L
a camicia è lisa: “Ma è proprio la stessa che indossavo la
sera della premiazione”, i ricordi strappati: “Ho abitato
in Africa fino all’età di 12 anni, un periodo difficile,
legato alla malattia di una persona cara”, la vita solo un
passaggio di tempo tra un’ossessione e l’altra. Il signor Gian-franco Rosi di cui nulla si sapeva e non molto altro si saprà:
“Mi piace l’anonimato, considero la solitudine un valore e
della mia intimità racconto sempre molto poco” studia, de-cide e poi parte: “Come un medico, con uno zaino per il suono
e una cinepresa in spalla”. Da due decenni, con riconosci-menti internazionali inversamente proporzionali alla fama
indigena, Rosi filma stagioni darsi il cambio in una vecchia
base americana abbandonata, monsoni e barcaioli sulle rive
del Gange, torturatori seriali con il cappuccio e nobili de-caduti a loro agio in 15 metri quadri. Osserva e poi, con la
stessa distratta curiosità che gli ha restituito un Leone d’oro
quando disperavano ormai anche i parenti, lascia il mondo
per abitare altrove. Animando quadri straordinari. Accumu-lando materiale, smarrendo i punti cardinali, fluttuando tra
alberghi di frontiera, roulotte nel deserto e confini imma-ginari.
A mezzo secolo dalla conquista lagunare dal suo omonimo
Francesco: “Non ci conosciamo neanche”, le mani sulla città
(incorporea, invisibile, costretta ai bordi del Raccordo anulare)
le ha messe il Rosi fino a ieri meno noto. Con un film “fran -cescano” che a differenza dell’affresco napoletano del’63, non
specula sul mattone ma sull’esistenza. Nel Sacro Gra premiato in
laguna da Bertolucci (producono Visalberghi, Rai Cinema e
Mibac) nuotano esseri umani che indossano la marginalità co-me un abito di sartoria. Barellieri, puttane, botanici, becchini.
Automobilisti improvvidi lanciati a tutta velocità contro un
guardrail e filosofi travestiti da pescatori di anguille sulle rive
del Tevere. Sacro Gra è la bandiera dei vinti che rifiutano di
lamentarsi. La riserva indiana di
un istinto popolare che applica la
pietà e del pietismo, se ne fotte. Il
perimetro di un’enclave nasco-sta che rielabora la propria bio-grafia: “Il regista è un po’ come
l’analista, ascolta i suoi pazienti,
che gli raccontino o meno balle è
relativo. La verità non è poi così
interessante e come diceva Cal-vino, si manifesta nell’attimo in
cui ti volti e la cosa che hai visto,
all’improvviso, non c’è più”.
Intorno ai 70 chilometri dell’au -tostrada urbana più lunga d’Ita -lia, nel rutilante Saturno che ab-braccia Roma: “Il suo orrore e
anche il suo incubo”, Rosi ha
scoperto la saldatura adatta al
suo anello. L’ha scovata nelle
pause, nei silenzi inattesi e nel
sogno perché-dice in un pome-riggio romano di sigarette esor-cizzate senza convinzione-“fu -mo troppo, dovrei smettere”,
suonatori ambulanti, sirene e
caldo innaturale: “La dimensio-ne poetica dei miei personaggi
non è data dal mio sguardo, ma
dal loro. Gente che ha in comune
una fortissima identità in uno
spazio che ne è privo”.
Sacro Gra le cambierà la vita?
Non cambierà il mio modo di guardare o rapportarmi al lavoro.
Ma sarà più facile iniziare un progetto, trovare il denaro per
girare e forse, messa nell’angolo la timidezza, bussare a qualche
porta finora inaccessibile. Mi piace molto insegnare. Per ora ho
potuto farlo soltanto a Ginevra. Fino a ieri quando mi pre-sentavo e scorrevo la lista dei miei film, trovavo sorrisi di cir-costanza e ammissioni sincere: “Non li abbiamo visti”. Dopo il
Leone d’Oro ho ricevuto proposte da San Francisco, dalla Rus-sia e dall’Australia. Da qualche parte andrò.
Se la chiamasse il Centro Sperimentale?
Risponderei con entusiasmo. Per ora, in 20 anni, con l’ecce -zione di un bellissimo periodo aquilano nei mesi del post-ter-remoto a cui il Centro contribuiva, non è mai accaduto.
Lei lavora con costi ridottissimi.
Osservando un’inquadratura molto particolare, una finestra
ripresa dal di fuori, Le Monde ha scritto: “Si vede che dietro il
Gra di Rosi c’è un budget considerevole”. Mi è venuto da
ridere. In realtà ho girato quella scena da una scala d’emer -genza, appoggiando semplicemente la telecamera. Sacro Gra
è un piccolo film giocato, non solo economicamente, su so-spensione e sottrazione. Non è costato quasi
nulla e se escludiamo le persone che hanno
avuto la generosità di farsi riprendere, alla
realizzazione ha lavorato una troupe minu-scola. Io, il produttore creativo Dario Zonta,
preziosissimo, il mio aiuto regista, Roberto
Rinalduzzi, Riccardo Spagnol, Giuseppe
D’Amato, Fabrizio, Federico, tutti i ragazzi
della postproduzione e Jacopo Quadri, il sa-piente montatore di tutti i miei lavori. Un ar-tista con il quale a seconda delle lune, litigo e poi faccio pace.
Quando inizio un’opera, desidero una cosa sola.
Quale, Rosi?
Non sapere mai dove mi porterà. Amo il documentario per-ché permette una libertà impagabile e offre infinite strade per
sperimentare. Domani posso partire senza produttori, soldi,
legami o obblighi che non siano quelli di perseguire l’idea
iniziale cercando un linguaggio sempre nuovo. È percorso
molto lungo, legato alla scoperta e all’avventura. Per Boatman
ho vissuto in India 5 anni. Per Below sea level, 4 nel deserto.
Ora, per “Sacro Gra”, 24 mesi sul raccordo.
Un labirinto da cui uscire o da cui, al contrario, non uscire
mai. Proprio sul Raccordo, quell’uomo meraviglioso di Re-nato Nicolini mi sussurrò una traccia: “Lascia che il Gra si
apra e diventi una rete infinita”. Aveva ragione. Il mio Rac-cordo doveva perdere la mappatura originaria di Niccolò Bas-setti, l’urbanista che per primo ebbe l’idea del film e camminò
per 300 chilometri cercando di coglierne le contraddizioni.
Doveva volare per liberarsi e restituire altro. Il vuoto e la follia
di una città in cui tra un pantano centrale e una periferia abi-tata da quasi 3 milioni di persone che tutti regolarmente igno-rano, non esiste comunicazione.
Sul Gra si raccontano leggende meravigliose.
Nicolini giurava che sul Raccordo, a bordo di un pulmino, si
fosse persa un’intera squadra di calcio giovanile. Renato mi fece
capire che discutevamo di un luogo magico, di un’astrazione, di
una Roma stratificata che si perde in mille rivoli e un monolite,
anche volendo, non può esserlo.
I suoi personaggi non sono classificabili. Come ha fatto a tro-varli? A convincerli?
Quando giro so che è il momento giusto per farlo e per saperlo,
la prolungata convivenza è fondamentale. Il resto è incontro,
stretta di mano, pazienza, innamoramento reciproco.
Lei è nato ad Asmara e in Africa ha vissuto. Se le chiediamo
qualcosa di quel periodo violiamo un tacito patto?
Non ci sono mai tornato e forse, per paradosso, ora che ci
penso, il mio prossimo film dovrei farlo proprio lì. Il passato,
prima o poi, è giusto affrontarlo. Pensi che durante la lavo-razione di Sacro Gra , in un momento di debolezza, volevo mol-lare tutto e tornare in America.
Invece è rimasto.
Mi sono confrontato con questo paese. Dopo tanti anni fuori
dall’Italia, era il momento. Mi ha convinto, anzi obbligato, la
mia ex moglie.
Ringraziata in diretta, con sfregio alla liturgia consolidata, men-tre le consegnavano il Leone.
