di George W. Bush.
Sulle code della popolarità tutta texa-na di “Dubya” Bush e delle raccoman-dazioni del suo clan gli si aprirono le
porte del Senato, dove entrò come pri-mo senatore latino nella storia dello
Stato della Stella Solitaria.
Ma come il Tea Party, collettore
confuso e virulente di rabbie populiste
e di astuti interessi costituiti, anche Ted
ha trovato nel pentolone di questa mi-noranza rumorosa la propria ideologia.
Cioè il nulla rabbioso. Cruz è un uomo
senza ideologia, altro tratto classico dei
movimenti anti-tutto. Non ha mai pro-posto nulla, non ci sono iniziative legi-slative che portino il suo nome, o gran-di disegni di riforme, che lo esporreb-bero a critiche. C’è una formidabile ca-pacità oratoria, un’apparente, studia-tissima “follia” (ecco “l’uccello pazzo”)
unita a una giovanile resistenza fisica,
che gli permise di parlare ininterrotta-mente per 21 ore dal proprio banco in
Senato per impedire il voto sul debito
nazionale, leggendo libri per bambini
sulla “Lumachina e l’Orsetto”. E c’è
quella cultura del “no”, del contrismo
che tanto successo raccoglie oggi nelle
barcollanti democrazie rappresentati-ve dell’Occidente, dove il prestigio del-le istituzioni raramente supera il 10 per
cento dell’opinione pubblica.
Quando gli rimproverano di non
avere mai proposte, ma di essere sol-tanto un’ostruzionista fanatico, Cruz,
allungando le gambe con gli stivaletti
a punta e tacco di pelle di struzzo ri-sponde: «Anche impedire che passi
una cattiva legge è una buona legge».
Sembra un programma fragile sul
quale costruire una corsa elettorale
verso la Casa Bianca, che è ormai pale-semente il suo obbiettivo finale, ora
che il partito Repubblicano sta per-dendo pezzi e candidati nella risse in-terna fra “moderati” e “pasdaran” e
che la lotta suicida condotta contro
Obama e la riforma
della Sanità ha fatto
precipitare il rating del
partito al 30%.
Ma Rafael Edward,
che sono i suoi nomi
ufficiali presi dal pa-dre, Rafael, che è anco-ra vivo e si batte con
lui, guarda lontano.
L’appoggio del nocciolo del partito
Repubblicano gli garantisce successo
nella primarie, dove gli estremisti vo-tano e i m oderati spesso si astengono.
Il collasso dell’establishment, dei vec-chi come McCain, già sconfitto, o del-l’imbelle Jim Boehner, presidente del-la Camera umiliato dalla sua indecisio-ne, spalanca strade alla sua ambizione.
Giovane, di bell’aspetto, con moglie
naturalmente bianchissima e wasp, Liz
Nelson, e i due bambini d’ordinanza
per un candidato presidente, Cruz è il
perfetto “rheinstone cowboy ”, il finto
pistolero con diamanti finti da Hol-lywood, che userà il populismo rin-ghioso del sud e del midwest fino a
quando gli farà comodo. Muovendo
poi, alla guida della propria troupe ver-so il luogo dove si vincono le elezioni
presidenziali negli Usa, il Centro.
Ha perso il duello con Obama per
poter stabilire le proprie credenziali di
John Wayne antistato e antiliberali e di
vera destra e lo sapeva. Rafael “Ted”
Cruz sa bene da che parte è imburrato il
pane e come, dopo avere sparato le sue
Colt a salve, si trattano i potenti. Quan-do faceva l’avvocato costituzionalista e
perorava cause davanti alla Corte Su-prema, si sfilava gli stivaletti da ranche-ro e si metteva le scarpe con le stringhe.
Gli avevano detto che il presidente del-la Corte, Rehnquist, non sopportava le
stravaganze nell’abbigliamento degli
avvocati. La rivolta della destra estrema
americana sa quali scarpe indossare
per entrare nelle stanze del potere

mercoledì 16 ottobre 2013

R2 - Gang

V
ai a spiegarglielo a
José che anche la
Santa Muerte più di
tanto non può fare.
