giovedì 13 giugno 2013

R2 - 24/5/13 - Medici corrotti e pillole fai-da-te il ritorno degli aborti clandestini “Raddoppiati in cinque anni”

I
l cartello è scritto a penna, a volte su un pezzo di carto-ne. «Qui non si effettuano più Ivg». Ossia interruzioni
volontarie di gravidanza. Aborti cioè. Porte sbarrate,
reparti chiusi, day after di qualcosa che c’era, funzionava,
e adesso è in disuso, smantellato, abbandonato. «Tutti i
medici sono obiettori di coscienza, vada altrove». Altrove
è l’Italia che torna alla clandestinità: da Nord a Sud in in-tere regioni l’aborto legale è stato cancellato, oltre l’80%
dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri non
applica più la legge 194. Accade a Roma, a Napoli, a Bari, a
Milano, a Palermo. Le donne respinte dalle istituzioni tor-nano al silenzio e al segreto, come quarant’anni fa. Alcune
muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla.
Ventimila gli aborti illegali ogni anno calcolati dal mini-stero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008,
quarantamila, forse cinquantamila quelli reali. Settanta-cinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall’I-stat, ma un terzo di questi frutto probabilmente di inter-venti “casalinghi” finiti male. Cliniche fuorilegge, con-trabbando di farmaci: sul corpo delle donne è tornato a fio-rire l’antico e ricco business che la legge 194 aveva quasi
estirpato. Ma chi gestisce oggi questo commercio ramifi-cato? Quali sono le rotte dell’aborto clandestino, che sta
facendo ripiombare il nostro paese nel clima cupo degli
anni antecedenti al 22 maggio 1978, quando finalmente in
Italia l’interruzione volontaria di gravidanza diventò lega-le? E gli aborti iniziarono a diminuire, arrivando oggi ad es-sere il 53,3% in meno rispetto agli anni Ottanta.
CLINICHE E CONTRABBANDO
Ambulatori fuorilegge: l’ultimo gestito dalla mafia ci-nese è stato smantellato a Padova dalla Guardia di Finan-za alcune settimane fa. Incassava quattromila euro al gior-no. Tra i clienti anche donne italiane. E poi sequestri, spac-cio di farmaci abortivi, confezioni di Ru486 di contrab-bando, 188 procedimenti penali aperti nell’ultimo anno
per violazione della legge 194, spesso contro insospettabi-li professionisti che agivano nei loro studi medici. Donne
che ricominciano a morire di setticemia, e donne che mi-grano da una regione al-l’altra cercando (spesso
invano) quei reparti che
ancora garantiscono l’in-terruzione volontaria di
gravidanza. Ragazzine e
immigrate che vagano nei
corridoi del metrò cercan-do i blister di un farmaco
per l’ulcera a base di “mi-soprostolo” che preso in
dosi massicce provoca
l’interruzione di gravidanza, spacciato dalle gang suda-mericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli
Stati Uniti. Dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno
della metà se si compra su Internet. E le giovanissime abor-tiscono da sole, nel bagno di casa, perché della legge o del
giudice tutelare non sanno nulla, perché in ospedale la li-sta d’attesa è troppo lunga e i consultori sono sempre di
meno. (Dal 2007 al 2010 ne sono stati tagliati quasi 300).
Alem ad esempio, 17 anni, nata in Italia da genitori egi-ziani, brava e brillante a scuola, ricoverata in coma a Vero-na per un aborto provocato con un uncino. «Non volevo
che i miei genitori si accorgessero che ero incinta — ha rac-contato — e in ospedale non mi hanno voluto perché ero
minorenne...». O Irene, cresciuta tra le Vele di Scampia, già
baby mamma a 14 anni, che a 16 anni abortisce nel bagno
di casa, ma sbaglia dosi di misoprostolo, e finisce in un
grande nosocomio di Napoli tra la vita e la morte. «Sono
troppo povera per avere un altro figlio» confessa ai medi-ci. O, ancora, ed è sempre Sud, la storia della compraven-dita di un neonato architettata da un ginecologo di Caser-ta, Andrea Cozzolino, finito in manette l’8 maggio scorso.
Aveva convinto una gio-vane donna minorenne
che si era rivolta a lui per
un aborto clandestino, a
partorire, e poi vendere il
suo bambino per 25mila
euro...