Se lo meritava. La vita è strana. Non la ringraziai quando a
Venezia, anche grazie a Marco Müller a cui devo moltissimo,
Below sea level vinse Orizzonti. La distrazione fu la goccia che
fece traboccare il vaso. In qualche modo, la separazione prese
il via la sera stessa. Mi sono giocato 2 matrimoni con due film.
Forse è destino O magari solo naturale conseguenza di una scelta artistica. Lei è
un apolide rigoroso con la valigia in mano. Starle dietro somiglia
a una scommessa.
Ho viaggiato. È vero. Con la mia famiglia passammo molto
tempo anche in Turchia. Mio padre era dirigente della sezione
esteri di una banca appartenuta all’Iri.
E lei?
Dopo qualche mese a Pisa, frequentando Medicina, scappai
dall’Italia a 19 anni per studiare cinema a New York.
“Below sea level” è ambientato a Slab City, ex base california-na dell’esercito, rifugio da mezzo secolo del nomadismo hippie
già messo in scena da Sean Penn nel suo “Into the wild”.
Ho vissuto a lungo nella comunità in una crisi totale, come un
dropout. Senza denaro né direzione. Avevo bisogno di non
raccontare ciò che ero stato e la bellezza di quel luogo consiste
proprio nell’assenza di domande inutili. Lì nessuno pretende
di sapere chi sei. Chi sei stato. Come hai assorbito le ferite del
passato o cosa ti aspetti dal presente. Un intervallo dal reale
che amo e cerco sempre di applicare ai miei personaggi. De-vono colpire alla pancia e non raccontare troppo. Di loro in-tuisci qualcosa senza che siano mai descritti fino in fondo.
Slab City e il Gra sono non luoghi?
Luoghi precisissimi, al limite trasformati in pretesti narrativi.
Ma per favore, smettiamola con la
definizione di Augé. Quando non si
sa cosa dire, magicamente, ecco il
‘non luogo’. Augé ci ha rotto i co-glioni per 30 anni con la sua formula
e poi ha dato alle stampe un libro per
negare persino che esistesse. Quan-do l’ho saputo mi sono sentito un as-soluto deficiente, ma adesso ci sto at-tento e ‘non luogo’, garantisco, non
mi scappa più.
Trovare un ‘c a st ’ è difficile?
Forse è la montagna più ripida di un
documentarista. Puoi cercare per
anni e trovare un volto all’improv -viso, con la straniante consapevolez-za che il film riuscirà solo se sarà quel
profilo e solo quello a interpretare la
tua fantasia. All’epoca di Boatman,
un documentario che girai sulle rive
del Gange, incontrai il barcaiolo giu-sto per raccontare la storia proprio la
mattina in cui abbandonata la cine-presa in un alberghetto, avevo deciso
di concedermi un giorno da turista.
E cosa fece?
Nel ’93 non c’erano quasi cellulari e per sperare nella riuscita di
un’impresa così labile, bisognava credere davvero e pregare con
eguale intensità. Tra una trasvolata e l’altra, tornando in India,
tremavo nel timore di non ritrovare lo stesso barcaiolo.
Però lo trovò.
Riuscendo a ricreare e a far rivivere per immagini la mede-sima emozione che avevo provato il giorno in cui l’avevo in-contrato.
Per certi miracoli serve flemma?
Fideismo. A volte il materiale, per mancanza di fondi, rimane
in cantina per mesi. Altre il film muore senza un perché.
C’è qualche film morto senza un perché?
Si intitola Oakland is not for burning . Parte del materiale, girato
in uno stupendo Super 16, è bloccato in qualche landa im-precisata per problemi legali. Ma io sogno di riprenderlo. È la
storia di Steve, un traslocatore di pianoforti che un giorno
vede il suo patrimonio andare in fumo nelle fiamme di un
deposito. Ma il pianoforte è un oggetto indistruttibile, le car-casse mantengono inalterata la struttura e Steve le recupera
per portarle nel deserto e lì costruire, con i resti, una nave nel
nulla messa a repentaglio dal vandalismo gratuito. Un eroe
herzogiano. Vuole sapere come lo conobbi?
Cer to.
Ero nel deserto, sotto la pioggia, con il camper impantanato
nella pioggia e il frigo vuoto. Di un’amicizia volata via lascian-domi solo come un cane erano rimaste due prosaiche testi-monianze. Una bottiglia di vino rosso e un pacchetto di si-garette. Fuori diluviava. Ho bevuto e ho acceso una sigaretta
per la prima volta nella vita. Poi, quando il cielo si è stancato di
buttare acqua, il vino è finito, l’ultimo mozzicone si è spento e la
malinconia è evaporata, sono uscito all’aria aperta. Percorro u chilometro e mezzo a piedi e incontro Steve. Co-sì l’ho conosciuto. Nel mezzo di un’emergenza.
Le sue sono fiabe. Ha mai pensato di girare un
film di finzione?
Ho qualche modello di riferimento, ad esempio
Cassavetes, ma sono sicuro che non sarei un bra-vo regista di fiction. Dovrei lavorare in un modo
che non mi è congeniale e francamente, non ne
ho nessuna voglia. Se lo immagina un produttore a cui proponi
anni di studio prima di sentir pronunciare il primo ciak?
La considerano geniale ma pazzo?
Non ho idea di come mi vedano, ma è la mia way of life e a quasi
50 anni, cambiare è impossibile. Per rassicurarli, convincerli ad
affidarmi i loro soldi senza dover aspettare 10 anni per un ri-sultato e aiutarli a considerarmi meno pazzo, potrei fare una
serie di ritratti.
Por traits.
Suona bene, no? In Cina, in Indonesia, ovunque. Slegati l’uno
dall’altro. I miei personaggi non hanno mai una collocazione e
come in Sacro Gra , è il luogo a riflettersi nelle loro esistenze e non
viceversa.
Le interessano solo i dimenticati?
Nient’affatto. Come si chiama quello della Lega? Borghezio?
Ecco, un anno con Borghezio al fine di
ritrarlo lo passerei gratis. Pensi che me-raviglia. Idem per Berlusconi in comu-nità. Per un film del genere lavorerei 24
ore al giorno. Se ho filmato un sicario,
posso permettermi di documentare
anche Borghezio o Berlusconi. (Ride).
Curzio Maltese ha dedicato a Sacro Gra
una critica severa. Non incasserà, giura
e per giunta, assicura, dopo aver minac-ciato gli spettatori avvertendoli di ar-marsi di santa pazienza, non colpisce al
c u o re .
Ammesso e non concesso che il valore
di un film si giudichi dal risultato al bot-teghino, Sacro Gra , disgraziatamente, è il
primo incasso per media copia nel fine
settimana davanti anche a Rush . Ascolto
le critiche, le rispetto e della polemica
miserabile non mi importa nulla, ma
Maltese che pur essendo un assiduo
lettore di Re p u b b l i ca non avevo mai
letto prima d’ora, deve avere qualche
problema con il libero arbitrio. Scrive
che la trama stenta a decollare in un
film che ne è volutamente privo. Il suo
pezzo trasuda acrimonia, è come se parlasse male di una festa
a cui non è stato invitato. Non è questo il modo di sostenere il
cinema italiano, la sua complessità, la profonda novità del
documentario.
C’è anche chi si accontenta di non farsi domande.
E quelli stanno bene, meglio di tutti gli altri.
Altra critica, Pupi Avati questa volta: “Il premio a un regista
che non ha mai diretto un attore denuncia lo stato di crisi del
cinema italiano”. E ancora: “Il documentario è l’antitesi dell’ar -te ”.
I detrattori del jazz sussurravano sprezzanti: ‘è musica da ne-gri’. So che Avati ama molto il jazz, ma commette lo stesso
errore quando parla del documentario. Dire che il documen-tario non è cinema è come sostenere che il jazz non è musica
perché non ha lo spartito. Il documentarista è come un jaz-zista, improvvisa lavorando con il reale. E rifiuta l’idea che
l’arte cinematografica abbia bisogno di una messa in scena
per esprimersi. Tutti i personaggi dei miei film sono persone
reali che – come diceva Eschilo – recitano senza sapere di
recitare, rappresentando se stessi.
Qual è il suo segreto, Rosi?
Essere me stesso.
Giacca, asole consumate, foulard al collo, talento, spessi oc-chiali dalla montature improbabili.