Che votarti all’“An-gelo di Luce” quando sei già ar-ruolato nel regno dei morti che
ciondolano con al collo un rosa-rio di perline o un medaglione a
forma di dollaro, può essere inu-tile. «Sapevo che sarebbe tocca-to a me, sicuro. A colpi di ma-chete, o con la mannaia che usi
quando ti dicono che devi far
saltare qualche collo. Che poi
non sempre ti va bene: a volte
parti in quattro o cinque e pensi
“li ammazzo tutti quegli anima-li”. E invece ne basta uno, uno
che “taglia” meglio di te e ti pren-de bene, e rimani a terra. Nei
parcheggi, dove ti trovano il
giorno dopo. In macchina, dove
magari ti eri appena divertito
con una  reina (un’affiliata, uti-lizzata per fare una trappola alla
vittima). Era due anni fa e avevo
capito che sarebbe toccato a me:
perché se esci dalla  pandilla
metti la firma sulla lapide l fischio del tram in via Mece-nate — pezzi di asfalto “lati-no” a Milano Est, tra l’Orto-mercato già infiltrato dalla
ndrangheta e l’aeroporto di
Linate — è il segnale che annuncia
l’arrivo di José. Ecuadoriano, 28
anni e nient’altro. «La polizia ti ar-resta, la Mara ti ammazza». Felpa
blu scura no logo, capelli rasati,
niente lacrime tatuate sotto gli oc-chi (nella simbologia della Ms13 è
la macabra conta degli omicidi
commessi: ogni goccia una croce).
Dei dodici tatuaggi che istoriano la
sua pelle di (ex) soldato metropoli-tano ne mostra solo uno, forse è il
meno compromettente: un dop-pio tris di carte e dadi steso con in-chiostro nero, tra orecchio destro e
spalla. «Vuole dire che hai conse-gnato la tua vita alla sorte. Che gio-chi con la vita, ma soprattutto con
la morte» (da qui il culto sudameri-cano della Santa Muerte, presenza
spirituale benevola, un angelo di
luce a cui secondo la leggenda so-no devoti criminali e delinquenti).
José nel gioco delle pandillas ci è
rimasto fino a 26 mesi fa. Era un
homboy. Si chiamano così, tra di lo-ro, i membri della Ms13, l’acroni-mo che sta per Mara Salvatrucha 100mila affiliati in tutto il mondo
da quando — sono i primi anni Ot-tanta — gli immigrati salvadoregni
in fuga dalla guerra civile e riparati
nella California ispanica fanno
clan per difendersi dalle gang di
afroamericani e messicani). Forse
José ha rapinato, di sicuro ha pe-stato e fatto pestare: a colpi di col-tello, di mannaia (l’ hacha ), di ma-chete. Le armi preferite dalle gang
dei latinos radicate in Italia. Quat-tromila giovani affiliati a una quin-dicina di bande o pandillas che si
fanno la guerra tra loro per il con-trollo del territorio o semplice-mente perché è scritto così. Un
esercito di ecuadoriani, salvadore-gni, peruviani, africani al soldo di
nessuno: anzi, di sé stessi. «C’è il
capo, certo. Il Re (o ranflero ). Ci so-no i luogotenenti. Ma se scippi o ra-pini o spacci non sei obbligato a
passargli il bottino. Devi rispettar-li, sottostare ai loro ordini se ti di-cono di punire qualcuno. Ma quel-lo che fai e guadagni, è tuo».
