giovedì 13 giugno 2013

R2 - 24/5/13 - Banditi a Milano

C
entauri muscolosi nerovestiti
di non so quale polizia privata ci
squadrano in cagnesco lungo
via Montenapoleone, appol-laiati sulle loro moto di grossa
cilindrata. Scrutano i passanti fra cui po-trebbe celarsi la Milano criminale che va al-l’assalto della ricchezza impugnando l’ar-ma bianca al posto delle pistole. Compar-sa d’improvviso fra le periferie popolari e le
vetrine del benessere, terzo incomodo fra
le due Milano che il sindaco Pisapia vor-rebbe ricucire come città solidale, la nuova
Milano criminale spacca e uccide con asce,
spranghe, mazze, picconi, punteruoli, mo-lotov. Rivelando una furia misteriosa d’im-pronta medievale che non ha bisogno del-la polvere da sparo per inseguire il flusso
del denaro, anche perché ormai gode di un
radicamento diffuso nel territorio urbano.
Certo i banditi sono altra cosa dalle mafie
che si sono intrufolate nella borghesia de-gli affari grazie al riciclaggio; e la follia indi-viduale resta la punta estrema della soffe-renza urbana che già ha spinto più di un mi-lanese su dieci a fare uso di psicofarmaci.arebbe una forzatura
mettere nello stesso
mucchio i rapinatori
che martedì hanno
saccheggiato la bouti-que d’orologi Franck Muller in
via della Spiga e lo spiantato Ivan
Gallo che a marzo ha spaccato la
testa dell’orefice Giovanni Vero-nesi in via dell’Orso, dietro alla
Scala. Poi c’è la barbarie insen-sata del piccone tre volte omici-da brandito dal ghanese Mada
Kabobo vagabondo a Niguarda;
e prima ancora ricordiamo i ma-lavitosi del quartiere Antonini
che massacrarono di botte il tas-sista Luca Massari, colpevole di
aver investito il cane di una loro
congiunta; mentre al pugile Oleg
Fedchenko erano bastati pochi
pugni per togliere la vita, in viale
Abruzzi, alla colf filippina Emlou
Arvesu.
Arma bianca, mani nude: sete
di guadagno, rancore, dominio
territoriale, malattia mentale.
Sono spiegazioni insufficienti
perché non fanno i conti con una
Milano che nel precipitare della
crisi ha subito una metamorfosi
del suo tessuto metropolitano,
concedendo uno spazio inusita-to alla nuova presenza inattesa
dell’economia illegale. C’è una
logica in questa follia che ali-menta la “cattiveria” dei milane-si, per dirla con le parole del sin-daco.
Se prima i rapporti sulla città
evidenziavano la piaga di un’as-soluta ignoranza reciproca fra i
suoi quartieri — da una parte la
povertà invisibile relegata nella
solitudine delle periferie, dal-l’altra la finanza, la moda e le
professioni blindate nell’opu-lenza delle zone residenziali —
ora facciamo i conti con il corpo
estraneo della terza Milano. Mi
basta scendere sotto casa per
non riconoscerla più, una Mila-no spaccata in tre dalla crisi. In
viale Abruzzi, quartiere di mez-zo, né centro né periferia, siamo
abituati da sempre alle povere
ragazzine da marciapiede che di
notte, quando chiudono il bar
Basso e il cinema Plinius, vengo-no soppiantate da trans assai
nerboruti e seminudi. Avevamo
accolto con simpatia l’inaugu-razione dell’Hammam delle Ro-se, bagno turco per signore. Ma
ci eravamo chiesti, in seguito,
come mai fiorissero d’un colpo a
decine ben altri centri estetici
orientali con massaggiatrici dal-l’aria peccaminosa, e poi gli em-pori di merci d’importazione
low-price altrettanto loschi. Fi-no a che quest’anno viale Abruz-zi s’è disseminato di locali per il
gioco d’azzardo (non bastavano
i malati di ludopatia ospiti fissi
nelle tabaccherie) aperti tutta la
notte col permesso di fumare.
Mentre di fianco comparivano
inspiegabilmente numerosi lo-cali per la vendita delle sigarette
elettroniche, o ancora bar con i
tavolini bene appostati.
Tra i residenti che non ci met-tono piede sussurriamo per in-duzione, senza prove, che è arri-vata la ‘ndrangheta o chissà qua-le altra mafia esotica, non spie-gandoci altrimenti questo ri-cambio di negozi sempre vuoti e
quasi sempre disadorni, provvi-sori.
Il criminologo Adolfo Ceretti,
che ha appena dato alle stampe
con Roberto Cornelli il saggio
“Oltre la paura” (Feltrinelli),
conferma la sostanza di queste
impressioni: “Ci siamo illusi che
la presenza della criminalità or-ganizzata a Milano fosse di natu-ra liquida, limitata al riciclaggio
del denaro sporco e allo spaccio
di droga. Invece sta penetrando
nella rete commerciale e più an-cora nel profondo delle relazioni
personali”. Anche il cittadino
milanese qualsiasi incontra per
strada e nei negozi l’universo pa-rallelo delle mafie, italiane o con
gli occhi a mandorla. Le persone
vulnerabili possono divenirnepreda nella vita quotidiana. La
favola di una ‘ndrangheta asser-ragliata solo nei comuni del-l’hinterland non regge più. Oc-cupa le strade di Milano, e si ri-vela falso anche il luogo comune
leghista che indicava nei quar-tieri a forte immigrazione come
Chinatown o via Padova le roc-caforti di un radicamento ma-fioso che ha invece tutto l’inte-resse a spalmarsi ovunque la cri-si abbia messo in ginocchio e
svuotato i vecchi esercizi com-merciali.
Torno nel quadrilatero della
moda funestato dal commando
dei rapinatori col passamonta-gna nero e armati di spranga. Le
