ppena venti minuti di metrò, ma è come dal giorno alla notte. La
linea d’ombra che accompagna la perdita d’innocenza è questa.
Alla partenza c’è la città maestosa e ignara di quel che accade, af-facciata sul mare, i vicoli medievali di Gamla Stan pieni di turisti,
con il palazzo reale, il museo dei Nobel, il parlamento. Poche fer-mate, e appena in superficie cambia tutto. “Stockholm suburbia”, adesso li
chiamano così. I sobborghi di case tutte uguali con le parabole puntate a Sud,
i giovani che bivaccano negli androni picchiettando sui loro cellulari mentre,
intorno, i volontari cercano di cancellare le tracce della battaglia. Macchine
bruciate, le finestre rotte dalle sassaiole. «Stiamo lentamente tornando alla
normalità», spiega cortese il portavoce della polizia, Lars Bystroem.
Sono durati una settimana, gli scontri notturni tra agenti e bande di incap-pucciati, che dalla capitale minacciavano di estendersi a tutto il paese. Nelle
ultime ore si segnalano incidenti isolati e sempre più sporadici. Solo i rinfor-zi di polizia arrivati da Göteborg e Malmö, insieme a una pioggia sottile, sono
riusciti a rimandare a data da destinarsi, almeno per ora, quella che anche il
premier svedese Fredrik Reinfeldt ha battezzato ufficialmente come «rivol-ta». Gli osservatori stranieri si sono precipitati a dire che in quei roghi urbani
è andato in fumo anche il modello scandinavo, tra i più avanzati del mondo
nel garantire eguaglianza e giustizia sociale. La risposta del premier, in mo-dalità legge&ordine — «non ci sono vittime del sistema, solo teppisti» — più
che una svolta autoritaria ha rivelato l’orgoglio ferito Vivono nel quartiere considerato la
Silicon Valley di Stoccolma, ma
guardano i grattacieli delle società
ultratecnologiche costruiti accan-to ai palazzoni dove sono nati come
un monumento alla loro esclusio-ne: sanno che difficilmente otter-ranno un colloquio di lavoro in uno
di questi gruppi. Oltre quelle vetra-te, non c’è posto per loro. «Sarebbe
potuto succedere in qualsiasi altro
momento». Ghamari Hamid,
istruttore di origine iraniana che la-vora in una palestra di Kista, consi-dera la sparatoria di Husby come un
mero pretesto. «Non si può cercare
una sola risposta. La disoccupazio-ne è solo una delle tante cause. I ra-gazzi si sentono isolati, lasciati ai
margini».
Sul giornale progressista Afton-bladet l’editorialista Lena Mellin
parla di fiasco politico. «Per troppo
tempo — scrive — non è stato pos-sibile neanche dire che in un quar-tiere in cui convivono 114 diverse
nazionalità servono più risorse e
servizi pubblici». Le derive del “po-liticamente corretto” sono imputa-te alla lunga egemonia del partito
socialdemocratico. Oggi, in una
sorta di contrappasso, sono finite
sotto accusa anche le politiche del
governo conservatore, al potere dal
2006. Negli ultimi sette anni, il pre-mier Reinfeldt ha tagliato le tasse e
la spesa pubblica, che rimane co-munque la più alta d’Europa dopo
la Francia. Salari e contributo socia-li più bassi, istruzione e sanità aper-ti ai privati. Un’iniezione di liberali-smo nel caro, vecchio welfare, con
l’obiettivo di rendere più competi-tiva l’economia nazionale. In parte
ha funzionato, come ha sottolinea-to qualche mese fa l’Economist ,
plaudendo alla tigre scandinava. La
Svezia è sfuggita alla recessione che
altrove ha colpito l’Europa senza
però sconfiggere la disoccupazione
(8,7%) ma ha conosciuto il più rapi-do incremento delle disuguaglian-ze nelle società occidentali, dati
dell’ultimo rapporto dell’Ocse.
L’illusione che non sia successo
niente è di breve respiro. Husby ha
già cambiato l’agenda del parla-mento, costretto a ridiscutere le po-litiche di integrazione, su richiesta
di Jimmie Akesson, leader dei De-mocratici Svedesi. La Svezia è stato l’ultimo paese europeo a cedere al-l’ondata populista. Soltanto nel
2010, il partito xenofobo, che vuole
chiudere le frontiere e rimandare a
casa i clandestini, è riuscito a entra-re nel parlamento con oltre il 5%. Gli
ultimi sondaggi prevedono un rad-doppio dei consensi in vista delle
elezioni dell’anno prossimo.
È ancora presto per dire se la Sve-zia, dopo gli incidenti di questi gior-ni, sia pronta a stravolgere una tra-dizione di tolleranza e accoglienza,
cedendo alle sue pulsioni più oscu-re, così ben raccontate, e quindi
esorcizzate, nei noir degli autori
scandinavi. «Stoccolma non brucia
e la discriminazione non è sempre
legata al razzismo», commenta la
scrittrice di origine curda Nima Sa-nandaji. Parte della popolazione,
spiega, viene lasciata ai margini per
cause economiche, legate all’edu-cazione, al retroterra culturale.
«Smettiamo di colpevolizzare la
nostra società», chiede Sanandaji.
È cresciuta nelle periferie degli im-migrati e diventata intellettuale di
successo, così come Zlatan Ibrahi-movic è uscito dal ghetto di Ro-sengärd, fuori Malmö, per diventa-re un campione di calcio. Henning
Mankell, lo scrittore del commissa-rio Wallander, sostiene che la Sve-zia è abituata a interrogarsi e scru-tare il suo cuore di tenebra, in una icorrente perdita di innocenza, co-minciata addirittura con l’omicidio
di Olof Palme, quasi trent’anni fa.
Finora, dopo ogni esame di co-scienza, il paese è sempre riuscito a
restare in bilico, camminando sul
filo della sua innata capacità al
compromesso. Ma anche lassù,
nella fredda e civile Svezia, conser-vare l’equilibrio è difficile, sempre
più difficile.
martedì 25 giugno 2013
domenica 23 giugno 2013
Consumi fasulli e l’auto ci svena
ra che ce l’hai non resta
che avvolgerla nello
scotch e buttarti nel traf-fico. Pensi d’aver com-prato la soluzione ai tuoi problemi
ma presto scopri d’aver parcheg-giato nel box un piccolo grande im-broglio, che non farà risparmiare la
famiglia come promesso dallo spot
ma costerà più caro a te, alla col-lettività e perfino all’ambiente. Può
anche essere l’ultimo prodigioso
modello - ibrido, con dispositivo
start&stop, l’alternatore intelligen-te - ma il risultato sarà sempre lo
stesso: a bordo salgono due terzi di verità e un terzo di balle. Lo
sospettiamo tutti da tempo, ci abbiamo fatto anche il callo. Ma
l’inganno costa sempre più caro e in tempo di crisi, anche gli
automobilisti (nel loro piccolo) s’arrabbiano.
Succede in Germania, dove il caso è riesploso poche settimane
fa, con una eco mediatica su vasta scala ed esplicite accuse di
truffa ai produttori. Anche in Italia la questione preme da
tempo tra denunce inascoltate. I due terzi di verità sono i dati
dichiarati dai costruttori su consumi ed emissioni. Il resto è
semplicemente falso. Lo si scopre sempre troppo tardi, una
volta girata la chiave. “C’è la crisi dell’auto”, lamentano i pro-duttori. Ma le vittime, a quanto pare, siamo noi. Sul banco
degli imputati ancora il ciclo di omologazione, sempre più lon-tano dall’uso reale del mezzo, e tutta una serie di trucchi ap -pena scoperti per manipolare i dati d’efficienza di un buon
25-30%. E drogare così anche l’economia delle nostre vite,
facendoci spendere di più. Ecco come fanno.
1. Risparmi benzina. Anzi no, ne consumi
dal 10 al 34% più del dichiarato
“I consumatori hanno il diritto di sapere la verità”. Inizia così
un rapporto-denuncia della Deutsche Umwelhilfe, potente as-sociazione ambientalista tedesca che già aveva fatto parlar di
sé per la battaglia su filtri antiparticolato dei Diesel. Nelle
scorse settimane la Duh ha lanciato una nuova campagna,
ripresa dai tg nazionali tedeschi, per chiedere all’Europa di
cambiare marcia, dotandosi finalmente di un sistema di omo-loga più realistico e sanzioni per chi dichiara dati falsi. Si torna
sempre lì, a quella normativa europea che prescrive un “ciclo
di riferimento” figlio del secolo scorso, quando prestazioni e
tecnologie erano preistoria dell’auto e sembrava verosimile
farla correre su rulli e vedere l’effetto che fa. Col diffondersi di
motori ibridi, dispositivi start&stop, alternatori di ultima ge-nerazione la procedura ha prodotto valori sempre più lontani
dalla realtà e dai consumi riscontrati nella vita di tutti giorni
dagli automobilisti. Quanto lontani, ha provato a misurarlo
l’ Ad a c , il più grande club automobilistico d’Europa con oltre
18 milioni di membri. Dal 2003 l'associazione ha messo a
punto un sistema di eco-test certificato basato su percorsi e
condizioni di misura il più possibile realistici ed omogenei,
utili a fornire parametri di scelta ai consumatori e controllare
il sistema di incentivi e tasse legato alle emissioni di Co2. In-tegrano ai test d’omologazione del ciclo Ue anche quelli del
futuro Wltp, compreso un ciclo in autostrada con velocità fino
a 130 km/h e a pieno carico. Incredibili i risultati: su 144 mo-delli oltre la metà, 84 per la precisione, registrano valori su-periori del 10% al dichiarato, con punte fino al 34%(la tabella
a fianco riporta i differenziali più alti per diverse marche ma
l’elenco è sul sito www.adac.de). Solo otto consumano quanto
è riportato nel libretto. Secondo l’Istituto indipendente In -ternational Council on Clean Transportation (Icct) questa diffe-renza nelle vetture nuove è mediamente del 25% (con punte
fino al 47%) e comporta ogni anno una spesa di 300 euro in
più per ogni automobilista. A ben vedere sono dati molto
simili a quelli pubblicati in passato da autorevoli testate, dalla
tedesca Bild nel 2005 e a più riprese da Q u a t t ro r u o te in Italia. La
domanda però è sempre la stessa: come diavolo è possibile?
Una spiegazione, per quanto sorprendente, arriva diretta-mente da Bruxelles.
2. Come ti ritocco
l’auto in 20 mosse
Nell’ambito del lecito si sa da
tempo che il percorso di prova
che simula l’uso medio dell’auto
è molto lontano dalla realtà. E
che la normativa concede ai co-struttori alcuni accorgimenti,
come la mappatura della cen-tralina motore a misura del ciclo
di omologazione o lo spegni-mento delle dotazioni elettriche
di bordo, così da ridurre i con-sumi il più possibile. Ma c'è chi
si spinge oltre e la voce è giunta
anche a Bruxelles. Lo scorso di-cembre la Commissione Euro-pea ha acquisito i risultati di un
rapporto dal titolo emblemati-co: “L’impatto della flessibilità
delle procedure di omologazio-ne dei veicoli leggeri sulle emis-sioni di Co2”. Dallo studio, 148
pagine e 17 rapporti, emergono tutta una serie di espedienti
attraverso i quali i costruttori riescono a manipolare i test di
efficienza sfruttando le falle della legislazione europea. La ong
belga Transpor t&Enviroment (T&E) li ha divulgati alcuni mesi
dopo, indicandoli più chiaramente come i venti “trucchi”,
tutti molto “creativi” ma perfettemente legali (vedi grafico
superiore). Si va dal sigillare l’auto con del nastro adesivo pe inimizzare la resistenza all’aria all’uso di l u b r i f i ca n t i e pneu -maticispeciali. C’è perfino chi si premura di regolare il f re n o
per ridurre l’attrito tra disco e pastiglia. Diversi gli accorgi-menti per ridurre il peso: l'eliminazione di tutti gli a cce ss o r i
dell’auto di serie può far calare il consumo dal 2 all’11%. An-che sulle tollerenze d’errore si può marciare, approfittando
del fatto che i test non avvengono su un unico banco di prova,
come negli Usa o in Giappone, ma direttamente in quello
della singola Casa, certificato e alla presenza delle istituzioni
(magari solo distratte). E allora “la variabilità degli strumenti
di misura rende necessarie soglie di tolleranza all’errore più
alte”. Gratta qui, gratta là e alla fine il prototipo taroccato
consente di dichiarare consumi ed emissioni mediamente in -feriori del 25% . Le repliche per il mercato avranno una sola
differenza, che non si vede ma si sente: nel loro ciclo di vita
costeranno fino a 2mila euro in più di carburante. “Non è solo
un problema di portafoglio - puntualizza Marco Ponti, esper-to di economia dei trasporti - ma di inquinamento occulto,
perché non calcolato, ma pur sempre superiore fino a un ter-zo”. E visti gli ecoincentivi statali piovuti sul settore, potrebbe
anche suonare come una truffa.
3. In Germania c’è chi dice “n o”.
Ma in Italia l'automobilista deve subire
All’estero inchieste e denunce fanno scalpore, diventano tor-mentoni, a volte sortiscono effetti. In Germania particolar-mente, perché il motore muove davvero l’economia con
800mila occupati e perché la legge tedesca permette al pro-prietario di restituire la vettura che riveli consumi maggiori
del 10%. Nessuno corre però: ci vogliono anni prima di sbri-gare le pratiche e 3mila
euro per il test. In Italia le
possibilità di rivalsa sono
praticamente zero in par-tenza. Il Codice del Consu-moin teoria prevede il di-ritto a riavere un mezzo
conforme ai parametri in-dicati (tramite riparazio-ne, sostituzione o alla peg-gio la risoluzione del con-tratto). Ma è una strada
tutta in salita che può sfo-ciare in una causa tra il gi-gante e la formica, e quin-di scoraggia i più. E questo
induce le case automobi-listiche a far leva su dati
d’omologa come fossero
reali per attrarre il cliente.
Il Garante per la concorren-za (Agcm) ha ricevuto ne-gli anni diverse segnala-zioni di privati e associa-zioni ma non è abbastanza per aprire una pratica che tiri in
ballo la regolamentazione comunitaria, investa un settore
strategico e le potenze industriali dell’auto. Loro, del resto, si
sono ampiamente tutelate precisando sul materiale promo-zionale che i dati di consumo dichiarati “non sono vincolanti
e non fanno parte dell’offerta”. E a questo punto, se l’auto
nuova beve troppo, non resta che lo scotc
Guerra di numeri
L'esperto incalza
e la Fiat risponde
l tema dei consumi e delle emissioni omologate “ad
ar te” spacca sempre più il mondo dell'auto. Da una
parte chi le costruisce e dall'altra chi le giudica. Ab-biamo dato la parola a due campane molto autorevoli,
un esperto di Quattroruotee al cuore stesso della Fiat.
C
ome mai le percorrenze effettive sono sempre mol-to inferiori a quelle omologate? L’ultima volta che
ha provato a rispondere è stato due anni fa. L’ingegner
Emilio Brambilla, responsabile della redazione tecnica
di Q u a t t ro r u o te , è da sempre in prima linea e questa
storia la denuncia dal gennaio 1997: “Una lunga in-chiesta, il primo articolo si chiamava “Auto dalla dop-pia vita”, ne sono seguiti tre ma nulla è cambiato, se
non che se ne inizia a parlare”. La prima grande critica
sollevata riguarda le tecniche di test: fatti in labora-torio, a temperatura climatizzata, con condizioni ideali
e soprattutto, lontano dalla strada, sul banco rulli. Il
percorso - spiega Brambilla - riproduce accelerazioni
molto blande, ben lontane dal traffico usuale. Il test di
viaggio prevede una velocità massima di 120 km/h e
solo per pochi secondi, mentre in città le accelerazioni
sembrano ridicole, inferiori a quelle di uno scooter 50:
“Più sono bassi i consumi omologati tanto meno cor-rispondono ai nostri
test, ossia a quelli di un
guidatore normale nel
mondo normale.
Quando si parla di 30
km al litro poi ne trovi
15 o al massimo 20”.
Basta dire che la Fiat
500 e la Porsche Cayen-ne turbo fanno lo stesso
percorso di omologa-zione con stessa velo-cità ed accelerazione. Si
guarda al portafogli ma
il vero rischio è la pro-gettazione distorta: “Le
industrie automobili-stiche hanno finito per
costruire modelli ad hoc
per il percorso di omo-logazione, sarebbe co-me investire perché
l’auto superi il crash test
piuttosto che reggere gli
urti reali”.
Se vuoi sentire la cam-pana Fiat devi bussare
alla porta di Guglielmo
C av i a ss o , da 24 anni in
Corso Giovanni Agnel-li, responsabile dell'im-plementazione e della
sperimentazione veico-li, consumi ed emissioni
comprese.
“Le classifiche e le prove
su strada che leggiamo
non sono confrontabili
con i risultati del ciclo di
omologa europeo che
ha norme molto rigide,
cui tutti dobbiamo atte-nerci, per fornire un dato ripetibile e quindi in am-biente controllato. Le variabili su strada sono tante e
tali da rendere praticamente impossibile ottenere pa-rametri omogenei e dunque confrontabili. La prova a
banco è fondamentale per ottenere per tutti i pro-duttori e gli acquirenti dati medi confrontabili. Mi-gliorabile, magari, ma imprescindibile”. E quei risultati
così diversi in prova? “Sono frutto di rilevazioni su un
determinato percorso elaborato da chi le realizza che è
diverso dal ciclo di omologazione. Riviste e associa-zioni non dicono che sul ciclo di omologazione l’auto
fa 15 km con un litro anziché 24 ma sul loro. Stiamo
parlando della stesa vettura misurata in due condizioni
diverse”. Ma questa storia dei prototipi truccati? “P o s-so parlare per Fiat e dire che la vettura per l’o m o-logazione è e deve essere conforme a quella di pro-duzione, alterarne le caratteristiche è illegale. Diverso il
caso, ad esempio, del climatizzatore che per il ciclo
europeo deve essere spento durante le rilevazioni an-che se per alcune stagioni chi usa l'auto lo accende.
Sono prescrizioni”.
Fiat siede al tavolo in cui s’apparecchia la rivoluzione
del ciclo europeo, attesa per il 2017. C’è chi parla di
pressioni della lobby delle auto per rallentarlo o di-sinnescarne gli effetti, soprattutto in termini di penalty
su emissioni di flotta: “Sono fantasie. Basta il buon
senso per capire che è interesse di tutti produrre auto
per clienti sempre più soddisfatti, anche del ridotto
impatto ambientale”.
Fil.Bar. e T
La berlina consuma
più della bambina
L
a berlina costa più del-la bambina. Non devi
cambiare pannolini,
ma pneumatici e olio.
E sono dolori.
Ci sono scelte che hanno
conseguenze pesanti, condi-zionano fortemente il nostro
futuro: si portano dietro
nuove spese, impegni da ri-spettare, preoccupazioni, ri-nunce, stress. A volte basta
una manciata di minuti per
cambiare la vita radicalmen-te.
Alt, parliamo dell’auto: l’a u-tomobile va gestita, sorve-gliata, alimentata e soprattut-to mantenuta, a caro prezzo.
Se gli italiani pensano che le
ragioni economiche valgano
una buona pausa di riflessio-ne prima di accettare di fare
un figlio, a costo di inimicarsi
irrimediabilmente il partner,
allora dovrebbero metterci
altrettanta accortezza, pru-denza e coraggio davanti al
concessionario auto, perché
il passo è spesso più lungo di
quanto promesso. E anche in
quel caso non si torna indie-tro, un auto nuova, uscita dal
salone, vale già molto meno.
PANNOLINI CONTRO FILTRI
dell’olio, latte in polvere con-tro carburante: i dati del con-fronto berlina/bebé sono ine-quivocabili: mantenere un fi-glio costa decisamente me-no.
Abbiamo preso gli studi di
Fe d e rco n s u m a to r i dedicati a
entrambi i “settori” e li ab-biamo messi a confronto.
Il primo giorno di auto nuo-va, il signor Mario ha appenfirmato i contratti per l’acqui -sto della sua berlina: costo di
listino 15mila euro . Certo,
tutti in un colpo sembrano
tanti, ma con un po’ di ot-timismo si può sperare che
l’auto duri in buone condi-zioni per una decina di anni.
TUTTO SI CALCOLA : il costo
diviso dieci fa 1500 euro al -l’anno. Ma se quei soldi fos-sero frutto di un prestito co-sterebbero un interesse in
più, allo stesso modo, se fos-sero stati investiti in titoli di
Stato renderebbero un tasso a
cui il signor Mario ha rinun-ciato. Il calcolo sul tasso com-posto in dieci anni fatto da
Federconsumatori è di 75 0
euro all’anno. Quindi l’auto -mobile costa poco più di due -mila euro all’anno. Ne vale la
pena. Bisogna subito aggiun-gere il bollo, circa d u e ce n to
e u ro , e l’assicurazione, se no
non si può circolare. Per ri-sparmiare, il signor Mario ri-nuncia alla polizza furto e in-cendio e si limita alla polizza
obbligatoria, l’ Rc auto, fanno
1.200 euro . Certo, senza as-sicurazione contro il furto ci
vorrebbe un garage, ma co-sterebbe duecento euro al
mese e questo conteggio vuo-le andare al minimo indi-spensabile. Corriamo il ri-schio.
Anche la signora Maria, ap-pena uscita dall’ospedale, de-ve fare i conti con le prime
spese: 450 euro per culla e
passeggino, un centinaio per i
primi abitini, oltre cinquanta
per un mese di pannolini, al-trettanti tra creme e regalini.
Per fortuna la Asl fornisce il
pediatra e la natura il latte:
fuori dal conteggio un ce naio di euro di visita privata
e 60 euro al mese di latte in
polvere.
Se il signor ha risparmiato il
garage, la signora Maria non
può fare a meno di mettere in
conto una cameretta: vuol di-re appartamento più grande,
in media più caro per 1.500
euro all’anno.
TUTTO BENE il primo anno.
Poi arrivano per entrambi i
primi costi aggiuntivi. Il bim-bo cresce in fretta, ogni sta-gione occorre un guardaroba
nuovo. Ma l’incubo di ogni
famiglia si chiama asilo: quel-lo privato costa diverse cen -tinaia di euro al mese, ma la
signora Maria riesce a entrare
in graduatoria per un posto
pubblico e se la cava con me-no di un centinaio di euro .
Quando l’asilo non c’è, il ca-pitolo viene subito sostituito
dalla voce svago: vacanza,
cartone animato, gita al parco
e ancora giocattoli. Si tratta
della voce ‘ varie’ per 807 eu-ro all’anno, fanno 67 al mese.
Se la signora Maria non ride,
neanche il signor Mario può
dormire sonni tranquilli, al
varco c’è il tagliando, ovvero
olio motore, spazzole tergi-cristalli, pastiglie dei freni e
un bel treno di gomme nuo-vo. Considerando cento euro
per le pastiglie, una cinquan -tina tra olio e spazzole e 80
e u ro a pneumatico siamo già
sui cinquecento euro a cui va
aggiunta la manodopera: solo
cento euro perché siamo ami-ci di un amico del meccanico.
Tutto più Iva, ovviamente.
Siamo a 747 euro . In tabella è
la voce ‘manutenzione’, 62
e u ro al mese. Ma il conto non
è finito. Al signor Mario a fine
anno arriva il conto da Au-tostrade e il parcheggio, to-tale 363 euro , sono altri 30
e u ro al mese. Alla fine, con-teggiando tutto, al Signor
Mario quella berlina costa ol-tre 7mila euro l’anno, vicine a
600 euro al mese, mentre alla
Signora Maria il figlietto co-sta circa seimila euro, meno
di 500 euro al mese. Certo un
auto non urla, ma non recita
neanche la poesia a Natale
che avvolgerla nello
scotch e buttarti nel traf-fico. Pensi d’aver com-prato la soluzione ai tuoi problemi
ma presto scopri d’aver parcheg-giato nel box un piccolo grande im-broglio, che non farà risparmiare la
famiglia come promesso dallo spot
ma costerà più caro a te, alla col-lettività e perfino all’ambiente. Può
anche essere l’ultimo prodigioso
modello - ibrido, con dispositivo
start&stop, l’alternatore intelligen-te - ma il risultato sarà sempre lo
stesso: a bordo salgono due terzi di verità e un terzo di balle. Lo
sospettiamo tutti da tempo, ci abbiamo fatto anche il callo. Ma
l’inganno costa sempre più caro e in tempo di crisi, anche gli
automobilisti (nel loro piccolo) s’arrabbiano.
Succede in Germania, dove il caso è riesploso poche settimane
fa, con una eco mediatica su vasta scala ed esplicite accuse di
truffa ai produttori. Anche in Italia la questione preme da
tempo tra denunce inascoltate. I due terzi di verità sono i dati
dichiarati dai costruttori su consumi ed emissioni. Il resto è
semplicemente falso. Lo si scopre sempre troppo tardi, una
volta girata la chiave. “C’è la crisi dell’auto”, lamentano i pro-duttori. Ma le vittime, a quanto pare, siamo noi. Sul banco
degli imputati ancora il ciclo di omologazione, sempre più lon-tano dall’uso reale del mezzo, e tutta una serie di trucchi ap -pena scoperti per manipolare i dati d’efficienza di un buon
25-30%. E drogare così anche l’economia delle nostre vite,
facendoci spendere di più. Ecco come fanno.