Il foulard ho iniziato a metterlo nel deserto. Il sole mi bruciava
e dovevo difendermi. Sul resto, fingere di essere altro da sé è
infruttuoso e disonesto. Ti scoprono sempre. Sa cosa mi di-cevano i protagonisti di Below sea level ?
Co s a?
You know why we like you? Because you don’t try to be like us. Ci
piaci perché non provi a essere come noi
domenica 29 settembre 2013
Assisi, il Poverello patrono del business
A
d Assisi l’accoglienza non pre-vede neanche la possibilità di an-dare al bagno gratis. Se uno ha la
sfortuna di un bisogno impellen-te deve sperare nella fortuna di avere ses-santa centesimi brevi manu , altrimenti è
inevitabile affidarsi a una preghiera per
impietosire il responsabile della toilette co-struita sotto il piazzale inferiore della Ba-silica di San Francesco. Niente da fare. Al
pellegrino gli spicci vengono donati da un
benefattore.
Soldi, incasso, business, questa è la formula
vincente nel paese del Poverello. Basta
camminare per le vie, inerpicarsi per le
salite, prendere fiato nelle discese, leggere i
prezzi (mediamente alti) fuori da negozi,
bar, agenzie immobiliari, società specia-lizzate in pellegrinaggi per capire che dello
spirito evocato in questi mesi dal papa,
fatto di carità, profilo basso, accoglienza,
c’è veramente poco: qui è anche impos-sibile trovare un punto di appoggio per mangiare il pro-prio, tutto è organizzato per obbligare il forestiero a
usufruire dei servizi locali. E spendere. Ancora peggio se
prendiamo alla lettera le parole pronunciate la settimana
scorsa da Francesco: “Che i conventi siano aperti ai bi-sognosi, non siano alberghi”. Bussiamo alla Casa di Santa
Brigida, gestita dalle suore Svedesi: la struttura è stata
restaurata magnificamente, nel totale rispetto della tra-dizione umbra, con mattoncini a vista, legno alle fi-nestre, una rara vista sulla vallata e su Santa Maria degli
Angeli. “Buongiorno vorrei sapere se avete posto a metà
ottobre per un gruppo di venti fedeli”. “Mi dica i giorni
esatti”, risponde una suora di colore, modi bruschi, una
vaga inflessione tedesca. “Dal 14 al 16, o anche dopo, a
seconda della disponibilità”. In silenzio prende il registro
delle presenze. Sfoglia. Riflette, gioca con la matita. Poi
sentenzia: “È tutto pieno fino a novembre. Per caso nel
gruppo ci sono bambini o molto anziani?”. “Cosa, scu-si?”. “Sì, i bambini causano confusione, mentre gli an-ziani creano problemi, meglio se li sistemate in una strut-tura più centrale. Non siamo attrezzati per gli ospiti
disabili”. “Bene, qual è il prezzo?”. “65 euro la pensione
completa, 55 la mezza. Guardi che le stanze hanno ogni
comfort, compreso il bagno privato. Aspetti, le do la
brochure”.
La parola magica è “offer ta”
Riprendiamo il cammino. A cinquecento metri in linea
d’aria incontriamo la Casa di Accoglienza di Santa Eli-sabetta d’Ungheria, sul portone un semplice campanello
e indicazioni su orario e giorno. “Se abbiamo posto per
trenta persone? Ne accogliamo fino a sessanta”, illustra
una laica davanti a un bancone con sopra una lunga serie
di portachiavi a forma di croce in legno. “Quanto costa
una stanza? No, qui si va a offerta... comunque 55 euro a
notte”. Ecco la parola magica: offerta. Ad Assisi ogni
ordine ha la sua struttura, ogni ordine negli anni ha
conquistato il proprio spazio per marcare una presenza
in uno dei luoghi di maggior pellegrinaggio al mondo.
Ogni ordine accoglie, ma solo a pagamento, un paga-mento mascherato “da offerta”. Un frate da quindici
anni presente nella cittadina ci dà il buongiorno, ma in
stile don Abbondio preferisce evitare la pubblicazione
del suo nome di battesimo: “Non vorrei avere problemi
con gli altri fratelli. Comunque sì, qui funziona così, qui
è business. Cosa? Lo so, non è bello, abbiamo perso
completamente la via indicata da Francesco e con l’e-scamotage dell’offerta alcune strutture possono usufrui-re di benefici fiscali, come la tassa sull’immondizia o
l’Imu. Ad Assisi oltre a San Francesco, si ringrazia anche
un altro beato: ‘San Terremoto’”. Anno 1997: un sisma
sconquassa Marche e Umbria. Danneggiate anche Fo-ligno, Nocera Umbra,
Preci, Sellano. E, appunto,
Assisi dove muoiono in
diretta televisiva quattro
persone tra tecnici e frati,
impegnati nella verifica
dei danni. Le immagini
del crollo vennero riprese
da un cameraman di Um-bria Tv, in quel momento
presente all’interno della
basilica. “Per la ricostru-zione sono giunti miliardi
su miliardi, tanti, più i
fondi stanziati per il Giu-bileo del 2000 – spiega
l’ingegner Paolo Marcuc-ci, consigliere comunale –
in ambo i casi parliamo di
finanziamenti pubblici
che hanno reso Assisi
quello che è oggi,
con qualche
stortura o fa-cilitazione a
favore dei frati”. Per scoprire a cosa si
riferisce l’ingegner Marcucci, dobbia-mo tornare virtualmente ai bagni
sotto la Basilica, quella struttura è
al centro di un contenzioso tra
l’ordine religioso e la stessa Assisi:
la piazza è del Comune; i frati ci
realizzano dei locali a spese dello
Stato, “poi con un atto arbitrario
modificano a loro nome l’i n t e s t a-zione catastale precedentemente
intestata al Comune di Assisi –
continua Marcucci – il Comune fa
ricorso contro questa procedura,
per la quale si arriva in Cassazione.
Peccato che in campagna elettorale
il sindaco ha promesso di risolvere
la faccenda e di rinunciare al ri-corso”. In sostanza l’a m m i n i s t r a-zione ha regalato ai frati la piazza
inferiore e i suoi bagni
“e poi vada a fare un sal-to al negozio sotto la Ba-silica, ogni tanto si di-menticano di battere lo
scontrino”, sollecita di
nuovo il nostro “don
Abbondio”. Cartoline,
ovvio. Crocefissi in tutte
le forme, misure, mate-riali. San Francesco
ovunque, Francesco an-che. Calendari, tazze, ma anche vino, liquori, rossetto per
le labbra, saponi e prodotti di cosmesi come il gel struc-cante alla calendula. A noi lo scontrino lo
fanno con altri scatta la dimenticanza.
“Professore, professore!” urla un signore
dall’aspetto modesto per le vie di Assisi, si
rivolge a un cinquantenne dalla cammi-nata impegnata. “Professore per caso sa
dove posso dormire questa notte? So-no disposto a pagare, anche se
come al solito non ho grandi
disponibilità”. Il professore:
“Ora ho fretta, ci penso, ma queste sono giornate difficili, con il prossimo arrivo del
papa è tutto pieno”. Chi chiede aiuto si chiama Gabriele,
viaggia con un paio di buste di plastica piene, si definisce
un colpito dalla crisi, quindi senza lavoro. Si arrangia,
magari fa qualche lavoretto per i conventi, consegna la
posta. “Ma ricevere aiuto qui – racconta – è oramai im-possibile”. Stesso re f ra i n , simili racconti da Angela Ser-racchioli, bolognese di origine, da otto anni impegnata ad
Assisi e autrice di una guida del pellegrino: “Non esistono
posti dove si offrono pasti ai poveri. Da nessuna parte. Ma
lo sa quanti pellegrini ho visto aggirarsi per la città stupiti
e affranti perché nessun convento li ha voluti ospitare?
Una volta ho rifocillato anche un frate argentino...”.
Prezzi bassi, alti benefici
Direzione suore Alcanterine. Hanno un palazzo cen-trale, dietro un vicoletto buio, chiuso, nascosto, ecco il
portone. Dietro c’è una struttura bellissima, luminosa,
curata, con un ampio chiostro. Di lato è organizzata la
cucina, le suore sono impegnate a impiattare il pranzo.