La percentuale di suc-cesso di questi aborti soli-tari, quasi sempre farma-cologici e di cui si trovano
dettagliate istruzioni in
Rete è alta, oltre il 90%, ma chi sbaglia rischia la vita. Com-menta amaro il ginecologo Carlo Flamigni: «Contro la 194
c’è una congiura del silenzio. Accedere ai servizi è sempre
più difficile, e le donne più fragili, le più giovani, le stranie-re, finiscono nella trappola dell’illegalità. È una sconfitta
per tutti».
MORIRE D’ABORTO
Pilar ha 50 anni, il cuore grande e le braccia forti. In Perù
faceva l’ostetrica, qui assiste da vent’anni le donne mi-granti. «L’ultima che ho accompagnato in ospedale mi ha
detto di chiamarsi Soledad, di lei so poco altro, se non che
fa la badante e ha già due figli in Ecuador. Per due volte aveva provato a cercare un reparto di Ivg, dopo aver scoperto
che in Italia l’aborto è legale. Per due volte l’hanno riman-data indietro dicendole che non c’erano i medici. Così ha
fatto da sola — rivela Pilar — con le pasticche che ha com-prato da un’amica, e quando mi ha chiamato aveva la feb-bre e un’emorragia in corso. L’hanno salvata, non è stata
denunciata, ma per mesi era così debole che non ha potu-to lavorare, ha perso il posto di badante, e ora è disoccu-pata». E non è soltanto questione di donne immigrate.
«L’aborto clandestino ormai riguarda tutti i ceti della so-cietà», aggiunge Silvana Agatone, ginecologa e presidente
della Laiga, la Lega italiana per l’applicazione della 194,
che da anni denuncia l’incredibile dilagare dell’obiezione
di coscienza.
«Ci sono gli aborti d’oro, quelli dei ceti elevati, che si
svolgono in sicurezza negli studi medici, oppure all’este-ro. E poi ci sono gli aborti delle donne povere, delle clan-destine, che comprano le pasticche nei corridoi del metrò,
e se qualcosa va male si presentano al Pronto Soccorso af-fermando di aver avuto un aborto spontaneo». Qualcuna
si salva, qualcuna no. Come quella donna nigeriana che
arrivò in ospedale «con una gravissima infezione ed è mor-ta di setticemia» ricorda Agatone, che lavora all’ospedale
San Giovanni di Roma. È andata meglio a Mariangela, pu-gliese, che non sapendo più dove andare dopo la chiusu-ra dell’ultimo reparto di Ivg nella sua provincia (Matera)
racconta sul forum “aborto-blogspot” di essersi rivolta
grazie al tam tam ad una (stimata) ginecologa di un paese
vicino. «Duemilacinquecento euro, intervento chirurgico
sterile e sicuro. Come facevano mia madre e mia nonna,
ma senza rischi. Tutto molto triste però». Ma come si è ar-rivati a questo smantellamento progressivo di una legge
dello Stato? È legale che interi nosocomi non abbiano più
medici che applicano la 194? «No, non è legale - continua
Agatone - ma nessuno vuole più fare aborti perché si vie-ne discriminati e obbligati a fare solo e soltanto quelli». Al-cuni dati: nel Lazio il 91% dei ginecologi è obiettore di co-scienza, a Bari gli ultimi due medici che facevano gli abor-ti hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il ser-vizio viene assicurato da un unico ospedale in tutta la città,
in Sicilia il tasso di asten-sione dalla 194 è
dell’80,6%. «Ma la vera tra-gedia riguarda l’aborto te-rapeutico — conclude —
un intervento per cui sono
necessari medici interni
all’ospedale, ginecologo,
anestesista, infermieri, e
non si può supplire con
professionisti a contratto.
Visti però i numeri dell’o-biezione di coscienza è evidente che in tempi brevi nelle
strutture pubbliche italiane gli aborti terapeutici non si fa-ranno più».