1. Risparmi benzina. Anzi no, ne consumi
dal 10 al 34% più del dichiarato
“I consumatori hanno il diritto di sapere la verità”. Inizia così
un rapporto-denuncia della Deutsche Umwelhilfe, potente as-sociazione ambientalista tedesca che già aveva fatto parlar di
sé per la battaglia su filtri antiparticolato dei Diesel. Nelle
scorse settimane la Duh ha lanciato una nuova campagna,
ripresa dai tg nazionali tedeschi, per chiedere all’Europa di
cambiare marcia, dotandosi finalmente di un sistema di omo-loga più realistico e sanzioni per chi dichiara dati falsi. Si torna
sempre lì, a quella normativa europea che prescrive un “ciclo
di riferimento” figlio del secolo scorso, quando prestazioni e
tecnologie erano preistoria dell’auto e sembrava verosimile
farla correre su rulli e vedere l’effetto che fa. Col diffondersi di
motori ibridi, dispositivi start&stop, alternatori di ultima ge-nerazione la procedura ha prodotto valori sempre più lontani
dalla realtà e dai consumi riscontrati nella vita di tutti giorni
dagli automobilisti. Quanto lontani, ha provato a misurarlo
l’ Ad a c , il più grande club automobilistico d’Europa con oltre
18 milioni di membri. Dal 2003 l'associazione ha messo a
punto un sistema di eco-test certificato basato su percorsi e
condizioni di misura il più possibile realistici ed omogenei,
utili a fornire parametri di scelta ai consumatori e controllare
il sistema di incentivi e tasse legato alle emissioni di Co2. In-tegrano ai test d’omologazione del ciclo Ue anche quelli del
futuro Wltp, compreso un ciclo in autostrada con velocità fino
a 130 km/h e a pieno carico. Incredibili i risultati: su 144 mo-delli oltre la metà, 84 per la precisione, registrano valori su-periori del 10% al dichiarato, con punte fino al 34%(la tabella
a fianco riporta i differenziali più alti per diverse marche ma
l’elenco è sul sito www.adac.de). Solo otto consumano quanto
è riportato nel libretto. Secondo l’Istituto indipendente In -ternational Council on Clean Transportation (Icct) questa diffe-renza nelle vetture nuove è mediamente del 25% (con punte
fino al 47%) e comporta ogni anno una spesa di 300 euro in
più per ogni automobilista. A ben vedere sono dati molto
simili a quelli pubblicati in passato da autorevoli testate, dalla
tedesca Bild nel 2005 e a più riprese da Q u a t t ro r u o te in Italia. La
domanda però è sempre la stessa: come diavolo è possibile?
Una spiegazione, per quanto sorprendente, arriva diretta-mente da Bruxelles.
2. Come ti ritocco
l’auto in 20 mosse
Nell’ambito del lecito si sa da
tempo che il percorso di prova
che simula l’uso medio dell’auto
è molto lontano dalla realtà. E
che la normativa concede ai co-struttori alcuni accorgimenti,
come la mappatura della cen-tralina motore a misura del ciclo
di omologazione o lo spegni-mento delle dotazioni elettriche
di bordo, così da ridurre i con-sumi il più possibile. Ma c'è chi
si spinge oltre e la voce è giunta
anche a Bruxelles. Lo scorso di-cembre la Commissione Euro-pea ha acquisito i risultati di un
rapporto dal titolo emblemati-co: “L’impatto della flessibilità
delle procedure di omologazio-ne dei veicoli leggeri sulle emis-sioni di Co2”. Dallo studio, 148
pagine e 17 rapporti, emergono tutta una serie di espedienti
attraverso i quali i costruttori riescono a manipolare i test di
efficienza sfruttando le falle della legislazione europea. La ong
belga Transpor t&Enviroment (T&E) li ha divulgati alcuni mesi
dopo, indicandoli più chiaramente come i venti “trucchi”,
tutti molto “creativi” ma perfettemente legali (vedi grafico
superiore). Si va dal sigillare l’auto con del nastro adesivo pe inimizzare la resistenza all’aria all’uso di l u b r i f i ca n t i e pneu -maticispeciali. C’è perfino chi si premura di regolare il f re n o
per ridurre l’attrito tra disco e pastiglia. Diversi gli accorgi-menti per ridurre il peso: l'eliminazione di tutti gli a cce ss o r i
dell’auto di serie può far calare il consumo dal 2 all’11%. An-che sulle tollerenze d’errore si può marciare, approfittando
del fatto che i test non avvengono su un unico banco di prova,
come negli Usa o in Giappone, ma direttamente in quello
della singola Casa, certificato e alla presenza delle istituzioni
(magari solo distratte). E allora “la variabilità degli strumenti
di misura rende necessarie soglie di tolleranza all’errore più
alte”. Gratta qui, gratta là e alla fine il prototipo taroccato
consente di dichiarare consumi ed emissioni mediamente in -feriori del 25% . Le repliche per il mercato avranno una sola
differenza, che non si vede ma si sente: nel loro ciclo di vita
costeranno fino a 2mila euro in più di carburante. “Non è solo
un problema di portafoglio - puntualizza Marco Ponti, esper-to di economia dei trasporti - ma di inquinamento occulto,
perché non calcolato, ma pur sempre superiore fino a un ter-zo”. E visti gli ecoincentivi statali piovuti sul settore, potrebbe
anche suonare come una truffa.
3. In Germania c’è chi dice “n o”.
Ma in Italia l'automobilista deve subire
All’estero inchieste e denunce fanno scalpore, diventano tor-mentoni, a volte sortiscono effetti. In Germania particolar-mente, perché il motore muove davvero l’economia con
800mila occupati e perché la legge tedesca permette al pro-prietario di restituire la vettura che riveli consumi maggiori
del 10%. Nessuno corre però: ci vogliono anni prima di sbri-gare le pratiche e 3mila
euro per il test. In Italia le
possibilità di rivalsa sono
praticamente zero in par-tenza. Il Codice del Consu-moin teoria prevede il di-ritto a riavere un mezzo
conforme ai parametri in-dicati (tramite riparazio-ne, sostituzione o alla peg-gio la risoluzione del con-tratto). Ma è una strada
tutta in salita che può sfo-ciare in una causa tra il gi-gante e la formica, e quin-di scoraggia i più. E questo
induce le case automobi-listiche a far leva su dati
d’omologa come fossero
reali per attrarre il cliente.
Il Garante per la concorren-za (Agcm) ha ricevuto ne-gli anni diverse segnala-zioni di privati e associa-zioni ma non è abbastanza per aprire una pratica che tiri in
ballo la regolamentazione comunitaria, investa un settore
strategico e le potenze industriali dell’auto. Loro, del resto, si
sono ampiamente tutelate precisando sul materiale promo-zionale che i dati di consumo dichiarati “non sono vincolanti
e non fanno parte dell’offerta”. E a questo punto, se l’auto
nuova beve troppo, non resta che lo scotc
Guerra di numeri
L'esperto incalza
e la Fiat risponde
l tema dei consumi e delle emissioni omologate “ad
ar te” spacca sempre più il mondo dell'auto. Da una
parte chi le costruisce e dall'altra chi le giudica. Ab-biamo dato la parola a due campane molto autorevoli,
un esperto di Quattroruotee al cuore stesso della Fiat.
C
ome mai le percorrenze effettive sono sempre mol-to inferiori a quelle omologate? L’ultima volta che
ha provato a rispondere è stato due anni fa. L’ingegner
Emilio Brambilla, responsabile della redazione tecnica
di Q u a t t ro r u o te , è da sempre in prima linea e questa
storia la denuncia dal gennaio 1997: “Una lunga in-chiesta, il primo articolo si chiamava “Auto dalla dop-pia vita”, ne sono seguiti tre ma nulla è cambiato, se
non che se ne inizia a parlare”. La prima grande critica
sollevata riguarda le tecniche di test: fatti in labora-torio, a temperatura climatizzata, con condizioni ideali
e soprattutto, lontano dalla strada, sul banco rulli. Il
percorso - spiega Brambilla - riproduce accelerazioni
molto blande, ben lontane dal traffico usuale. Il test di
viaggio prevede una velocità massima di 120 km/h e
solo per pochi secondi, mentre in città le accelerazioni
sembrano ridicole, inferiori a quelle di uno scooter 50:
“Più sono bassi i consumi omologati tanto meno cor-rispondono ai nostri
test, ossia a quelli di un
guidatore normale nel
mondo normale.
Quando si parla di 30
km al litro poi ne trovi
15 o al massimo 20”.
Basta dire che la Fiat
500 e la Porsche Cayen-ne turbo fanno lo stesso
percorso di omologa-zione con stessa velo-cità ed accelerazione. Si
guarda al portafogli ma
il vero rischio è la pro-gettazione distorta: “Le
industrie automobili-stiche hanno finito per
costruire modelli ad hoc
per il percorso di omo-logazione, sarebbe co-me investire perché
l’auto superi il crash test
piuttosto che reggere gli
urti reali”.
Se vuoi sentire la cam-pana Fiat devi bussare
alla porta di Guglielmo
C av i a ss o , da 24 anni in
Corso Giovanni Agnel-li, responsabile dell'im-plementazione e della
sperimentazione veico-li, consumi ed emissioni
comprese.
“Le classifiche e le prove
su strada che leggiamo
non sono confrontabili
con i risultati del ciclo di
omologa europeo che
ha norme molto rigide,
cui tutti dobbiamo atte-nerci, per fornire un dato ripetibile e quindi in am-biente controllato. Le variabili su strada sono tante e
tali da rendere praticamente impossibile ottenere pa-rametri omogenei e dunque confrontabili. La prova a
banco è fondamentale per ottenere per tutti i pro-duttori e gli acquirenti dati medi confrontabili. Mi-gliorabile, magari, ma imprescindibile”. E quei risultati
così diversi in prova? “Sono frutto di rilevazioni su un
determinato percorso elaborato da chi le realizza che è
diverso dal ciclo di omologazione. Riviste e associa-zioni non dicono che sul ciclo di omologazione l’auto
fa 15 km con un litro anziché 24 ma sul loro. Stiamo
parlando della stesa vettura misurata in due condizioni
diverse”. Ma questa storia dei prototipi truccati? “P o s-so parlare per Fiat e dire che la vettura per l’o m o-logazione è e deve essere conforme a quella di pro-duzione, alterarne le caratteristiche è illegale. Diverso il
caso, ad esempio, del climatizzatore che per il ciclo
europeo deve essere spento durante le rilevazioni an-che se per alcune stagioni chi usa l'auto lo accende.
Sono prescrizioni”.
Fiat siede al tavolo in cui s’apparecchia la rivoluzione
del ciclo europeo, attesa per il 2017. C’è chi parla di
pressioni della lobby delle auto per rallentarlo o di-sinnescarne gli effetti, soprattutto in termini di penalty
su emissioni di flotta: “Sono fantasie. Basta il buon
senso per capire che è interesse di tutti produrre auto
per clienti sempre più soddisfatti, anche del ridotto
impatto ambientale”.
Fil.Bar. e T
La berlina consuma
più della bambina
L
a berlina costa più del-la bambina. Non devi
cambiare pannolini,
ma pneumatici e olio.
E sono dolori.
Ci sono scelte che hanno
conseguenze pesanti, condi-zionano fortemente il nostro
futuro: si portano dietro
nuove spese, impegni da ri-spettare, preoccupazioni, ri-nunce, stress. A volte basta
una manciata di minuti per
cambiare la vita radicalmen-te.
Alt, parliamo dell’auto: l’a u-tomobile va gestita, sorve-gliata, alimentata e soprattut-to mantenuta, a caro prezzo.
Se gli italiani pensano che le
ragioni economiche valgano
una buona pausa di riflessio-ne prima di accettare di fare
un figlio, a costo di inimicarsi
irrimediabilmente il partner,
allora dovrebbero metterci
altrettanta accortezza, pru-denza e coraggio davanti al
concessionario auto, perché
il passo è spesso più lungo di
quanto promesso. E anche in
quel caso non si torna indie-tro, un auto nuova, uscita dal
salone, vale già molto meno.
PANNOLINI CONTRO FILTRI
dell’olio, latte in polvere con-tro carburante: i dati del con-fronto berlina/bebé sono ine-quivocabili: mantenere un fi-glio costa decisamente me-no.
Abbiamo preso gli studi di
Fe d e rco n s u m a to r i dedicati a
entrambi i “settori” e li ab-biamo messi a confronto.
Il primo giorno di auto nuo-va, il signor Mario ha appenfirmato i contratti per l’acqui -sto della sua berlina: costo di
listino 15mila euro . Certo,
tutti in un colpo sembrano
tanti, ma con un po’ di ot-timismo si può sperare che
l’auto duri in buone condi-zioni per una decina di anni.
TUTTO SI CALCOLA : il costo
diviso dieci fa 1500 euro al -l’anno. Ma se quei soldi fos-sero frutto di un prestito co-sterebbero un interesse in
più, allo stesso modo, se fos-sero stati investiti in titoli di
Stato renderebbero un tasso a
cui il signor Mario ha rinun-ciato. Il calcolo sul tasso com-posto in dieci anni fatto da
Federconsumatori è di 75 0
euro all’anno. Quindi l’auto -mobile costa poco più di due -mila euro all’anno. Ne vale la
pena. Bisogna subito aggiun-gere il bollo, circa d u e ce n to
e u ro , e l’assicurazione, se no
non si può circolare. Per ri-sparmiare, il signor Mario ri-nuncia alla polizza furto e in-cendio e si limita alla polizza
obbligatoria, l’ Rc auto, fanno
1.200 euro . Certo, senza as-sicurazione contro il furto ci
vorrebbe un garage, ma co-sterebbe duecento euro al
mese e questo conteggio vuo-le andare al minimo indi-spensabile. Corriamo il ri-schio.
Anche la signora Maria, ap-pena uscita dall’ospedale, de-ve fare i conti con le prime
spese: 450 euro per culla e
passeggino, un centinaio per i
primi abitini, oltre cinquanta
per un mese di pannolini, al-trettanti tra creme e regalini.
Per fortuna la Asl fornisce il
pediatra e la natura il latte:
fuori dal conteggio un ce naio di euro di visita privata
e 60 euro al mese di latte in
polvere.
Se il signor ha risparmiato il
garage, la signora Maria non
può fare a meno di mettere in
conto una cameretta: vuol di-re appartamento più grande,
in media più caro per 1.500
euro all’anno.
TUTTO BENE il primo anno.
Poi arrivano per entrambi i
primi costi aggiuntivi. Il bim-bo cresce in fretta, ogni sta-gione occorre un guardaroba
nuovo. Ma l’incubo di ogni
famiglia si chiama asilo: quel-lo privato costa diverse cen -tinaia di euro al mese, ma la
signora Maria riesce a entrare
in graduatoria per un posto
pubblico e se la cava con me-no di un centinaio di euro .
Quando l’asilo non c’è, il ca-pitolo viene subito sostituito
dalla voce svago: vacanza,
cartone animato, gita al parco
e ancora giocattoli. Si tratta
della voce ‘ varie’ per 807 eu-ro all’anno, fanno 67 al mese.
Se la signora Maria non ride,
neanche il signor Mario può
dormire sonni tranquilli, al
varco c’è il tagliando, ovvero
olio motore, spazzole tergi-cristalli, pastiglie dei freni e
un bel treno di gomme nuo-vo. Considerando cento euro
per le pastiglie, una cinquan -tina tra olio e spazzole e 80
e u ro a pneumatico siamo già
sui cinquecento euro a cui va
aggiunta la manodopera: solo
cento euro perché siamo ami-ci di un amico del meccanico.
Tutto più Iva, ovviamente.
Siamo a 747 euro . In tabella è
la voce ‘manutenzione’, 62
e u ro al mese. Ma il conto non
è finito. Al signor Mario a fine
anno arriva il conto da Au-tostrade e il parcheggio, to-tale 363 euro , sono altri 30
e u ro al mese. Alla fine, con-teggiando tutto, al Signor
Mario quella berlina costa ol-tre 7mila euro l’anno, vicine a
600 euro al mese, mentre alla
Signora Maria il figlietto co-sta circa seimila euro, meno
di 500 euro al mese. Certo un
auto non urla, ma non recita
neanche la poesia a Natale
INCHIESTA SUL SESSO IN VATICANO RACCONTI DI ORGE GAY CON MINORI E DI UN ALTO PRELATO. VERIFICHE SULL’AT T E N D I B I L I T
L
a Procura di Savona ha aperto un’inda -gine per accertare se esista davvero la
lobby gay in Vaticano. Nel fascicolo sono
confluite registrazioni nelle quali si parla
di possibili casi di corruzione, ma soprattutto di orge
in appartamenti romani e persino all'interno delle
mura vaticane che avrebbero coinvolto ragazzi, al-cuni forse minori, e un altissimo prelato.
La riservatezza sulle indagini, seguite personal-mente dal procuratore capo, è massima. Il fasci-colo è stato aperto due mesi fa e contiene una doz-zina di registrazioni di colloqui telefonici. Le con-versazioni sono state raccolte da Francesco Za-nardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un
movimento che si batte con toni molto accesi con-tro le molestie compiute da sacerdoti. A parlare
nelle conversazioni registrate è il manager di una
multinazionale che sostiene di aver avuto accesso
al sistema informatico vaticano, di avere fatto af-fari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di
Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, so-prattutto, di aver assistito personalmente o di ave-re visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei
quali sarebbero avvenuti all'interno della Santa
Sede.
LA STORIA COMINCIA oltre un anno fa quando
Zanardi viene contattato dal manager. L’uomo ha
lavorato per una società basata a Londra che fattura
600 mila sterline nel Regno Unito e ha aperto una
b ra n c h in Italia. Si dice stufo di questo giro immo-rale e fornisce elementi che
dovrebbero dimostrare le
sue frequentazioni Oltrete-vere: numeri telefonici di
personaggi importanti e in-dirizzi. Sostiene di poter
provare il suo ingresso in
Vaticano tramite il localiz-zatore del cellulare nelle ore
serali. Mentre il manager
racconta, Zanardi registra
scrupolosamente. “In questi anni – racconta l'uo-mo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di
avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai per-sonal computer riservati di alti prelati”. Un rap-porto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe
presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e
consulenti importanti della
Curia. L'uomo mostra nu-meri di telefono che, secon-do il racconto, sarebbero
stati utilizzati per concor-dare incontri a sfondo ses-suale e per scambiare sms
con i ragazzi. Oltre alla ve-rifica dell’attendibilità del
manager, è questo il punto
più delicato: il manager so-stiene che alcuni ragazzi
contattati per gli incontri
non erano maggiorenni eornisce anche numeri di telefono di uomini di
spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri,
anche con minori.
I racconti ovviamente devono essere verificati con
grande cautela. Riguardano avvenimenti che si sa-rebbero verificati anche all'interno di uno Stato
straniero, la Città del Vaticano. Gli in-vestigatori non escludono il rischio di
un mitomane o di un complotto.
Questo è il racconto, ripetuto più vol-te al telefono e di persona: “Visto che
avevo dimostrato di essere una per-sona di fiducia e riservata, e che avevo
conosciuto molti esponenti della Cu-ria e loro amici manager, mi fu affi-dato il compito di reclutare uomini e
ragazzi da accompagnare in Vaticano
per serate a sfondo sessuale cui do-veva partecipare un alto prelato che
spesso si reca a Roma per la sua mis-sione. La maggior parte aveva intorno ai vent'anni,
ma alcuni almeno all'inizio mi risulta che fossero
minorenni”. Zanardi chiede prove. Gli viene con-cessa l'occasione di parlare telefonicamente con un
ragazzo che gli fornisce il proprio nome, nonché
riferimenti per consultare la sua bacheca facebook:
“Disse – racconta Zanardi – di
essere un giovane in difficoltà,
che per cercare di sopravvivere
svolgeva il lavoro di posteggiato-re abusivo nelle strade di Roma.
Mi confermò di essere stato re-clutato per partecipare agli in-contri sessuali. Confermò anche
che una sera alla settimana il ma-nager lo passava a prendere per
andare in Vaticano agli incontri
con prelati”. I racconti del ma-nager e del giovane sono detta-gliati ma impossibili da verifica-re e descrivono vere e proprie orge: “All'inizio della
serata si mangiava, si scherzava tutti insieme. Poi si
passava in un'altra stanza dove l'alto prelato si spo-gliava e si faceva circondare da sei o sette ragazzi
che avevano rapporti sessuali con lui”. Stando al
racconto del manager, la situazione sarebbe sfug-gita di mano: “Tra i ragazzi c'era
qualcuno che portava con sé il te-lefonino: scattò fotografie e girò
filmati in cui l'alto prelato com-pariva mentre aveva un rapporto
sessuale durante un’orgia”. Il
profilo della ricattabilità è un al-tro dei motivi dell’interesse degli
investigatori. Il manager non ha
mai mostrato il video a Zanardi
né ai giornalisti del Fa t to con i
quali è entrato in contatto. So-stiene di aver depositato due co-pie del filmato presso notai, uno Roma, l'altro in Svizzera: “Temo per la mia vita”,
racconta e aggiunge: “Voglio denunciare tutto per-ché sono disgustato e pentito”.
IL MANAGER ha promesso più volte di fornire una
copia del materiale ma non lo ha mai fatto. Di qui
il dubbio che possa trattarsi di un ricatto. È un
momento di grandissima fibrillazione per la Curia
Romana. Anche il Papa, secondo le indiscrezioni
di un sito cileno, per la prima volta nella storia, ha
parlato di lobby gay e corruzione. Stasera va in
onda su La7 lo speciale sul Vaticano di Servizio Pub-b l i co nel quale si parla anche di sesso. La Segreteria
di Stato è stata già toccata dallo scandalo Vatileaks
nel quale fu pubblicata (in esclusiva sulFa t to ) una
lettera di monsignor Carlo Maria Viganò nella
quale l’ex segretario del Governatorato accennava
a comportamenti omosessuali con tono di rim-provero che confinava con la minaccia.
Le notizie riferite dal manager, se vere, potrebbero
avere effetti dirompenti sugli equilibri vaticani.
Addirittura toccando personaggi che qualcuno
indica come possibili papabili. Per ora di certo in
questa storia ci sono solo le registrazioni depo-sitate alla Procura di Savona che sta valutando la
sua competenza. Non ci sono indagati, ma i ma-gistrati sono intenzionati a verificare se le infor-mazioni contenute nei colloqui sono vere. E non è
poco
a Procura di Savona ha aperto un’inda -gine per accertare se esista davvero la
lobby gay in Vaticano. Nel fascicolo sono
confluite registrazioni nelle quali si parla
di possibili casi di corruzione, ma soprattutto di orge
in appartamenti romani e persino all'interno delle
mura vaticane che avrebbero coinvolto ragazzi, al-cuni forse minori, e un altissimo prelato.
La riservatezza sulle indagini, seguite personal-mente dal procuratore capo, è massima. Il fasci-colo è stato aperto due mesi fa e contiene una doz-zina di registrazioni di colloqui telefonici. Le con-versazioni sono state raccolte da Francesco Za-nardi, blogger e attivista della rete L’abuso, un
movimento che si batte con toni molto accesi con-tro le molestie compiute da sacerdoti. A parlare
nelle conversazioni registrate è il manager di una
multinazionale che sostiene di aver avuto accesso
al sistema informatico vaticano, di avere fatto af-fari con alcuni personaggi vicini alla Segreteria di
Stato e di aver frequentato altissimi prelati e, so-prattutto, di aver assistito personalmente o di ave-re visto video di incontri a luci rosse, alcuni dei
quali sarebbero avvenuti all'interno della Santa
Sede.
LA STORIA COMINCIA oltre un anno fa quando
Zanardi viene contattato dal manager. L’uomo ha
lavorato per una società basata a Londra che fattura
600 mila sterline nel Regno Unito e ha aperto una
b ra n c h in Italia. Si dice stufo di questo giro immo-rale e fornisce elementi che
dovrebbero dimostrare le
sue frequentazioni Oltrete-vere: numeri telefonici di
personaggi importanti e in-dirizzi. Sostiene di poter
provare il suo ingresso in
Vaticano tramite il localiz-zatore del cellulare nelle ore
serali. Mentre il manager
racconta, Zanardi registra
scrupolosamente. “In questi anni – racconta l'uo-mo – per ragioni di lavoro ho avuto occasione di
avere accesso ad ambienti vaticani e anche ai per-sonal computer riservati di alti prelati”. Un rap-porto di fiducia che, sostiene il manager, sarebbe
presto sconfinato nella sfera intima di sacerdoti e
consulenti importanti della
Curia. L'uomo mostra nu-meri di telefono che, secon-do il racconto, sarebbero
stati utilizzati per concor-dare incontri a sfondo ses-suale e per scambiare sms
con i ragazzi. Oltre alla ve-rifica dell’attendibilità del
manager, è questo il punto
più delicato: il manager so-stiene che alcuni ragazzi
contattati per gli incontri
non erano maggiorenni eornisce anche numeri di telefono di uomini di
spettacolo che si sarebbero rivolti a lui per incontri,
anche con minori.
I racconti ovviamente devono essere verificati con
grande cautela. Riguardano avvenimenti che si sa-rebbero verificati anche all'interno di uno Stato
straniero, la Città del Vaticano. Gli in-vestigatori non escludono il rischio di
un mitomane o di un complotto.
Questo è il racconto, ripetuto più vol-te al telefono e di persona: “Visto che
avevo dimostrato di essere una per-sona di fiducia e riservata, e che avevo
conosciuto molti esponenti della Cu-ria e loro amici manager, mi fu affi-dato il compito di reclutare uomini e
ragazzi da accompagnare in Vaticano
per serate a sfondo sessuale cui do-veva partecipare un alto prelato che
spesso si reca a Roma per la sua mis-sione. La maggior parte aveva intorno ai vent'anni,
ma alcuni almeno all'inizio mi risulta che fossero
minorenni”. Zanardi chiede prove. Gli viene con-cessa l'occasione di parlare telefonicamente con un
ragazzo che gli fornisce il proprio nome, nonché
riferimenti per consultare la sua bacheca facebook:
“Disse – racconta Zanardi – di
essere un giovane in difficoltà,
che per cercare di sopravvivere
svolgeva il lavoro di posteggiato-re abusivo nelle strade di Roma.
