giovedì 13 giugno 2013

R2 - 23-5/13 - Mongolia la miniera del mondo

a “collina turchese” è una voragine nera che potrebbe accogliere una
metropoli. Ruspe alte come palazzi non smettono di scavare da tre anni
e mentre scendono diventano un tarlo lanciato verso il cuore della ter-ra. Una polvere acre, secca gli ultimi arbusti e il fragore delle trivelle in-vade la pace perduta nel deserto del Gobi. Ancora pochi giorni e dalla mi-niera di Oyu Tolgoi, a ottanta chilometri dal confine con la Cina, si muoveranno le
prime colonne di tir cariche di rame. Per la Mongolia e per il resto del mondo si apre
un’era nuova.
Il Paese più povero e meno popolato dall’Asia centrale si trasforma nel Qatar del-l’Estremo Oriente. Gli analisti finanziari anglofoni lo hanno ribattezzato “Minego-lia”. Le Borse annunciano la nuova “booming economy” asiatica del prossimo de-cennio. Oyu Tolgoi è questo: il secondo giacimento di rame e oro del pianeta, ven-ti chilometri di depositi sotterranei, 450 mila tonnellate di rame e 93 di oro all’anno
per il prossimo mezzo secolo, 13 mila ex nomadi pastori reclutati come minatori.
La compagnia anglo-australiana Rio Tinto, assieme ai canadesi di Ivanhoe Mines,
ha già investito 7 miliardi di dollari, due più del previsto. Per la Mongolia è una scos-sa superiore all’ascesa di Gengis Khan, quasi novecento anni fa. N
el 2013 il suo Pil an-nuncia il primato glo-bale della crescita: tra
il 13% e il 15%, con
punte mensili del
18%. Nel 2011 era salito del 17%.
Entro il 2020, dagli scavi di Oyu
Tolgoi dipenderà il 35% del bilan-cio nazionale, destinato alle com-pagnie straniere. Non solo il teso-ro del Gobi sconvolge l’ex pascolo
dell’Urss. Sotto l’erba bruciata
avanzano i tunnel di 6 mila giaci-menti delle materie prime e delle
terre rare da cui dipende l’indu-stria globale: valore stimato, oltre
3 mila miliardi di euro. Una fortu-na e una condanna: solo le multi-nazionali occidentali dispongo-no dei capitali per trasformare gli
elementi in risorse, mentre la Ci-na si è assicurata l’85% di tutti i
prodotti nella provincia perduta
nel 1911.
Gli investimenti esteri costitui-scono già il 62% del Pil nazionale,
il 75% entro il 2015. «Si consuma la
grande spartizione della Mongo-lia – dice Galsan Odontuya, do-cente di scienze sociali nell’uni-versità statale della capitale –
mentre le multinazionali ci accu-sano di “neonazionalismo delle
risorse”». Il bilancio della Rio Tin-to supera da solo il Pil mongolo.
Per una paese vasto cinque volte
l’Italia, con tre milioni di abitanti
di cui la metà concentrata a Ulan
Bator, è un insuperabile shock. Le
compagnie minerarie estere
stanno acquistando l’unica de-mocrazia centroasiatica, Giappo-ne e Corea del Sud la costruiscono, la Cina la consuma sotto il
controllo di Russia e Stati Uniti. Ai
mongoli finiscono gli avanzi: il
35% dei nuovi “campioni mon-diali d’incassi” vivono sotto la so-glia di povertà, la disoccupazione
sfiora il 40%, l’alcolismo travolge
sette maschi su dieci. Da missile
della crescita, la Mongolia diven-ta anche il simbolo della devasta-zione sociale, culturale, ambien-tale e politica che sta sconvolgen-do l’Asia del po-st-comunismo
capitalista. La
Banca mondia-le parla di «clep-tocrazia»:
affonda nella
classifica dei
Paesi per corru-zione, un pugno
di milionari nel
luogo più
straordinario e
distrutto del pianeta.