moto della polizia presidiano la
scuola elementare all’angolo fra
via della Spiga e via Borgospes-so, di fianco alle mamme che
aspettano l’uscita degli alunni.
Le maniglie a serpente di Rober-to Cavalli luccicano al sole di pri-mavera. La rom inginocchiata
continua a chiedere l’elemosina
mentre l’ambulante nordafrica-no tenta invano di piazzare i suoi
libri improbabili. La gioielleria
Tiffany, proprio lì di fianco alle
tende abbassate col simbolo
violato di Franck Muller, ha
rinforzato la vigilanza. L’elenco
delle sue filiali è una mappa del-la ridislocazione della ricchezza
planetaria: Geneve, Aspen,
Hong Kong, Milan, Moscow,
Nagayc, New York, Osaka,
Tokyo, Yerevan. Lì accanto, il
flusso di cassa nei monumentali
negozi degli stilisti continua a re-gistrare la variazione che li ha in-dotti a reclutare venditrici di ma-dre lingua russa e cinese: tanti
acquisti d’importo elevato non
passano per la strisciata della
carta di credito; più spesso il
compratore estrae un rotolo di
banconote di grosso taglio e si
mette a contare per migliaia di
euro.
Siamo sicuri che sia tutto de-naro proveniente dall’estero, o
non avrà invece a che fare anche
con l’inesplorata terza Milano
criminale? I portavoce del lusso
milanese rivendicano legittima-mente il diritto a essere presidia-ti, si vivono come un’enclave pa-trimoniale meritevole di specia-le attenzione, mal sopportano
un sindaco che punta alla giusti-zia sociale quasi che ciò l’avesse
distratto dalla cura per la sicu-rezza pubblica.
Spiega il criminologo Ceretti
che questa ondata di violenza
urbana, per fortuna, resta ben
distinta dagli episodi di conflitto
sociale, tutto sommato sporadi-ci se rapportati alla povertà dila-gante. I centri giovanili come lo
Zam (Zona autonoma Milano)
di via Olgiati, che mercoledì ha
assediato Palazzo Marino, cer-cano magari lo scontro di piazza,
manifestano delusione nei con-fronti di un sindaco come Pisa-pia che sentivano vicino e oggi
invece difende la legalità, ma la
guerriglia urbana degli Anni Set-tanta, col suo arsenale di spran-ghe, chiavi inglesi e molotov,
non sembra una minaccia alle
porte.
La sofferenza urbana piutto-sto che nel conflitto sociale si
manifesta sotto forma di nevro-si e depressione, se è vero che si
moltiplicano le richieste di cura
mentale, tanto che i sindacati e le
associazioni degli imprenditori
allestiscono presidi di supporto
psicologico per chi va in crisi da
abbandono. Mentre i centri di
accoglienza e le carceri devono
fronteggiare una vera e propria
emergenza psichiatrica.
Peccato che l’assessore ai Ser-vizi Sociali, Pierfrancesco Majo-rino, sia costretto dai tagli di bi-lancio a bloccare i ricoveri gra-tuiti di anziani nelle case di ripo-so e i sussidi al reddito per le fa-miglie in difficoltà. Una situa-zione che produce anche
schegge impazzite, queste sì pe-ricolose per la pubblica sicurez-za. Majorino sta pensando di
chiedere aiuto ai privati per inte-grare il fabbisogno di protezione
sociale: un inedito appello
emergenziale alla borghesia mi-lanese perché la filantropia non
si disperda nei mille rivoli dell’i-niziativa privata, quando anche
le principali istituzioni d’acco-glienza, come la Casa della Ca-rità, si ritrovano con l’acqua alla
gola.
Il movimento arancione che
aveva trascinato nel 2011 Giulia-no Pisapia a sconfiggere la de-stra, cambiando di segno l’am-ministrazione comunale, mise a
tacere una campagna forsenna-ta contro la sinistra fautrice di
“Zingaropoli” e di una “città a
misura di gay”. Oggi la destra ci
riprova, cavalcando la denuncia
della criminalità che spadro-neggia. Poco importa il netto ca-lo del numero di omicidi, il cui
tasso è il più basso d’Europa. I
reati contro il patrimonio torna-no a intasare il Tribunale, maga-ri solo per il furto di cinque buste
di prosciutto al supermercato. E
quando a essere strappati dalle
vetrine sono orologi di pregio
per il valor di un milione di euro,
è anche l’élite cittadina a rilan-ciare l’allarme. Pisapia corre ai
ripari ammettendo l’impiego
dell’esercito, ma solo nei presidi
fissi. Spera di rintuzzare la de-magogia delle soluzioni imma-ginarie, dalle ronde alla caccia
all’immigrato. Ma intanto nei
salotti del centro la conversazio-ne a cena si distoglie dagli argo-menti più in voga — la tormen-tata nomina dei vertici della Sca-la, la maxi-multa che rischia di
mettere in ginocchio la società
degli aeroporti, il pericolo di
crack alla Rcs — perché un brivi-do corre lungo la schiena delle si-gnore abituées dello shopping.
Non è un capriccio. Se la vio-lenza criminale torna a serpeg-giare fra le periferie e il centro,
per quanto mossa dall’avidità di
ricchezza anziché dall’ideolo-gia politica, a Milano si rivivono
gli incubi di un passato funesto.
Il guaio è che stavolta non ba-sterà smantellare qualche cellu-la estremista: c’è cresciuta in ca-sa un’economia illegale ramifi-cata, assai più difficile da bonifi-care. Troppo a lungo la classe di-rigente meneghina, per malin-teso orgoglio o per
convenienza, ha fatto finta di
non accorgersene

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