Se José non fosse uscito dal
gruppo, se anziché girare le spalle
all’inferno fosse ancora lì a “taglia-re” con l’ hacha  e a ruotare la visie-ra del cappellino ad ogni lamata in-ferta ai rivali, di sicuro non potreb-be raccontarla, la Mara. Il commis-sariato di polizia è a 300 metri. «Me
ne sono andato via perché o mori-vo o morivo. Così almeno posso
sperare di campare ancora qual-che anno. La Mara è organizzata
come la mafia. L’unica differenza è
che la mafia fa i miliardi e noi inve-ce siamo ladri di polli, e ci ammaz-ziamo come cani per niente». Josè
vive in periferia, in città ci torna po-co e malvolentieri. «Ti spiego cosa
vuol dire essere un mareros. L’ini-zio è uguale per tutti: ti unisci alla
banda perché senza la banda non
sei niente. Cerchi te stesso, è assur-do ma lì ti ritrovi. Hai un gruppo, un
codice, delle regole. Anche violen-te ma le hai. Adesso si stanno unen-do anche gli italiani. Sono loro che
vengono con noi, non il contrario,
come accadeva prima». Giovani italiani sotto i vent’anni che voglio-no rientrare dai margini e lo fanno
allargandoli, lacerandoli. Quasi
una nemesi nella nemesi. «La for-ma-gang la troviamo alle origini
della sociologia americana nel mo-mento in cui si confronta con la se-dimentazioni delle migrazioni, in
particolare quella degli italiani —
ragiona Luca Queirolo Palmas, do-cente di Sociologia delle migrazio-ni all’Università di Genova, dieci
anni a studiare le pandillas—. È
per questo paradossale che oggi,
quando pensiamo alle gang, im-maginiamo i primitivi urbani,
qualcosa che viene da fuori, qual-cuno arrivato a portare violenza
nelle nostre ordinate città; e non
vediamo che stiamo parlando di
un fenomeno che ci parla anche
della nostra storia di migranti, di
un fenomeno che ci parla di un
prodotto della nostra società, esat-tamente come i morti di Lampedu-sa ci parlano del proibizionismo
europeo sulle migrazioni al di là di
ogni facile retorica sulla malvagità
degli scafisti».
José prima di lasciare la Mara co-s’era? Un “malvagio”? O uno spec-chio o una vittima della società?
«Ero un soldato, e basta. Obbedivo.
La banda mi dava qualcosa che io
restituivo alla banda. Passando
quasi sempre dalla violenza. Il pe-staggio dell’iniziazione: esci mas-sacrato ma ti senti un dio. Sei den-tro, ce l’hai fatta. I calci e i pugni che
hai preso (per 13 interminabili se-no, soffre di vertigini ed è sopran-nominato l’“Arrotino”. Un anno fa
anche lui si è pentito o impaurito.
Per uscire dalla pandilla senza pas-sare sotto la lama del machete — è
il trattamento riservato a infami e
desaparecidos, lui lo conosce bene
— ha pregato tre notti di fila affin-ché lo arrestassero. «Meglio dietro
le sbarre che in una bara di ferro»,
ha sussurrato alla fidanzata dicias-settenne, anche lei battezzata a
calci e pugni in un parco dai padri-ni della gang. Poi si è «fatto trovare»
dagli sbirri. Adesso l’Arrotino, la
pelle sfregiata dalle cicatrici e dal-l’inchiostro, è rinchiuso in un car-cere lombardo. Sta scrivendo un
diario. Un capitolo è dedicato al-l’ultima che gli hanno fatto i suoi
soci mazzieri quando hanno capi-to che voleva levarsi da queste bat-terie di uomini che paiono cani da
combattimento. Legato mani e
piedi e appeso a una corda. Tenuto
sospeso in aria oltre il cornicione di
un lastricato al sesto piano di un
condominio. Lui che i capogiri lo
fanno andare fuori di testa. Solleti-co, forse, rispetto al biglietto da vi-sita con cui i primi “gruppi di furbi
salvadoregni” — la traduzione più
accreditata della Mara Salvatrucha
— si presentarono a Milano a mag-gio del 2008: un occhio cavato a col-pi di machete a un nemico della
Ms18. «Ero appena arrivato dall’E-cuador e pensavo fosse un gioco»,
dice Josè. Era l’inizio della guerra.


Tatuaggi, codici e omicidi
così gli affiliati scalano il potere


L
a «M» che rappresenta la «Eme»
(modo di pronunciare in spagnolo
la lettera «M»), il sindacato dei traf-ficanti di droga messicani.
Quando si parla di Ms13 bisogna essere
consapevoli che rappresentano il corpo ar-mato dei trafficanti messicani e che oltre a
commettere omicidi e atti di violenza per
conto dei boss della “Eme”, la loro funzio-nalità è quella di “colonizzatori” di nuovi
territori, che i criminali messicani invado-no con lo spaccio di droga.
All’inizio degli anni Novanta la Eme era
intervenuta per porre fine ad una sangui-nosa guerra tra Mara Salvatrucha e M-18.
