Il nuovo virus politico dell’Europa
è nato tra il crollo del comunismo
e l’arrivo della globalizzazione.La crisi
economica e la rabbia sociale lo hanno
alimentato fino a risvegliare pregiudizi
nazionalisti e xenofobi.E ora ha trovato
un bersaglio: l’élite al potere
un discorso antico. Gli storici ne fanno risalire le origini
alla Repubblica romana (quella ante Christum natum).
Altri ne ritrovano facili tracce in tante fasi della storia re-cente in diversi continenti. Ma quello che ci investe non
è della stessa natura. Ha un’impronta europea. È in par-te attribuito a un declino, a un declassamento del Vecchio conti-nente. Trova un terreno favorevole nelle democrazie confrontate
all’emergenza di un mondo nuovo, dominato dall’incertezza. È
un discorso portatore di un virus politico, dal quale neppure gli au-tentici partiti democratici sono del tutto immuni. Non è tanto uno
spettro che si aggira per l’Europa, quanto un vento che soffia sul-le nostre società, provocando sinistri scricchiolii.
Il populismo, poiché di questo si tratta, si presta a tante defini-zioni. La versione più diretta, meno lusinghiera, indica il discorso
di uomini o movimenti che, attraverso promesse elettoralistiche,
cercano di conquistare l’approvazione popolare esacerbando le
frustrazioni, risvegliando pregiudizi nazionalisti, xenofobi, razzi-sti, o esagerando i problemi della sicurezza. Il bersaglio delle cri-tiche è l’élite al potere, dalla quale deve dissociarsi il popolo, con-siderato un insieme di individui, non suddivisi in classi sociali e
spinti da collera, rancore, indignazione a seguire un leader cari-smatico e un partito capace di esprimerne l’ideologia. Il terreno
d’azione è quello di una democrazia rappresentativa: per questo
l’epidemia populista affonda le radici nelle nostre società in crisi.
Oggi esistono ventisette partiti di tipo populista — forse qual-cuno di più poiché spuntano come funghi — dotati di un’influen-za considerevole in diciotto diversi paesi europei. Negli anni Set-tanta se ne contavano quattro. In questa contabilità (Dominique
Reynié, “Populismes: la pente fatale”, novembre 2012, edit. Plon)
sono presi in considerazione soltanto le formazioni politiche che
in uno scrutinio nazionale hanno raggiunto un quoziente supe-riore al 5%. Ma undici sono andati oltre il 15%. I loro successi elet-torali sono cominciati con la scomparsa o quasi dei partiti comu-nisti, con il calo dei consensi a quelli socialdemocratici, e in gene-rale a quelli di governo. Il passaggio dall’estrema destra classica e
marginale a un populismo lanciato all’inseguimento della società
post industriale è avvenuto soprattutto nell’ultimo decennio, an-che se si era già delineato nel mezzo degli anni Novanta.
l modello tradizionale del-l’estrema destra, neo fasci-sta o neo nazista, appartiene
ormai al passato o sopravvi-ve a stento. In esso rientra-vano l’Msi prima del congresso di
Fiuggi; l’Msi- Fiamma tricolore di
Pino Rauti; l’Npsd e la Dvu tede-schi; il National Front e il Bnp bri-tannici; o l’Nvu olandese. I movi-menti con la vecchia impronta so-no ridotti a gruppuscoli. Il model-lo post industriale (come l’ha
chiamato Piero Ignazi) ha cono-sciuto invece un’espansione si-gnificativa. Favorita anche dalla
crisi economica e finanziaria, in-tervenuta nel frattempo.
Il fenomeno populista, nelle
sue dimensioni attuali, è un pro-dotto della svolta avvenuta attor-no al 2000, quando l’inizio del se-colo segna per noi europei, se non
proprio la fine, il profondo muta-mento di un mondo e comincia,
appunto, quello dell’incertezza.