Mi confermò di essere stato re-clutato per partecipare agli in-contri sessuali. Confermò anche
che una sera alla settimana il ma-nager lo passava a prendere per
andare in Vaticano agli incontri
con prelati”. I racconti del ma-nager e del giovane sono detta-gliati ma impossibili da verifica-re e descrivono vere e proprie orge: “All'inizio della
serata si mangiava, si scherzava tutti insieme. Poi si
passava in un'altra stanza dove l'alto prelato si spo-gliava e si faceva circondare da sei o sette ragazzi
che avevano rapporti sessuali con lui”. Stando al
racconto del manager, la situazione sarebbe sfug-gita di mano: “Tra i ragazzi c'era
qualcuno che portava con sé il te-lefonino: scattò fotografie e girò
filmati in cui l'alto prelato com-pariva mentre aveva un rapporto
sessuale durante un’orgia”. Il
profilo della ricattabilità è un al-tro dei motivi dell’interesse degli
investigatori. Il manager non ha
mai mostrato il video a Zanardi
né ai giornalisti del Fa t to con i
quali è entrato in contatto. So-stiene di aver depositato due co-pie del filmato presso notai, uno Roma, l'altro in Svizzera: “Temo per la mia vita”,
racconta e aggiunge: “Voglio denunciare tutto per-ché sono disgustato e pentito”.
IL MANAGER ha promesso più volte di fornire una
copia del materiale ma non lo ha mai fatto. Di qui
il dubbio che possa trattarsi di un ricatto. È un
momento di grandissima fibrillazione per la Curia
Romana. Anche il Papa, secondo le indiscrezioni
di un sito cileno, per la prima volta nella storia, ha
parlato di lobby gay e corruzione. Stasera va in
onda su La7 lo speciale sul Vaticano di Servizio Pub-b l i co nel quale si parla anche di sesso. La Segreteria
di Stato è stata già toccata dallo scandalo Vatileaks
nel quale fu pubblicata (in esclusiva sulFa t to ) una
lettera di monsignor Carlo Maria Viganò nella
quale l’ex segretario del Governatorato accennava
a comportamenti omosessuali con tono di rim-provero che confinava con la minaccia.
Le notizie riferite dal manager, se vere, potrebbero
avere effetti dirompenti sugli equilibri vaticani.
Addirittura toccando personaggi che qualcuno
indica come possibili papabili. Per ora di certo in
questa storia ci sono solo le registrazioni depo-sitate alla Procura di Savona che sta valutando la
sua competenza. Non ci sono indagati, ma i ma-gistrati sono intenzionati a verificare se le infor-mazioni contenute nei colloqui sono vere. E non è
poco
giovedì 13 giugno 2013
R2 - 24/5/13 - Banditi a Milano
C
entauri muscolosi nerovestiti
di non so quale polizia privata ci
squadrano in cagnesco lungo
via Montenapoleone, appol-laiati sulle loro moto di grossa
cilindrata. Scrutano i passanti fra cui po-trebbe celarsi la Milano criminale che va al-l’assalto della ricchezza impugnando l’ar-ma bianca al posto delle pistole. Compar-sa d’improvviso fra le periferie popolari e le
vetrine del benessere, terzo incomodo fra
le due Milano che il sindaco Pisapia vor-rebbe ricucire come città solidale, la nuova
Milano criminale spacca e uccide con asce,
spranghe, mazze, picconi, punteruoli, mo-lotov. Rivelando una furia misteriosa d’im-pronta medievale che non ha bisogno del-la polvere da sparo per inseguire il flusso
del denaro, anche perché ormai gode di un
radicamento diffuso nel territorio urbano.
Certo i banditi sono altra cosa dalle mafie
che si sono intrufolate nella borghesia de-gli affari grazie al riciclaggio; e la follia indi-viduale resta la punta estrema della soffe-renza urbana che già ha spinto più di un mi-lanese su dieci a fare uso di psicofarmaci.arebbe una forzatura
mettere nello stesso
mucchio i rapinatori
che martedì hanno
saccheggiato la bouti-que d’orologi Franck Muller in
via della Spiga e lo spiantato Ivan
Gallo che a marzo ha spaccato la
testa dell’orefice Giovanni Vero-nesi in via dell’Orso, dietro alla
Scala. Poi c’è la barbarie insen-sata del piccone tre volte omici-da brandito dal ghanese Mada
Kabobo vagabondo a Niguarda;
e prima ancora ricordiamo i ma-lavitosi del quartiere Antonini
che massacrarono di botte il tas-sista Luca Massari, colpevole di
aver investito il cane di una loro
congiunta; mentre al pugile Oleg
Fedchenko erano bastati pochi
pugni per togliere la vita, in viale
Abruzzi, alla colf filippina Emlou
Arvesu.
Arma bianca, mani nude: sete
di guadagno, rancore, dominio
territoriale, malattia mentale.
Sono spiegazioni insufficienti
perché non fanno i conti con una
Milano che nel precipitare della
crisi ha subito una metamorfosi
del suo tessuto metropolitano,
concedendo uno spazio inusita-to alla nuova presenza inattesa
dell’economia illegale. C’è una
logica in questa follia che ali-menta la “cattiveria” dei milane-si, per dirla con le parole del sin-daco.
Se prima i rapporti sulla città
evidenziavano la piaga di un’as-soluta ignoranza reciproca fra i
suoi quartieri — da una parte la
povertà invisibile relegata nella
solitudine delle periferie, dal-l’altra la finanza, la moda e le
professioni blindate nell’opu-lenza delle zone residenziali —
ora facciamo i conti con il corpo
estraneo della terza Milano. Mi
basta scendere sotto casa per
non riconoscerla più, una Mila-no spaccata in tre dalla crisi. In
viale Abruzzi, quartiere di mez-zo, né centro né periferia, siamo
abituati da sempre alle povere
ragazzine da marciapiede che di
notte, quando chiudono il bar
Basso e il cinema Plinius, vengo-no soppiantate da trans assai
nerboruti e seminudi. Avevamo
accolto con simpatia l’inaugu-razione dell’Hammam delle Ro-se, bagno turco per signore. Ma
ci eravamo chiesti, in seguito,
come mai fiorissero d’un colpo a
decine ben altri centri estetici
orientali con massaggiatrici dal-l’aria peccaminosa, e poi gli em-pori di merci d’importazione
low-price altrettanto loschi. Fi-no a che quest’anno viale Abruz-zi s’è disseminato di locali per il
gioco d’azzardo (non bastavano
i malati di ludopatia ospiti fissi
nelle tabaccherie) aperti tutta la
notte col permesso di fumare.
Mentre di fianco comparivano
inspiegabilmente numerosi lo-cali per la vendita delle sigarette
elettroniche, o ancora bar con i
tavolini bene appostati.
Tra i residenti che non ci met-tono piede sussurriamo per in-duzione, senza prove, che è arri-vata la ‘ndrangheta o chissà qua-le altra mafia esotica, non spie-gandoci altrimenti questo ri-cambio di negozi sempre vuoti e
quasi sempre disadorni, provvi-sori.
Il criminologo Adolfo Ceretti,
che ha appena dato alle stampe
con Roberto Cornelli il saggio
“Oltre la paura” (Feltrinelli),
conferma la sostanza di queste
impressioni: “Ci siamo illusi che
la presenza della criminalità or-ganizzata a Milano fosse di natu-ra liquida, limitata al riciclaggio
del denaro sporco e allo spaccio
di droga. Invece sta penetrando
nella rete commerciale e più an-cora nel profondo delle relazioni
personali”. Anche il cittadino
milanese qualsiasi incontra per
strada e nei negozi l’universo pa-rallelo delle mafie, italiane o con
gli occhi a mandorla. Le persone
vulnerabili possono divenirnepreda nella vita quotidiana. La
favola di una ‘ndrangheta asser-ragliata solo nei comuni del-l’hinterland non regge più. Oc-cupa le strade di Milano, e si ri-vela falso anche il luogo comune
leghista che indicava nei quar-tieri a forte immigrazione come
Chinatown o via Padova le roc-caforti di un radicamento ma-fioso che ha invece tutto l’inte-resse a spalmarsi ovunque la cri-si abbia messo in ginocchio e
svuotato i vecchi esercizi com-merciali.
Torno nel quadrilatero della
moda funestato dal commando
dei rapinatori col passamonta-gna nero e armati di spranga. Le
moto della polizia presidiano la
scuola elementare all’angolo fra
via della Spiga e via Borgospes-so, di fianco alle mamme che
aspettano l’uscita degli alunni.
Le maniglie a serpente di Rober-to Cavalli luccicano al sole di pri-mavera. La rom inginocchiata
continua a chiedere l’elemosina
mentre l’ambulante nordafrica-no tenta invano di piazzare i suoi
libri improbabili. La gioielleria
Tiffany, proprio lì di fianco alle
tende abbassate col simbolo
violato di Franck Muller, ha
rinforzato la vigilanza. L’elenco
delle sue filiali è una mappa del-la ridislocazione della ricchezza
planetaria: Geneve, Aspen,
Hong Kong, Milan, Moscow,
Nagayc, New York, Osaka,
Tokyo, Yerevan. Lì accanto, il
flusso di cassa nei monumentali
negozi degli stilisti continua a re-gistrare la variazione che li ha in-dotti a reclutare venditrici di ma-dre lingua russa e cinese: tanti
acquisti d’importo elevato non
passano per la strisciata della
carta di credito; più spesso il
compratore estrae un rotolo di
banconote di grosso taglio e si
mette a contare per migliaia di
euro.
Siamo sicuri che sia tutto de-naro proveniente dall’estero, o
non avrà invece a che fare anche
con l’inesplorata terza Milano
criminale? I portavoce del lusso
milanese rivendicano legittima-mente il diritto a essere presidia-ti, si vivono come un’enclave pa-trimoniale meritevole di specia-le attenzione, mal sopportano
un sindaco che punta alla giusti-zia sociale quasi che ciò l’avesse
distratto dalla cura per la sicu-rezza pubblica.
Spiega il criminologo Ceretti
che questa ondata di violenza
urbana, per fortuna, resta ben
distinta dagli episodi di conflitto
sociale, tutto sommato sporadi-ci se rapportati alla povertà dila-gante. I centri giovanili come lo
Zam (Zona autonoma Milano)
di via Olgiati, che mercoledì ha
assediato Palazzo Marino, cer-cano magari lo scontro di piazza,
manifestano delusione nei con-fronti di un sindaco come Pisa-pia che sentivano vicino e oggi
invece difende la legalità, ma la
guerriglia urbana degli Anni Set-tanta, col suo arsenale di spran-ghe, chiavi inglesi e molotov,
non sembra una minaccia alle
porte.
La sofferenza urbana piutto-sto che nel conflitto sociale si
manifesta sotto forma di nevro-si e depressione, se è vero che si
moltiplicano le richieste di cura
mentale, tanto che i sindacati e le
associazioni degli imprenditori
allestiscono presidi di supporto
psicologico per chi va in crisi da
abbandono. Mentre i centri di
accoglienza e le carceri devono
fronteggiare una vera e propria
emergenza psichiatrica.
Peccato che l’assessore ai Ser-vizi Sociali, Pierfrancesco Majo-rino, sia costretto dai tagli di bi-lancio a bloccare i ricoveri gra-tuiti di anziani nelle case di ripo-so e i sussidi al reddito per le fa-miglie in difficoltà. Una situa-zione che produce anche
schegge impazzite, queste sì pe-ricolose per la pubblica sicurez-za. Majorino sta pensando di
chiedere aiuto ai privati per inte-grare il fabbisogno di protezione
sociale: un inedito appello
emergenziale alla borghesia mi-lanese perché la filantropia non
si disperda nei mille rivoli dell’i-niziativa privata, quando anche
le principali istituzioni d’acco-glienza, come la Casa della Ca-rità, si ritrovano con l’acqua alla
gola.
Il movimento arancione che
aveva trascinato nel 2011 Giulia-no Pisapia a sconfiggere la de-stra, cambiando di segno l’am-ministrazione comunale, mise a
tacere una campagna forsenna-ta contro la sinistra fautrice di
“Zingaropoli” e di una “città a
misura di gay”. Oggi la destra ci
riprova, cavalcando la denuncia
della criminalità che spadro-neggia. Poco importa il netto ca-lo del numero di omicidi, il cui
tasso è il più basso d’Europa. I
reati contro il patrimonio torna-no a intasare il Tribunale, maga-ri solo per il furto di cinque buste
di prosciutto al supermercato. E
quando a essere strappati dalle
vetrine sono orologi di pregio
per il valor di un milione di euro,
è anche l’élite cittadina a rilan-ciare l’allarme. Pisapia corre ai
ripari ammettendo l’impiego
dell’esercito, ma solo nei presidi
fissi. Spera di rintuzzare la de-magogia delle soluzioni imma-ginarie, dalle ronde alla caccia
all’immigrato. Ma intanto nei
salotti del centro la conversazio-ne a cena si distoglie dagli argo-menti più in voga — la tormen-tata nomina dei vertici della Sca-la, la maxi-multa che rischia di
mettere in ginocchio la società
degli aeroporti, il pericolo di
crack alla Rcs — perché un brivi-do corre lungo la schiena delle si-gnore abituées dello shopping.
Non è un capriccio. Se la vio-lenza criminale torna a serpeg-giare fra le periferie e il centro,
per quanto mossa dall’avidità di
ricchezza anziché dall’ideolo-gia politica, a Milano si rivivono
gli incubi di un passato funesto.
Il guaio è che stavolta non ba-sterà smantellare qualche cellu-la estremista: c’è cresciuta in ca-sa un’economia illegale ramifi-cata, assai più difficile da bonifi-care. Troppo a lungo la classe di-rigente meneghina, per malin-teso orgoglio o per
convenienza, ha fatto finta di
non accorgersene
entauri muscolosi nerovestiti
di non so quale polizia privata ci
squadrano in cagnesco lungo
via Montenapoleone, appol-laiati sulle loro moto di grossa
cilindrata. Scrutano i passanti fra cui po-trebbe celarsi la Milano criminale che va al-l’assalto della ricchezza impugnando l’ar-ma bianca al posto delle pistole. Compar-sa d’improvviso fra le periferie popolari e le
vetrine del benessere, terzo incomodo fra
le due Milano che il sindaco Pisapia vor-rebbe ricucire come città solidale, la nuova
Milano criminale spacca e uccide con asce,
spranghe, mazze, picconi, punteruoli, mo-lotov. Rivelando una furia misteriosa d’im-pronta medievale che non ha bisogno del-la polvere da sparo per inseguire il flusso
del denaro, anche perché ormai gode di un
radicamento diffuso nel territorio urbano.
Certo i banditi sono altra cosa dalle mafie
che si sono intrufolate nella borghesia de-gli affari grazie al riciclaggio; e la follia indi-viduale resta la punta estrema della soffe-renza urbana che già ha spinto più di un mi-lanese su dieci a fare uso di psicofarmaci.arebbe una forzatura
mettere nello stesso
mucchio i rapinatori
che martedì hanno
saccheggiato la bouti-que d’orologi Franck Muller in
via della Spiga e lo spiantato Ivan
Gallo che a marzo ha spaccato la
testa dell’orefice Giovanni Vero-nesi in via dell’Orso, dietro alla
Scala. Poi c’è la barbarie insen-sata del piccone tre volte omici-da brandito dal ghanese Mada
Kabobo vagabondo a Niguarda;
e prima ancora ricordiamo i ma-lavitosi del quartiere Antonini
che massacrarono di botte il tas-sista Luca Massari, colpevole di
aver investito il cane di una loro
congiunta; mentre al pugile Oleg
Fedchenko erano bastati pochi
pugni per togliere la vita, in viale
Abruzzi, alla colf filippina Emlou
Arvesu.
Arma bianca, mani nude: sete
di guadagno, rancore, dominio
territoriale, malattia mentale.
Sono spiegazioni insufficienti
perché non fanno i conti con una
Milano che nel precipitare della
crisi ha subito una metamorfosi
del suo tessuto metropolitano,
concedendo uno spazio inusita-to alla nuova presenza inattesa
dell’economia illegale. C’è una
logica in questa follia che ali-menta la “cattiveria” dei milane-si, per dirla con le parole del sin-daco.
Se prima i rapporti sulla città
evidenziavano la piaga di un’as-soluta ignoranza reciproca fra i
suoi quartieri — da una parte la
povertà invisibile relegata nella
solitudine delle periferie, dal-l’altra la finanza, la moda e le
professioni blindate nell’opu-lenza delle zone residenziali —
ora facciamo i conti con il corpo
estraneo della terza Milano. Mi
basta scendere sotto casa per
non riconoscerla più, una Mila-no spaccata in tre dalla crisi. In
viale Abruzzi, quartiere di mez-zo, né centro né periferia, siamo
abituati da sempre alle povere
ragazzine da marciapiede che di
notte, quando chiudono il bar
Basso e il cinema Plinius, vengo-no soppiantate da trans assai
nerboruti e seminudi. Avevamo
accolto con simpatia l’inaugu-razione dell’Hammam delle Ro-se, bagno turco per signore. Ma
ci eravamo chiesti, in seguito,
come mai fiorissero d’un colpo a
decine ben altri centri estetici
orientali con massaggiatrici dal-l’aria peccaminosa, e poi gli em-pori di merci d’importazione
low-price altrettanto loschi. Fi-no a che quest’anno viale Abruz-zi s’è disseminato di locali per il
gioco d’azzardo (non bastavano
i malati di ludopatia ospiti fissi
nelle tabaccherie) aperti tutta la
notte col permesso di fumare.
Mentre di fianco comparivano
inspiegabilmente numerosi lo-cali per la vendita delle sigarette
elettroniche, o ancora bar con i
tavolini bene appostati.
Tra i residenti che non ci met-tono piede sussurriamo per in-duzione, senza prove, che è arri-vata la ‘ndrangheta o chissà qua-le altra mafia esotica, non spie-gandoci altrimenti questo ri-cambio di negozi sempre vuoti e
quasi sempre disadorni, provvi-sori.
Il criminologo Adolfo Ceretti,
che ha appena dato alle stampe
con Roberto Cornelli il saggio
“Oltre la paura” (Feltrinelli),
conferma la sostanza di queste
impressioni: “Ci siamo illusi che
la presenza della criminalità or-ganizzata a Milano fosse di natu-ra liquida, limitata al riciclaggio
del denaro sporco e allo spaccio
di droga. Invece sta penetrando
nella rete commerciale e più an-cora nel profondo delle relazioni
personali”. Anche il cittadino
milanese qualsiasi incontra per
strada e nei negozi l’universo pa-rallelo delle mafie, italiane o con
gli occhi a mandorla. Le persone
vulnerabili possono divenirnepreda nella vita quotidiana. La
favola di una ‘ndrangheta asser-ragliata solo nei comuni del-l’hinterland non regge più. Oc-cupa le strade di Milano, e si ri-vela falso anche il luogo comune
leghista che indicava nei quar-tieri a forte immigrazione come
Chinatown o via Padova le roc-caforti di un radicamento ma-fioso che ha invece tutto l’inte-resse a spalmarsi ovunque la cri-si abbia messo in ginocchio e
svuotato i vecchi esercizi com-merciali.
Torno nel quadrilatero della
moda funestato dal commando
dei rapinatori col passamonta-gna nero e armati di spranga. Le
moto della polizia presidiano la
scuola elementare all’angolo fra
via della Spiga e via Borgospes-so, di fianco alle mamme che
aspettano l’uscita degli alunni.
Le maniglie a serpente di Rober-to Cavalli luccicano al sole di pri-mavera. La rom inginocchiata
continua a chiedere l’elemosina
mentre l’ambulante nordafrica-no tenta invano di piazzare i suoi
libri improbabili. La gioielleria
Tiffany, proprio lì di fianco alle
tende abbassate col simbolo
violato di Franck Muller, ha
rinforzato la vigilanza. L’elenco
delle sue filiali è una mappa del-la ridislocazione della ricchezza
planetaria: Geneve, Aspen,
Hong Kong, Milan, Moscow,
Nagayc, New York, Osaka,
Tokyo, Yerevan. Lì accanto, il
flusso di cassa nei monumentali
negozi degli stilisti continua a re-gistrare la variazione che li ha in-dotti a reclutare venditrici di ma-dre lingua russa e cinese: tanti
acquisti d’importo elevato non
passano per la strisciata della
carta di credito; più spesso il
compratore estrae un rotolo di
banconote di grosso taglio e si
mette a contare per migliaia di
euro.
Siamo sicuri che sia tutto de-naro proveniente dall’estero, o
non avrà invece a che fare anche
con l’inesplorata terza Milano
criminale? I portavoce del lusso
milanese rivendicano legittima-mente il diritto a essere presidia-ti, si vivono come un’enclave pa-trimoniale meritevole di specia-le attenzione, mal sopportano
un sindaco che punta alla giusti-zia sociale quasi che ciò l’avesse
distratto dalla cura per la sicu-rezza pubblica.
Spiega il criminologo Ceretti
che questa ondata di violenza
urbana, per fortuna, resta ben
distinta dagli episodi di conflitto
sociale, tutto sommato sporadi-ci se rapportati alla povertà dila-gante. I centri giovanili come lo
Zam (Zona autonoma Milano)
di via Olgiati, che mercoledì ha
assediato Palazzo Marino, cer-cano magari lo scontro di piazza,
manifestano delusione nei con-fronti di un sindaco come Pisa-pia che sentivano vicino e oggi
invece difende la legalità, ma la
guerriglia urbana degli Anni Set-tanta, col suo arsenale di spran-ghe, chiavi inglesi e molotov,
non sembra una minaccia alle
porte.
La sofferenza urbana piutto-sto che nel conflitto sociale si
manifesta sotto forma di nevro-si e depressione, se è vero che si
moltiplicano le richieste di cura
mentale, tanto che i sindacati e le
associazioni degli imprenditori
allestiscono presidi di supporto
psicologico per chi va in crisi da
abbandono. Mentre i centri di
accoglienza e le carceri devono
fronteggiare una vera e propria
emergenza psichiatrica.
Peccato che l’assessore ai Ser-vizi Sociali, Pierfrancesco Majo-rino, sia costretto dai tagli di bi-lancio a bloccare i ricoveri gra-tuiti di anziani nelle case di ripo-so e i sussidi al reddito per le fa-miglie in difficoltà. Una situa-zione che produce anche
schegge impazzite, queste sì pe-ricolose per la pubblica sicurez-za. Majorino sta pensando di
chiedere aiuto ai privati per inte-grare il fabbisogno di protezione
sociale: un inedito appello
emergenziale alla borghesia mi-lanese perché la filantropia non
si disperda nei mille rivoli dell’i-niziativa privata, quando anche
le principali istituzioni d’acco-glienza, come la Casa della Ca-rità, si ritrovano con l’acqua alla
gola.
Il movimento arancione che
aveva trascinato nel 2011 Giulia-no Pisapia a sconfiggere la de-stra, cambiando di segno l’am-ministrazione comunale, mise a
tacere una campagna forsenna-ta contro la sinistra fautrice di
“Zingaropoli” e di una “città a
misura di gay”. Oggi la destra ci
riprova, cavalcando la denuncia
della criminalità che spadro-neggia. Poco importa il netto ca-lo del numero di omicidi, il cui
tasso è il più basso d’Europa. I
reati contro il patrimonio torna-no a intasare il Tribunale, maga-ri solo per il furto di cinque buste
di prosciutto al supermercato. E
quando a essere strappati dalle
vetrine sono orologi di pregio
per il valor di un milione di euro,
è anche l’élite cittadina a rilan-ciare l’allarme. Pisapia corre ai
ripari ammettendo l’impiego
dell’esercito, ma solo nei presidi
fissi. Spera di rintuzzare la de-magogia delle soluzioni imma-ginarie, dalle ronde alla caccia
all’immigrato. Ma intanto nei
salotti del centro la conversazio-ne a cena si distoglie dagli argo-menti più in voga — la tormen-tata nomina dei vertici della Sca-la, la maxi-multa che rischia di
mettere in ginocchio la società
degli aeroporti, il pericolo di
crack alla Rcs — perché un brivi-do corre lungo la schiena delle si-gnore abituées dello shopping.
Non è un capriccio. Se la vio-lenza criminale torna a serpeg-giare fra le periferie e il centro,
per quanto mossa dall’avidità di
ricchezza anziché dall’ideolo-gia politica, a Milano si rivivono
gli incubi di un passato funesto.
Il guaio è che stavolta non ba-sterà smantellare qualche cellu-la estremista: c’è cresciuta in ca-sa un’economia illegale ramifi-cata, assai più difficile da bonifi-care. Troppo a lungo la classe di-rigente meneghina, per malin-teso orgoglio o per
convenienza, ha fatto finta di
non accorgersene
R2 - 24/5/13 - Medici corrotti e pillole fai-da-te il ritorno degli aborti clandestini “Raddoppiati in cinque anni”
I
l cartello è scritto a penna, a volte su un pezzo di carto-ne. «Qui non si effettuano più Ivg». Ossia interruzioni
volontarie di gravidanza. Aborti cioè. Porte sbarrate,
reparti chiusi, day after di qualcosa che c’era, funzionava,
e adesso è in disuso, smantellato, abbandonato. «Tutti i
medici sono obiettori di coscienza, vada altrove». Altrove
è l’Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in in-tere regioni l’aborto legale è stato cancellato, oltre l’80%
dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non
applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a
Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tor-nano al silenzio e al segreto, come quarant’anni fa. Alcune
muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla.