Queste due gang ispaniche rivali si con-frontavano sulle strade di Los
Angeles. Fu assegnato a ogni
gang un compito preciso. I com-ponenti della Mara Salvatrucha
erano addestrati all’uso delle ar-mi, erano violenti e fedeli al
gruppo. Divennero i killer e di
protettori dei traffici della Eme.
Presto la Ms13 fu presente in
ogni stato degli Usa. Da lì inizia-rono ad andare anche oltre la
frontiera americana.
La gang Ms13 ha un rigido co-dice di comportamento, una gestione ge-rarchica, un sofisticato sistema di ricono-scimento e una serie di linguaggi nascosti
che spaziano tra tatuaggi, capi di abbiglia-mento, uso del linguaggio dei gesti, modi di
tagliare i capelli, sagomare le sopracciglia,
creare cicatrici di forme particolari in pun-ti visibili del corpo. Ogni iniziato ha dei ta-tuaggi specifici, come i tre punti che rap-presentano le tappe della vita di un  mara:
l’ospedale in cui si nasce, il carcere in cui si
finisce e il cimitero in cui si va dopo la mor-te. Altri tatuaggi tipici sono le lettere MS in
carattere gotico abbinate al numero 13. So-no posizionati sulle mani, o sul collo, o nel-la parte interna delle labbra o sulle palpebre
e rappresentano l’appartenenza al gruppo.
Le stesse lettere e numeri tatuati sulla fron-te accompagnati da immagini di corna che
spuntano da sotto la pelle, indicano un ca-po della  clicao  pandilla , termini che stan-no per cellule. Le cifre 666 indicano l’ap-partenenza al gruppo d’azione della gang,
che nel gergo viene chiamata «comando».
Le maschere teatrali, le mani che tengono le
banconote o le monete indicano chi si oc-cupa del racket. La ragnatela, la clessidra o
il calendario a strappo indicano il carcere.
La faccia di una ragazza che sorride indica
che il membro incaricato nella gestione
delle prostitute, spesso minorenni. La ra-gazza che piange o che si copre il viso con le
mani indica un mata, ovvero un killer.
Gli omicidi che commettono i membri
della Mara Salvatrucha si distinguono per la
loro ferocia. Il 12 luglio 2003 a El Salvador
nella città di Ahuachapán, furono trovati i
corpi di una donna e la sua bambina di tre
anni, brutalmente torturate e seviziate. Co-me poi stabilirono le indagini, fu un omici-dio compiuto durante il rito di iniziazione
di un gangster. Per diventare membro fisso
della gang, si deve dimostrare di
essere capaci di commettere at-ti di violenza nei confronti dei
più deboli. Un atto di violenza
sessuale su una minorenne è
considerato lieve e in alcune cli-ca non basta per essere presi in
considerazione. Molte  clica
pongono come obbligo a chi
vuole diventare un gangster l’o-micidio di una ragazza, o per chi
vuole fare il killer, di un bambi-no. Dopo l’omicidio di un inno-cente, il gangster si tatua sulle guance un
pavone. Si chiama  Pavo real e indica
un’importante azione di cui andare fiero.
La progressiva crescita in Italia delle gang
di Ms13 è un segnale preoccupante. Può si-gnificare che stiano testando il nostro terri-torio per conto della criminalità messicana.
Una volta inseriti nell’ambiente criminale
locale e stabiliti sul territorio, potrebbero
essere potenziati da chi è esperto nel traffi-co e dalle cellule violente dei killer. Il passo
successivo è quello di organizzare il traffico
diretto di armi e droga senza rendere conto
alle comunità criminali locali. Questo è il
modo in cui hanno agito durante la loro mi-grazione sul territorio degli Stati Uniti. Per
una città come Milano, dove il traffico di
stupefacenti è controllato dalle famiglie di
origine calabrese, questo può significare
una guerra tra fazioni criminali. Guerra che,
come tutte le guerre, non porterà niente di
buono né a coloro che la faranno né a colo-ro che saranno costretti a subirla.