IL CALVARIO DI SERENA
E allora le donne emigrano. Svizzera, Inghilterra, Fran-cia. Quattrocento euro per una “Ivg” entro il terzo mese,
circa 3000 per un aborto terapeutico (oltre la 22esima set-timana) in clinica. Ma non tutte possono andare all’este-ro, e per quelle che restano la prospettiva è un calvario di
umiliazioni. Scrive Serena F. che ha dovuto abortire alla
23esima settimana per gravissime malformazioni del fe-to: «Mi hanno abbandonato da sola, 15 ore di travaglio sen-za darmi né antidolorifici né altro, in tutto l’ospedale c’e-ra soltanto una giovane ginecologa non obiettrice, ma era
sovraccarica di lavoro, così mi ha affidato, si fa per dire, al-le cure di due infermiere, ho chiesto ripetutamente un po’
d’acqua, me l’hanno negata per ore. Quando alla fine il mio
disgraziatissimo bambino è nato, ed è morto subito dopo,
una delle infermiere a bassa voce mi ha chiesto se non mi
vergognavo di quello che avevo fatto... La ginecologa l’ha
sentita e si è infuriata, quella ha risposto, è finita ad urli. Un
dolore pazzesco. Ecco così si abortisce legalmente in Ita-lia».
LA DENUNCIA DI PIERA
Gli ostacoli nel percorso che porta all’aborto comincia-no spesso nei consultori. «Ho tre figli, e la più piccola, Ali-ce, è nata con la sindrome di down. Lo sapevo, l’ho voluta
lo stesso. Poi è successo l’incredibile: a 44 anni sono rima-sta incinta per la quarta volta. Mauro, Marco, Alice che as-sorbe ogni mio respiro. Non era possibile avere un altro
bimbo. Sono andata in un consultorio della mia città per
iniziare le pratiche dell’aborto. Ho dovuto subire l’umi-liante interrogatorio dei volontari del Movimento per la
Vita, lì collocati dalla direzione sanitaria, che per due set-timane hanno cercato di farmi “riflettere”, parlandomi
apertamente di omicidio, mentre i termini stavano per
scadere. Un vero abuso. Fuorilegge. Come se non soffrissi
già abbastanza. Ho abortito in ospedale e poi ho denun-ciato il direttore della Asl...». Ma come si fanno invece a cal-colare i numeri di un fenomeno clandestino? Con quali pa-rametri?
LE CIFRE DI UN DRAMMA
Da anni nella relazione al parlamento sulla legge 194,
si cita una stima di 15/20mila aborti illegali ogni anno, un
numero calcolato soltanto sul tasso di abortività delle
donne italiane (6,9 per 1000) e sottostimato per stessa
ammissione del ministero. Molti altri elementi però por-tano almeno al raddoppio di quella cifra, facendo salire
la quota delle interruzioni di gravidanza clandestine a
40/50mila l’anno. Intanto confrontando le stime dell’il-legalità al tasso di abortività delle immigrate, che è di 26,4
interruzioni ogni mille donne, tre volte quello delle ita-liane. Analizzando poi i dati Istat si vede con chiarezza
quanto gli aborti spontanei siano aumentati, passando
dai 55mila degli anni Ottanta, ai quasi ottantamila di og-gi.
E secondo molti studiosi questa impennata altro non
è che il ritorno dell’aborto clandestino “mascherato”,
come avveniva prima della legge, quando le donne dopo
aver tentato di “fare da sole” arrivavano in ospedale con
emorragie e dolori, e i medici per salvarle completavano
gli aborti, registrati come “spontanei”. Lo spiega con
chiarezza Franco Bonarini, docente di Demografia all’u-niversità di Padova nel saggio “Sessualità e riproduzione
nell’Italia contempora-nea”.
«L’incremento del
rapporto tra aborti spon-tanei e gravidanze po-trebbe essere conse-guenza di un aumento
del ricorso all’aborto vo-lontario provocato ille-galmente. Anche il più al-to rischio per alcune ca-tegorie di donne, immi-grate, non coniugate potrebbe essere indizio di questo
fenomeno”. Ancora più preciso il calcolo di Bruno Moz-zanega, dell’università di Padova, che si ricollega al cre-scente “spaccio” di farmaci per interrompere la gravi-danza. «Agli aborti clandestini sottostimati in 20mila ca-si all’anno, si devono aggiungere, come segnala l’Istat,
73mila aborti spontanei, aumentati, rispetto al 1982, di
17mila casi all’anno. Un incremento medio del 30% che
però nelle minorenni sfiora il 70%. Se questo surplus di
aborti spontanei rappresentasse anche solo in parte gli
insuccessi (5-10%) dei farmaci abortivi di contrabbando,
ne emergerebbe un sommerso illegale di dimensioni
inimmaginabili a carico soprattutto delle giovanissime»

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