Montagne, pascoli e deserti, tra
gli Altai del Bayan-Olgii e il Gobi
del Dornogov, vengono abban-donati ogni anno dal 20% degli
abitanti. Le praterie sono squar-ciate dalle miniere abusive delle
“tartarughe”, i cercatori d’oro
clandestini. Fiumi e laghi si rivela-no avvelenati dalle sostanze usate
per l’estrazione di metalli e mine-rali. Le sorgenti inaridiscono. «Ot-tocentomila nomadi pastori – di-ce l’attivista per i diritti umani
Chimgee Ganbold – sono costret-ti a vendere praterie, greggi e
mandrie. È la febbre dell’oro, qua-si sempre si risolve nell’emargina-zione». La terra non confiscata per
le miniere, finisce nelle mani del-l’industria tessile. Il boom di car-ne e cashmere, trainato da Pechi-no, in tre anni ha fatto esplodere i
capi di bestiame da 34 a 45 milio-ni: quindici animali per ogni abi-tante. Le capre, con la lana più
pregiata, dal 20% dei greggi sono
diventate il 70%. I vitelli da macel-lo soppiantano gli yak. I terreni co-sì si esauriscono, l’acqua viene de-stinata alle miniere, le falde inqui-nate. I mongoli, con l’inflazione al
14%, non possono più mangiare
carne e ripararsi dal gelo con la la-na. Per la prima volta il popolo che
dominò il più vasto impero della
storia si ritira dai suoi spazi infini-ti e viene deportato in un’orrenda
città che ha cambiato nome nove
volte e che è lo specchio del suo
drammatico successo. A Ulan Ba-tor, “eroe rosso” dei sovietici, si
vendono oggi tre generi di prodot-ti: il lusso occidentale per il 5% dei
milionari, il cashmere mongolo
per i 12 mila stranieri delle multi-nazionali e l’alcol russo per i 600
mila mongoli ammassati nelle
tendopoli delle gher. Un terzo de-gli abitanti vive con un dollaro al
giorno e 6 mila bambini di strada
dormono nelle fogne per non morire assiderati. I manager stranie-ri guadagnano 70 mila dollari al
mese, gli insegnanti universitari
mongoli 200. L’affitto di una stan-za è di 250 dollari mensili: il 95%
della popolazione si indebita con
le banche, o finisce nel fango e nel
ghiaccio dei distretti-gher. Qui
l’acqua si vende ad un razionato
rubinetto di Stato, mentre nell’e-sclusivo residence Bellavista, due
cantieri più in là, i water elettrici
spruzzano getti caldi sul posterio-re degli eletti. I figli dei ricchi fre-quentano le scuole private da 25
dollari all’anno, quelli dei poveri
non hanno i soldi per il bus che in
un’ora raggiunge la periferia. La
capitale della “booming eco-nomy” mondiale, si trasforma nel
simbolo dell’ingiustizia che do-mina lo sviluppo asiatico, dalla
Cina, al Bangladesh, alla Cambo-gia. «Girano più Suv che a Seul – di-ce Usukh Zorig, medico nel quar-tiere gher di Chinghiltei – e le tar-ghe facili da ricordare vanno all’a-sta a 20 mila dollari. Un numero di
cellulare vip costa fino a 30 miladollari: i milionari, se non visua-lizzano le cifre status-symbol,
nemmeno rispondono al telefo-no».
I sessanta clan mongoli saliti
sull’ascensore per il paradiso, tut-ti con almeno un familiare in par-lamento, vivono assieme ai signo-ri delle miniere sulla collina di Zei-san, vicino alla residenza presi-denziale. Ville California-style,
grattacieli-deluxe e fuoristrada
con teschi d’acciaio scolpiti nei
cerchioni delle jeep: un concen-trato di esibizionismo e pessimo
gusto che domina la coltre di pol-vere di carbone, stagnante sulle
baraccopoli dei nomadi
senza più animali, am-massati oltre il fiume
Tuul. «Prima il dominio
cinese della dinastia
Qing – dice lo storico Ot-sonsuren Dulam - poi le
purghe staliniane del
1937 e lo sfacelo del-l’Urss: pensavamo di
essere sopravvissuti al
peggio, ma non aveva-mo conosciuto la razzia
del capitalismo energe-tico». Fino al contagio
della febbre da materie
prime, alla fine degli anni Novan-ta, i mongoli conducevano una vi-ta antica e vagavano liberi con le
mandrie su altipiani di inegua-gliata bellezza. Ridotti in povertà
dall’improvvisa ricchezza, sono
scossi oggi dall’odio contro la ca-sta che, tra gli applausi dei merca-ti internazionali, si spartisce il pa-trimonio nazionale sommerso e il
tesoro naturalistico a cielo aperto.
Dietro il «nazionalismo delle ri-sorse», monta la «xenofobia dei
capitali»: l’Europa è razzista per-ché gli immigrati sono tanti e
troppo poveri, la Mongolia per-ché sono pochi e troppo ricchi.
«Duecentomila nuovi milionari
fra 3 milioni di poveri – dice Ch.