domenica 29 settembre 2013

alle porte in faccia alla vittoria a Venezia. Vita e avventure impossibili di Gianfranco Rosi, regista di Sacro Gra. “Mi sono giocato due matrimoni per i film” . Mentre tanti lo criticano, lui batte i colossal

L
a camicia è lisa: “Ma è proprio la stessa che indossavo la
sera della premiazione”, i ricordi strappati: “Ho abitato
in Africa fino all’età di 12 anni, un periodo difficile,
legato alla malattia di una persona cara”, la vita solo un
passaggio di tempo tra un’ossessione e l’altra. Il signor Gian-franco Rosi di cui nulla si sapeva e non molto altro si saprà:
“Mi piace l’anonimato, considero la solitudine un valore e
della mia intimità racconto sempre molto poco” studia, de-cide e poi parte: “Come un medico, con uno zaino per il suono
e una cinepresa in spalla”. Da due decenni, con riconosci-menti internazionali inversamente proporzionali alla fama
indigena, Rosi filma stagioni darsi il cambio in una vecchia
base americana abbandonata, monsoni e barcaioli sulle rive
del Gange, torturatori seriali con il cappuccio e nobili de-caduti a loro agio in 15 metri quadri. Osserva e poi, con la
stessa distratta curiosità che gli ha restituito un Leone d’oro
quando disperavano ormai anche i parenti, lascia il mondo
per abitare altrove. Animando quadri straordinari. Accumu-lando materiale, smarrendo i punti cardinali, fluttuando tra
alberghi di frontiera, roulotte nel deserto e confini imma-ginari.
A mezzo secolo dalla conquista lagunare dal suo omonimo
Francesco: “Non ci conosciamo neanche”, le mani sulla città
(incorporea, invisibile, costretta ai bordi del Raccordo anulare)
le ha messe il Rosi fino a ieri meno noto. Con un film “fran -cescano” che a differenza dell’affresco napoletano del’63, non
specula sul mattone ma sull’esistenza. Nel  Sacro Gra premiato in
laguna da Bertolucci (producono Visalberghi, Rai Cinema e
Mibac) nuotano esseri umani che indossano la marginalità co-me un abito di sartoria. Barellieri, puttane, botanici, becchini.
Automobilisti improvvidi lanciati a tutta velocità contro un
guardrail e filosofi travestiti da pescatori di anguille sulle rive
del Tevere.  Sacro Gra è la bandiera dei vinti che rifiutano di
lamentarsi. La riserva indiana di
un istinto popolare che applica la
pietà e del pietismo, se ne fotte. Il
perimetro di un’enclave nasco-sta che rielabora la propria bio-grafia: “Il regista è un po’ come
l’analista, ascolta i suoi pazienti,
che gli raccontino o meno balle è
relativo. La verità non è poi così
interessante e come diceva Cal-vino, si manifesta nell’attimo in
cui ti volti e la cosa che hai visto,
all’improvviso, non c’è più”.
Intorno ai 70 chilometri dell’au -tostrada urbana più lunga d’Ita -lia, nel rutilante Saturno che ab-braccia Roma: “Il suo orrore e
anche il suo incubo”, Rosi ha
scoperto la saldatura adatta al
suo anello. L’ha scovata nelle
pause, nei silenzi inattesi e nel
sogno perché-dice in un pome-riggio romano di sigarette esor-cizzate senza convinzione-“fu -mo troppo, dovrei smettere”,
suonatori ambulanti, sirene e
caldo innaturale: “La dimensio-ne poetica dei miei personaggi
non è data dal mio sguardo, ma
dal loro. Gente che ha in comune
una fortissima identità in uno
spazio che ne è privo”.
Sacro Gra le cambierà la vita?
Non cambierà il mio modo di guardare o rapportarmi al lavoro.
Ma sarà più facile iniziare un progetto, trovare il denaro per
girare e forse, messa nell’angolo la timidezza, bussare a qualche
porta finora inaccessibile. Mi piace molto insegnare. Per ora ho
potuto farlo soltanto a Ginevra. Fino a ieri quando mi pre-sentavo e scorrevo la lista dei miei film, trovavo sorrisi di cir-costanza e ammissioni sincere: “Non li abbiamo visti”. Dopo il
Leone d’Oro ho ricevuto proposte da San Francisco, dalla Rus-sia e dall’Australia. Da qualche parte andrò.
Se la chiamasse il Centro Sperimentale?
Risponderei con entusiasmo. Per ora, in 20 anni, con l’ecce -zione di un bellissimo periodo aquilano nei mesi del post-ter-remoto a cui il Centro contribuiva, non è mai accaduto.