“C’è posto per una trentina di pellegrini a metà otto-bre?”. “Aspetti controllo”. Solito registro delle presenze.
“Tutto pieno fino a novembre, ma dopo c’è posto. Il
costo è di 55 euro per la pensione completa, abbiamo
anche la cappella”. Sul loro sito è scritto: “L’offerta del
nostro servizio intende rispondere alla necessità di tutti
coloro che, oggi sempre più numerosi, bussano alla no-stra porta”. A quanto pare è vero, rispetto ai “n u m e-rosi”.
“Per noi albergatori tutto questo è un problema: loro
hanno oggettivamente costi molto ridotti, anche solo
di personale – interviene Fabrizio Leggio, proprietario
dell’hotel Windsor Savoia – Le do un solo dato per farle
capire: il costo vivo per ogni mia stanza è di quasi 40
euro. In sostanza non ho quasi più margine”. Ma nella
zona non c’è solo il caso-Assisi. A tre, quattro chi-lometri, nella vallata, a Santa Maria degli Angeli sor-gono due strutture di gran lusso, la “Domus paci” e il
“Cenacolo francescano”. La seconda in particolare è
stata data in gestione a una società straniera previo un
generoso affitto annuale. Così, come recita la pub-blicità, tra uno snack, una passeggiata, un’escursione,
magari la lavanderia, un drink per rilassarsi è possibile
vivere “la splendida atmosfera del luogo con gli ampi
spazi verdi che invitano alla riflessione e garantiscono
un soggiorno perfetto, adatto alle esigenze di tutti i
target di clientela (religiosi, turisti, uomini d’affari, fa-miglie, gruppi, meeting)”. Turisti, religiosi e uomini
d’affari. Anche perché “vicino all’albergo vive una co-munità di Frati Minori disponibili a rispondere alle
esigenze spirituali e morali dei pellegrini e degli ospiti”.
Insomma, pacchetto completo. L’importante è pagare,
anche qui ad Assisi.
d Assisi l’accoglienza non pre-vede neanche la possibilità di an-dare al bagno gratis. Se uno ha la
sfortuna di un bisogno impellen-te deve sperare nella fortuna di avere ses-santa centesimi brevi manu , altrimenti è
inevitabile affidarsi a una preghiera per
impietosire il responsabile della toilette co-struita sotto il piazzale inferiore della Ba-silica di San Francesco. Niente da fare. Al
pellegrino gli spicci vengono donati da un
benefattore.
Soldi, incasso, business, questa è la formula
vincente nel paese del Poverello. Basta
camminare per le vie, inerpicarsi per le
salite, prendere fiato nelle discese, leggere i
prezzi (mediamente alti) fuori da negozi,
bar, agenzie immobiliari, società specia-lizzate in pellegrinaggi per capire che dello
spirito evocato in questi mesi dal papa,
fatto di carità, profilo basso, accoglienza,
c’è veramente poco: qui è anche impos-sibile trovare un punto di appoggio per mangiare il pro-prio, tutto è organizzato per obbligare il forestiero a
usufruire dei servizi locali. E spendere. Ancora peggio se
prendiamo alla lettera le parole pronunciate la settimana
scorsa da Francesco: “Che i conventi siano aperti ai bi-sognosi, non siano alberghi”. Bussiamo alla Casa di Santa
Brigida, gestita dalle suore Svedesi: la struttura è stata
restaurata magnificamente, nel totale rispetto della tra-dizione umbra, con mattoncini a vista, legno alle fi-nestre, una rara vista sulla vallata e su Santa Maria degli
Angeli. “Buongiorno vorrei sapere se avete posto a metà
ottobre per un gruppo di venti fedeli”. “Mi dica i giorni
esatti”, risponde una suora di colore, modi bruschi, una
vaga inflessione tedesca. “Dal 14 al 16, o anche dopo, a
seconda della disponibilità”. In silenzio prende il registro
delle presenze. Sfoglia. Riflette, gioca con la matita. Poi
sentenzia: “È tutto pieno fino a novembre. Per caso nel
gruppo ci sono bambini o molto anziani?”. “Cosa, scu-si?”. “Sì, i bambini causano confusione, mentre gli an-ziani creano problemi, meglio se li sistemate in una strut-tura più centrale. Non siamo attrezzati per gli ospiti
disabili”. “Bene, qual è il prezzo?”. “65 euro la pensione
completa, 55 la mezza. Guardi che le stanze hanno ogni
comfort, compreso il bagno privato. Aspetti, le do la
brochure”.
La parola magica è “offer ta”
Riprendiamo il cammino. A cinquecento metri in linea
d’aria incontriamo la Casa di Accoglienza di Santa Eli-sabetta d’Ungheria, sul portone un semplice campanello
e indicazioni su orario e giorno. “Se abbiamo posto per
trenta persone? Ne accogliamo fino a sessanta”, illustra
una laica davanti a un bancone con sopra una lunga serie
di portachiavi a forma di croce in legno. “Quanto costa
una stanza? No, qui si va a offerta... comunque 55 euro a
notte”. Ecco la parola magica: offerta. Ad Assisi ogni
ordine ha la sua struttura, ogni ordine negli anni ha
conquistato il proprio spazio per marcare una presenza
in uno dei luoghi di maggior pellegrinaggio al mondo.
Ogni ordine accoglie, ma solo a pagamento, un paga-mento mascherato “da offerta”. Un frate da quindici
anni presente nella cittadina ci dà il buongiorno, ma in
stile don Abbondio preferisce evitare la pubblicazione
del suo nome di battesimo: “Non vorrei avere problemi
con gli altri fratelli. Comunque sì, qui funziona così, qui
è business. Cosa? Lo so, non è bello, abbiamo perso
completamente la via indicata da Francesco e con l’e-scamotage dell’offerta alcune strutture possono usufrui-re di benefici fiscali, come la tassa sull’immondizia o
l’Imu. Ad Assisi oltre a San Francesco, si ringrazia anche
un altro beato: ‘San Terremoto’”. Anno 1997: un sisma
sconquassa Marche e Umbria. Danneggiate anche Fo-ligno, Nocera Umbra,
Preci, Sellano. E, appunto,
Assisi dove muoiono in
diretta televisiva quattro
persone tra tecnici e frati,
impegnati nella verifica
dei danni. Le immagini
del crollo vennero riprese
da un cameraman di Um-bria Tv, in quel momento
presente all’interno della
basilica. “Per la ricostru-zione sono giunti miliardi
su miliardi, tanti, più i
fondi stanziati per il Giu-bileo del 2000 – spiega
l’ingegner Paolo Marcuc-ci, consigliere comunale –
in ambo i casi parliamo di
finanziamenti pubblici
che hanno reso Assisi
quello che è oggi,
con qualche
stortura o fa-cilitazione a
favore dei frati”. Per scoprire a cosa si
riferisce l’ingegner Marcucci, dobbia-mo tornare virtualmente ai bagni
sotto la Basilica, quella struttura è
al centro di un contenzioso tra
l’ordine religioso e la stessa Assisi:
la piazza è del Comune; i frati ci
realizzano dei locali a spese dello
Stato, “poi con un atto arbitrario
modificano a loro nome l’i n t e s t a-zione catastale precedentemente
intestata al Comune di Assisi –
continua Marcucci – il Comune fa
ricorso contro questa procedura,
per la quale si arriva in Cassazione.
Peccato che in campagna elettorale
il sindaco ha promesso di risolvere
la faccenda e di rinunciare al ri-corso”. In sostanza l’a m m i n i s t r a-zione ha regalato ai frati la piazza
inferiore e i suoi bagni
“e poi vada a fare un sal-to al negozio sotto la Ba-silica, ogni tanto si di-menticano di battere lo
scontrino”, sollecita di
nuovo il nostro “don
Abbondio”. Cartoline,
ovvio. Crocefissi in tutte
le forme, misure, mate-riali. San Francesco
ovunque, Francesco an-che. Calendari, tazze, ma anche vino, liquori, rossetto per
le labbra, saponi e prodotti di cosmesi come il gel struc-cante alla calendula. A noi lo scontrino lo
fanno con altri scatta la dimenticanza.