Si è appena concluso il comuni-smo ed è appena iniziata la globa-lizzazione. Per molti paesi del vec-chio continente si sta per aprire
l’era dell’euro, della moneta uni-ca, vista come una rinuncia della
nazione; i referendum sulla Costi-tuzione europea rivelano profon-de perplessità (Olanda e Francia
reagiscono con un “no”); esplode
il terrorismo islamico con l’atten-tato dell’11 settembre a New York;
ne segue la guerra in Afghanistan
e un paio d’anni dopo quella in
Iraq; i due conflitti “contro l’I-slam” e gli attentati del 2004 a Ma-drid e del 2005 a Londra rilancia-no, accentuano i timori per il ter-rorismo islamico e di conseguen-za quelli per la massiccia immi-grazione musulmana. E nel 2008,
il 15 settembre, l’affare della ban-ca di investimenti Lehman
Brothers annuncia la crisi econo-mica e finanziaria. Con le conse-guenze che ancora viviamo, in
particolare l’austerità e l’aumento
della disoccupazione.
È su questo sfondo (ricostruito
da Dominique Reynié, professore
nella parigina Sciences Po e auto-re di saggi sull’opinione pubblica)
che le democrazie europee vedo-no crescere l’ondata populista.
Due sono gli itinerari seguiti dai
partiti politici convertiti, in parte o
Sono oltre venti
i partiti che si
ispirano a questa
nuova ondata
di protesta
Sono contro l’euro
e contro le banche
E il loro consenso
è in costante
crescita
del tutto, alla nuova, devastatrice
protesta. Il primo riguarda i movi-menti dell’estrema destra razzista
i quali agiscono per opportuni-smo. I dirigenti più giovani ab-bandonano o accantonano le vec-chie ideologie neo naziste, neo fa-sciste, antisemite e negazioniste
(dell’Olocausto). E archiviano
l’anticomunismo, non solo per-ché il comunismo si è dissolto, ma
anche perché un’ampia porzione
degli strati popolari un tempo
sensibile ai suoi richiami adesso
rappresenta un elettorato da con-quistare. I populisti si adeguano
con pragmatismo alle nuove
realtà. Non mancano di spirito
imprenditoriale. Conoscono la
cultura del marketing.
In Francia la svolta del Front
National avviene a tappe. L’anzia-no Jean-Marie Le Pen tenta senza
grande successo la modernizza-zione del partito di cui è il fonda-tore, ma questa sua incapacità
non gli impedisce nel 2002 di su-perare il candidato socialista, Lio-nel Jospin, al primo turno delle
elezioni presidenziali. Al ballot-taggio sarà inevitabilmente scon-fitto dal tardo gollista Jacques Chi-rac. Per Le Pen sarà comunque
una sconfitta trionfale. E lo sarà
anche per l’estrema destra che si
sta riformando.
La figlia Marine gli succede no-ve anni dopo e adotta un discorso
non più ancorato ai temi tradizio-nali. La neo leader del movimento
non attenua gli attacchi all’immi-grazione, in particolare quella
musulmana, ma non ricalca lo sti-le del razzismo paterno. Lo ripuli-sce, lo nasconde sotto i richiami
alla democrazia. Marine Le Pen
predica l’uguaglianza tra uomini e
donne, la laicità, le libertà indivi-duali e d’opinione. Da questa ba-se se la prende con l’immigrazio-ne musulmana, portatrice di valo-ri che minacciano quelli demo-cratici della République. I riferi-menti al regime collaborazionista
di Vichy, durante l’occupazione
nazista, o all’Algeria francese ab-bandonata da de Gaulle, sparisco-no. Vanno in soffitta.
Il Front National di Marine Le
Pen si ispira al populismo dell’Eu-ropa del Nord. Per il super nazio-nalismo, per lo sciovinismo, si di-stingue invece dai separatisti, ad
esempio dalla Lega italiana e dal
Vlaams Belang fiammingo. Il co-mun denominatore è il rifiuto del-l’Unione europea. I populisti gli
devono larga parte del loro suc-cesso. In Danimarca hanno pun-tato dal ‘92 sull’antieuropeismo e
sulla difesa dell’indipendenza del
paese e dell’identità nazionale.