Lei lavora con costi ridottissimi.
Osservando un’inquadratura molto particolare, una finestra
ripresa dal di fuori,  Le Monde ha scritto: “Si vede che dietro il
Gra di Rosi c’è un budget considerevole”. Mi è venuto da
ridere. In realtà ho girato quella scena da una scala d’emer -genza, appoggiando semplicemente la telecamera. Sacro Gra
è un piccolo film giocato, non solo economicamente, su so-spensione e sottrazione. Non è costato quasi
nulla e se escludiamo le persone che hanno
avuto la generosità di farsi riprendere, alla
realizzazione ha lavorato una troupe minu-scola. Io, il produttore creativo Dario Zonta,
preziosissimo, il mio aiuto regista, Roberto
Rinalduzzi, Riccardo Spagnol, Giuseppe
D’Amato, Fabrizio, Federico, tutti i ragazzi
della postproduzione e Jacopo Quadri, il sa-piente montatore di tutti i miei lavori. Un ar-tista con il quale a seconda delle lune, litigo e poi faccio pace.
Quando inizio un’opera, desidero una cosa sola.
Quale, Rosi?
Non sapere mai dove mi porterà. Amo il documentario per-ché permette una libertà impagabile e offre infinite strade per
sperimentare. Domani posso partire senza produttori, soldi,
legami o obblighi che non siano quelli di perseguire l’idea
iniziale cercando un linguaggio sempre nuovo. È percorso
molto lungo, legato alla scoperta e all’avventura. Per Boatman
ho vissuto in India 5 anni. Per Below sea level, 4 nel deserto.
Ora, per “Sacro Gra”, 24 mesi sul raccordo.
Un labirinto da cui uscire o da cui, al contrario, non uscire
mai. Proprio sul Raccordo, quell’uomo meraviglioso di Re-nato Nicolini mi sussurrò una traccia: “Lascia che il Gra si
apra e diventi una rete infinita”. Aveva ragione. Il mio Rac-cordo doveva perdere la mappatura originaria di Niccolò Bas-setti, l’urbanista che per primo ebbe l’idea del film e camminò
per 300 chilometri cercando di coglierne le contraddizioni.
Doveva volare per liberarsi e restituire altro. Il vuoto e la follia
di una città in cui tra un pantano centrale e una periferia abi-tata da quasi 3 milioni di persone che tutti regolarmente igno-rano, non esiste comunicazione.
Sul Gra si raccontano leggende meravigliose.
Nicolini giurava che sul Raccordo, a bordo di un pulmino, si
fosse persa un’intera squadra di calcio giovanile. Renato mi fece
capire che discutevamo di un luogo magico, di un’astrazione, di
una Roma stratificata che si perde in mille rivoli e un monolite,
anche volendo, non può esserlo.
I suoi personaggi non sono classificabili. Come ha fatto a tro-varli? A convincerli?
Quando giro so che è il momento giusto per farlo e per saperlo,
la prolungata convivenza è fondamentale. Il resto è incontro,
stretta di mano, pazienza, innamoramento reciproco.
Lei è nato ad Asmara e in Africa ha vissuto. Se le chiediamo
qualcosa di quel periodo violiamo un tacito patto?
Non ci sono mai tornato e forse, per paradosso, ora che ci
penso, il mio prossimo film dovrei farlo proprio lì. Il passato,
prima o poi, è giusto affrontarlo. Pensi che durante la lavo-razione di Sacro Gra , in un momento di debolezza, volevo mol-lare tutto e tornare in America.
Invece è rimasto.
Mi sono confrontato con questo paese. Dopo tanti anni fuori
dall’Italia, era il momento. Mi ha convinto, anzi obbligato, la
mia ex moglie.
Ringraziata in diretta, con sfregio alla liturgia consolidata, men-tre le consegnavano il Leone.
Se lo meritava. La vita è strana. Non la ringraziai quando a
Venezia, anche grazie a Marco Müller a cui devo moltissimo,
Below sea level vinse Orizzonti. La distrazione fu la goccia che
fece traboccare il vaso. In qualche modo, la separazione prese
il via la sera stessa. Mi sono giocato 2 matrimoni con due film.