Ventimila gli aborti illegali ogni anno calcolati dal mini-stero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008,
quarantamila, forse cinquantamila quelli reali. Settanta-cinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall’I-stat, ma un terzo di questi frutto probabilmente di inter-venti “casalinghi” finiti male. Cliniche fuorilegge, con-trabbando di farmaci: sul corpo delle donne è tornato a fio-rire l’antico e ricco business che la legge 194 aveva quasi
estirpato. Ma chi gestisce oggi questo commercio ramifi-cato? Quali sono le rotte dell’aborto clandestino, che sta
facendo ripiombare il nostro paese nel clima cupo degli
anni antecedenti al 22 maggio 1978, quando finalmente in
Italia l’interruzione volontaria di gravidanza diventò lega-le? E gli aborti iniziarono a diminuire, arrivando oggi ad es-sere il 53,3% in meno rispetto agli anni Ottanta.
CLINICHE E CONTRABBANDO
Ambulatori fuorilegge: l’ultimo gestito dalla mafia ci-nese è stato smantellato a Padova dalla Guardia di Finan-za alcune settimane fa. Incassava quattromila euro al gior-no. Tra i clienti anche donne italiane. E poi sequestri, spac-cio di farmaci abortivi, confezioni di Ru486 di contrab-bando, 188 procedimenti penali aperti nell’ultimo anno
per violazione della legge 194, spesso contro insospettabi-li professionisti che agivano nei loro studi medici. Donne
che ricominciano a morire di setticemia, e donne che mi-grano da una regione al-l’altra cercando (spesso
invano) quei reparti che
ancora garantiscono l’in-terruzione volontaria di
gravidanza. Ragazzine e
immigrate che vagano nei
corridoi del metrò cercan-do i blister di un farmaco
per l’ulcera a base di “mi-soprostolo” che preso in
dosi massicce provoca
l’interruzione di gravidanza, spacciato dalle gang suda-mericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli
Stati Uniti. Dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno
della metà se si compra su Internet. E le giovanissime abor-tiscono da sole, nel bagno di casa, perché della legge o del
giudice tutelare non sanno nulla, perché in ospedale la li-sta d’attesa è troppo lunga e i consultori sono sempre di
meno. (Dal 2007 al 2010 ne sono stati tagliati quasi 300).
Alem ad esempio, 17 anni, nata in Italia da genitori egi-ziani, brava e brillante a scuola, ricoverata in coma a Vero-na per un aborto provocato con un uncino. «Non volevo
che i miei genitori si accorgessero che ero incinta — ha rac-contato — e in ospedale non mi hanno voluto perché ero
minorenne...». O Irene, cresciuta tra le Vele di Scampia, già
baby mamma a 14 anni, che a 16 anni abortisce nel bagno
di casa, ma sbaglia dosi di misoprostolo, e finisce in un
grande nosocomio di Napoli tra la vita e la morte. «Sono
troppo povera per avere un altro figlio» confessa ai medi-ci. O, ancora, ed è sempre Sud, la storia della compraven-dita di un neonato architettata da un ginecologo di Caser-ta, Andrea Cozzolino, finito in manette l’8 maggio scorso.
Aveva convinto una gio-vane donna minorenne
che si era rivolta a lui per
un aborto clandestino, a
partorire, e poi vendere il
suo bambino per 25mila
euro...
La percentuale di suc-cesso di questi aborti soli-tari, quasi sempre farma-cologici e di cui si trovano
dettagliate istruzioni in
Rete è alta, oltre il 90%, ma chi sbaglia rischia la vita. Com-menta amaro il ginecologo Carlo Flamigni: «Contro la 194
c’è una congiura del silenzio. Accedere ai servizi è sempre
più difficile, e le donne più fragili, le più giovani, le stranie-re, finiscono nella trappola dell’illegalità. È una sconfitta
per tutti».
MORIRE D’ABORTO
Pilar ha 50 anni, il cuore grande e le braccia forti. In Perù
faceva l’ostetrica, qui assiste da vent’anni le donne mi-granti. «L’ultima che ho accompagnato in ospedale mi ha
detto di chiamarsi Soledad, di lei so poco altro, se non che
fa la badante e ha già due figli in Ecuador. Per due volte aveva provato a cercare un reparto di Ivg, dopo aver scoperto
che in Italia l’aborto è legale. Per due volte l’hanno riman-data indietro dicendole che non c’erano i medici. Così ha
fatto da sola — rivela Pilar — con le pasticche che ha com-prato da un’amica, e quando mi ha chiamato aveva la feb-bre e un’emorragia in corso. L’hanno salvata, non è stata
denunciata, ma per mesi era così debole che non ha potu-to lavorare, ha perso il posto di badante, e ora è disoccu-pata». E non è soltanto questione di donne immigrate.
«L’aborto clandestino ormai riguarda tutti i ceti della so-cietà», aggiunge Silvana Agatone, ginecologa e presidente
della Laiga, la Lega italiana per l’applicazione della 194,
che da anni denuncia l’incredibile dilagare dell’obiezione
di coscienza.
«Ci sono gli aborti d’oro, quelli dei ceti elevati, che si
svolgono in sicurezza negli studi medici, oppure all’este-ro. E poi ci sono gli aborti delle donne povere, delle clan-destine, che comprano le pasticche nei corridoi del metrò,
e se qualcosa va male si presentano al Pronto Soccorso af-fermando di aver avuto un aborto spontaneo». Qualcuna
si salva, qualcuna no. Come quella donna nigeriana che
arrivò in ospedale «con una gravissima infezione ed è mor-ta di setticemia» ricorda Agatone, che lavora all’ospedale
San Giovanni di Roma. È andata meglio a Mariangela, pu-gliese, che non sapendo più dove andare dopo la chiusu-ra dell’ultimo reparto di Ivg nella sua provincia (Matera)
racconta sul forum “aborto-blogspot” di essersi rivolta
grazie al tam tam ad una (stimata) ginecologa di un paese
vicino. «Duemilacinquecento euro, intervento chirurgico
sterile e sicuro. Come facevano mia madre e mia nonna,
ma senza rischi. Tutto molto triste però». Ma come si è ar-rivati a questo smantellamento progressivo di una legge
dello Stato? È legale che interi nosocomi non abbiano più
medici che applicano la 194? «No, non è legale - continua
Agatone - ma nessuno vuole più fare aborti perché si vie-ne discriminati e obbligati a fare solo e soltanto quelli». Al-cuni dati: nel Lazio il 91% dei ginecologi è obiettore di co-scienza, a Bari gli ultimi due medici che facevano gli abor-ti hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il ser-vizio viene assicurato da un unico ospedale in tutta la città,
in Sicilia il tasso di asten-sione dalla 194 è
dell’80,6%. «Ma la vera tra-gedia riguarda l’aborto te-rapeutico — conclude —
un intervento per cui sono
necessari medici interni
all’ospedale, ginecologo,
anestesista, infermieri, e
non si può supplire con
professionisti a contratto.
Visti però i numeri dell’o-biezione di coscienza è evidente che in tempi brevi nelle
strutture pubbliche italiane gli aborti terapeutici non si fa-ranno più».
IL CALVARIO DI SERENA
E allora le donne emigrano. Svizzera, Inghilterra, Fran-cia. Quattrocento euro per una “Ivg” entro il terzo mese,
circa 3000 per un aborto terapeutico (oltre la 22esima set-timana) in clinica. Ma non tutte possono andare all’este-ro, e per quelle che restano la prospettiva è un calvario di
umiliazioni. Scrive Serena F. che ha dovuto abortire alla
23esima settimana per gravissime malformazioni del fe-to: «Mi hanno abbandonato da sola, 15 ore di travaglio sen-za darmi né antidolorifici né altro, in tutto l’ospedale c’e-ra soltanto una giovane ginecologa non obiettrice, ma era
sovraccarica di lavoro, così mi ha affidato, si fa per dire, al-le cure di due infermiere, ho chiesto ripetutamente un po’
d’acqua, me l’hanno negata per ore. Quando alla fine il mio
disgraziatissimo bambino è nato, ed è morto subito dopo,
una delle infermiere a bassa voce mi ha chiesto se non mi
vergognavo di quello che avevo fatto... La ginecologa l’ha
sentita e si è infuriata, quella ha risposto, è finita ad urli. Un
dolore pazzesco. Ecco così si abortisce legalmente in Ita-lia».
LA DENUNCIA DI PIERA
Gli ostacoli nel percorso che porta all’aborto comincia-no spesso nei consultori. «Ho tre figli, e la più piccola, Ali-ce, è nata con la sindrome di down. Lo sapevo, l’ho voluta
lo stesso. Poi è successo l’incredibile: a 44 anni sono rima-sta incinta per la quarta volta. Mauro, Marco, Alice che as-sorbe ogni mio respiro. Non era possibile avere un altro
bimbo. Sono andata in un consultorio della mia città per
iniziare le pratiche dell’aborto. Ho dovuto subire l’umi-liante interrogatorio dei volontari del Movimento per la
Vita, lì collocati dalla direzione sanitaria, che per due set-timane hanno cercato di farmi “riflettere”, parlandomi
apertamente di omicidio, mentre i termini stavano per
scadere. Un vero abuso. Fuorilegge. Come se non soffrissi
già abbastanza. Ho abortito in ospedale e poi ho denun-ciato il direttore della Asl...». Ma come si fanno invece a cal-colare i numeri di un fenomeno clandestino? Con quali pa-rametri?
LE CIFRE DI UN DRAMMA
Da anni nella relazione al parlamento sulla legge 194,
si cita una stima di 15/20mila aborti illegali ogni anno, un
numero calcolato soltanto sul tasso di abortività delle
donne italiane (6,9 per 1000) e sottostimato per stessa
ammissione del ministero. Molti altri elementi però por-tano almeno al raddoppio di quella cifra, facendo salire
la quota delle interruzioni di gravidanza clandestine a
40/50mila l’anno. Intanto confrontando le stime dell’il-legalità al tasso di abortività delle immigrate, che è di 26,4
interruzioni ogni mille donne, tre volte quello delle ita-liane. Analizzando poi i dati Istat si vede con chiarezza
quanto gli aborti spontanei siano aumentati, passando
dai 55mila degli anni Ottanta, ai quasi ottantamila di og-gi.
E secondo molti studiosi questa impennata altro non
è che il ritorno dell’aborto clandestino “mascherato”,
come avveniva prima della legge, quando le donne dopo
aver tentato di “fare da sole” arrivavano in ospedale con
emorragie e dolori, e i medici per salvarle completavano
gli aborti, registrati come “spontanei”. Lo spiega con
chiarezza Franco Bonarini, docente di Demografia all’u-niversità di Padova nel saggio “Sessualità e riproduzione
nell’Italia contempora-nea”.
«L’incremento del
rapporto tra aborti spon-tanei e gravidanze po-trebbe essere conse-guenza di un aumento
del ricorso all’aborto vo-lontario provocato ille-galmente. Anche il più al-to rischio per alcune ca-tegorie di donne, immi-grate, non coniugate potrebbe essere indizio di questo
fenomeno”. Ancora più preciso il calcolo di Bruno Moz-zanega, dell’università di Padova, che si ricollega al cre-scente “spaccio” di farmaci per interrompere la gravi-danza. «Agli aborti clandestini sottostimati in 20mila ca-si all’anno, si devono aggiungere, come segnala l’Istat,
73mila aborti spontanei, aumentati, rispetto al 1982, di
17mila casi all’anno. Un incremento medio del 30% che
però nelle minorenni sfiora il 70%. Se questo surplus di
aborti spontanei rappresentasse anche solo in parte gli
insuccessi (5-10%) dei farmaci abortivi di contrabbando,
ne emergerebbe un sommerso illegale di dimensioni
inimmaginabili a carico soprattutto delle giovanissime»
l cartello è scritto a penna, a volte su un pezzo di carto-ne. «Qui non si effettuano più Ivg». Ossia interruzioni
volontarie di gravidanza. Aborti cioè. Porte sbarrate,
reparti chiusi, day after di qualcosa che c’era, funzionava,
e adesso è in disuso, smantellato, abbandonato. «Tutti i
medici sono obiettori di coscienza, vada altrove». Altrove
è l’Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in in-tere regioni l’aborto legale è stato cancellato, oltre l’80%
dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non
applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a
Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tor-nano al silenzio e al segreto, come quarant’anni fa. Alcune
muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla.
Ventimila gli aborti illegali ogni anno calcolati dal mini-stero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008,
quarantamila, forse cinquantamila quelli reali. Settanta-cinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall’I-stat, ma un terzo di questi frutto probabilmente di inter-venti “casalinghi” finiti male. Cliniche fuorilegge, con-trabbando di farmaci: sul corpo delle donne è tornato a fio-rire l’antico e ricco business che la legge 194 aveva quasi
estirpato. Ma chi gestisce oggi questo commercio ramifi-cato? Quali sono le rotte dell’aborto clandestino, che sta
facendo ripiombare il nostro paese nel clima cupo degli
anni antecedenti al 22 maggio 1978, quando finalmente in
Italia l’interruzione volontaria di gravidanza diventò lega-le? E gli aborti iniziarono a diminuire, arrivando oggi ad es-sere il 53,3% in meno rispetto agli anni Ottanta.
CLINICHE E CONTRABBANDO
Ambulatori fuorilegge: l’ultimo gestito dalla mafia ci-nese è stato smantellato a Padova dalla Guardia di Finan-za alcune settimane fa. Incassava quattromila euro al gior-no. Tra i clienti anche donne italiane. E poi sequestri, spac-cio di farmaci abortivi, confezioni di Ru486 di contrab-bando, 188 procedimenti penali aperti nell’ultimo anno
per violazione della legge 194, spesso contro insospettabi-li professionisti che agivano nei loro studi medici. Donne
che ricominciano a morire di setticemia, e donne che mi-grano da una regione al-l’altra cercando (spesso
invano) quei reparti che
ancora garantiscono l’in-terruzione volontaria di
gravidanza. Ragazzine e
immigrate che vagano nei
corridoi del metrò cercan-do i blister di un farmaco
per l’ulcera a base di “mi-soprostolo” che preso in
dosi massicce provoca
l’interruzione di gravidanza, spacciato dalle gang suda-mericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli
Stati Uniti. Dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno
della metà se si compra su Internet. E le giovanissime abor-tiscono da sole, nel bagno di casa, perché della legge o del
giudice tutelare non sanno nulla, perché in ospedale la li-sta d’attesa è troppo lunga e i consultori sono sempre di
meno. (Dal 2007 al 2010 ne sono stati tagliati quasi 300).
Alem ad esempio, 17 anni, nata in Italia da genitori egi-ziani, brava e brillante a scuola, ricoverata in coma a Vero-na per un aborto provocato con un uncino. «Non volevo
che i miei genitori si accorgessero che ero incinta — ha rac-contato — e in ospedale non mi hanno voluto perché ero
minorenne...». O Irene, cresciuta tra le Vele di Scampia, già
baby mamma a 14 anni, che a 16 anni abortisce nel bagno
di casa, ma sbaglia dosi di misoprostolo, e finisce in un
grande nosocomio di Napoli tra la vita e la morte. «Sono
troppo povera per avere un altro figlio» confessa ai medi-ci. O, ancora, ed è sempre Sud, la storia della compraven-dita di un neonato architettata da un ginecologo di Caser-ta, Andrea Cozzolino, finito in manette l’8 maggio scorso.
Aveva convinto una gio-vane donna minorenne
che si era rivolta a lui per
un aborto clandestino, a
partorire, e poi vendere il
suo bambino per 25mila
euro...
La percentuale di suc-cesso di questi aborti soli-tari, quasi sempre farma-cologici e di cui si trovano
dettagliate istruzioni in
Rete è alta, oltre il 90%, ma chi sbaglia rischia la vita. Com-menta amaro il ginecologo Carlo Flamigni: «Contro la 194
c’è una congiura del silenzio. Accedere ai servizi è sempre
più difficile, e le donne più fragili, le più giovani, le stranie-re, finiscono nella trappola dell’illegalità. È una sconfitta
per tutti».
MORIRE D’ABORTO
Pilar ha 50 anni, il cuore grande e le braccia forti. In Perù
faceva l’ostetrica, qui assiste da vent’anni le donne mi-granti. «L’ultima che ho accompagnato in ospedale mi ha
detto di chiamarsi Soledad, di lei so poco altro, se non che
fa la badante e ha già due figli in Ecuador. Per due volte aveva provato a cercare un reparto di Ivg, dopo aver scoperto
che in Italia l’aborto è legale. Per due volte l’hanno riman-data indietro dicendole che non c’erano i medici. Così ha
fatto da sola — rivela Pilar — con le pasticche che ha com-prato da un’amica, e quando mi ha chiamato aveva la feb-bre e un’emorragia in corso. L’hanno salvata, non è stata
denunciata, ma per mesi era così debole che non ha potu-to lavorare, ha perso il posto di badante, e ora è disoccu-pata». E non è soltanto questione di donne immigrate.
«L’aborto clandestino ormai riguarda tutti i ceti della so-cietà», aggiunge Silvana Agatone, ginecologa e presidente
della Laiga, la Lega italiana per l’applicazione della 194,
che da anni denuncia l’incredibile dilagare dell’obiezione
di coscienza.
«Ci sono gli aborti d’oro, quelli dei ceti elevati, che si
svolgono in sicurezza negli studi medici, oppure all’este-ro. E poi ci sono gli aborti delle donne povere, delle clan-destine, che comprano le pasticche nei corridoi del metrò,
e se qualcosa va male si presentano al Pronto Soccorso af-fermando di aver avuto un aborto spontaneo». Qualcuna
si salva, qualcuna no. Come quella donna nigeriana che
arrivò in ospedale «con una gravissima infezione ed è mor-ta di setticemia» ricorda Agatone, che lavora all’ospedale
San Giovanni di Roma. È andata meglio a Mariangela, pu-gliese, che non sapendo più dove andare dopo la chiusu-ra dell’ultimo reparto di Ivg nella sua provincia (Matera)
racconta sul forum “aborto-blogspot” di essersi rivolta
grazie al tam tam ad una (stimata) ginecologa di un paese
vicino. «Duemilacinquecento euro, intervento chirurgico
sterile e sicuro. Come facevano mia madre e mia nonna,
ma senza rischi. Tutto molto triste però». Ma come si è ar-rivati a questo smantellamento progressivo di una legge
dello Stato? È legale che interi nosocomi non abbiano più
medici che applicano la 194? «No, non è legale - continua
Agatone - ma nessuno vuole più fare aborti perché si vie-ne discriminati e obbligati a fare solo e soltanto quelli». Al-cuni dati: nel Lazio il 91% dei ginecologi è obiettore di co-scienza, a Bari gli ultimi due medici che facevano gli abor-ti hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il ser-vizio viene assicurato da un unico ospedale in tutta la città,
in Sicilia il tasso di asten-sione dalla 194 è
dell’80,6%. «Ma la vera tra-gedia riguarda l’aborto te-rapeutico — conclude —
un intervento per cui sono
necessari medici interni
all’ospedale, ginecologo,
anestesista, infermieri, e
non si può supplire con
professionisti a contratto.
Visti però i numeri dell’o-biezione di coscienza è evidente che in tempi brevi nelle
strutture pubbliche italiane gli aborti terapeutici non si fa-ranno più».
IL CALVARIO DI SERENA
E allora le donne emigrano. Svizzera, Inghilterra, Fran-cia. Quattrocento euro per una “Ivg” entro il terzo mese,
circa 3000 per un aborto terapeutico (oltre la 22esima set-timana) in clinica. Ma non tutte possono andare all’este-ro, e per quelle che restano la prospettiva è un calvario di
umiliazioni. Scrive Serena F. che ha dovuto abortire alla
23esima settimana per gravissime malformazioni del fe-to: «Mi hanno abbandonato da sola, 15 ore di travaglio sen-za darmi né antidolorifici né altro, in tutto l’ospedale c’e-ra soltanto una giovane ginecologa non obiettrice, ma era
sovraccarica di lavoro, così mi ha affidato, si fa per dire, al-le cure di due infermiere, ho chiesto ripetutamente un po’
d’acqua, me l’hanno negata per ore. Quando alla fine il mio
disgraziatissimo bambino è nato, ed è morto subito dopo,
una delle infermiere a bassa voce mi ha chiesto se non mi
vergognavo di quello che avevo fatto... La ginecologa l’ha
sentita e si è infuriata, quella ha risposto, è finita ad urli. Un
dolore pazzesco. Ecco così si abortisce legalmente in Ita-lia».
LA DENUNCIA DI PIERA
Gli ostacoli nel percorso che porta all’aborto comincia-no spesso nei consultori. «Ho tre figli, e la più piccola, Ali-ce, è nata con la sindrome di down. Lo sapevo, l’ho voluta
lo stesso. Poi è successo l’incredibile: a 44 anni sono rima-sta incinta per la quarta volta. Mauro, Marco, Alice che as-sorbe ogni mio respiro. Non era possibile avere un altro
bimbo. Sono andata in un consultorio della mia città per
iniziare le pratiche dell’aborto. Ho dovuto subire l’umi-liante interrogatorio dei volontari del Movimento per la
Vita, lì collocati dalla direzione sanitaria, che per due set-timane hanno cercato di farmi “riflettere”, parlandomi
apertamente di omicidio, mentre i termini stavano per
scadere. Un vero abuso. Fuorilegge. Come se non soffrissi
già abbastanza. Ho abortito in ospedale e poi ho denun-ciato il direttore della Asl...». Ma come si fanno invece a cal-colare i numeri di un fenomeno clandestino? Con quali pa-rametri?
LE CIFRE DI UN DRAMMA
Da anni nella relazione al parlamento sulla legge 194,
si cita una stima di 15/20mila aborti illegali ogni anno, un
numero calcolato soltanto sul tasso di abortività delle
donne italiane (6,9 per 1000) e sottostimato per stessa
ammissione del ministero. Molti altri elementi però por-tano almeno al raddoppio di quella cifra, facendo salire
la quota delle interruzioni di gravidanza clandestine a
40/50mila l’anno. Intanto confrontando le stime dell’il-legalità al tasso di abortività delle immigrate, che è di 26,4
interruzioni ogni mille donne, tre volte quello delle ita-liane. Analizzando poi i dati Istat si vede con chiarezza
quanto gli aborti spontanei siano aumentati, passando
dai 55mila degli anni Ottanta, ai quasi ottantamila di og-gi.
E secondo molti studiosi questa impennata altro non
è che il ritorno dell’aborto clandestino “mascherato”,
come avveniva prima della legge, quando le donne dopo
aver tentato di “fare da sole” arrivavano in ospedale con
emorragie e dolori, e i medici per salvarle completavano
gli aborti, registrati come “spontanei”. Lo spiega con
chiarezza Franco Bonarini, docente di Demografia all’u-niversità di Padova nel saggio “Sessualità e riproduzione
nell’Italia contempora-nea”.
«L’incremento del
rapporto tra aborti spon-tanei e gravidanze po-trebbe essere conse-guenza di un aumento
del ricorso all’aborto vo-lontario provocato ille-galmente. Anche il più al-to rischio per alcune ca-tegorie di donne, immi-grate, non coniugate potrebbe essere indizio di questo
fenomeno”. Ancora più preciso il calcolo di Bruno Moz-zanega, dell’università di Padova, che si ricollega al cre-scente “spaccio” di farmaci per interrompere la gravi-danza. «Agli aborti clandestini sottostimati in 20mila ca-si all’anno, si devono aggiungere, come segnala l’Istat,
73mila aborti spontanei, aumentati, rispetto al 1982, di
17mila casi all’anno. Un incremento medio del 30% che
però nelle minorenni sfiora il 70%. Se questo surplus di
aborti spontanei rappresentasse anche solo in parte gli
insuccessi (5-10%) dei farmaci abortivi di contrabbando,
ne emergerebbe un sommerso illegale di dimensioni
inimmaginabili a carico soprattutto delle giovanissime»
R2 - 23-5/13 - Mongolia la miniera del mondo
a “collina turchese” è una voragine nera che potrebbe accogliere una
metropoli. Ruspe alte come palazzi non smettono di scavare da tre anni
e mentre scendono diventano un tarlo lanciato verso il cuore della ter-ra. Una polvere acre, secca gli ultimi arbusti e il fragore delle trivelle in-vade la pace perduta nel deserto del Gobi. Ancora pochi giorni e dalla mi-niera di Oyu Tolgoi, a ottanta chilometri dal confine con la Cina, si muoveranno le
prime colonne di tir cariche di rame. Per la Mongolia e per il resto del mondo si apre
un’era nuova.
Il Paese più povero e meno popolato dall’Asia centrale si trasforma nel Qatar del-l’Estremo Oriente. Gli analisti finanziari anglofoni lo hanno ribattezzato “Minego-lia”. Le Borse annunciano la nuova “booming economy” asiatica del prossimo de-cennio. Oyu Tolgoi è questo: il secondo giacimento di rame e oro del pianeta, ven-ti chilometri di depositi sotterranei, 450 mila tonnellate di rame e 93 di oro all’anno
per il prossimo mezzo secolo, 13 mila ex nomadi pastori reclutati come minatori.
La compagnia anglo-australiana Rio Tinto, assieme ai canadesi di Ivanhoe Mines,
ha già investito 7 miliardi di dollari, due più del previsto. Per la Mongolia è una scos-sa superiore all’ascesa di Gengis Khan, quasi novecento anni fa. N
el 2013 il suo Pil an-nuncia il primato glo-bale della crescita: tra
il 13% e il 15%, con
punte mensili del
18%. Nel 2011 era salito del 17%.
Entro il 2020, dagli scavi di Oyu
Tolgoi dipenderà il 35% del bilan-cio nazionale, destinato alle com-pagnie straniere. Non solo il teso-ro del Gobi sconvolge l’ex pascolo
dell’Urss. Sotto l’erba bruciata
avanzano i tunnel di 6 mila giaci-menti delle materie prime e delle
terre rare da cui dipende l’indu-stria globale: valore stimato, oltre
3 mila miliardi di euro. Una fortu-na e una condanna: solo le multi-nazionali occidentali dispongo-no dei capitali per trasformare gli
elementi in risorse, mentre la Ci-na si è assicurata l’85% di tutti i
prodotti nella provincia perduta
nel 1911.