Orbán: “La Merkel
come i nazisti”
“La Merkel si comporta
come i nazisti quando
invasero l’Ungheria nel
‘44”. Polemica sulle parole
del premier ungherese
Viktor Orbán che nel suo
radiomessaggio di ieri ha
attaccato la politica
dell’austerity della
Germania
Per questo gli svedesi hanno re-spinto l’euro nel 2003.
Sempre l’eurofobia, più che
l’euroscetticismo, è all’origine
dell’ancora caldo successo del-l’Ukip (United Kingdom Inde-pendence Party), che tre settima-ne fa ha ottenuto il 23% alle elezio-ni amministrative in Gran Breta-gna, e al quale i sondaggi promet-tono il 20 % a quelle politiche del
2015. Se il pronostico si avverasse
l’intero quadro politico sarebbe
sconvolto. Ai tre partiti tradi-zionali (il conservatore, il
laburista e il liberalde-mocratico) se ne ag-giungerebbe un
quarto di dimen-sioni tali da modifi-care gli equilibri
della democrazia
britannica. L’o-biettivo iniziale
dell’Ukip, animato
da Nigel Farage, era di
far uscire il Regno
Unito dall’Unione
europea. Ma col
tempo il program-ma si è appesanti-to, ha assunto un
chiaro carattere
populista: lotta al-l’immigrazione, ad ogni diver-sità che inquini la compattez-za nazionale, e un discorso che
cerca di trasformare in collera lo
smarrimento della gente colpita
dalla crisi economica.
La base elettorale dell’estrema
destra populista conta anzitutto
piccoli commercianti, artigiani,
operai: è formata da strati della so-cietà in cui prevale un sentimento
di declassamento, di smarrimen-to di fronte alla mondializzazione,
che espone i singoli paesi alla con-correnza internazionale, e a
un’Europa in declino che non sa
proteggersi. La crescente disoc-cupazione è attribuita alla man-canza di difese efficaci. I partiti po-pulisti non si augurano la fine del-l’economia di mercato, né sono
nemici del capitalismo. Vogliono
un’economia nazionale control-lata da uno Stato forte, capace di
ristabilire le frontiere e applicare
una politica protezionista. Con-dannano il potere delle banche,
della finanza internazionale, che
sottrae al popolo le sue naturali ri-sorse. E se la prendono con i ricchi,
con coloro che governano con la
politica o con il denaro. (In questo
quadro il movimento di Grillo po trebbe trovare uno spazio).
Alternativa per la Germania,
l’Afd, la nuova formazione politi-ca tedesca, alla quale viene attri-buito dai sondaggi circa un quar-to dell’elettorato, ha come obietti-vo una dissoluzione progressiva
dell’unione monetaria. Sostiene
che la Germania non ha bisogno
dell’euro e che l’Europa può so-pravvivere alla sua scomparsa.
L’Afd è un movimento conserva-tore. Tra gli animatori, economi-sti, accademici e intellettuali, non
sono pochi quelli provenienti dal-la Cdu di Angela Merkel. E quasi
tutti negano di essersi ispirati al
populismo dilagante, e ancor me-no all’estrema destra radicale.
Ma sono rari coloro che si di-chiarano apertamente populisti o
di estrema destra. Sono rari so-prattutto nei partiti della destra ri-spettabile, dove le tentazioni po-puliste sono vive e tenaci. E che si
esprimono sollecitando più o me-no apertamente alleanze con i
partiti estremisti, tenuti ufficial-mente fuori dall’“arco costituzio-nale” come si diceva tempo fa in
Italia. Nelle competizioni eletto-rali il populismo è emerso a tratti,
in modo evidente, in tanti paesi
europei. Senz’altro con Sarkozy in
Francia, e con Berlusconi in Italia.
Due personaggi per altri versi in-compatibili. La tentazione di una
complicità con il Front National è
ancora forte nell’Ump (l’Unione
per un movimento popolare) di
cui Sarkozy è stato il presidente. E
in Italia la Lega populista e il Pdl
hanno governato insieme per an-ni. Anche in Gran Bretagna molti
conservatori auspicano un’al-leanza con l’United Kingdom In-dependence Party. Questo è il se-condo itinerario, oltre a quello
dell’estrema destra, lungo il quale
il populismo si infiltra nella vita
politica europea.
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