“Professore, professore!” urla un signore
dall’aspetto modesto per le vie di Assisi, si
rivolge a un cinquantenne dalla cammi-nata impegnata. “Professore per caso sa
dove posso dormire questa notte? So-no disposto a pagare, anche se
come al solito non ho grandi
disponibilità”. Il professore:
“Ora ho fretta, ci penso, ma queste sono giornate difficili, con il prossimo arrivo del
papa è tutto pieno”. Chi chiede aiuto si chiama Gabriele,
viaggia con un paio di buste di plastica piene, si definisce
un colpito dalla crisi, quindi senza lavoro. Si arrangia,
magari fa qualche lavoretto per i conventi, consegna la
posta. “Ma ricevere aiuto qui – racconta – è oramai im-possibile”. Stesso re f ra i n , simili racconti da Angela Ser-racchioli, bolognese di origine, da otto anni impegnata ad
Assisi e autrice di una guida del pellegrino: “Non esistono
posti dove si offrono pasti ai poveri. Da nessuna parte. Ma
lo sa quanti pellegrini ho visto aggirarsi per la città stupiti
e affranti perché nessun convento li ha voluti ospitare?
Una volta ho rifocillato anche un frate argentino...”.
Prezzi bassi, alti benefici
Direzione suore Alcanterine. Hanno un palazzo cen-trale, dietro un vicoletto buio, chiuso, nascosto, ecco il
portone. Dietro c’è una struttura bellissima, luminosa,
curata, con un ampio chiostro. Di lato è organizzata la
cucina, le suore sono impegnate a impiattare il pranzo.
“C’è posto per una trentina di pellegrini a metà otto-bre?”. “Aspetti controllo”. Solito registro delle presenze.
“Tutto pieno fino a novembre, ma dopo c’è posto. Il
costo è di 55 euro per la pensione completa, abbiamo
anche la cappella”. Sul loro sito è scritto: “L’offerta del
nostro servizio intende rispondere alla necessità di tutti
coloro che, oggi sempre più numerosi, bussano alla no-stra porta”. A quanto pare è vero, rispetto ai “n u m e-rosi”.
“Per noi albergatori tutto questo è un problema: loro
hanno oggettivamente costi molto ridotti, anche solo
di personale – interviene Fabrizio Leggio, proprietario
dell’hotel Windsor Savoia – Le do un solo dato per farle
capire: il costo vivo per ogni mia stanza è di quasi 40
euro. In sostanza non ho quasi più margine”. Ma nella
zona non c’è solo il caso-Assisi. A tre, quattro chi-lometri, nella vallata, a Santa Maria degli Angeli sor-gono due strutture di gran lusso, la “Domus paci” e il
“Cenacolo francescano”. La seconda in particolare è
stata data in gestione a una società straniera previo un
generoso affitto annuale. Così, come recita la pub-blicità, tra uno snack, una passeggiata, un’escursione,
magari la lavanderia, un drink per rilassarsi è possibile
vivere “la splendida atmosfera del luogo con gli ampi
spazi verdi che invitano alla riflessione e garantiscono
un soggiorno perfetto, adatto alle esigenze di tutti i
target di clientela (religiosi, turisti, uomini d’affari, fa-miglie, gruppi, meeting)”. Turisti, religiosi e uomini
d’affari. Anche perché “vicino all’albergo vive una co-munità di Frati Minori disponibili a rispondere alle
esigenze spirituali e morali dei pellegrini e degli ospiti”.
Insomma, pacchetto completo. L’importante è pagare,
anche qui ad Assisi.
lunedì 23 settembre 2013
Addio al 27 lo stipendio arriva sempre in ritardo
È
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita man-dano avanti l’ospedale
Fatebenefratelli sull’Isola tibe-rina, nel cuore di Roma. Ed è dal
1977 che Salvatore De Santis
entra quasi ogni giorno in sala
operatoria per preparare i pa-zienti e assistere i chirurghi.
Nell’ultimo anno però c’è stata
una novità. Quando De Santis e
i suoi colleghi inseriscono una
protesi all’anca o asportano un
tumore del volto, due specializ-zazioni della casa di cura, non
sanno quando saranno pagati.
L’unica certezza è che il salario
non arriverà più oggi. Il 27 del
mese è scomparso: fra le mura
rinascimentali sul Tevere la
chirurgia resta precisa e pun-tuale, tutto il resto invece non lo
è più. Il contagio dei ritardi di
pagamento sugli stipendi e i sa-lari dei dipendenti, un virus che
sta silenziosamente corroden-do il tessuto della società italia-na, è penetrato fino all’antica
isola dei Papi. È
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita manda-no avanti l’ospedale Fate-benefratelli sull’Isola tiberina,
nel cuore di Roma. Ed è dal 1977
che Salvatore De Santis entra
quasi ogni giorno in sala opera-toria per preparare i pazienti e
assistere i chirurghi. Nell’ultimo
anno però c’è stata una novità.
Quando De Santis e i suoi colle-ghi inseriscono una protesi al-l’anca o asportano un tumore
del volto, due specializzazioni
della casa di cura, non sanno
quando saranno pagati. L’unica
certezza è che il salario non arri-verà più oggi. Il 27 del mese è
scomparso: fra le mura rinasci-mentali sul Tevere la chirurgia
resta precisa e puntuale, tutto il
resto invece non lo è più. Il con-tagio dei ritardi di pagamento
sugli stipendi e i salari dei dipen-denti, un virus che sta silenziosa-mente corrodendo il tessuto del-la società italiana, è penetrato fi-no all’antica isola dei Papi.
A 59 anni De Santis fatica a abi-tuarsi all’incertezza, anche se
non ha un mutuo da pagare. «Ma
per molti colleghi è più difficile»,
ammette. I frati hanno prima ri-negoziato la data di accredito del
salario dal 27 al 5 del mese suc-cessivo, poi i bonifici hanno pre-so ad arrivare, a volte, con altri
otto o dieci giorni di ritardo. Dai
medici agli uscieri, i dipendenti
iniziano a essere catturati dal-l’ansia ogni volta che si avvicina
la fine del mese: la Regione Lazio
paga il Fatebenefratelli sempre
più tardi e Unicredit ormai rifiu-ta ai frati le linee credito a sca-denza di oltre sei mesi.
LA MONETA LENTA
A cascata, in questa Italia in
cui la moneta circola sempre più
lentamente, saltano le date dei
mutui, gli affitti, le bollette degli
infermieri e dei medici. C’è an-che a chi va peggio di così, in ve-rità. E non è solo il fatto che negli
ospedali del San Raffaele, il
gruppo degli Angelucci, i ritardi
sono generalizzati e arrivano a
90 giorni per esempio a Cassino.
Perché ciò che accade è qualco-sa di più ampio e diffuso: quasi
ovunque in Italia, da Nord a Sud,
in quasi tutti i settori legati ai pa-gamenti dello Stato, si trovano
lavoratori che hanno scoperto
l’incertezza. Per loro il 27 del me-se, la data simbolo della busta
paga, è diventato un giorno di
tensione, delusioni e espedienti
per tirare avanti.
Il fenomeno è così nuovo che
non sembrano esistere statisti-che per catturarlo. Ma qua e là
anche i dati, non solo gli aneddo-ti, ne rivelano la portata. In Sici-lia una miriade di piccoli comu-ni sotto i 5000 abitanti è indietro
negli stipendi ai dipendenti da
quando è stato introdotto il fede-ralismo fiscale ed è stata sospesa
la prima rata dell’Imu, l’imposta
municipale sugli immobili. La
provincia di Vibo Valentia non
paga gli impiegati da quattro
mesi e, stima Luciano Belmonte
della Cisl, nel settore edile in Ca-labria un addetto su tre vanta ar-retrati dalla propria impresa. In
provincia di Torino l’anno scor-so quasi mille persone (più 26%
sul 2011) si sono dimesse «per
giusta causa», un modo per otte-nere un sussidio quando l’azien-da smette di versare i compensi.