Gli investimenti esteri costitui-scono già il 62% del Pil nazionale,
il 75% entro il 2015. «Si consuma la
grande spartizione della Mongo-lia – dice Galsan Odontuya, do-cente di scienze sociali nell’uni-versità statale della capitale –
mentre le multinazionali ci accu-sano di “neonazionalismo delle
risorse”». Il bilancio della Rio Tin-to supera da solo il Pil mongolo.
Per una paese vasto cinque volte
l’Italia, con tre milioni di abitanti
di cui la metà concentrata a Ulan
Bator, è un insuperabile shock. Le
compagnie minerarie estere
stanno acquistando l’unica de-mocrazia centroasiatica, Giappo-ne e Corea del Sud la costruiscono, la Cina la consuma sotto il
controllo di Russia e Stati Uniti. Ai
mongoli finiscono gli avanzi: il
35% dei nuovi “campioni mon-diali d’incassi” vivono sotto la so-glia di povertà, la disoccupazione
sfiora il 40%, l’alcolismo travolge
sette maschi su dieci. Da missile
della crescita, la Mongolia diven-ta anche il simbolo della devasta-zione sociale, culturale, ambien-tale e politica che sta sconvolgen-do l’Asia del po-st-comunismo
capitalista. La
Banca mondia-le parla di «clep-tocrazia»:
affonda nella
classifica dei
Paesi per corru-zione, un pugno
di milionari nel
luogo più
straordinario e
distrutto del pianeta.
Montagne, pascoli e deserti, tra
gli Altai del Bayan-Olgii e il Gobi
del Dornogov, vengono abban-donati ogni anno dal 20% degli
abitanti. Le praterie sono squar-ciate dalle miniere abusive delle
“tartarughe”, i cercatori d’oro
clandestini. Fiumi e laghi si rivela-no avvelenati dalle sostanze usate
per l’estrazione di metalli e mine-rali. Le sorgenti inaridiscono. «Ot-tocentomila nomadi pastori – di-ce l’attivista per i diritti umani
Chimgee Ganbold – sono costret-ti a vendere praterie, greggi e
mandrie. È la febbre dell’oro, qua-si sempre si risolve nell’emargina-zione». La terra non confiscata per
le miniere, finisce nelle mani del-l’industria tessile. Il boom di car-ne e cashmere, trainato da Pechi-no, in tre anni ha fatto esplodere i
capi di bestiame da 34 a 45 milio-ni: quindici animali per ogni abi-tante. Le capre, con la lana più
pregiata, dal 20% dei greggi sono
diventate il 70%. I vitelli da macel-lo soppiantano gli yak. I terreni co-sì si esauriscono, l’acqua viene de-stinata alle miniere, le falde inqui-nate. I mongoli, con l’inflazione al
14%, non possono più mangiare
carne e ripararsi dal gelo con la la-na. Per la prima volta il popolo che
dominò il più vasto impero della
storia si ritira dai suoi spazi infini-ti e viene deportato in un’orrenda
città che ha cambiato nome nove
volte e che è lo specchio del suo
drammatico successo. A Ulan Ba-tor, “eroe rosso” dei sovietici, si
vendono oggi tre generi di prodot-ti: il lusso occidentale per il 5% dei
milionari, il cashmere mongolo
per i 12 mila stranieri delle multi-nazionali e l’alcol russo per i 600
mila mongoli ammassati nelle
tendopoli delle gher. Un terzo de-gli abitanti vive con un dollaro al
giorno e 6 mila bambini di strada
dormono nelle fogne per non morire assiderati. I manager stranie-ri guadagnano 70 mila dollari al
mese, gli insegnanti universitari
mongoli 200. L’affitto di una stan-za è di 250 dollari mensili: il 95%
della popolazione si indebita con
le banche, o finisce nel fango e nel
ghiaccio dei distretti-gher. Qui
l’acqua si vende ad un razionato
rubinetto di Stato, mentre nell’e-sclusivo residence Bellavista, due
cantieri più in là, i water elettrici
spruzzano getti caldi sul posterio-re degli eletti. I figli dei ricchi fre-quentano le scuole private da 25
dollari all’anno, quelli dei poveri
non hanno i soldi per il bus che in
un’ora raggiunge la periferia. La
capitale della “booming eco-nomy” mondiale, si trasforma nel
simbolo dell’ingiustizia che do-mina lo sviluppo asiatico, dalla
Cina, al Bangladesh, alla Cambo-gia. «Girano più Suv che a Seul – di-ce Usukh Zorig, medico nel quar-tiere gher di Chinghiltei – e le tar-ghe facili da ricordare vanno all’a-sta a 20 mila dollari. Un numero di
cellulare vip costa fino a 30 miladollari: i milionari, se non visua-lizzano le cifre status-symbol,
nemmeno rispondono al telefo-no».
I sessanta clan mongoli saliti
sull’ascensore per il paradiso, tut-ti con almeno un familiare in par-lamento, vivono assieme ai signo-ri delle miniere sulla collina di Zei-san, vicino alla residenza presi-denziale. Ville California-style,
grattacieli-deluxe e fuoristrada
con teschi d’acciaio scolpiti nei
cerchioni delle jeep: un concen-trato di esibizionismo e pessimo
gusto che domina la coltre di pol-vere di carbone, stagnante sulle
baraccopoli dei nomadi
senza più animali, am-massati oltre il fiume
Tuul. «Prima il dominio
cinese della dinastia
Qing – dice lo storico Ot-sonsuren Dulam - poi le
purghe staliniane del
1937 e lo sfacelo del-l’Urss: pensavamo di
essere sopravvissuti al
peggio, ma non aveva-mo conosciuto la razzia
del capitalismo energe-tico». Fino al contagio
della febbre da materie
prime, alla fine degli anni Novan-ta, i mongoli conducevano una vi-ta antica e vagavano liberi con le
mandrie su altipiani di inegua-gliata bellezza. Ridotti in povertà
dall’improvvisa ricchezza, sono
scossi oggi dall’odio contro la ca-sta che, tra gli applausi dei merca-ti internazionali, si spartisce il pa-trimonio nazionale sommerso e il
tesoro naturalistico a cielo aperto.
Dietro il «nazionalismo delle ri-sorse», monta la «xenofobia dei
capitali»: l’Europa è razzista per-ché gli immigrati sono tanti e
troppo poveri, la Mongolia per-ché sono pochi e troppo ricchi.
«Duecentomila nuovi milionari
fra 3 milioni di poveri – dice Ch.
Ayurazana, direttore di un centro
di accoglienza a Yarmag – deva-stano una società primitiva come
quella mongola. Satelliti e web
impongono i modelli anche nei
campi gher dell’aymag di Arkhangai, dove giace distrutta Kharkho-rin. Nomadi e pastori svendono
tutto per un’auto giapponese, un
vestito europeo, un computer co-reano, una notte al karaoke e il so-gno di una vita americana: xe-nofobi ed esterofili nello stesso
tempo, in realtà vittime di consu-mi di cui non tengono il passo».
I giovani si laureano nelle 180
autodichiarate «università» pri-vate e fuggono all’estero. I loro ge-nitori lasciano i pascoli e sparisco-no in miniera per pagare le rate
della tivù al plasma, ormai esclusi
da ogni scelta. Regioni immense
abbandonate, imbevute di arsenico e desertificate, da offrire allo
sfruttamento delle materie prime
e al business delle necessarie in-frastrutture. Cina e Corea del Sud
stanno per cominciare le strada
asfaltata più lunga della storia na-zionale. Gli azionisti delle compa-gnie minerarie occidentali, con
5,2 miliardi di dollari, annunciano
1900 chilometri di nuove ferrovie
per i vagoni del carbone. Pechino
ha donato un imponente palaz-zetto dello sport. Il Giappone, en-tro il 2016, consegnerà il nuovo
aeroporto della capitale, costato
500 milioni di dollari, e promette
un sistema di bombardamento
delle nuvole per non lasciar mori-re di sete la popolazione. La stam-pa di Tokyo lancia anche l’allar-me-atomico: l’ex base militare so-vietica di Bayantal offerta segreta-mente ad americani e giapponesi
per essere trasformata nella più
grande discarica nucleare del pia-neta e la francese Areva concen-trata sull’accaparramento dell’u-ranio.
«Per la Mongolia impegnata in
un titanico slancio di moderniz-zazione – dice l’ex ministro degli
Esteri, Tserendash Tsolmon - è
l’occasione per una crescita
straordinaria». Distribuendo
equamente le royalties delle ma-terie prime, anche senza sforzarsi
di creare imprese e occupazione,
lo Stato potrebbe garantire ad
ogni individuo una rendita suffi-ciente, tutelare l’ambiente, far ri-nascere villaggi e città in tutte le
regioni, salvare agricoltura e alle-vamento, assicurare ai giovani l’i-struzione e un lavoro dignitoso.
«Invece – dice l’ingegnere-cuoco
di un chiosco di spiedini fuori dal
tempio distrutto di Mandshir
Khiid, tra i monti di Zuunmod –
siamo una massa di ereditieri te-nuti in miseria». A fine giugno si
terranno le presidenziali e si èaperta la campagna elettorale.
Sfidanti: il favorito presidente
uscente Ts. Elbegdorj, filo-occi-dentale, l’ex campione di lotta B.
Bat-Erdene, più aperto a Cina e
Russia, e la ministra della sanità N.
Udval, dell’ex partito comunista
sovietico, prima donna candidata
al vertice del potere. Tutti promet-tono di «restituire la Mongolia ai
mongoli», le multinazionali per
un mese si fingono preoccupate
per investimenti e concessioni,
ma a Ulan Bator e nelle campagne
si rischia una rivolta. «Anni di pro-messe – dice Tsagaan Sanjdori, ul-timo pastore di Tsetserleg – poi i
ricchi della capitale votano con la
scheda elettronica made in Usa, i
garanti degli interessi stranieri
vengono eletti, il malloppo viene
spartito e la gente si scopre più po-vera e privata di ogni opportu-nità». A Oyu Tolgoy è scattato an-che l’allarme eco-terrorismo con-tro un movimento di pastori rima-sti senz’acqua per le capre, che
promette blocchi alla miniera e al
rame già pagato da Pechino. Nel
Gobi, come nel resto della Mon-golia, in Cina e nell’Asia condan-nata a crescere per salvare il con-sumismo occidentale, chi chiede
il rispetto della vita e un po’ di mi-sura, pur nell’ingordigia, è accu-sato di sovversione. La “collina
turchese” non esiste più. Il sole
non raggiunge il fondo nero del-l’abisso in cui il mondo spinge un
nuovo sogno. Una famiglia no-made, stretta tra le gobbe piegate
di un cammello, guarda la proces-sione dei primi camion di rame
che risalgono i tornanti della mi-niera, appena visibili laggiù, come
chicchi di riso, e se ne va. Nel de-serto non sono stati mai così sol
metropoli. Ruspe alte come palazzi non smettono di scavare da tre anni
e mentre scendono diventano un tarlo lanciato verso il cuore della ter-ra. Una polvere acre, secca gli ultimi arbusti e il fragore delle trivelle in-vade la pace perduta nel deserto del Gobi. Ancora pochi giorni e dalla mi-niera di Oyu Tolgoi, a ottanta chilometri dal confine con la Cina, si muoveranno le
prime colonne di tir cariche di rame. Per la Mongolia e per il resto del mondo si apre
un’era nuova.
Il Paese più povero e meno popolato dall’Asia centrale si trasforma nel Qatar del-l’Estremo Oriente. Gli analisti finanziari anglofoni lo hanno ribattezzato “Minego-lia”. Le Borse annunciano la nuova “booming economy” asiatica del prossimo de-cennio. Oyu Tolgoi è questo: il secondo giacimento di rame e oro del pianeta, ven-ti chilometri di depositi sotterranei, 450 mila tonnellate di rame e 93 di oro all’anno
per il prossimo mezzo secolo, 13 mila ex nomadi pastori reclutati come minatori.
La compagnia anglo-australiana Rio Tinto, assieme ai canadesi di Ivanhoe Mines,
ha già investito 7 miliardi di dollari, due più del previsto. Per la Mongolia è una scos-sa superiore all’ascesa di Gengis Khan, quasi novecento anni fa. N
el 2013 il suo Pil an-nuncia il primato glo-bale della crescita: tra
il 13% e il 15%, con
punte mensili del
18%. Nel 2011 era salito del 17%.
Entro il 2020, dagli scavi di Oyu
Tolgoi dipenderà il 35% del bilan-cio nazionale, destinato alle com-pagnie straniere. Non solo il teso-ro del Gobi sconvolge l’ex pascolo
dell’Urss. Sotto l’erba bruciata
avanzano i tunnel di 6 mila giaci-menti delle materie prime e delle
terre rare da cui dipende l’indu-stria globale: valore stimato, oltre
3 mila miliardi di euro. Una fortu-na e una condanna: solo le multi-nazionali occidentali dispongo-no dei capitali per trasformare gli
elementi in risorse, mentre la Ci-na si è assicurata l’85% di tutti i
prodotti nella provincia perduta
nel 1911.
Gli investimenti esteri costitui-scono già il 62% del Pil nazionale,
il 75% entro il 2015. «Si consuma la
grande spartizione della Mongo-lia – dice Galsan Odontuya, do-cente di scienze sociali nell’uni-versità statale della capitale –
mentre le multinazionali ci accu-sano di “neonazionalismo delle
risorse”». Il bilancio della Rio Tin-to supera da solo il Pil mongolo.
Per una paese vasto cinque volte
l’Italia, con tre milioni di abitanti
di cui la metà concentrata a Ulan
Bator, è un insuperabile shock. Le
compagnie minerarie estere
stanno acquistando l’unica de-mocrazia centroasiatica, Giappo-ne e Corea del Sud la costruiscono, la Cina la consuma sotto il
controllo di Russia e Stati Uniti. Ai
mongoli finiscono gli avanzi: il
35% dei nuovi “campioni mon-diali d’incassi” vivono sotto la so-glia di povertà, la disoccupazione
sfiora il 40%, l’alcolismo travolge
sette maschi su dieci. Da missile
della crescita, la Mongolia diven-ta anche il simbolo della devasta-zione sociale, culturale, ambien-tale e politica che sta sconvolgen-do l’Asia del po-st-comunismo
capitalista. La
Banca mondia-le parla di «clep-tocrazia»:
affonda nella
classifica dei
Paesi per corru-zione, un pugno
di milionari nel
luogo più
straordinario e
distrutto del pianeta.
Montagne, pascoli e deserti, tra
gli Altai del Bayan-Olgii e il Gobi
del Dornogov, vengono abban-donati ogni anno dal 20% degli
abitanti. Le praterie sono squar-ciate dalle miniere abusive delle
“tartarughe”, i cercatori d’oro
clandestini. Fiumi e laghi si rivela-no avvelenati dalle sostanze usate
per l’estrazione di metalli e mine-rali. Le sorgenti inaridiscono. «Ot-tocentomila nomadi pastori – di-ce l’attivista per i diritti umani
Chimgee Ganbold – sono costret-ti a vendere praterie, greggi e
mandrie. È la febbre dell’oro, qua-si sempre si risolve nell’emargina-zione». La terra non confiscata per
le miniere, finisce nelle mani del-l’industria tessile. Il boom di car-ne e cashmere, trainato da Pechi-no, in tre anni ha fatto esplodere i
capi di bestiame da 34 a 45 milio-ni: quindici animali per ogni abi-tante. Le capre, con la lana più
pregiata, dal 20% dei greggi sono
diventate il 70%. I vitelli da macel-lo soppiantano gli yak. I terreni co-sì si esauriscono, l’acqua viene de-stinata alle miniere, le falde inqui-nate. I mongoli, con l’inflazione al
14%, non possono più mangiare
carne e ripararsi dal gelo con la la-na. Per la prima volta il popolo che
dominò il più vasto impero della
storia si ritira dai suoi spazi infini-ti e viene deportato in un’orrenda
città che ha cambiato nome nove
volte e che è lo specchio del suo
drammatico successo. A Ulan Ba-tor, “eroe rosso” dei sovietici, si
vendono oggi tre generi di prodot-ti: il lusso occidentale per il 5% dei
milionari, il cashmere mongolo
per i 12 mila stranieri delle multi-nazionali e l’alcol russo per i 600
mila mongoli ammassati nelle
tendopoli delle gher. Un terzo de-gli abitanti vive con un dollaro al
giorno e 6 mila bambini di strada
dormono nelle fogne per non morire assiderati. I manager stranie-ri guadagnano 70 mila dollari al
mese, gli insegnanti universitari
mongoli 200. L’affitto di una stan-za è di 250 dollari mensili: il 95%
della popolazione si indebita con
le banche, o finisce nel fango e nel
ghiaccio dei distretti-gher. Qui
l’acqua si vende ad un razionato
rubinetto di Stato, mentre nell’e-sclusivo residence Bellavista, due
cantieri più in là, i water elettrici
spruzzano getti caldi sul posterio-re degli eletti. I figli dei ricchi fre-quentano le scuole private da 25
dollari all’anno, quelli dei poveri
non hanno i soldi per il bus che in
un’ora raggiunge la periferia. La
capitale della “booming eco-nomy” mondiale, si trasforma nel
simbolo dell’ingiustizia che do-mina lo sviluppo asiatico, dalla
Cina, al Bangladesh, alla Cambo-gia. «Girano più Suv che a Seul – di-ce Usukh Zorig, medico nel quar-tiere gher di Chinghiltei – e le tar-ghe facili da ricordare vanno all’a-sta a 20 mila dollari. Un numero di
cellulare vip costa fino a 30 miladollari: i milionari, se non visua-lizzano le cifre status-symbol,
nemmeno rispondono al telefo-no».
I sessanta clan mongoli saliti
sull’ascensore per il paradiso, tut-ti con almeno un familiare in par-lamento, vivono assieme ai signo-ri delle miniere sulla collina di Zei-san, vicino alla residenza presi-denziale. Ville California-style,
grattacieli-deluxe e fuoristrada
con teschi d’acciaio scolpiti nei
cerchioni delle jeep: un concen-trato di esibizionismo e pessimo
gusto che domina la coltre di pol-vere di carbone, stagnante sulle
baraccopoli dei nomadi
senza più animali, am-massati oltre il fiume
Tuul. «Prima il dominio
cinese della dinastia
Qing – dice lo storico Ot-sonsuren Dulam - poi le
purghe staliniane del
1937 e lo sfacelo del-l’Urss: pensavamo di
essere sopravvissuti al
peggio, ma non aveva-mo conosciuto la razzia
del capitalismo energe-tico». Fino al contagio
della febbre da materie
prime, alla fine degli anni Novan-ta, i mongoli conducevano una vi-ta antica e vagavano liberi con le
mandrie su altipiani di inegua-gliata bellezza. Ridotti in povertà
dall’improvvisa ricchezza, sono
scossi oggi dall’odio contro la ca-sta che, tra gli applausi dei merca-ti internazionali, si spartisce il pa-trimonio nazionale sommerso e il
tesoro naturalistico a cielo aperto.
Dietro il «nazionalismo delle ri-sorse», monta la «xenofobia dei
capitali»: l’Europa è razzista per-ché gli immigrati sono tanti e
troppo poveri, la Mongolia per-ché sono pochi e troppo ricchi.
«Duecentomila nuovi milionari
fra 3 milioni di poveri – dice Ch.
Ayurazana, direttore di un centro
di accoglienza a Yarmag – deva-stano una società primitiva come
quella mongola. Satelliti e web
impongono i modelli anche nei
campi gher dell’aymag di Arkhangai, dove giace distrutta Kharkho-rin. Nomadi e pastori svendono
tutto per un’auto giapponese, un
vestito europeo, un computer co-reano, una notte al karaoke e il so-gno di una vita americana: xe-nofobi ed esterofili nello stesso
tempo, in realtà vittime di consu-mi di cui non tengono il passo».
I giovani si laureano nelle 180
autodichiarate «università» pri-vate e fuggono all’estero. I loro ge-nitori lasciano i pascoli e sparisco-no in miniera per pagare le rate
della tivù al plasma, ormai esclusi
da ogni scelta. Regioni immense
abbandonate, imbevute di arsenico e desertificate, da offrire allo
sfruttamento delle materie prime
e al business delle necessarie in-frastrutture. Cina e Corea del Sud
stanno per cominciare le strada
asfaltata più lunga della storia na-zionale. Gli azionisti delle compa-gnie minerarie occidentali, con
5,2 miliardi di dollari, annunciano
1900 chilometri di nuove ferrovie
per i vagoni del carbone. Pechino
ha donato un imponente palaz-zetto dello sport. Il Giappone, en-tro il 2016, consegnerà il nuovo
aeroporto della capitale, costato
500 milioni di dollari, e promette
un sistema di bombardamento
delle nuvole per non lasciar mori-re di sete la popolazione. La stam-pa di Tokyo lancia anche l’allar-me-atomico: l’ex base militare so-vietica di Bayantal offerta segreta-mente ad americani e giapponesi
per essere trasformata nella più
grande discarica nucleare del pia-neta e la francese Areva concen-trata sull’accaparramento dell’u-ranio.
«Per la Mongolia impegnata in
un titanico slancio di moderniz-zazione – dice l’ex ministro degli
Esteri, Tserendash Tsolmon - è
l’occasione per una crescita
straordinaria». Distribuendo
equamente le royalties delle ma-terie prime, anche senza sforzarsi
di creare imprese e occupazione,
lo Stato potrebbe garantire ad
ogni individuo una rendita suffi-ciente, tutelare l’ambiente, far ri-nascere villaggi e città in tutte le
regioni, salvare agricoltura e alle-vamento, assicurare ai giovani l’i-struzione e un lavoro dignitoso.
«Invece – dice l’ingegnere-cuoco
di un chiosco di spiedini fuori dal
tempio distrutto di Mandshir
Khiid, tra i monti di Zuunmod –
siamo una massa di ereditieri te-nuti in miseria». A fine giugno si
terranno le presidenziali e si èaperta la campagna elettorale.
Sfidanti: il favorito presidente
uscente Ts. Elbegdorj, filo-occi-dentale, l’ex campione di lotta B.
Bat-Erdene, più aperto a Cina e
Russia, e la ministra della sanità N.
Udval, dell’ex partito comunista
sovietico, prima donna candidata
al vertice del potere. Tutti promet-tono di «restituire la Mongolia ai
mongoli», le multinazionali per
un mese si fingono preoccupate
per investimenti e concessioni,
ma a Ulan Bator e nelle campagne
si rischia una rivolta. «Anni di pro-messe – dice Tsagaan Sanjdori, ul-timo pastore di Tsetserleg – poi i
ricchi della capitale votano con la
scheda elettronica made in Usa, i
garanti degli interessi stranieri
vengono eletti, il malloppo viene
spartito e la gente si scopre più po-vera e privata di ogni opportu-nità». A Oyu Tolgoy è scattato an-che l’allarme eco-terrorismo con-tro un movimento di pastori rima-sti senz’acqua per le capre, che
promette blocchi alla miniera e al
rame già pagato da Pechino. Nel
Gobi, come nel resto della Mon-golia, in Cina e nell’Asia condan-nata a crescere per salvare il con-sumismo occidentale, chi chiede
il rispetto della vita e un po’ di mi-sura, pur nell’ingordigia, è accu-sato di sovversione. La “collina
turchese” non esiste più. Il sole
non raggiunge il fondo nero del-l’abisso in cui il mondo spinge un
nuovo sogno. Una famiglia no-made, stretta tra le gobbe piegate
di un cammello, guarda la proces-sione dei primi camion di rame
che risalgono i tornanti della mi-niera, appena visibili laggiù, come
chicchi di riso, e se ne va. Nel de-serto non sono stati mai così sol
R2 - 21/5/13 - l bisturi del destino
OMO, ma vuoi davvero conoscere te stesso?
Il Dna ci ha mostrato l’alfabeto in cui è scrit-ta la nostra natura. Messe insieme, però,
quelle lettere rivelano un messaggio ancora
simile al responso della Sibilla. Il sogno del-la genetica di spiegare e risolvere ogni malattia corre pa-rallelo a quello delle cellule staminali, con la loro speran-za di creare organi di ricambio per sostituire quelli usu-rati. Ma quel che la medicina oggi riesce a intravedere,
non può ancora toccarlo con mano.
Un futuro in cui riusciremo a prevedere le malattie pri-ma che compaiano? In cui potremo gettare nel cestino
organi sani ma imperfetti dal punto di vista dei geni, so-stituendoli con pezzi di ricambio ottenuti in laboratorio?
Nel lasso di tempo che corre tra una promessa troppo
bella per essere vera e la sua realizzazione si è trovata in-trappolata — e come lei migliaia di altre donne nel mon-do — Angelina Jolie.D
a un lato: la notizia di
un probabile cancro al
seno per via della mu-tazione di Brca, uno
dei 20 mila geni che
formano il nostro Dna. Dall’altro:
una medicina che non sa ancora of-frire certezza di guarigione. Lei ha
deciso così di sradicare la paura in-sieme a un organo ancora sano.
«Viviamo una fase complicata»
conferma Pier Paolo Di Fiore della
Statale di Milano e del campus di ri-cerca Ifom-Ieo, uno dei massimi
esperti dei legami fra geni e cancro.
«La nostra capacità di prevedere e
diagnosticare malattie aumenta in
maniera esponenziale. Ma non al-trettanto si può dire della capacità
di trovare terapie risolutive».