Forse è destino O magari solo naturale conseguenza di una scelta artistica. Lei è
un apolide rigoroso con la valigia in mano. Starle dietro somiglia
a una scommessa.
Ho viaggiato. È vero. Con la mia famiglia passammo molto
tempo anche in Turchia. Mio padre era dirigente della sezione
esteri di una banca appartenuta all’Iri.
E lei?
Dopo qualche mese a Pisa, frequentando Medicina, scappai
dall’Italia a 19 anni per studiare cinema a New York.
“Below sea level” è ambientato a Slab City, ex base california-na dell’esercito, rifugio da mezzo secolo del nomadismo hippie
già messo in scena da Sean Penn nel suo “Into the wild”.
Ho vissuto a lungo nella comunità in una crisi totale, come un
dropout. Senza denaro né direzione. Avevo bisogno di non
raccontare ciò che ero stato e la bellezza di quel luogo consiste
proprio nell’assenza di domande inutili. Lì nessuno pretende
di sapere chi sei. Chi sei stato. Come hai assorbito le ferite del
passato o cosa ti aspetti dal presente. Un intervallo dal reale
che amo e cerco sempre di applicare ai miei personaggi. De-vono colpire alla pancia e non raccontare troppo. Di loro in-tuisci qualcosa senza che siano mai descritti fino in fondo.
Slab City e il Gra sono non luoghi?
Luoghi precisissimi, al limite trasformati in pretesti narrativi.
Ma per favore, smettiamola con la
definizione di Augé. Quando non si
sa cosa dire, magicamente, ecco il
‘non luogo’. Augé ci ha rotto i co-glioni per 30 anni con la sua formula
e poi ha dato alle stampe un libro per
negare persino che esistesse. Quan-do l’ho saputo mi sono sentito un as-soluto deficiente, ma adesso ci sto at-tento e ‘non luogo’, garantisco, non
mi scappa più.
Trovare  un  ‘c a st ’ è  difficile?
Forse è la montagna più ripida di un
documentarista. Puoi cercare per
anni e trovare un volto all’improv -viso, con la straniante consapevolez-za che il film riuscirà solo se sarà quel
profilo e solo quello a interpretare la
tua fantasia. All’epoca di  Boatman,
un documentario che girai sulle rive
del Gange, incontrai il barcaiolo giu-sto per raccontare la storia proprio la
mattina in cui abbandonata la cine-presa in un alberghetto, avevo deciso
di concedermi un giorno da turista.
E cosa fece?
Nel ’93 non c’erano quasi cellulari e per sperare nella riuscita di
un’impresa così labile, bisognava credere davvero e pregare con
eguale intensità. Tra una trasvolata e l’altra, tornando in India,
tremavo nel timore di non ritrovare lo stesso barcaiolo.
Però lo trovò.
Riuscendo a ricreare e a far rivivere per immagini la mede-sima emozione che avevo provato il giorno in cui l’avevo in-contrato.
Per certi miracoli serve flemma?
Fideismo. A volte il materiale, per mancanza di fondi, rimane
in cantina per mesi. Altre il film muore senza un perché.
C’è qualche film morto senza un perché?
Si intitola Oakland is not for burning . Parte del materiale, girato
in uno stupendo Super 16, è bloccato in qualche landa im-precisata per problemi legali. Ma io sogno di riprenderlo. È la
storia di Steve, un traslocatore di pianoforti che un giorno
vede il suo patrimonio andare in fumo nelle fiamme di un
deposito. Ma il pianoforte è un oggetto indistruttibile, le car-casse mantengono inalterata la struttura e Steve le recupera
per portarle nel deserto e lì costruire, con i resti, una nave nel
nulla messa a repentaglio dal vandalismo gratuito. Un eroe
herzogiano. Vuole sapere come lo conobbi?
Cer to.
Ero nel deserto, sotto la pioggia, con il camper impantanato
nella pioggia e il frigo vuoto. Di un’amicizia volata via lascian-domi solo come un cane erano rimaste due prosaiche testi-monianze. Una bottiglia di vino rosso e un pacchetto di si-garette. Fuori diluviava. Ho bevuto e ho acceso una sigaretta
per la prima volta nella vita. Poi, quando il cielo si è stancato di
buttare acqua, il vino è finito, l’ultimo mozzicone si è spento e la
malinconia è evaporata, sono uscito all’aria aperta. Percorro u chilometro e mezzo a piedi e incontro Steve. Co-sì l’ho conosciuto. Nel mezzo di un’emergenza.