A Roma il 10% dei casi dell’ufficio
vertenze Cgil riguarda stipendi e
salari versati in parte o niente af-fatto. Una grande impresa edile
appaltrice dell’Anas come Im-presa Spa non viene pagata dal
committente e, accusa la Cgil, da
tre mesi non paga i suoi 700 ad-detti. Sempre nella capitale, si
diffondono progressivamente i
pagamenti dilazionati degli sti-pendi e dei salari anche nell’i-struzione pubblica e privata: il
Comune di Roma non paga per
tempo gli asili nido convenzio-nati, che a loro volta non pagano
le maestre; centinaia di supplen-ti della scuola pubblica lamenta-no alla Cgil ritardi nei compensi
dovuti da parte del provvedito-rato agli Studi; e all’università La
Sapienza, anch’essa statale,
cento ricercatori con contratti a
tempo determinato non vengo-no remunerati da otto mesi.
GLI ESEMPI DI MOROSITÀ
Ma soprattutto, gli esempi di
morosità abbondano dalla Sici-lia alla pianura padana fra le mu-nicipalizzate: la SoriCal calabre-se, che distribuisce l’acqua nella
regione, è indietro dei sei mensi-lità; e in provincia di Messina
non si trova uno solo dei 1200 ad-detti ai rifiuti urbani o ai traspor-ti pubblici che sia stato remune-rato regolarmente negli ultimi
otto mesi.
In parte sarà probabilmente
solo l’altra faccia dei mancati pa-gamenti dello Stato alle imprese,
i famosi quasi cento mi-liardi di arretrati. Qualunque ne
sia la causa, Natalina Condò ha
varcato la soglia della finanziaria
Agos Ducato in via Chiesa della
Salute a Torino e ha cercato di fa-re i conti con i tassi d’interesse di
un prestito per poter pagare l’af-fitto. Natalina Condò, 53 anni, fa
le pulizie nell’ospedale Maria
Vittoria di Torino per conto di
una ditta appaltatrice di nome
Etr Reunion Group. Prima era un
impiego a tempo pieno, poi ne-gli ultimi anni anche lei è entrata
nella schiera del milione di ita-liani passati (involontaramente)
al part-time dal 2008 ad oggi. A
un certo punto, spiega con l’ac-cento calabrese che non ha per-so dopo mezzo secolo di vita a
Torino, iniziano le sorprese: con
due o tre giorni di ritardo le ven-gono accreditati dalla ditta solo i
due terzi del salario, 440 euro; il
resto dopo altre due settimane.
«È sempre così», constata.
SPENDING REVIEW FAMILIARE
Facile capire il perché. La Asl
di Torino è in ritardo di paga-mento su Etr Reunion di almeno
otto mesi su un totale di debiti da
quasi un milione e l’azienda non
è abbastanza capitalizzata — e
non trova credito in banca — per
stipendiare normalmente i di-pendenti. Con un marito in sca-denza di assegni di mobilità, Na-talina Condò inizia la sua perso-nale spending review, come la
chiama il governo (che non l’ha
ancora fatta): rinvia alcune visite
mediche, anche per il cuore, ri-duce il consumo di carne a una
sola volta la settimana e varca la
porta della Agos Ducato per ri-negoziare un prestito già acceso
da 4.000 euro. La finanziaria,
controllata dal gruppo francese
Crédit Agricole, senza che lei lo
richieda le consegna una carta di
credito revolving da cui può
prendere i soldi per sostenere la
rata mensile del finanziamento
precedente. A che tassi d’inte-resse? «Zero virgola qualcosa...
Non ricordo bene», dice.
Per l’esattezza, il credito al
consumo della Agos Ducato co-sta il 10,90% l’anno ma la carta
revolving arriva al 16,50%. Cré-dit Agricole invece si è finanziato
presso la Bce per cinque miliardi
di euro a scadenza di tre anni a
un tasso variabile fra l’1% e lo
0,5% annui.
LA CATENA DEL CREDITO
Così funziona la catena ali-mentare del credito nell’Italia
del 2013, un paese strozzato dal
contagio della moneta lenta.
Non pagando le imprese, di fatto
lo Stato impone loro un prestito
forzoso a interessi zero a proprio
vantaggio. A loro volta le impre-se impongono lo stesso tipo di
trattamento ai propri dipenden-ti, trattenendo e ritardando la
paga senza pagare gli interessi di
mora. E sempre più spesso i di-pendenti senza stipendio, l’ulti-mo anello della catena, chiudo o il cerchio rivolgendosi alle fi-nanziarie che hanno accesso al-la Bce a tassi quasi zero ma chie-dono loro tassi d’interesse a
doppia cifra.
A Messina accanto al Vittorio
Emanuele, il magnifico teatro ri-sorgimentale della città, c’è una
filiale della finanziaria Com-pass, gruppo Mediobanca. Il
teatro è coperto di lenzuoli di
protesta («tante promesse e solo
bugie, ce ne ricordemo») perché
la Regione è sempre in ritardo
nel versamento degli stipendi al
personale. Fuori il traffico in
strada è come impazzito: l’Atm,
la municipalizzata dei trasporti,
non paga gli autisti da aprile e an-che per questo motivo circola
meno di metà degli autobus esi-stenti.
Dentro la sede della Compass
invece regnano la calma e l’ordi-ne. L’impiegata risponde con
cortesia a chi le chiede un finan-ziamento da 5.100 euro: prima il
tasso d’interesse totale (Taeg)
era al 9% ma adesso è salito al
16,87%, mentre per la carta di
credito revolving siamo al
17,87%, circa l’1,4% al di sotto
della soglia del tasso di usura.
Mediobanca si è finanziata alla
Bce per 7,5 miliardi a meno
dell’1% a tre anni in Bce. Que assi alla clientela non sono un
po’ cari? «Dobbiamo tenere con-to del rischio — risponde l’im-piegata — . Vengono molti stata-li a chiederci un prestito, perché
hanno arretrati sullo stipendio.
Ma per noi un posto nel settore
pubblico non rappresenta più
una garanzia».
NON PAGATI DA DICEMBRE
Per Francesco Bertuccelli, 58
anni, dal 1988 impiegato nei ser-vizi sociali a Messina per 1.100
euro al mese, il cerchio in qual-che modo si è chiuso. La Coope-rativa Europa per la quale lavora
assi ste gli anziani per conto del
Comune. Il problema è che lui e
gli altri 130 colleghi non sono
pagati da dicembre perché la
giunta non salda gli arretrati (in
precedenza l’azienda aveva
usato le liquidazioni accumula-te per stipendiarli). Bertuccelli
ha due figli e un mutuo, dunque
ha dovuto prendere un prestito
di 11 mila euro al Banco Posta a
circa il 10% di interessi. In sinte-si: un ramo dello Stato non paga
la sua azienda, che non paga lui,
che deve chiedere un prestito a
un ramo dello Stato come Ban-co Poste, che pratica tassi in-sopportabili. In primavera
Cooperativa Europa per un me-se ha smesso di funzionare, ma
Bertucelli ha continuato a visi-tare gli anziani ogni giorno a
spese proprie. «Ci sono novan-tenni fermi a letto che hanno la-vorato tutta la vita, qualcuno
dovrà pur cambiarli una volta al
giorno — dice lui, sedendo nel-la sede della Cisl di Messina — .
Ma questo per favore non lo
scriva: sembra di voler fare l’e-roe»
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita man-dano avanti l’ospedale
Fatebenefratelli sull’Isola tibe-rina, nel cuore di Roma. Ed è dal
1977 che Salvatore De Santis
entra quasi ogni giorno in sala
operatoria per preparare i pa-zienti e assistere i chirurghi.
Nell’ultimo anno però c’è stata
una novità. Quando De Santis e
i suoi colleghi inseriscono una
protesi all’anca o asportano un
tumore del volto, due specializ-zazioni della casa di cura, non
sanno quando saranno pagati.
L’unica certezza è che il salario
non arriverà più oggi. Il 27 del
mese è scomparso: fra le mura
rinascimentali sul Tevere la
chirurgia resta precisa e pun-tuale, tutto il resto invece non lo
è più. Il contagio dei ritardi di
pagamento sugli stipendi e i sa-lari dei dipendenti, un virus che
sta silenziosamente corroden-do il tessuto della società italia-na, è penetrato fino all’antica
isola dei Papi. È
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita manda-no avanti l’ospedale Fate-benefratelli sull’Isola tiberina,
nel cuore di Roma. Ed è dal 1977
che Salvatore De Santis entra
quasi ogni giorno in sala opera-toria per preparare i pazienti e
assistere i chirurghi. Nell’ultimo
anno però c’è stata una novità.