Ecco allora l’“effetto Jolie” fare il
giro del mondo. A Salt Lake City
un’azienda fondata nel 1991 “per
chiarire il ruolo dei geni nelle ma-lattie umane” registra il boom del-le azioni: più 11% dall’annuncio di
Angelina. Si tratta della Myriad Ge-netics, che detiene negli Usa il bre-vetto dei test per le mutazioni dei
geni Brca1 e Brca2 (colpevoli di far
aumentare il rischio di cancro del
seno e delle ovaie) e ha raggiunto a
Wall Street un valore che non toc-cava dal 2009. Due giorni fa un in-glese di 53 anni — anche lui pre-sentava la mutazione di Brca2 - ha
insistito per farsi asportare la pro-stata: primo caso al mondo. La
Gran Bretagna ha annunciato che
da giugno renderà meno rigidi i li-miti per sottoporsi al test genetico
a spese del settore pubblico. Due
ospedali di Tokyo, primi in Giap-pone, offriranno la mastectomia
preventiva alle donne portatrici
della mutazione di Brca, come la
Jolie. L’attrice statunitense intanto
ha annunciato che l’anno prossi-mo girerà un film, prodotto dal ma-rito Brad Pitt, in cui interpreterà il
ruolo della madre, morta di cancro
all’ovaio a 56 anni.
Il nodo dei brevetti sui geni uma-ni, nel frattempo, è finito all’esame
della Corte suprema americana. A
fare opposizione alla Myriad sono
state diverse associazioni scientifi-che negli Usa, insieme al premio
cune regioni e nelle famiglie parti-colarmente colpite dal cancro (do-ve quindi si può supporre una com-ponente ereditaria della malattia)
il test è coperto dal sistema sanita-rio nazionale o da alcuni centri di
ricerca. «Ma nei casi in cui non ci
sono indizi su una componente
Nobel James Watson. «La cono-scenza non può essere brevettata.
La Myriad non dovrebbe possede-re i geni del tumore al seno» ha di-chiarato lo scienziato che nel 1953
scoprì la struttura a doppia elica del
Dna (e che, al momento della lettu-ra del proprio Dna, chiese di essere
tenuto all’oscuro del rischio di am-malarsi di Alzheimer). L’European
Patent Office ha respinto le richie-ste di brevetto della Myriad nel
2005, con la motivazione che un ge-ne non è un’invenzione umana.
Il diritto di proprietà riconosciu-to all’azienda di Salt Lake City è uno
dei motivi per cui il costo del test di
Angelina Jolie non scende al di sot-to dei tremila dollari. In Italia, in al-ereditaria dei tumori non c’è alcun
bisogno di sottoporsi al test» spiega
Franco Berrino, del dipartimento
di medicina predittiva e per la pre-venzione dell’Istituto Tumori di
Milano.
Sempre sull’onda dell’“effetto
Jolie”, la Gran Bretagna ha annun-ciato ieri un programma di scree-ning da 4 milioni di dollari per sco-prire nuovi geni legati al rischio
cancro. «Siamo tutti imperfetti a li-vello del Dna» fa notare Bruno Dal-lapiccola, genetista e direttore
scientifico dell’ospedale Bambin
Gesù a Roma. «Abbiamo migliaia di
mutazioni che ci rendono suscetti-bili a qualche malattia. Ma spesso il
loro effetto è molto più sfumato ri-spetto a Brca». I difetti del nostro
genoma associati a un tumore (ma
solo quelli a noi noti) sono un cen-tinaio. Mentre l’aumento del ri-schio provocato da Brca è molto al-to, altri geni hanno una portata più
sfumata.
Orientarsi fra l’intervento chi-rurgico o la scelta di convivere con
la paura diventa a quel punto anco-ra più arduo. «La nostra strategia di
fronte ai pazienti è usare tutta l’o-nestà possibile» spiega Bernardo
Bonanni, direttore della Preven-zione e genetica oncologica all’Isti-tuto europeo di oncologia. «Chia-riamo il confine tra ciò che sappia-mo e ciò che non sappiamo. Spie-ghiamo che un aumento del rischioon corrisponde a una certezza.
Facciamo sempre capire che il Dna
non è un destino. Stili di vita, far-maci e diagnosi precoci ci vengono
in aiuto. In generale, sono le perso-ne che hanno visto soffrire i propri
parenti a scegliere le opzioni più ra-dicali. La chirurgia. In alcuni casi
dobbiamo decidere se sottoporre a
test genetici anche i figli». Se già il
caso della Jolie o dell’uomo inglese
è stato sofferto, cosa fare nel caso di
geni che predispongono al tumore
del colon, un organo che non può
essere rimosso come mammella o
prostata? Che «il Dna non è un de-stino» è convinzione anche di Ber-rino. «Lo stesso Brca fa ammalare
poco più di una donna su due. Co-sa fa la differenza? Ce la stiamo
mettendo tutta per capirlo. Nel no-stro istituto cerchiamo di chiarire
l’effetto delle pillole anticoncezio-nali o di alcuni alimenti. Il latte ad
esempio fa aumentare i livelli del
fattore di crescita Igf-1. Tendiamo
a sconsigliarlo alle persone a ri-schio».
La complessità della sfida fa
però tremare le ginocchia. Dieci
anni fa abbiamo letto il nostro Dna
e suoi 20 mila geni. Contando poi le
proteine che compongono il no-stro organismo, siamo arrivati alla
cifra di 100 mila. Non bastava: stu-diando meglio i 20 mila geni ci sia-mo accorti che ad accenderli e spe-gnerli contribuisce ben un milione
di interruttori. E solo ora ci stiamo
affacciando sul mondo dei 100 tri-lioni di batteri che vivono dentro di
noi, e che sono dieci volte più nu-merosi delle nostre cellule. La com-plessità dell’uomo sembra un poz-zo senza fondo. Il sogno “conosci e
ripara te stesso” resta una stella
lontana
Nessun algoritmo, da solo, vale più di un buon medico
C’è un algoritmo che riassume il nostro
destino? In quali casi la tecnica ci deve
far intervenire preventivamente? Quali
modifiche sul nostro corpo possiamo
fare per evitare malattie? Qual è il confi-ne tra prevenzione e ossessione della perfezione? Sem-brano domande di oggi, rilanciate dal caso di Angelina
Jolie, dall’ossessione per i test genetici, ma non è così.
Perché quello del rapporto tra l’io e il suo corpo è un pro-blema filosofico (teoretico ed etico) che risale al mondo
antico, quando ogni evento biologico di una parte cor-porea (di una sede anatomica) era visto anche — o so-prattutto — come un evento biografico, di tutto l’indivi-duo che ne era affetto. Il rapporto tra “il ferito” e “la feri-ta”, cioè tra la sofferenza dell’individuo e l’affezione di
una parte, era già citato da Omero. Perché la ferita non ri-guardava solo il corpo, ma anche la persona e la perce-zione individuale della ferita stessaQ
uesto serve a capire come adesso siano cambiate le
tecniche ma non i dilemmi morali. Oggi il problema
del legame tra corpo e persona, e l’idea di poter evita-re preventivamente la sofferenza e la malattia, è am-plificato ed estremizzato dall’evoluzione della scienza. Dun-que si pone soprattutto in rapporto all’intervento medico (per
altro già ampiamente anticipato dalla chirurgia estetica). L’in-tervento come ricerca e come pratica per modificare ad arte la
natura fino a poter ricreare una seconda natura. È stato detto,
trent’anni fa, che «adesso che stiamo arrivando alla possibilità
di modificare i nostri geni, invecchiare è diventato anacroni-stico». E proprio il genoma, ad esempio, è di grande rilevanza
sotto l’aspetto predittivo. Ma i recenti casi di soggetti ad alto ri-schio genetico per tumore, che hanno
scelto la rimozione chirurgica preven-tiva, non fanno che riproporre l’antico
problema in termini clinici d’attualità:
fino a che punto si può distinguere tra
corpo e persona? cioè: fino a che pun-to si può intervenire fidandosi e confi-dando su una base statistica sui nostri
organi?
Per questo diventa decisivo il ruolo
del medico. Solo il dialogo con il pa-ziente, con i pazienti, può fissare limi-ti e regole all’estremismo chirurgico.
Ad esempio autorevoli studi certifica-no che a 30 anni un individuo su tre è
portatore di un microfocolaio di carci-noma prostatico silente e che a 80 an-ni il novanta per cento dei soggetti è af-fetto dalla medesima patologia, la cui
elevata incidenza odierna è anche le-gata all’invecchiamento della popola-zione. L’orientamento oggi prevalen-te in campo medico è quello di riservare l’attenzione ai casi che
vengono giudicati, in base ad appropriate e approfondite in-dagini, d’interesse clinico o preclinico, evitando di cedere a
ogni eccesso di estensione e a ogni tentazione interventistica
su vasta scala: il che, oltretutto, comporterebbe una ingiustifi-cata dilatazione della spesa sanitaria.
Il criterio discriminante è dunque, ora e sempre, quello cli-nico, che è, al tempo stesso, tecnico e umano. L’autonomia de-cisionale del paziente, giustamente rivendicata, ha un punto di
riferimento e una base di supporto irrinunciabile nel corretto
rapporto con il medico competente e disponibile, tanto affabi-le quanto affidabile, capace di consigliare, comprendere e con-vincere. In ciò consiste il buon metodo, quello che permette al
medico di risolvere, con il concorso del paziente debitamente
informato e responsabilizzato, ogni caso clinico complesso,
tanto più se questo concerne la dimensione corporea del ma-lato che è tanta parte della totalità della sua stessa persona.
(L’autore è docente di Storia della medicina, il suo ultimo libro
s’intitola “La scomparsa del dottore”, edito da Raffaello Cortina
Il Dna ci ha mostrato l’alfabeto in cui è scrit-ta la nostra natura. Messe insieme, però,
quelle lettere rivelano un messaggio ancora
simile al responso della Sibilla. Il sogno del-la genetica di spiegare e risolvere ogni malattia corre pa-rallelo a quello delle cellule staminali, con la loro speran-za di creare organi di ricambio per sostituire quelli usu-rati. Ma quel che la medicina oggi riesce a intravedere,
non può ancora toccarlo con mano.
Un futuro in cui riusciremo a prevedere le malattie pri-ma che compaiano? In cui potremo gettare nel cestino
organi sani ma imperfetti dal punto di vista dei geni, so-stituendoli con pezzi di ricambio ottenuti in laboratorio?
Nel lasso di tempo che corre tra una promessa troppo
bella per essere vera e la sua realizzazione si è trovata in-trappolata — e come lei migliaia di altre donne nel mon-do — Angelina Jolie.D
a un lato: la notizia di
un probabile cancro al
seno per via della mu-tazione di Brca, uno
dei 20 mila geni che
formano il nostro Dna. Dall’altro:
una medicina che non sa ancora of-frire certezza di guarigione. Lei ha
deciso così di sradicare la paura in-sieme a un organo ancora sano.
«Viviamo una fase complicata»
conferma Pier Paolo Di Fiore della
Statale di Milano e del campus di ri-cerca Ifom-Ieo, uno dei massimi
esperti dei legami fra geni e cancro.
«La nostra capacità di prevedere e
diagnosticare malattie aumenta in
maniera esponenziale. Ma non al-trettanto si può dire della capacità
di trovare terapie risolutive».
Ecco allora l’“effetto Jolie” fare il
giro del mondo. A Salt Lake City
un’azienda fondata nel 1991 “per
chiarire il ruolo dei geni nelle ma-lattie umane” registra il boom del-le azioni: più 11% dall’annuncio di
Angelina. Si tratta della Myriad Ge-netics, che detiene negli Usa il bre-vetto dei test per le mutazioni dei
geni Brca1 e Brca2 (colpevoli di far
aumentare il rischio di cancro del
seno e delle ovaie) e ha raggiunto a
Wall Street un valore che non toc-cava dal 2009. Due giorni fa un in-glese di 53 anni — anche lui pre-sentava la mutazione di Brca2 - ha
insistito per farsi asportare la pro-stata: primo caso al mondo. La
Gran Bretagna ha annunciato che
da giugno renderà meno rigidi i li-miti per sottoporsi al test genetico
a spese del settore pubblico. Due
ospedali di Tokyo, primi in Giap-pone, offriranno la mastectomia
preventiva alle donne portatrici
della mutazione di Brca, come la
Jolie. L’attrice statunitense intanto
ha annunciato che l’anno prossi-mo girerà un film, prodotto dal ma-rito Brad Pitt, in cui interpreterà il
ruolo della madre, morta di cancro
all’ovaio a 56 anni.
Il nodo dei brevetti sui geni uma-ni, nel frattempo, è finito all’esame
della Corte suprema americana. A
fare opposizione alla Myriad sono
state diverse associazioni scientifi-che negli Usa, insieme al premio
cune regioni e nelle famiglie parti-colarmente colpite dal cancro (do-ve quindi si può supporre una com-ponente ereditaria della malattia)
il test è coperto dal sistema sanita-rio nazionale o da alcuni centri di
ricerca. «Ma nei casi in cui non ci
sono indizi su una componente
Nobel James Watson. «La cono-scenza non può essere brevettata.
La Myriad non dovrebbe possede-re i geni del tumore al seno» ha di-chiarato lo scienziato che nel 1953
scoprì la struttura a doppia elica del
Dna (e che, al momento della lettu-ra del proprio Dna, chiese di essere
tenuto all’oscuro del rischio di am-malarsi di Alzheimer). L’European
Patent Office ha respinto le richie-ste di brevetto della Myriad nel
2005, con la motivazione che un ge-ne non è un’invenzione umana.
Il diritto di proprietà riconosciu-to all’azienda di Salt Lake City è uno
dei motivi per cui il costo del test di
Angelina Jolie non scende al di sot-to dei tremila dollari. In Italia, in al-ereditaria dei tumori non c’è alcun
bisogno di sottoporsi al test» spiega
Franco Berrino, del dipartimento
di medicina predittiva e per la pre-venzione dell’Istituto Tumori di
Milano.
Sempre sull’onda dell’“effetto
Jolie”, la Gran Bretagna ha annun-ciato ieri un programma di scree-ning da 4 milioni di dollari per sco-prire nuovi geni legati al rischio
cancro. «Siamo tutti imperfetti a li-vello del Dna» fa notare Bruno Dal-lapiccola, genetista e direttore
scientifico dell’ospedale Bambin
Gesù a Roma. «Abbiamo migliaia di
mutazioni che ci rendono suscetti-bili a qualche malattia. Ma spesso il
loro effetto è molto più sfumato ri-spetto a Brca». I difetti del nostro
genoma associati a un tumore (ma
solo quelli a noi noti) sono un cen-tinaio. Mentre l’aumento del ri-schio provocato da Brca è molto al-to, altri geni hanno una portata più
sfumata.
Orientarsi fra l’intervento chi-rurgico o la scelta di convivere con
la paura diventa a quel punto anco-ra più arduo. «La nostra strategia di
fronte ai pazienti è usare tutta l’o-nestà possibile» spiega Bernardo
Bonanni, direttore della Preven-zione e genetica oncologica all’Isti-tuto europeo di oncologia. «Chia-riamo il confine tra ciò che sappia-mo e ciò che non sappiamo. Spie-ghiamo che un aumento del rischioon corrisponde a una certezza.
Facciamo sempre capire che il Dna
non è un destino. Stili di vita, far-maci e diagnosi precoci ci vengono
in aiuto. In generale, sono le perso-ne che hanno visto soffrire i propri
parenti a scegliere le opzioni più ra-dicali. La chirurgia. In alcuni casi
dobbiamo decidere se sottoporre a
test genetici anche i figli». Se già il
caso della Jolie o dell’uomo inglese
è stato sofferto, cosa fare nel caso di
geni che predispongono al tumore
del colon, un organo che non può
essere rimosso come mammella o
prostata? Che «il Dna non è un de-stino» è convinzione anche di Ber-rino. «Lo stesso Brca fa ammalare
poco più di una donna su due. Co-sa fa la differenza? Ce la stiamo
mettendo tutta per capirlo. Nel no-stro istituto cerchiamo di chiarire
l’effetto delle pillole anticoncezio-nali o di alcuni alimenti. Il latte ad
esempio fa aumentare i livelli del
fattore di crescita Igf-1. Tendiamo
a sconsigliarlo alle persone a ri-schio».
La complessità della sfida fa
però tremare le ginocchia. Dieci
anni fa abbiamo letto il nostro Dna
e suoi 20 mila geni. Contando poi le
proteine che compongono il no-stro organismo, siamo arrivati alla
cifra di 100 mila. Non bastava: stu-diando meglio i 20 mila geni ci sia-mo accorti che ad accenderli e spe-gnerli contribuisce ben un milione
di interruttori. E solo ora ci stiamo
affacciando sul mondo dei 100 tri-lioni di batteri che vivono dentro di
noi, e che sono dieci volte più nu-merosi delle nostre cellule. La com-plessità dell’uomo sembra un poz-zo senza fondo. Il sogno “conosci e
ripara te stesso” resta una stella
lontana
Nessun algoritmo, da solo, vale più di un buon medico
C’è un algoritmo che riassume il nostro
destino? In quali casi la tecnica ci deve
far intervenire preventivamente? Quali
modifiche sul nostro corpo possiamo
fare per evitare malattie? Qual è il confi-ne tra prevenzione e ossessione della perfezione? Sem-brano domande di oggi, rilanciate dal caso di Angelina
Jolie, dall’ossessione per i test genetici, ma non è così.
Perché quello del rapporto tra l’io e il suo corpo è un pro-blema filosofico (teoretico ed etico) che risale al mondo
antico, quando ogni evento biologico di una parte cor-porea (di una sede anatomica) era visto anche — o so-prattutto — come un evento biografico, di tutto l’indivi-duo che ne era affetto. Il rapporto tra “il ferito” e “la feri-ta”, cioè tra la sofferenza dell’individuo e l’affezione di
una parte, era già citato da Omero. Perché la ferita non ri-guardava solo il corpo, ma anche la persona e la perce-zione individuale della ferita stessaQ
uesto serve a capire come adesso siano cambiate le
tecniche ma non i dilemmi morali. Oggi il problema
del legame tra corpo e persona, e l’idea di poter evita-re preventivamente la sofferenza e la malattia, è am-plificato ed estremizzato dall’evoluzione della scienza. Dun-que si pone soprattutto in rapporto all’intervento medico (per
altro già ampiamente anticipato dalla chirurgia estetica). L’in-tervento come ricerca e come pratica per modificare ad arte la
natura fino a poter ricreare una seconda natura. È stato detto,
trent’anni fa, che «adesso che stiamo arrivando alla possibilità
di modificare i nostri geni, invecchiare è diventato anacroni-stico». E proprio il genoma, ad esempio, è di grande rilevanza
sotto l’aspetto predittivo. Ma i recenti casi di soggetti ad alto ri-schio genetico per tumore, che hanno
scelto la rimozione chirurgica preven-tiva, non fanno che riproporre l’antico
problema in termini clinici d’attualità:
fino a che punto si può distinguere tra
corpo e persona? cioè: fino a che pun-to si può intervenire fidandosi e confi-dando su una base statistica sui nostri
organi?
Per questo diventa decisivo il ruolo
del medico. Solo il dialogo con il pa-ziente, con i pazienti, può fissare limi-ti e regole all’estremismo chirurgico.
Ad esempio autorevoli studi certifica-no che a 30 anni un individuo su tre è
portatore di un microfocolaio di carci-noma prostatico silente e che a 80 an-ni il novanta per cento dei soggetti è af-fetto dalla medesima patologia, la cui
elevata incidenza odierna è anche le-gata all’invecchiamento della popola-zione. L’orientamento oggi prevalen-te in campo medico è quello di riservare l’attenzione ai casi che
vengono giudicati, in base ad appropriate e approfondite in-dagini, d’interesse clinico o preclinico, evitando di cedere a
ogni eccesso di estensione e a ogni tentazione interventistica
su vasta scala: il che, oltretutto, comporterebbe una ingiustifi-cata dilatazione della spesa sanitaria.
Il criterio discriminante è dunque, ora e sempre, quello cli-nico, che è, al tempo stesso, tecnico e umano. L’autonomia de-cisionale del paziente, giustamente rivendicata, ha un punto di
riferimento e una base di supporto irrinunciabile nel corretto
rapporto con il medico competente e disponibile, tanto affabi-le quanto affidabile, capace di consigliare, comprendere e con-vincere. In ciò consiste il buon metodo, quello che permette al
medico di risolvere, con il concorso del paziente debitamente
informato e responsabilizzato, ogni caso clinico complesso,
tanto più se questo concerne la dimensione corporea del ma-lato che è tanta parte della totalità della sua stessa persona.
(L’autore è docente di Storia della medicina, il suo ultimo libro
s’intitola “La scomparsa del dottore”, edito da Raffaello Cortina
mercoledì 5 giugno 2013
20/05/13 - R2 - uel virus populista nelle vene dell’Europa
Il nuovo virus politico dell’Europa
è nato tra il crollo del comunismo
e l’arrivo della globalizzazione.La crisi
economica e la rabbia sociale lo hanno
alimentato fino a risvegliare pregiudizi
nazionalisti e xenofobi.E ora ha trovato
un bersaglio: l’élite al potere
un discorso antico. Gli storici ne fanno risalire le origini
alla Repubblica romana (quella ante Christum natum).
Altri ne ritrovano facili tracce in tante fasi della storia re-cente in diversi continenti. Ma quello che ci investe non
è della stessa natura. Ha un’impronta europea. È in par-te attribuito a un declino, a un declassamento del Vecchio conti-nente. Trova un terreno favorevole nelle democrazie confrontate
all’emergenza di un mondo nuovo, dominato dall’incertezza. È
un discorso portatore di un virus politico, dal quale neppure gli au-tentici partiti democratici sono del tutto immuni. Non è tanto uno
spettro che si aggira per l’Europa, quanto un vento che soffia sul-le nostre società, provocando sinistri scricchiolii.
Il populismo, poiché di questo si tratta, si presta a tante defini-zioni. La versione più diretta, meno lusinghiera, indica il discorso
di uomini o movimenti che, attraverso promesse elettoralistiche,
cercano di conquistare l’approvazione popolare esacerbando le
frustrazioni, risvegliando pregiudizi nazionalisti, xenofobi, razzi-sti, o esagerando i problemi della sicurezza. Il bersaglio delle cri-tiche è l’élite al potere, dalla quale deve dissociarsi il popolo, con-siderato un insieme di individui, non suddivisi in classi sociali e
spinti da collera, rancore, indignazione a seguire un leader cari-smatico e un partito capace di esprimerne l’ideologia. Il terreno
d’azione è quello di una democrazia rappresentativa: per questo
l’epidemia populista affonda le radici nelle nostre società in crisi.
Oggi esistono ventisette partiti di tipo populista — forse qual-cuno di più poiché spuntano come funghi — dotati di un’influen-za considerevole in diciotto diversi paesi europei. Negli anni Set-tanta se ne contavano quattro. In questa contabilità (Dominique
Reynié, “Populismes: la pente fatale”, novembre 2012, edit. Plon)
sono presi in considerazione soltanto le formazioni politiche che
in uno scrutinio nazionale hanno raggiunto un quoziente supe-riore al 5%. Ma undici sono andati oltre il 15%. I loro successi elet-torali sono cominciati con la scomparsa o quasi dei partiti comu-nisti, con il calo dei consensi a quelli socialdemocratici, e in gene-rale a quelli di governo. Il passaggio dall’estrema destra classica e
marginale a un populismo lanciato all’inseguimento della società
post industriale è avvenuto soprattutto nell’ultimo decennio, an-che se si era già delineato nel mezzo degli anni Novanta.
l modello tradizionale del-l’estrema destra, neo fasci-sta o neo nazista, appartiene
ormai al passato o sopravvi-ve a stento. In esso rientra-vano l’Msi prima del congresso di
Fiuggi; l’Msi- Fiamma tricolore di
Pino Rauti; l’Npsd e la Dvu tede-schi; il National Front e il Bnp bri-tannici; o l’Nvu olandese. I movi-menti con la vecchia impronta so-no ridotti a gruppuscoli. Il model-lo post industriale (come l’ha
chiamato Piero Ignazi) ha cono-sciuto invece un’espansione si-gnificativa. Favorita anche dalla
crisi economica e finanziaria, in-tervenuta nel frattempo.
Il fenomeno populista, nelle
sue dimensioni attuali, è un pro-dotto della svolta avvenuta attor-no al 2000, quando l’inizio del se-colo segna per noi europei, se non
proprio la fine, il profondo muta-mento di un mondo e comincia,
appunto, quello dell’incertezza.
Si è appena concluso il comuni-smo ed è appena iniziata la globa-lizzazione. Per molti paesi del vec-chio continente si sta per aprire
l’era dell’euro, della moneta uni-ca, vista come una rinuncia della
nazione; i referendum sulla Costi-tuzione europea rivelano profon-de perplessità (Olanda e Francia
reagiscono con un “no”); esplode
il terrorismo islamico con l’atten-tato dell’11 settembre a New York;
ne segue la guerra in Afghanistan
e un paio d’anni dopo quella in
Iraq; i due conflitti “contro l’I-slam” e gli attentati del 2004 a Ma-drid e del 2005 a Londra rilancia-no, accentuano i timori per il ter-rorismo islamico e di conseguen-za quelli per la massiccia immi-grazione musulmana. E nel 2008,
il 15 settembre, l’affare della ban-ca di investimenti Lehman
Brothers annuncia la crisi econo-mica e finanziaria. Con le conse-guenze che ancora viviamo, in
particolare l’austerità e l’aumento
della disoccupazione.
È su questo sfondo (ricostruito
da Dominique Reynié, professore
nella parigina Sciences Po e auto-re di saggi sull’opinione pubblica)
che le democrazie europee vedo-no crescere l’ondata populista.