Ayurazana, direttore di un centro
di accoglienza a Yarmag – deva-stano una società primitiva come
quella mongola. Satelliti e web
impongono i modelli anche nei
campi gher dell’aymag di Arkhangai, dove giace distrutta Kharkho-rin. Nomadi e pastori svendono
tutto per un’auto giapponese, un
vestito europeo, un computer co-reano, una notte al karaoke e il so-gno di una vita americana: xe-nofobi ed esterofili nello stesso
tempo, in realtà vittime di consu-mi di cui non tengono il passo».
I giovani si laureano nelle 180
autodichiarate «università» pri-vate e fuggono all’estero. I loro ge-nitori lasciano i pascoli e sparisco-no in miniera per pagare le rate
della tivù al plasma, ormai esclusi
da ogni scelta. Regioni immense
abbandonate, imbevute di arsenico e desertificate, da offrire allo
sfruttamento delle materie prime
e al business delle necessarie in-frastrutture. Cina e Corea del Sud
stanno per cominciare le strada
asfaltata più lunga della storia na-zionale. Gli azionisti delle compa-gnie minerarie occidentali, con
5,2 miliardi di dollari, annunciano
1900 chilometri di nuove ferrovie
per i vagoni del carbone. Pechino
ha donato un imponente palaz-zetto dello sport. Il Giappone, en-tro il 2016, consegnerà il nuovo
aeroporto della capitale, costato
500 milioni di dollari, e promette
un sistema di bombardamento
delle nuvole per non lasciar mori-re di sete la popolazione. La stam-pa di Tokyo lancia anche l’allar-me-atomico: l’ex base militare so-vietica di Bayantal offerta segreta-mente ad americani e giapponesi
per essere trasformata nella più
grande discarica nucleare del pia-neta e la francese Areva concen-trata sull’accaparramento dell’u-ranio.
«Per la Mongolia impegnata in
un titanico slancio di moderniz-zazione – dice l’ex ministro degli
Esteri, Tserendash Tsolmon - è
l’occasione per una crescita
straordinaria». Distribuendo
equamente le royalties delle ma-terie prime, anche senza sforzarsi
di creare imprese e occupazione,
lo Stato potrebbe garantire ad
ogni individuo una rendita suffi-ciente, tutelare l’ambiente, far ri-nascere villaggi e città in tutte le
regioni, salvare agricoltura e alle-vamento, assicurare ai giovani l’i-struzione e un lavoro dignitoso.
«Invece – dice l’ingegnere-cuoco
di un chiosco di spiedini fuori dal
tempio distrutto di Mandshir
Khiid, tra i monti di Zuunmod –
siamo una massa di ereditieri te-nuti in miseria». A fine giugno si
terranno le presidenziali e si èaperta la campagna elettorale.
Sfidanti: il favorito presidente
uscente Ts. Elbegdorj, filo-occi-dentale, l’ex campione di lotta B.
Bat-Erdene, più aperto a Cina e
Russia, e la ministra della sanità N.
Udval, dell’ex partito comunista
sovietico, prima donna candidata
al vertice del potere. Tutti promet-tono di «restituire la Mongolia ai
mongoli», le multinazionali per
un mese si fingono preoccupate
per investimenti e concessioni,
ma a Ulan Bator e nelle campagne
si rischia una rivolta. «Anni di pro-messe – dice Tsagaan Sanjdori, ul-timo pastore di Tsetserleg – poi i
ricchi della capitale votano con la
scheda elettronica made in Usa, i
garanti degli interessi stranieri
vengono eletti, il malloppo viene
spartito e la gente si scopre più po-vera e privata di ogni opportu-nità». A Oyu Tolgoy è scattato an-che l’allarme eco-terrorismo con-tro un movimento di pastori rima-sti senz’acqua per le capre, che
promette blocchi alla miniera e al
rame già pagato da Pechino. Nel
Gobi, come nel resto della Mon-golia, in Cina e nell’Asia condan-nata a crescere per salvare il con-sumismo occidentale, chi chiede
il rispetto della vita e un po’ di mi-sura, pur nell’ingordigia, è accu-sato di sovversione. La “collina
turchese” non esiste più. Il sole
non raggiunge il fondo nero del-l’abisso in cui il mondo spinge un
nuovo sogno. Una famiglia no-made, stretta tra le gobbe piegate
di un cammello, guarda la proces-sione dei primi camion di rame
che risalgono i tornanti della mi-niera, appena visibili laggiù, come
chicchi di riso, e se ne va. Nel de-serto non sono stati mai così sol

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