Quando De Santis e i suoi colle-ghi inseriscono una protesi al-l’anca o asportano un tumore
del volto, due specializzazioni
della casa di cura, non sanno
quando saranno pagati. L’unica
certezza è che il salario non arri-verà più oggi. Il 27 del mese è
scomparso: fra le mura rinasci-mentali sul Tevere la chirurgia
resta precisa e puntuale, tutto il
resto invece non lo è più. Il con-tagio dei ritardi di pagamento
sugli stipendi e i salari dei dipen-denti, un virus che sta silenziosa-mente corrodendo il tessuto del-la società italiana, è penetrato fi-no all’antica isola dei Papi.
A 59 anni De Santis fatica a abi-tuarsi all’incertezza, anche se
non ha un mutuo da pagare. «Ma
per molti colleghi è più difficile»,
ammette. I frati hanno prima ri-negoziato la data di accredito del
salario dal 27 al 5 del mese suc-cessivo, poi i bonifici hanno pre-so ad arrivare, a volte, con altri
otto o dieci giorni di ritardo. Dai
medici agli uscieri, i dipendenti
iniziano a essere catturati dal-l’ansia ogni volta che si avvicina
la fine del mese: la Regione Lazio
paga il Fatebenefratelli sempre
più tardi e Unicredit ormai rifiu-ta ai frati le linee credito a sca-denza di oltre sei mesi.
LA MONETA LENTA
A cascata, in questa Italia in
cui la moneta circola sempre più
lentamente, saltano le date dei
mutui, gli affitti, le bollette degli
infermieri e dei medici. C’è an-che a chi va peggio di così, in ve-rità. E non è solo il fatto che negli
ospedali del San Raffaele, il
gruppo degli Angelucci, i ritardi
sono generalizzati e arrivano a
90 giorni per esempio a Cassino.
Perché ciò che accade è qualco-sa di più ampio e diffuso: quasi
ovunque in Italia, da Nord a Sud,
in quasi tutti i settori legati ai pa-gamenti dello Stato, si trovano
lavoratori che hanno scoperto
l’incertezza. Per loro il 27 del me-se, la data simbolo della busta
paga, è diventato un giorno di
tensione, delusioni e espedienti
per tirare avanti.
Il fenomeno è così nuovo che
non sembrano esistere statisti-che per catturarlo. Ma qua e là
anche i dati, non solo gli aneddo-ti, ne rivelano la portata. In Sici-lia una miriade di piccoli comu-ni sotto i 5000 abitanti è indietro
negli stipendi ai dipendenti da
quando è stato introdotto il fede-ralismo fiscale ed è stata sospesa
la prima rata dell’Imu, l’imposta
municipale sugli immobili. La
provincia di Vibo Valentia non
paga gli impiegati da quattro
mesi e, stima Luciano Belmonte
della Cisl, nel settore edile in Ca-labria un addetto su tre vanta ar-retrati dalla propria impresa. In
provincia di Torino l’anno scor-so quasi mille persone (più 26%
sul 2011) si sono dimesse «per
giusta causa», un modo per otte-nere un sussidio quando l’azien-da smette di versare i compensi.
A Roma il 10% dei casi dell’ufficio
vertenze Cgil riguarda stipendi e
salari versati in parte o niente af-fatto. Una grande impresa edile
appaltrice dell’Anas come Im-presa Spa non viene pagata dal
committente e, accusa la Cgil, da
tre mesi non paga i suoi 700 ad-detti. Sempre nella capitale, si
diffondono progressivamente i
pagamenti dilazionati degli sti-pendi e dei salari anche nell’i-struzione pubblica e privata: il
Comune di Roma non paga per
tempo gli asili nido convenzio-nati, che a loro volta non pagano
le maestre; centinaia di supplen-ti della scuola pubblica lamenta-no alla Cgil ritardi nei compensi
dovuti da parte del provvedito-rato agli Studi; e all’università La
Sapienza, anch’essa statale,
cento ricercatori con contratti a
tempo determinato non vengo-no remunerati da otto mesi.
GLI ESEMPI DI MOROSITÀ
Ma soprattutto, gli esempi di
morosità abbondano dalla Sici-lia alla pianura padana fra le mu-nicipalizzate: la SoriCal calabre-se, che distribuisce l’acqua nella
regione, è indietro dei sei mensi-lità; e in provincia di Messina
non si trova uno solo dei 1200 ad-detti ai rifiuti urbani o ai traspor-ti pubblici che sia stato remune-rato regolarmente negli ultimi
otto mesi.
In parte sarà probabilmente
solo l’altra faccia dei mancati pa-gamenti dello Stato alle imprese,
i famosi quasi cento mi-liardi di arretrati. Qualunque ne
sia la causa, Natalina Condò ha
varcato la soglia della finanziaria
Agos Ducato in via Chiesa della
Salute a Torino e ha cercato di fa-re i conti con i tassi d’interesse di
un prestito per poter pagare l’af-fitto. Natalina Condò, 53 anni, fa
le pulizie nell’ospedale Maria
Vittoria di Torino per conto di
una ditta appaltatrice di nome
Etr Reunion Group. Prima era un
impiego a tempo pieno, poi ne-gli ultimi anni anche lei è entrata
nella schiera del milione di ita-liani passati (involontaramente)
al part-time dal 2008 ad oggi. A
un certo punto, spiega con l’ac-cento calabrese che non ha per-so dopo mezzo secolo di vita a
Torino, iniziano le sorprese: con
due o tre giorni di ritardo le ven-gono accreditati dalla ditta solo i
due terzi del salario, 440 euro; il
resto dopo altre due settimane.
«È sempre così», constata.
SPENDING REVIEW FAMILIARE
Facile capire il perché. La Asl
di Torino è in ritardo di paga-mento su Etr Reunion di almeno
otto mesi su un totale di debiti da
quasi un milione e l’azienda non
è abbastanza capitalizzata — e
non trova credito in banca — per
stipendiare normalmente i di-pendenti. Con un marito in sca-denza di assegni di mobilità, Na-talina Condò inizia la sua perso-nale spending review, come la
chiama il governo (che non l’ha
ancora fatta): rinvia alcune visite
mediche, anche per il cuore, ri-duce il consumo di carne a una
sola volta la settimana e varca la
porta della Agos Ducato per ri-negoziare un prestito già acceso
da 4.000 euro. La finanziaria,
controllata dal gruppo francese
Crédit Agricole, senza che lei lo
richieda le consegna una carta di
credito revolving da cui può
prendere i soldi per sostenere la
rata mensile del finanziamento
precedente. A che tassi d’inte-resse? «Zero virgola qualcosa...
Non ricordo bene», dice.
Per l’esattezza, il credito al
consumo della Agos Ducato co-sta il 10,90% l’anno ma la carta
revolving arriva al 16,50%. Cré-dit Agricole invece si è finanziato
presso la Bce per cinque miliardi
di euro a scadenza di tre anni a
un tasso variabile fra l’1% e lo
0,5% annui.
LA CATENA DEL CREDITO
Così funziona la catena ali-mentare del credito nell’Italia
del 2013, un paese strozzato dal
contagio della moneta lenta.
Non pagando le imprese, di fatto
lo Stato impone loro un prestito
forzoso a interessi zero a proprio
vantaggio. A loro volta le impre-se impongono lo stesso tipo di
trattamento ai propri dipenden-ti, trattenendo e ritardando la
paga senza pagare gli interessi di
mora. E sempre più spesso i di-pendenti senza stipendio, l’ulti-mo anello della catena, chiudo o il cerchio rivolgendosi alle fi-nanziarie che hanno accesso al-la Bce a tassi quasi zero ma chie-dono loro tassi d’interesse a
doppia cifra.