Due sono gli itinerari seguiti dai
partiti politici convertiti, in parte o
Sono oltre venti
i partiti che si
ispirano a questa
nuova ondata
di protesta
Sono contro l’euro
e contro le banche
E il loro consenso
è in costante
crescita
del tutto, alla nuova, devastatrice
protesta. Il primo riguarda i movi-menti dell’estrema destra razzista
i quali agiscono per opportuni-smo. I dirigenti più giovani ab-bandonano o accantonano le vec-chie ideologie neo naziste, neo fa-sciste, antisemite e negazioniste
(dell’Olocausto). E archiviano
l’anticomunismo, non solo per-ché il comunismo si è dissolto, ma
anche perché un’ampia porzione
degli strati popolari un tempo
sensibile ai suoi richiami adesso
rappresenta un elettorato da con-quistare. I populisti si adeguano
con pragmatismo alle nuove
realtà. Non mancano di spirito
imprenditoriale. Conoscono la
cultura del marketing.
In Francia la svolta del Front
National avviene a tappe. L’anzia-no Jean-Marie Le Pen tenta senza
grande successo la modernizza-zione del partito di cui è il fonda-tore, ma questa sua incapacità
non gli impedisce nel 2002 di su-perare il candidato socialista, Lio-nel Jospin, al primo turno delle
elezioni presidenziali. Al ballot-taggio sarà inevitabilmente scon-fitto dal tardo gollista Jacques Chi-rac. Per Le Pen sarà comunque
una sconfitta trionfale. E lo sarà
anche per l’estrema destra che si
sta riformando.
La figlia Marine gli succede no-ve anni dopo e adotta un discorso
non più ancorato ai temi tradizio-nali. La neo leader del movimento
non attenua gli attacchi all’immi-grazione, in particolare quella
musulmana, ma non ricalca lo sti-le del razzismo paterno. Lo ripuli-sce, lo nasconde sotto i richiami
alla democrazia. Marine Le Pen
predica l’uguaglianza tra uomini e
donne, la laicità, le libertà indivi-duali e d’opinione. Da questa ba-se se la prende con l’immigrazio-ne musulmana, portatrice di valo-ri che minacciano quelli demo-cratici della République. I riferi-menti al regime collaborazionista
di Vichy, durante l’occupazione
nazista, o all’Algeria francese ab-bandonata da de Gaulle, sparisco-no. Vanno in soffitta.
Il Front National di Marine Le
Pen si ispira al populismo dell’Eu-ropa del Nord. Per il super nazio-nalismo, per lo sciovinismo, si di-stingue invece dai separatisti, ad
esempio dalla Lega italiana e dal
Vlaams Belang fiammingo. Il co-mun denominatore è il rifiuto del-l’Unione europea. I populisti gli
devono larga parte del loro suc-cesso. In Danimarca hanno pun-tato dal ‘92 sull’antieuropeismo e
sulla difesa dell’indipendenza del
paese e dell’identità nazionale.
Orbán: “La Merkel
come i nazisti”
“La Merkel si comporta
come i nazisti quando
invasero l’Ungheria nel
‘44”. Polemica sulle parole
del premier ungherese
Viktor Orbán che nel suo
radiomessaggio di ieri ha
attaccato la politica
dell’austerity della
Germania
Per questo gli svedesi hanno re-spinto l’euro nel 2003.
Sempre l’eurofobia, più che
l’euroscetticismo, è all’origine
dell’ancora caldo successo del-l’Ukip (United Kingdom Inde-pendence Party), che tre settima-ne fa ha ottenuto il 23% alle elezio-ni amministrative in Gran Breta-gna, e al quale i sondaggi promet-tono il 20 % a quelle politiche del
2015. Se il pronostico si avverasse
l’intero quadro politico sarebbe
sconvolto. Ai tre partiti tradi-zionali (il conservatore, il
laburista e il liberalde-mocratico) se ne ag-giungerebbe un
quarto di dimen-sioni tali da modifi-care gli equilibri
della democrazia
britannica. L’o-biettivo iniziale
dell’Ukip, animato
da Nigel Farage, era di
far uscire il Regno
Unito dall’Unione
europea. Ma col
tempo il program-ma si è appesanti-to, ha assunto un
chiaro carattere
populista: lotta al-l’immigrazione, ad ogni diver-sità che inquini la compattez-za nazionale, e un discorso che
cerca di trasformare in collera lo
smarrimento della gente colpita
dalla crisi economica.
La base elettorale dell’estrema
destra populista conta anzitutto
piccoli commercianti, artigiani,
operai: è formata da strati della so-cietà in cui prevale un sentimento
di declassamento, di smarrimen-to di fronte alla mondializzazione,
che espone i singoli paesi alla con-correnza internazionale, e a
un’Europa in declino che non sa
proteggersi. La crescente disoc-cupazione è attribuita alla man-canza di difese efficaci. I partiti po-pulisti non si augurano la fine del-l’economia di mercato, né sono
nemici del capitalismo. Vogliono
un’economia nazionale control-lata da uno Stato forte, capace di
ristabilire le frontiere e applicare
una politica protezionista. Con-dannano il potere delle banche,
della finanza internazionale, che
sottrae al popolo le sue naturali ri-sorse. E se la prendono con i ricchi,
con coloro che governano con la
politica o con il denaro. (In questo
quadro il movimento di Grillo po trebbe trovare uno spazio).
Alternativa per la Germania,
l’Afd, la nuova formazione politi-ca tedesca, alla quale viene attri-buito dai sondaggi circa un quar-to dell’elettorato, ha come obietti-vo una dissoluzione progressiva
dell’unione monetaria. Sostiene
che la Germania non ha bisogno
dell’euro e che l’Europa può so-pravvivere alla sua scomparsa.
L’Afd è un movimento conserva-tore. Tra gli animatori, economi-sti, accademici e intellettuali, non
sono pochi quelli provenienti dal-la Cdu di Angela Merkel. E quasi
tutti negano di essersi ispirati al
populismo dilagante, e ancor me-no all’estrema destra radicale.
Ma sono rari coloro che si di-chiarano apertamente populisti o
di estrema destra. Sono rari so-prattutto nei partiti della destra ri-spettabile, dove le tentazioni po-puliste sono vive e tenaci. E che si
esprimono sollecitando più o me-no apertamente alleanze con i
partiti estremisti, tenuti ufficial-mente fuori dall’“arco costituzio-nale” come si diceva tempo fa in
Italia. Nelle competizioni eletto-rali il populismo è emerso a tratti,
in modo evidente, in tanti paesi
europei. Senz’altro con Sarkozy in
Francia, e con Berlusconi in Italia.
Due personaggi per altri versi in-compatibili. La tentazione di una
complicità con il Front National è
ancora forte nell’Ump (l’Unione
per un movimento popolare) di
cui Sarkozy è stato il presidente. E
in Italia la Lega populista e il Pdl
hanno governato insieme per an-ni. Anche in Gran Bretagna molti
conservatori auspicano un’al-leanza con l’United Kingdom In-dependence Party. Questo è il se-condo itinerario, oltre a quello
dell’estrema destra, lungo il quale
il populismo si infiltra nella vita
politica europea.
è nato tra il crollo del comunismo
e l’arrivo della globalizzazione.La crisi
economica e la rabbia sociale lo hanno
alimentato fino a risvegliare pregiudizi
nazionalisti e xenofobi.E ora ha trovato
un bersaglio: l’élite al potere
un discorso antico. Gli storici ne fanno risalire le origini
alla Repubblica romana (quella ante Christum natum).
Altri ne ritrovano facili tracce in tante fasi della storia re-cente in diversi continenti. Ma quello che ci investe non
è della stessa natura. Ha un’impronta europea. È in par-te attribuito a un declino, a un declassamento del Vecchio conti-nente. Trova un terreno favorevole nelle democrazie confrontate
all’emergenza di un mondo nuovo, dominato dall’incertezza. È
un discorso portatore di un virus politico, dal quale neppure gli au-tentici partiti democratici sono del tutto immuni. Non è tanto uno
spettro che si aggira per l’Europa, quanto un vento che soffia sul-le nostre società, provocando sinistri scricchiolii.
Il populismo, poiché di questo si tratta, si presta a tante defini-zioni. La versione più diretta, meno lusinghiera, indica il discorso
di uomini o movimenti che, attraverso promesse elettoralistiche,
cercano di conquistare l’approvazione popolare esacerbando le
frustrazioni, risvegliando pregiudizi nazionalisti, xenofobi, razzi-sti, o esagerando i problemi della sicurezza. Il bersaglio delle cri-tiche è l’élite al potere, dalla quale deve dissociarsi il popolo, con-siderato un insieme di individui, non suddivisi in classi sociali e
spinti da collera, rancore, indignazione a seguire un leader cari-smatico e un partito capace di esprimerne l’ideologia. Il terreno
d’azione è quello di una democrazia rappresentativa: per questo
l’epidemia populista affonda le radici nelle nostre società in crisi.
Oggi esistono ventisette partiti di tipo populista — forse qual-cuno di più poiché spuntano come funghi — dotati di un’influen-za considerevole in diciotto diversi paesi europei. Negli anni Set-tanta se ne contavano quattro. In questa contabilità (Dominique
Reynié, “Populismes: la pente fatale”, novembre 2012, edit. Plon)
sono presi in considerazione soltanto le formazioni politiche che
in uno scrutinio nazionale hanno raggiunto un quoziente supe-riore al 5%. Ma undici sono andati oltre il 15%. I loro successi elet-torali sono cominciati con la scomparsa o quasi dei partiti comu-nisti, con il calo dei consensi a quelli socialdemocratici, e in gene-rale a quelli di governo. Il passaggio dall’estrema destra classica e
marginale a un populismo lanciato all’inseguimento della società
post industriale è avvenuto soprattutto nell’ultimo decennio, an-che se si era già delineato nel mezzo degli anni Novanta.
l modello tradizionale del-l’estrema destra, neo fasci-sta o neo nazista, appartiene
ormai al passato o sopravvi-ve a stento. In esso rientra-vano l’Msi prima del congresso di
Fiuggi; l’Msi- Fiamma tricolore di
Pino Rauti; l’Npsd e la Dvu tede-schi; il National Front e il Bnp bri-tannici; o l’Nvu olandese. I movi-menti con la vecchia impronta so-no ridotti a gruppuscoli. Il model-lo post industriale (come l’ha
chiamato Piero Ignazi) ha cono-sciuto invece un’espansione si-gnificativa. Favorita anche dalla
crisi economica e finanziaria, in-tervenuta nel frattempo.
Il fenomeno populista, nelle
sue dimensioni attuali, è un pro-dotto della svolta avvenuta attor-no al 2000, quando l’inizio del se-colo segna per noi europei, se non
proprio la fine, il profondo muta-mento di un mondo e comincia,
appunto, quello dell’incertezza.
Si è appena concluso il comuni-smo ed è appena iniziata la globa-lizzazione. Per molti paesi del vec-chio continente si sta per aprire
l’era dell’euro, della moneta uni-ca, vista come una rinuncia della
nazione; i referendum sulla Costi-tuzione europea rivelano profon-de perplessità (Olanda e Francia
reagiscono con un “no”); esplode
il terrorismo islamico con l’atten-tato dell’11 settembre a New York;
ne segue la guerra in Afghanistan
e un paio d’anni dopo quella in
Iraq; i due conflitti “contro l’I-slam” e gli attentati del 2004 a Ma-drid e del 2005 a Londra rilancia-no, accentuano i timori per il ter-rorismo islamico e di conseguen-za quelli per la massiccia immi-grazione musulmana. E nel 2008,
il 15 settembre, l’affare della ban-ca di investimenti Lehman
Brothers annuncia la crisi econo-mica e finanziaria. Con le conse-guenze che ancora viviamo, in
particolare l’austerità e l’aumento
della disoccupazione.
È su questo sfondo (ricostruito
da Dominique Reynié, professore
nella parigina Sciences Po e auto-re di saggi sull’opinione pubblica)
che le democrazie europee vedo-no crescere l’ondata populista.
Due sono gli itinerari seguiti dai
partiti politici convertiti, in parte o
Sono oltre venti
i partiti che si
ispirano a questa
nuova ondata
di protesta
Sono contro l’euro
e contro le banche
E il loro consenso
è in costante
crescita
del tutto, alla nuova, devastatrice
protesta. Il primo riguarda i movi-menti dell’estrema destra razzista
i quali agiscono per opportuni-smo. I dirigenti più giovani ab-bandonano o accantonano le vec-chie ideologie neo naziste, neo fa-sciste, antisemite e negazioniste
(dell’Olocausto). E archiviano
l’anticomunismo, non solo per-ché il comunismo si è dissolto, ma
anche perché un’ampia porzione
degli strati popolari un tempo
sensibile ai suoi richiami adesso
rappresenta un elettorato da con-quistare. I populisti si adeguano
con pragmatismo alle nuove
realtà. Non mancano di spirito
imprenditoriale. Conoscono la
cultura del marketing.
In Francia la svolta del Front
National avviene a tappe. L’anzia-no Jean-Marie Le Pen tenta senza
grande successo la modernizza-zione del partito di cui è il fonda-tore, ma questa sua incapacità
non gli impedisce nel 2002 di su-perare il candidato socialista, Lio-nel Jospin, al primo turno delle
elezioni presidenziali. Al ballot-taggio sarà inevitabilmente scon-fitto dal tardo gollista Jacques Chi-rac. Per Le Pen sarà comunque
una sconfitta trionfale. E lo sarà
anche per l’estrema destra che si
sta riformando.
La figlia Marine gli succede no-ve anni dopo e adotta un discorso
non più ancorato ai temi tradizio-nali. La neo leader del movimento
non attenua gli attacchi all’immi-grazione, in particolare quella
musulmana, ma non ricalca lo sti-le del razzismo paterno. Lo ripuli-sce, lo nasconde sotto i richiami
alla democrazia. Marine Le Pen
predica l’uguaglianza tra uomini e
donne, la laicità, le libertà indivi-duali e d’opinione. Da questa ba-se se la prende con l’immigrazio-ne musulmana, portatrice di valo-ri che minacciano quelli demo-cratici della République. I riferi-menti al regime collaborazionista
di Vichy, durante l’occupazione
nazista, o all’Algeria francese ab-bandonata da de Gaulle, sparisco-no. Vanno in soffitta.
Il Front National di Marine Le
Pen si ispira al populismo dell’Eu-ropa del Nord. Per il super nazio-nalismo, per lo sciovinismo, si di-stingue invece dai separatisti, ad
esempio dalla Lega italiana e dal
Vlaams Belang fiammingo. Il co-mun denominatore è il rifiuto del-l’Unione europea. I populisti gli
devono larga parte del loro suc-cesso. In Danimarca hanno pun-tato dal ‘92 sull’antieuropeismo e
sulla difesa dell’indipendenza del
paese e dell’identità nazionale.
Orbán: “La Merkel
come i nazisti”
“La Merkel si comporta
come i nazisti quando
invasero l’Ungheria nel
‘44”. Polemica sulle parole
del premier ungherese
Viktor Orbán che nel suo
radiomessaggio di ieri ha
attaccato la politica
dell’austerity della
Germania
Per questo gli svedesi hanno re-spinto l’euro nel 2003.
Sempre l’eurofobia, più che
l’euroscetticismo, è all’origine
dell’ancora caldo successo del-l’Ukip (United Kingdom Inde-pendence Party), che tre settima-ne fa ha ottenuto il 23% alle elezio-ni amministrative in Gran Breta-gna, e al quale i sondaggi promet-tono il 20 % a quelle politiche del
2015. Se il pronostico si avverasse
l’intero quadro politico sarebbe
sconvolto. Ai tre partiti tradi-zionali (il conservatore, il
laburista e il liberalde-mocratico) se ne ag-giungerebbe un
quarto di dimen-sioni tali da modifi-care gli equilibri
della democrazia
britannica. L’o-biettivo iniziale
dell’Ukip, animato
da Nigel Farage, era di
far uscire il Regno
Unito dall’Unione
europea. Ma col
tempo il program-ma si è appesanti-to, ha assunto un
chiaro carattere
populista: lotta al-l’immigrazione, ad ogni diver-sità che inquini la compattez-za nazionale, e un discorso che
cerca di trasformare in collera lo
smarrimento della gente colpita
dalla crisi economica.
La base elettorale dell’estrema
destra populista conta anzitutto
piccoli commercianti, artigiani,
operai: è formata da strati della so-cietà in cui prevale un sentimento
di declassamento, di smarrimen-to di fronte alla mondializzazione,
che espone i singoli paesi alla con-correnza internazionale, e a
un’Europa in declino che non sa
proteggersi. La crescente disoc-cupazione è attribuita alla man-canza di difese efficaci. I partiti po-pulisti non si augurano la fine del-l’economia di mercato, né sono
nemici del capitalismo. Vogliono
un’economia nazionale control-lata da uno Stato forte, capace di
ristabilire le frontiere e applicare
una politica protezionista. Con-dannano il potere delle banche,
della finanza internazionale, che
sottrae al popolo le sue naturali ri-sorse. E se la prendono con i ricchi,
con coloro che governano con la
politica o con il denaro. (In questo
quadro il movimento di Grillo po trebbe trovare uno spazio).
Alternativa per la Germania,
l’Afd, la nuova formazione politi-ca tedesca, alla quale viene attri-buito dai sondaggi circa un quar-to dell’elettorato, ha come obietti-vo una dissoluzione progressiva
dell’unione monetaria. Sostiene
che la Germania non ha bisogno
dell’euro e che l’Europa può so-pravvivere alla sua scomparsa.
L’Afd è un movimento conserva-tore. Tra gli animatori, economi-sti, accademici e intellettuali, non
sono pochi quelli provenienti dal-la Cdu di Angela Merkel. E quasi
tutti negano di essersi ispirati al
populismo dilagante, e ancor me-no all’estrema destra radicale.
Ma sono rari coloro che si di-chiarano apertamente populisti o
di estrema destra. Sono rari so-prattutto nei partiti della destra ri-spettabile, dove le tentazioni po-puliste sono vive e tenaci. E che si
esprimono sollecitando più o me-no apertamente alleanze con i
partiti estremisti, tenuti ufficial-mente fuori dall’“arco costituzio-nale” come si diceva tempo fa in
Italia. Nelle competizioni eletto-rali il populismo è emerso a tratti,
in modo evidente, in tanti paesi
europei. Senz’altro con Sarkozy in
Francia, e con Berlusconi in Italia.
Due personaggi per altri versi in-compatibili. La tentazione di una
complicità con il Front National è
ancora forte nell’Ump (l’Unione
per un movimento popolare) di
cui Sarkozy è stato il presidente. E
in Italia la Lega populista e il Pdl
hanno governato insieme per an-ni. Anche in Gran Bretagna molti
conservatori auspicano un’al-leanza con l’United Kingdom In-dependence Party. Questo è il se-condo itinerario, oltre a quello
dell’estrema destra, lungo il quale
il populismo si infiltra nella vita
politica europea.
3/6/13 - Il boom del Marocco: i vu cumpra’ siamo noi di Roberto Morini
l mondo sottosopra”. É sorpreso perfino Hein de
Haas che di immigrazioni se ne intende. É condi-rettore dell’International Migration Institute del-l’università di Oxford e autore di uno studio sui
flussi di migranti negli anni della crisi. Ne parla anche la
sezione dedicata alle notizie dall’Africa del settimanale
americano Christian Science Monitor: “Cresce l’immi -grazione spagnola in Marocco”. Di quanto? Sarebbe
quadruplicata tra il 2003 e il 2011 con un’impennata
soprattutto a partire dal 2008, l’anno di inizio della crisi
economica. Karis Hustad, collaboratore del sito d’in -formazione statunitense, che ha studiato il fenomeno
vivendo in Marocco per alcuni mesi, lo spiega così ai
suoi concittadini: “É come se domani gli americani co-minciassero ad andare in Messico a cercare lavoro”.
I numeri e il fenomeno
I numeri non sono clamorosi, ma il fenomeno sì. I primi
segnali erano già comparsi alcuni mesi fa in un rapporto
Ocse sulla crisi economica spagnola. Gli emigrati spa-gnoli che ufficialmente vivono e lavorano nel nord del
Marocco sono tremila. Ma si calcola che in nero questa
nuova emigrazione, che capovolge i flussi tradizionali,
sia molto più ampia: sarebbero almeno diecimila i la-voratori spagnoli entrati in Marocco nell’ultimo anno,
senza registrarsi e lavorando illegalmente, spesso solo
per periodi brevi. A questi bisogna aggiungere i figli dei
marocchini nati e residenti in Spagna, che la crisi ri-sospinge verso la terra delle origini, e anche molti im-migrati della comunità marocchina in Spagna, calcolata
in ottocentomila persone, che potrebbero decidere, se
non c’è una inversione dell’economia europea, di tor-nare a casa.
Del resto non è difficile per uno
spagnolo entrare in Marocco.
Per i marocchini che vogliono
emigrare è necessario il visto
d’ingresso, tutt’altro che facile
da ottenere, come dimostrano le
forti polemiche sollevate dal go-verno Zapatero e dalla sua linea
dura contro l’immigrazione. Se-condo le associazioni non go-vernative che assistono i mi-granti dal 2005 sarebbero quat-tromila, provenienti da diversi
paesi africani, i morti in mare
nel tentativo di raggiungere la
costa spagnola, di superare i pochi chilometri che se-parano Tangeri da Gibilterra o da Tarifa. Per gli spa-gnoli che vanno in Marocco, invece, non serve nessun
permesso, nessun visto particolare per soggiorni fino a
tre mesi. É solo necessario che tornino sul suolo spa-gnolo per far ripartire un nuovo periodo di tre mesi di
soggiorno. E non occorre riattraversare lo stretto: la
madrepatria è anche di là dal mare, nelle città spagnole
in terra marocchina di Ceuta e Melilla.
Da Tarifa, pochi chilometri a ovest di Gibilterra, il pun-to dell’Europa più vicino all’Africa, partono ogni ora
traghetti di diverse compagnie che con 25 euro portano
a Tangeri in meno di mezz’ora. E si può iniziare l’av -ventura. Spesso partendo pro-prio dei ristoranti spagnoli di
Tangeri, dove hanno bisogno,
soprattutto durante la stagione
turistica, di chef e camerieri spa-gnoli. I nuovi migranti lavorano
infatti soprattutto nel turismo,
ma anche nel settore delle co-struzioni e nei call center. Sono
quasi sempre lavori precari, pa-gati di solito intorno ai tremila
dirham, l’equivalente di meno di
300 euro al mese. Ma nel paese
del Maghreb il costo della vita è
molto inferiore a quello della
Spagna e con questa cifra si può
vivere, soprattutto per un giovane solo. Hustad però
racconta anche la storia di un meccanico di 36 anni,
precipitato nella crisi un anno fa a Vigo in seguito ai
licenziamenti della società elettrica per la quale lavo-rava. Dopo sei mesi di inutile ricerca di un nuovo lavoro
in Spagna, Marcos Martinez decise di emigrare in Ma-rocco per ricominciare facendo il meccanico in Nord
Africa. Ma ha dovuto lasciare a Vigo la moglie e due
figli. E in questi casi non è facile tirare avanti, con una
famiglia da mantenere.
La disoccupazione in Spagna
Le storie come la sua sono tante, perché la disoccupa-zione in Spagna ha superato il 27 per cento. C’è stata, è
vero, una leggera flessione ad aprile. Ma è un dato sta-gionale, legato al turismo. Secondo l’Ocse un giovane su
due non studia né lavora. Una recessione profonda. I
numeri dell’economica marocchina invece sono ottimi:
il Pil, che negli ultimi anni è cresciuto in media del 5 per
cento all’anno, dovrebbe tenere anche in questa fase di
crisi con un più 4,3 per cento nel 2013, sostenuto so-prattutto dal boom dell’agricoltura (più 5,8 per cento) e
da un buon dinamismo nelle altre attività economiche:
più 4,1 per cento, con una componente forte dell’in -dustria, che cresce del 4,9.
É uno dei simboli di una economia in crescita che sti-mola molti spagnoli a tentare la fortuna oltre lo stretto
di Gibilterra.
Haas che di immigrazioni se ne intende. É condi-rettore dell’International Migration Institute del-l’università di Oxford e autore di uno studio sui
flussi di migranti negli anni della crisi. Ne parla anche la
sezione dedicata alle notizie dall’Africa del settimanale
americano Christian Science Monitor: “Cresce l’immi -grazione spagnola in Marocco”. Di quanto? Sarebbe
quadruplicata tra il 2003 e il 2011 con un’impennata
soprattutto a partire dal 2008, l’anno di inizio della crisi
economica. Karis Hustad, collaboratore del sito d’in -formazione statunitense, che ha studiato il fenomeno
vivendo in Marocco per alcuni mesi, lo spiega così ai
suoi concittadini: “É come se domani gli americani co-minciassero ad andare in Messico a cercare lavoro”.
I numeri e il fenomeno
I numeri non sono clamorosi, ma il fenomeno sì. I primi
segnali erano già comparsi alcuni mesi fa in un rapporto
Ocse sulla crisi economica spagnola. Gli emigrati spa-gnoli che ufficialmente vivono e lavorano nel nord del
Marocco sono tremila. Ma si calcola che in nero questa
nuova emigrazione, che capovolge i flussi tradizionali,
sia molto più ampia: sarebbero almeno diecimila i la-voratori spagnoli entrati in Marocco nell’ultimo anno,
senza registrarsi e lavorando illegalmente, spesso solo
per periodi brevi. A questi bisogna aggiungere i figli dei
marocchini nati e residenti in Spagna, che la crisi ri-sospinge verso la terra delle origini, e anche molti im-migrati della comunità marocchina in Spagna, calcolata
in ottocentomila persone, che potrebbero decidere, se
non c’è una inversione dell’economia europea, di tor-nare a casa.
Del resto non è difficile per uno
spagnolo entrare in Marocco.
