martedì 25 giugno 2013

R2 - 29/5/13 - La Sindrome di Stoccolma

ppena venti minuti di metrò, ma è come dal giorno alla notte. La
linea d’ombra che accompagna la perdita d’innocenza è questa.
Alla partenza c’è la città maestosa e ignara di quel che accade, af-facciata sul mare, i vicoli medievali di Gamla Stan pieni di turisti,
con il palazzo reale, il museo dei Nobel, il parlamento. Poche fer-mate, e appena in superficie cambia tutto. “Stockholm suburbia”, adesso li
chiamano così. I sobborghi di case tutte uguali con le parabole puntate a Sud,
i giovani che bivaccano negli androni picchiettando sui loro cellulari mentre,
intorno, i volontari cercano di cancellare le tracce della battaglia. Macchine
bruciate, le finestre rotte dalle sassaiole. «Stiamo lentamente tornando alla
normalità», spiega cortese il portavoce della polizia, Lars Bystroem.
Sono durati una settimana, gli scontri notturni tra agenti e bande di incap-pucciati, che dalla capitale minacciavano di estendersi a tutto il paese. Nelle
ultime ore si segnalano incidenti isolati e sempre più sporadici. Solo i rinfor-zi di polizia arrivati da Göteborg e Malmö, insieme a una pioggia sottile, sono
riusciti a rimandare a data da destinarsi, almeno per ora, quella che anche il
premier svedese Fredrik Reinfeldt ha battezzato ufficialmente come «rivol-ta». Gli osservatori stranieri si sono precipitati a dire che in quei roghi urbani
è andato in fumo anche il modello scandinavo, tra i più avanzati del mondo
nel garantire eguaglianza e giustizia sociale. La risposta del premier, in mo-dalità legge&ordine — «non ci sono vittime del sistema, solo teppisti» — più
che una svolta autoritaria ha rivelato l’orgoglio ferito Vivono nel quartiere considerato la
Silicon Valley di Stoccolma, ma
guardano i grattacieli delle società
ultratecnologiche costruiti accan-to ai palazzoni dove sono nati come
un monumento alla loro esclusio-ne: sanno che difficilmente otter-ranno un colloquio di lavoro in uno
di questi gruppi. Oltre quelle vetra-te, non c’è posto per loro. «Sarebbe
potuto succedere in qualsiasi altro
momento». Ghamari Hamid,
istruttore di origine iraniana che la-vora in una palestra di Kista, consi-dera la sparatoria di Husby come un
mero pretesto. «Non si può cercare
una sola risposta. La disoccupazio-ne è solo una delle tante cause. I ra-gazzi si sentono isolati, lasciati ai
margini».
Sul giornale progressista Afton-bladet l’editorialista Lena Mellin
parla di fiasco politico. «Per troppo
tempo — scrive — non è stato pos-sibile neanche dire che in un quar-tiere in cui convivono 114 diverse
nazionalità servono più risorse e
servizi pubblici». Le derive del “po-liticamente corretto” sono imputa-te alla lunga egemonia del partito
socialdemocratico. Oggi, in una
sorta di contrappasso, sono finite
sotto accusa anche le politiche del
governo conservatore, al potere dal
2006. Negli ultimi sette anni, il pre-mier Reinfeldt ha tagliato le tasse e
la spesa pubblica, che rimane co-munque la più alta d’Europa dopo
la Francia. Salari e contributo socia-li più bassi, istruzione e sanità aper-ti ai privati. Un’iniezione di liberali-smo nel caro, vecchio welfare, con
l’obiettivo di rendere più competi-tiva l’economia nazionale. In parte
ha funzionato, come ha sottolinea-to qualche mese fa l’Economist ,
plaudendo alla tigre scandinava. La
Svezia è sfuggita alla recessione che
altrove ha colpito l’Europa senza
però sconfiggere la disoccupazione
(8,7%) ma ha conosciuto il più rapi-do incremento delle disuguaglian-ze nelle società occidentali, dati
dell’ultimo rapporto dell’Ocse.
L’illusione che non sia successo
niente è di breve respiro. Husby ha
già cambiato l’agenda del parla-mento, costretto a ridiscutere le po-litiche di integrazione, su richiesta
di Jimmie Akesson, leader dei De-mocratici Svedesi. La Svezia è stato l’ultimo paese europeo a cedere al-l’ondata populista. Soltanto nel
2010, il partito xenofobo, che vuole
chiudere le frontiere e rimandare a
casa i clandestini, è riuscito a entra-re nel parlamento con oltre il 5%. Gli
ultimi sondaggi prevedono un rad-doppio dei consensi in vista delle
elezioni dell’anno prossimo.
È ancora presto per dire se la Sve-zia, dopo gli incidenti di questi gior-ni, sia pronta a stravolgere una tra-dizione di tolleranza e accoglienza,
cedendo alle sue pulsioni più oscu-re, così ben raccontate, e quindi
esorcizzate, nei noir degli autori
scandinavi. «Stoccolma non brucia
e la discriminazione non è sempre
legata al razzismo», commenta la
scrittrice di origine curda Nima Sa-nandaji. Parte della popolazione,
spiega, viene lasciata ai margini per
cause economiche, legate all’edu-cazione, al retroterra culturale.
«Smettiamo di colpevolizzare la
nostra società», chiede Sanandaji.
È cresciuta nelle periferie degli im-migrati e diventata intellettuale di
successo, così come Zlatan Ibrahi-movic è uscito dal ghetto di Ro-sengärd, fuori Malmö, per diventa-re un campione di calcio. Henning
Mankell, lo scrittore del commissa-rio Wallander, sostiene che la Sve-zia è abituata a interrogarsi e scru-tare il suo cuore di tenebra, in una icorrente perdita di innocenza, co-minciata addirittura con l’omicidio
di Olof Palme, quasi trent’anni fa.
Finora, dopo ogni esame di co-scienza, il paese è sempre riuscito a
restare in bilico, camminando sul
filo della sua innata capacità al
compromesso. Ma anche lassù,
nella fredda e civile Svezia, conser-vare l’equilibrio è difficile, sempre
più difficile.





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