Le sue sono fiabe. Ha mai pensato di girare un
film di finzione?
Ho qualche modello di riferimento, ad esempio
Cassavetes, ma sono sicuro che non sarei un bra-vo regista di fiction. Dovrei lavorare in un modo
che non mi è congeniale e francamente, non ne
ho nessuna voglia. Se lo immagina un produttore a cui proponi
anni di studio prima di sentir pronunciare il primo ciak?
La considerano geniale ma pazzo?
Non ho idea di come mi vedano, ma è la mia  way of life e a quasi
50 anni, cambiare è impossibile. Per rassicurarli, convincerli ad
affidarmi i loro soldi senza dover aspettare 10 anni per un ri-sultato e aiutarli a considerarmi meno pazzo, potrei fare una
serie di ritratti.
Por traits.
Suona bene, no? In Cina, in Indonesia, ovunque. Slegati l’uno
dall’altro. I miei personaggi non hanno mai una collocazione e
come in Sacro Gra , è il luogo a riflettersi nelle loro esistenze e non
viceversa.
Le interessano solo i dimenticati?
Nient’affatto. Come si chiama quello della Lega? Borghezio?
Ecco, un anno con Borghezio al fine di
ritrarlo lo passerei gratis. Pensi che me-raviglia. Idem per Berlusconi in comu-nità. Per un film del genere lavorerei 24
ore al giorno. Se ho filmato un sicario,
posso permettermi di documentare
anche Borghezio o Berlusconi. (Ride).
Curzio Maltese ha dedicato a Sacro Gra
una critica severa. Non incasserà, giura
e per giunta, assicura, dopo aver minac-ciato gli spettatori avvertendoli di ar-marsi di santa pazienza, non colpisce al
c u o re .
Ammesso e non concesso che il valore
di un film si giudichi dal risultato al bot-teghino, Sacro Gra , disgraziatamente, è il
primo incasso per media copia nel fine
settimana davanti anche a  Rush . Ascolto
le critiche, le rispetto e della polemica
miserabile non mi importa nulla, ma
Maltese che pur essendo un assiduo
lettore di  Re p u b b l i ca  non avevo mai
letto prima d’ora, deve avere qualche
problema con il libero arbitrio. Scrive
che la trama stenta a decollare in un
film che ne è volutamente privo. Il suo
pezzo trasuda acrimonia, è come se parlasse male di una festa
a cui non è stato invitato. Non è questo il modo di sostenere il
cinema italiano, la sua complessità, la profonda novità del
documentario.
C’è anche chi si accontenta di non farsi domande.
E quelli stanno bene, meglio di tutti gli altri.
Altra critica, Pupi Avati questa volta: “Il premio a un regista
che non ha mai diretto un attore denuncia lo stato di crisi del
cinema italiano”. E ancora: “Il documentario è l’antitesi dell’ar -te ”.
I detrattori del jazz sussurravano sprezzanti: ‘è musica da ne-gri’. So che Avati ama molto il jazz, ma commette lo stesso
errore quando parla del documentario. Dire che il documen-tario non è cinema è come sostenere che il jazz non è musica
perché non ha lo spartito. Il documentarista è come un jaz-zista, improvvisa lavorando con il reale. E rifiuta l’idea che
l’arte cinematografica abbia bisogno di una messa in scena
per esprimersi. Tutti i personaggi dei miei film sono persone
reali che – come diceva Eschilo – recitano senza sapere di
recitare, rappresentando se stessi.
Qual è il suo segreto, Rosi?
Essere me stesso.
Giacca, asole consumate, foulard al collo, talento, spessi oc-chiali dalla montature improbabili.
Il foulard ho iniziato a metterlo nel deserto. Il sole mi bruciava
e dovevo difendermi. Sul resto, fingere di essere altro da sé è
infruttuoso e disonesto. Ti scoprono sempre. Sa cosa mi di-cevano i protagonisti di  Below sea level ?
Co s a?
You know why we like you? Because you don’t try to be like us. Ci
piaci perché non provi a essere come noi