Per i marocchini che vogliono
emigrare è necessario il visto
d’ingresso, tutt’altro che facile
da ottenere, come dimostrano le
forti polemiche sollevate dal go-verno Zapatero e dalla sua linea
dura contro l’immigrazione. Se-condo le associazioni non go-vernative che assistono i mi-granti dal 2005 sarebbero quat-tromila, provenienti da diversi
paesi africani, i morti in mare
nel tentativo di raggiungere la
costa spagnola, di superare i pochi chilometri che se-parano Tangeri da Gibilterra o da Tarifa. Per gli spa-gnoli che vanno in Marocco, invece, non serve nessun
permesso, nessun visto particolare per soggiorni fino a
tre mesi. É solo necessario che tornino sul suolo spa-gnolo per far ripartire un nuovo periodo di tre mesi di
soggiorno. E non occorre riattraversare lo stretto: la
madrepatria è anche di là dal mare, nelle città spagnole
in terra marocchina di Ceuta e Melilla.
Da Tarifa, pochi chilometri a ovest di Gibilterra, il pun-to dell’Europa più vicino all’Africa, partono ogni ora
traghetti di diverse compagnie che con 25 euro portano
a Tangeri in meno di mezz’ora. E si può iniziare l’av -ventura. Spesso partendo pro-prio dei ristoranti spagnoli di
Tangeri, dove hanno bisogno,
soprattutto durante la stagione
turistica, di chef e camerieri spa-gnoli. I nuovi migranti lavorano
infatti soprattutto nel turismo,
ma anche nel settore delle co-struzioni e nei call center. Sono
quasi sempre lavori precari, pa-gati di solito intorno ai tremila
dirham, l’equivalente di meno di
300 euro al mese. Ma nel paese
del Maghreb il costo della vita è
molto inferiore a quello della
Spagna e con questa cifra si può
vivere, soprattutto per un giovane solo. Hustad però
racconta anche la storia di un meccanico di 36 anni,
precipitato nella crisi un anno fa a Vigo in seguito ai
licenziamenti della società elettrica per la quale lavo-rava. Dopo sei mesi di inutile ricerca di un nuovo lavoro
in Spagna, Marcos Martinez decise di emigrare in Ma-rocco per ricominciare facendo il meccanico in Nord
Africa. Ma ha dovuto lasciare a Vigo la moglie e due
figli. E in questi casi non è facile tirare avanti, con una
famiglia da mantenere.
La disoccupazione in Spagna
Le storie come la sua sono tante, perché la disoccupa-zione in Spagna ha superato il 27 per cento. C’è stata, è
vero, una leggera flessione ad aprile. Ma è un dato sta-gionale, legato al turismo. Secondo l’Ocse un giovane su
due non studia né lavora. Una recessione profonda. I
numeri dell’economica marocchina invece sono ottimi:
il Pil, che negli ultimi anni è cresciuto in media del 5 per
cento all’anno, dovrebbe tenere anche in questa fase di
crisi con un più 4,3 per cento nel 2013, sostenuto so-prattutto dal boom dell’agricoltura (più 5,8 per cento) e
da un buon dinamismo nelle altre attività economiche:
più 4,1 per cento, con una componente forte dell’in -dustria, che cresce del 4,9.
É uno dei simboli di una economia in crescita che sti-mola molti spagnoli a tentare la fortuna oltre lo stretto
di Gibilterra.
3/613 - Il Fatto - L'esattore della crisi fa il recupero feroce
astano due rate non pagate, una bolletta
persa o dimenticata. Basta perdere il la-voro, la parcella salata del dentista o i
libri per i figli, insomma basta poco. E il
telefono di casa squilla implacabile. Finanziarie,
funzionari della banca, recuperatori, avvocati.
Quel suono familiare diventa presto un incubo e a volte, pur-troppo, è solo l'inizio. Come può finire lo racconta una si-gnora in lacrime che inforca di corsa il portone dell’Adusbef
di Lecce: “Avvucatu, m’hanno ditto che pijano u’piccinnu miu.. ”. É
sulla cinquantina, stazza robusta, ma singhiozza e nasconde il
viso come una bambina. Farfuglia di un debito di 5mila euro
con una finanziaria che le ha intimato il pagamento della rata
minacciando di toglierle la casa e fare un’ingiunzione per sot-trarle i figli. Quando rialza la testa si accorge che nella sala
d’attesa dell’associazione non è sola. Sono le dieci di sera e ci
sono ancora cinque persone in fila, tutte con lo stesso pro-blema racchiuso in plichi zeppi di avvisi, solleciti e ingiun-zioni. Il volto di lei è tiratissimo, non si trattiene. La fanno
sedere, le portano dell’acqua e quando riprende fiato raccon-ta tutta la storia, l’ennesima, di un debitore incagliato nel re-tino degli esattori spietati della crisi. Che da queste parti non
vanno per il sottile.
Lo racconta il vicepresidente dell’associazione Antonio Tan-za , a capo di un team di legali che sono ormai l’ultima scia-luppa per tanti disperati. “Questi”, indica con un filo di ras-segnazione, “questi sono i cartolarizzati del credito-spazza-tura, quelli che il sistema delle banche e delle finanziarie ha
messo in mano a recuperatori senza scrupoli. Pretendono
anche quando sanno che non c’è più nulla o quasi da pren-dere, e arrivano a battere la sola strada che gli resta”. Quella
della paura, del logoramento e del ricatto. Il gioco del credito
si è fatto duro e la ragione sta, almeno in parte, nei numeri.
1. Gli italiani non pagano più
Negli anni della crisi il popolo dei piccoli
risparmiatori è praticamente morto, sosti-tuito da quello degli indebitati fino al collo
che non ce la fanno a pagare le rate. E infatti
non le paghiamo. Nella Centrale Rischi del-la Banca d’Italia famiglie e imprese hanno
cumulato sofferenze per oltre 130 miliardi.
Tra le mani degli “agenti della tutela del cre-dito” ci sono ormai 3 milioni di pratiche af-fidate, per un valore di 43 miliardi di euro.
La massa dei crediti insoluti in sei anni è
quasi triplicata tra prestiti, ratei, mutui, sco-perti bancari, carte di credito revolving e ca-noni leasing. Non si pagano più neppure ac-qua, luce e gas: solo nell'ultimo anno abbia-mo messo nel cassetto una bolletta da 14,6
miliardi. Insomma, non ce n’è più per nes-suno. E se nessuno paga più, anche il me-stiere dell’esattore si fa duro. Nel 2007, per
dire, tre recuperi su dieci andavano in porto,
oggi soltanto due. La provvigione media
dell’agente è scesa dal 6,3% del 2008 al 5,47.
La crisi sta investendo anche la florida in-dustria del recupero e fa traballare 30mila addetti e 1.332 im-prese. E se l’esattore della crisi va in crisi pure lui, non è l’unico
a doversi preoccupare.
2. Da “agente per la tutela del credito”
a moderno inquisitore
Morsi al tallone dall’incertezza, questo il punto, gli “agenti per
la tutela del credito” rischiano di trasformarsi in implacabili
gendarmi della riscossione, moderni inquisitori disposti a
tutto per recuperare qualche soldo. “Parenti prossimi e que-ruli degli ufficiali giudiziari - denuncia l'avvocato e blogger
Mariano Casciano - rispondono alla man-canza di titoli legali con le armi del telefono
e della parlantina, se va bene”. Ti può ca-pitare quello “comprensivo e paterno”, o il
tipo “autoritario e sgarbato”, fino al vero e
proprio stalker creditizio, quello che impu-gna le armi pesanti della persecuzione, della
mistificazione e della minaccia.
In rete c’è una sterminata casistica di abusi
denunciati da malcapitati debitori: intimi-dazioni, propalazione di notizie riservate a
vicini di casa, datori di lavoro e familiari,
minori inclusi. Poi ci sono anche i “fanta -sisti”, gli inventori di ingiunzioni di paga-mento totalmente false che inducono a
scambiare l’innocuo sollecito per titolo ese-cutivo. “Per spaventare la gente e accredi-tare le minacce - spiega Massimiliano Dona
dell’Unione Consumatori - riproducono
intestazioni e loghi coi caratteri grafici del
Tribunale e del Ministero delle Finanze”.
Raramente le vittime riescono a sottrarsi e
denunciare. Ed è l’altra metà del problema.
“Tra le conseguenze immateriali della crisi -rileva Mariano - si assiste alla trasformazione del debitore in
un peccatore, un colpevole che, se non può pagare, deve
espiare la sua colpa. E allora, nell’indifferenza generale, con-tro di loro tutto è permesso”. La crisi divide gli italiani per
classi di debitori ed esattori, due grandi categorie che si rin-corrono a una distanza sempre più corta e la disperazione
negli occhi. E alla fine della corsa e degli scontri, come rac-conta Enrico Verra in un bel documentario (“Vite da recu-pero”, 2011), “i confini tra gli antagonisti cominciano a farsi
opachi. Le occhiaie di un recuperatore stressato, non sono
lontane da quelle dell’operaio che non dorme la notte nel
terrore che gli portino via la casa 3. Alla fiera del credito deteriorato
Qualcuno finisce nel tritacarne a sua insaputa, altri vengono
venduti col loro carico di insolvenze al miglior offerente at-traverso la cartolarizzazione dei crediti deteriorati, un siste-ma del tutto legale che spinge però debitore e recuperatore
lungo una china pericolosa. Dopo anni di finanziamento fa-cile, banche e finanziarie si ritrovano oggi insolvenze enormi
in pancia. Tante che il rapporto 2013 della Banca d’Italia sulla
stabilità finanziaria le stima in 22 miliardi, il 13% è composto
da titoli deteriorati tra sofferenze, incagli, crediti ristrutturati
e scaduti. Ed è su quei 2-3 miliardi che si consuma la fiera che
arma l’aguzzino di turno. “Il meccanismo è lo stesso dei titolo
tossici”, spiega l'avvocato Tanza di Adiconsum. “Fino a che
hanno una prospettiva di recupero coperta da garanzie, ban-che e finanziarie si tengono il credito e lo fanno trattare dalle
proprie divisioni specializzate”. Quando la prospettiva scen-de sotto una certa soglia, preferiscono invece allontanare il
rischio e iniziano a vendere pacchetti di titoli non garantiti o
in scadenza a società esterne con vere e proprie aste. “Non
valgono nulla ma venderli un tanto al chilo conviene lo stesso
perché hanno già iscritto quelle somme come perdite. Il fac -to r i n g a volte è un modo per sistemare i bilanci”. La prima
cessione ha un certo prezzo, il 25-30%, e contiene magari la
pratica buona che la banca aveva preliminarmente affidato
alla propria società. “Poi si arriva a quotazioni minime e gli
unici disposti a prenderseli sono quei recuperatori finali cui
non interessa affatto il rientro del debito ma fare giornata
prelevando, in continuazione, somme modeste ai malcapitati
di turno del tutto ignari di essere stati ceduti”. Le regole ci
sono, la vigilanza pure, ma sul mercato del fa c to r i n g operano
anche centinaia fondi esteri dai movimenti difficilmente
tracciabili e società casalinghe e corsare che si volatilizzano
quando sentono puzza di bruciato (l’elenco sul sito della BI).
“I pacchetti tossici viaggiano da una all’altra fino all'ultima Srl
che - con l’aiuto di qualche scagnozzo - punta a portarsi a casa
qualche centinaia di euro
Sciacalli in cravatta:
dieci regole per difendersi
ome difendersi, a chi
rivolgersi, quando il
recupero si fa inva-dente, aggressivo, fe-roce. Leggi, regolamenti, pre-scrizioni, codici deontologici
disciplinano attentamente i li-miti di condotta degli agenti
di recupero ma non dicono
cosa può fare concretamente
il debitore che subisce even-tuali abusi. Ecco un decalogo
minimo di autodifesa messo a
punto sentendo associazioni
dei consumatori, legali ed
esperti del settore.
1 Non vergognarsi
La condizione del debitore lo
rende debole e indifeso, anche
se l’impossibilità di onorare il
debito è dovuta a precarietà
economica e lavorativa. Libe-rarsi da questo pregiudizio è il
primo passo per potersi difen-dere.
2 Se hai già pagato
Capita di vedersi contestare
per errore o dolo addebiti per
importi già pagati. Fonda-mentale conservare le quie-tanze di pagamento, bollettini
e copia dei bonifici per cinque
anni.
3 Il debito non è tuo
Se l’asserito credito non è mai
stato sottoscritto recarsi subi-to da autorità di Pubblica si-curezza e denunciare il richie-dente per truffa. Inviare una
lettera al Garante della Priva-cy segnalando l’illecito tratta-mento di dati personali.
4 Interessi indebiti
Le società di riscossione “ca-ricano” il debito con oneri e
interessi non dovuti. Se non
sono presenti o superiori a
quelli presenti nel contratto
originario possono essere
contestati, sempre per iscrit-to.
5 Mi raccomando
Verba volant. Le conversazio-ni telefoniche o personali non
hanno alcun rilievo. Le comu-nicazioni siano scritte, prefe-ribilmente via raccomandata
con ricevuta di ritorno. Costa
4-5 euro ogni volta, per ri-sparmiare inviare una mail
certificata o semplice all'indi-rizzo della società.
6 Pago come dico io
Mai in contanti, mai assegni o
cambiali che danno peraltro
titolo a ingiunzioni esecutive
e sono soggette a “girate”. Il
rischio è che non si abbia cer-tezza alcuna che siano stati in-cassati dal titolare effettivo del
credito a estinzione del debi-to. Meglio fare un bonifico.
7 A che titolo?
Accertare che chi chiede soldi
sia titolato a farlo. In caso di
dubbio, farsi inviare: copia del
contratto di cessione del cre-dito, del pattuito allegato al
contratto ed estratto conto
cronologico. In caso di man-cata risposta si sospende il pa-gamento e ci si rivolge al giu-dice.
8 Documenti, prego
In caso di visita domiciliare
servono anche: a) il mandato
conferito all'esattore dalla so-cietà di recupero crediti ces-sionaria o affidataria; b) l’au-torizzazione della Questura
ad esercitare attività di recu-pero crediti domiciliare.
9 Ti registro
Utile produrre prove docu-mentate delle molestie, regi-strando le telefonate, salvan-do gli sms. Prendere nota di
numeri e orari di chiamate e
visite, far qualificare il chia-mante. Compilare denuncia e
chiedere alla Polizia Postale di
accertare a chi sono intestate
le utenze.
10 E ora ti denuncio
La denuncia può essere un ef-ficace deterrente, se suppor-tata da elementi.
A volte basta però una diffida
scritta da legali, meglio se del-le associazioni dei consuma-tori che li mettono a dispo-sizione gratuitamente. Utili la
segnalazione all’associazione
Unirec, al Garante della Pri-vacy
persa o dimenticata. Basta perdere il la-voro, la parcella salata del dentista o i
libri per i figli, insomma basta poco. E il
telefono di casa squilla implacabile. Finanziarie,
funzionari della banca, recuperatori, avvocati.
Quel suono familiare diventa presto un incubo e a volte, pur-troppo, è solo l'inizio. Come può finire lo racconta una si-gnora in lacrime che inforca di corsa il portone dell’Adusbef
di Lecce: “Avvucatu, m’hanno ditto che pijano u’piccinnu miu.. ”. É
sulla cinquantina, stazza robusta, ma singhiozza e nasconde il
viso come una bambina. Farfuglia di un debito di 5mila euro
con una finanziaria che le ha intimato il pagamento della rata
minacciando di toglierle la casa e fare un’ingiunzione per sot-trarle i figli. Quando rialza la testa si accorge che nella sala
d’attesa dell’associazione non è sola. Sono le dieci di sera e ci
sono ancora cinque persone in fila, tutte con lo stesso pro-blema racchiuso in plichi zeppi di avvisi, solleciti e ingiun-zioni. Il volto di lei è tiratissimo, non si trattiene. La fanno
sedere, le portano dell’acqua e quando riprende fiato raccon-ta tutta la storia, l’ennesima, di un debitore incagliato nel re-tino degli esattori spietati della crisi. Che da queste parti non
vanno per il sottile.
Lo racconta il vicepresidente dell’associazione Antonio Tan-za , a capo di un team di legali che sono ormai l’ultima scia-luppa per tanti disperati. “Questi”, indica con un filo di ras-segnazione, “questi sono i cartolarizzati del credito-spazza-tura, quelli che il sistema delle banche e delle finanziarie ha
messo in mano a recuperatori senza scrupoli. Pretendono
anche quando sanno che non c’è più nulla o quasi da pren-dere, e arrivano a battere la sola strada che gli resta”. Quella
della paura, del logoramento e del ricatto. Il gioco del credito
si è fatto duro e la ragione sta, almeno in parte, nei numeri.
1. Gli italiani non pagano più
Negli anni della crisi il popolo dei piccoli
risparmiatori è praticamente morto, sosti-tuito da quello degli indebitati fino al collo
che non ce la fanno a pagare le rate. E infatti
non le paghiamo. Nella Centrale Rischi del-la Banca d’Italia famiglie e imprese hanno
cumulato sofferenze per oltre 130 miliardi.
Tra le mani degli “agenti della tutela del cre-dito” ci sono ormai 3 milioni di pratiche af-fidate, per un valore di 43 miliardi di euro.
La massa dei crediti insoluti in sei anni è
quasi triplicata tra prestiti, ratei, mutui, sco-perti bancari, carte di credito revolving e ca-noni leasing. Non si pagano più neppure ac-qua, luce e gas: solo nell'ultimo anno abbia-mo messo nel cassetto una bolletta da 14,6
miliardi. Insomma, non ce n’è più per nes-suno. E se nessuno paga più, anche il me-stiere dell’esattore si fa duro. Nel 2007, per
dire, tre recuperi su dieci andavano in porto,
oggi soltanto due. La provvigione media
dell’agente è scesa dal 6,3% del 2008 al 5,47.
La crisi sta investendo anche la florida in-dustria del recupero e fa traballare 30mila addetti e 1.332 im-prese. E se l’esattore della crisi va in crisi pure lui, non è l’unico
a doversi preoccupare.
2. Da “agente per la tutela del credito”
a moderno inquisitore
Morsi al tallone dall’incertezza, questo il punto, gli “agenti per
la tutela del credito” rischiano di trasformarsi in implacabili
gendarmi della riscossione, moderni inquisitori disposti a
tutto per recuperare qualche soldo. “Parenti prossimi e que-ruli degli ufficiali giudiziari - denuncia l'avvocato e blogger
Mariano Casciano - rispondono alla man-canza di titoli legali con le armi del telefono
e della parlantina, se va bene”. Ti può ca-pitare quello “comprensivo e paterno”, o il
tipo “autoritario e sgarbato”, fino al vero e
proprio stalker creditizio, quello che impu-gna le armi pesanti della persecuzione, della
mistificazione e della minaccia.
In rete c’è una sterminata casistica di abusi
denunciati da malcapitati debitori: intimi-dazioni, propalazione di notizie riservate a
vicini di casa, datori di lavoro e familiari,
minori inclusi. Poi ci sono anche i “fanta -sisti”, gli inventori di ingiunzioni di paga-mento totalmente false che inducono a
scambiare l’innocuo sollecito per titolo ese-cutivo. “Per spaventare la gente e accredi-tare le minacce - spiega Massimiliano Dona
dell’Unione Consumatori - riproducono
intestazioni e loghi coi caratteri grafici del
Tribunale e del Ministero delle Finanze”.
Raramente le vittime riescono a sottrarsi e
denunciare. Ed è l’altra metà del problema.
“Tra le conseguenze immateriali della crisi -rileva Mariano - si assiste alla trasformazione del debitore in
un peccatore, un colpevole che, se non può pagare, deve
espiare la sua colpa. E allora, nell’indifferenza generale, con-tro di loro tutto è permesso”. La crisi divide gli italiani per
classi di debitori ed esattori, due grandi categorie che si rin-corrono a una distanza sempre più corta e la disperazione
negli occhi. E alla fine della corsa e degli scontri, come rac-conta Enrico Verra in un bel documentario (“Vite da recu-pero”, 2011), “i confini tra gli antagonisti cominciano a farsi
opachi. Le occhiaie di un recuperatore stressato, non sono
lontane da quelle dell’operaio che non dorme la notte nel
terrore che gli portino via la casa 3. Alla fiera del credito deteriorato
Qualcuno finisce nel tritacarne a sua insaputa, altri vengono
venduti col loro carico di insolvenze al miglior offerente at-traverso la cartolarizzazione dei crediti deteriorati, un siste-ma del tutto legale che spinge però debitore e recuperatore
lungo una china pericolosa. Dopo anni di finanziamento fa-cile, banche e finanziarie si ritrovano oggi insolvenze enormi
in pancia. Tante che il rapporto 2013 della Banca d’Italia sulla
stabilità finanziaria le stima in 22 miliardi, il 13% è composto
da titoli deteriorati tra sofferenze, incagli, crediti ristrutturati
e scaduti. Ed è su quei 2-3 miliardi che si consuma la fiera che
arma l’aguzzino di turno. “Il meccanismo è lo stesso dei titolo
tossici”, spiega l'avvocato Tanza di Adiconsum. “Fino a che
hanno una prospettiva di recupero coperta da garanzie, ban-che e finanziarie si tengono il credito e lo fanno trattare dalle
proprie divisioni specializzate”. Quando la prospettiva scen-de sotto una certa soglia, preferiscono invece allontanare il
rischio e iniziano a vendere pacchetti di titoli non garantiti o
in scadenza a società esterne con vere e proprie aste. “Non
valgono nulla ma venderli un tanto al chilo conviene lo stesso
perché hanno già iscritto quelle somme come perdite. Il fac -to r i n g a volte è un modo per sistemare i bilanci”. La prima
cessione ha un certo prezzo, il 25-30%, e contiene magari la
pratica buona che la banca aveva preliminarmente affidato
alla propria società. “Poi si arriva a quotazioni minime e gli
unici disposti a prenderseli sono quei recuperatori finali cui
non interessa affatto il rientro del debito ma fare giornata
prelevando, in continuazione, somme modeste ai malcapitati
di turno del tutto ignari di essere stati ceduti”. Le regole ci
sono, la vigilanza pure, ma sul mercato del fa c to r i n g operano
anche centinaia fondi esteri dai movimenti difficilmente
tracciabili e società casalinghe e corsare che si volatilizzano
quando sentono puzza di bruciato (l’elenco sul sito della BI).
“I pacchetti tossici viaggiano da una all’altra fino all'ultima Srl
che - con l’aiuto di qualche scagnozzo - punta a portarsi a casa
qualche centinaia di euro
Sciacalli in cravatta:
dieci regole per difendersi
ome difendersi, a chi
rivolgersi, quando il
recupero si fa inva-dente, aggressivo, fe-roce. Leggi, regolamenti, pre-scrizioni, codici deontologici
disciplinano attentamente i li-miti di condotta degli agenti
di recupero ma non dicono
cosa può fare concretamente
il debitore che subisce even-tuali abusi. Ecco un decalogo
minimo di autodifesa messo a
punto sentendo associazioni
dei consumatori, legali ed
esperti del settore.
1 Non vergognarsi
La condizione del debitore lo
rende debole e indifeso, anche
se l’impossibilità di onorare il
debito è dovuta a precarietà
economica e lavorativa. Libe-rarsi da questo pregiudizio è il
primo passo per potersi difen-dere.
2 Se hai già pagato
Capita di vedersi contestare
per errore o dolo addebiti per
importi già pagati. Fonda-mentale conservare le quie-tanze di pagamento, bollettini
e copia dei bonifici per cinque
anni.
3 Il debito non è tuo
Se l’asserito credito non è mai
stato sottoscritto recarsi subi-to da autorità di Pubblica si-curezza e denunciare il richie-dente per truffa. Inviare una
lettera al Garante della Priva-cy segnalando l’illecito tratta-mento di dati personali.
4 Interessi indebiti
Le società di riscossione “ca-ricano” il debito con oneri e
interessi non dovuti. Se non
sono presenti o superiori a
quelli presenti nel contratto
originario possono essere
contestati, sempre per iscrit-to.
5 Mi raccomando
Verba volant. Le conversazio-ni telefoniche o personali non
hanno alcun rilievo. Le comu-nicazioni siano scritte, prefe-ribilmente via raccomandata
con ricevuta di ritorno. Costa
4-5 euro ogni volta, per ri-sparmiare inviare una mail
certificata o semplice all'indi-rizzo della società.
6 Pago come dico io
Mai in contanti, mai assegni o
cambiali che danno peraltro
titolo a ingiunzioni esecutive
e sono soggette a “girate”. Il
rischio è che non si abbia cer-tezza alcuna che siano stati in-cassati dal titolare effettivo del
credito a estinzione del debi-to. Meglio fare un bonifico.
7 A che titolo?
Accertare che chi chiede soldi
sia titolato a farlo. In caso di
dubbio, farsi inviare: copia del
contratto di cessione del cre-dito, del pattuito allegato al
contratto ed estratto conto
cronologico. In caso di man-cata risposta si sospende il pa-gamento e ci si rivolge al giu-dice.
8 Documenti, prego
In caso di visita domiciliare
servono anche: a) il mandato
conferito all'esattore dalla so-cietà di recupero crediti ces-sionaria o affidataria; b) l’au-torizzazione della Questura
ad esercitare attività di recu-pero crediti domiciliare.
9 Ti registro
Utile produrre prove docu-mentate delle molestie, regi-strando le telefonate, salvan-do gli sms. Prendere nota di
numeri e orari di chiamate e
visite, far qualificare il chia-mante. Compilare denuncia e
chiedere alla Polizia Postale di
accertare a chi sono intestate
le utenze.
10 E ora ti denuncio
La denuncia può essere un ef-ficace deterrente, se suppor-tata da elementi.
A volte basta però una diffida
scritta da legali, meglio se del-le associazioni dei consuma-tori che li mettono a dispo-sizione gratuitamente. Utili la
segnalazione all’associazione
Unirec, al Garante della Pri-vacy
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