A Messina accanto al Vittorio
Emanuele, il magnifico teatro ri-sorgimentale della città, c’è una
filiale della finanziaria Com-pass, gruppo Mediobanca. Il
teatro è coperto di lenzuoli di
protesta («tante promesse e solo
bugie, ce ne ricordemo») perché
la Regione è sempre in ritardo
nel versamento degli stipendi al
personale. Fuori il traffico in
strada è come impazzito: l’Atm,
la municipalizzata dei trasporti,
non paga gli autisti da aprile e an-che per questo motivo circola
meno di metà degli autobus esi-stenti.
Dentro la sede della Compass
invece regnano la calma e l’ordi-ne. L’impiegata risponde con
cortesia a chi le chiede un finan-ziamento da 5.100 euro: prima il
tasso d’interesse totale (Taeg)
era al 9% ma adesso è salito al
16,87%, mentre per la carta di
credito revolving siamo al
17,87%, circa l’1,4% al di sotto
della soglia del tasso di usura.
Mediobanca si è finanziata alla
Bce per 7,5 miliardi a meno
dell’1% a tre anni in Bce. Que assi alla clientela non sono un
po’ cari? «Dobbiamo tenere con-to del rischio — risponde l’im-piegata — . Vengono molti stata-li a chiederci un prestito, perché
hanno arretrati sullo stipendio.
Ma per noi un posto nel settore
pubblico non rappresenta più
una garanzia».
NON PAGATI DA DICEMBRE
Per Francesco Bertuccelli, 58
anni, dal 1988 impiegato nei ser-vizi sociali a Messina per 1.100
euro al mese, il cerchio in qual-che modo si è chiuso. La Coope-rativa Europa per la quale lavora
assi ste gli anziani per conto del
Comune. Il problema è che lui e
gli altri 130 colleghi non sono
pagati da dicembre perché la
giunta non salda gli arretrati (in
precedenza l’azienda aveva
usato le liquidazioni accumula-te per stipendiarli). Bertuccelli
ha due figli e un mutuo, dunque
ha dovuto prendere un prestito
di 11 mila euro al Banco Posta a
circa il 10% di interessi. In sinte-si: un ramo dello Stato non paga
la sua azienda, che non paga lui,
che deve chiedere un prestito a
un ramo dello Stato come Ban-co Poste, che pratica tassi in-sopportabili. In primavera
Cooperativa Europa per un me-se ha smesso di funzionare, ma
Bertucelli ha continuato a visi-tare gli anziani ogni giorno a
spese proprie. «Ci sono novan-tenni fermi a letto che hanno la-vorato tutta la vita, qualcuno
dovrà pur cambiarli una volta al
giorno — dice lui, sedendo nel-la sede della Cisl di Messina — .
Ma questo per favore non lo
scriva: sembra di voler fare l’e-roe»
Dimmi se sono FELICE
Come si misura la gioia di una comunità, di una città, di uno Stato? Secondo
alcune nuove ricerche, il metro migliore è Twitter. Basta isolare tra i cinguettii
del social network tutti i vocaboli che esprimono sensazioni positive
ono le 2 e 49 del 15 aprile, la prima bomba esplode sul traguardo della maratona di Boston.
Tredici secondi dopo scoppia la seconda. Per gli americani è il giorno più triste dell’anno,
lo dice il buon senso, ma lo conferma la nuova scienza che misura la felicità. Niente più son-daggi lenti e costosi, adesso le nostre emozioni viaggiano alla velocità della rete. È Twitter a
catturare l’umore di una comunità. Ha iniziato l’università di Harvard due anni fa, poi la
tecnica si è affinata arrivando a sfidare per precisione di risultati i grandi istituti di ricerca come Gal-lup. La formula magica, va da sé, è quella che ormai regola le nostre vite: l’algoritmo. I sistemi cam-biano uno dall’altro, ma il concetto base è sempre lo stesso: i computer raccolgono milioni di cin-guettii dal social network, li archiviano in base a parole chiave, danno in pasto i big data all’infallibi-le equazione algebrica e il gioco è fatto. misurare la felicità
non è un gioco. Secon-do un sondaggio re-cente l’81% degli in-glesi sostiene che ren-derli contenti dovrebbe essere il
primo obiettivo del loro governo.
Il Dalai Lama ne ha fatto una bat-taglia personale, sposando l’ini-ziativa del Buthan che ha intro-dotto per primo il Fil che, al con-trario del suo gemello Pil, non re-gistra la ricchezza ma la gioia di
un popolo. Il nostro Istat ha ap-pena lanciato “la rivoluzione cul-turale” del Bes, l’indice che misu-ra il Benessere equo e solidale
prendendo in considerazione
vari parametri non finanziari: dal
paesaggio all’istruzione. Ma le
emozioni volano veloci, sono
personali, non si pesano in bari-li, non hanno un prezzo che sale
e che scende come in Borsa. Da
qui la necessità per gli scienziati
di inventare un termometro.
L’ultimo, come racconta la rivi-sta The Atlantic, è figlio di un
team della University of Pennsyl-vania e della Michigan State Uni-versity. Dal giugno 2009 al marzo
2010 nel loro setaccio informati-co sono passati 30 milioni di
tweet a coprire 1300 contee spar-se per gli Stati Uniti. Nella mappa
interattiva si alternano il verde, che indica dove si sta meglio e il
rosso dove sarebbe meglio non
abitare. A Miami è un paradiso,
così come a Boston e New York,
va male tra Texas, Arizona e New
Mexico: sarà l’aria secca del de-serto. Il programma usa lo stesso
metodo che serve per isolare le
parole più pronunciate nei di-scorsi: quello con le nuvole di vo-caboli. Felicità fa rima con pale-stra, mare e fitness: l’attività fisi-ca, l’aria aperta aiutano a scac-ciare i cattivi pensieri. Poi tocca a
beneficenza, solidarietà, confe-renze e incontro: ovvero tutte
quelle definizioni che racconta-no una vita sociale brillante. I se-gnali che indicano un umore
pessimo sono due su tutti: noia e
stanchezza. Johannes Eich-staedt e Andrew Schwartz che
hanno guidato lo studio dicono:
«La potenza di questa ricerca è
che grazie alla raccolta delle sen-sazioni personali riesce a mo-strare lo stato d’animo di una
città, di una nazione».
L’università del Vermont con il
suo “Hedonometer” va ancora
più in profondità e il censimento
è zeppo di spunti in bilico tra
scienza e divertimento. Gli ame- ricani sono contenti al mattino
presto durante la colazione, e al-la sera quando si concedono il
Martini dopo il lavoro: in mezzo
un mare di tristezza. Il giovedì è il
momento da dimenticare, la do-menica all’alba quello che porta
più serenità. La Louisiana è lo
Stato dall’umore peggiore, le
Hawaii quello dove la risata non
manca mai. La città maglia nera è
Beaumont nel Texas orientale, la
vincitrice della speciale classifica
è Napa, non a caso capitale del vi-no Made in Usa. In questi risulta-ti però emerge uno dei punti cri-tici del metodo: sia le Hawaii che
Napa sono luoghi turistici, come
lo sono Boston e soprattutto New
York. È dunque più facile per chi
sta in vacanza scrivere belle pa-role sul proprio profilo Internet.
Altro dato che zavorra questo ti-po di ricerche è l’identikit di chi
frequenta i social network, che —
benché ormai abbiano una diffu-sione quasi capillare — non sono
ancora un campione perfetto dal
punto di vista statistico. Infine
c’è l’analisi delle parole che pre-senta qualche controindicazio-ne: le bestemmie e le espressioni
volgari abbassano il rating ma il
loro senso non è assoluto, dipen-de dalla cultura del posto, dall’u-so popolare. «È vero che alcune
regole classiche dei sondaggi tra-dizionali non sono rispettate, ma
ogni volta che siamo andati a
confrontare i nostri risultati con
quelli ottenuti con i vecchi meto-di abbiamo sempre avuto riscon-tri positivi, rigorosi», assicurano i
ricercatori. Tanto che ormai
Twitter è usato da giornali e tv per
raccontare la realtà. La Cnn pub-blica uno studio della University
of Illinois at Urbana-Champaign
che indica come i credenti siano
più felici degli atei: i primi twitta-no con il cuore, gli altri con la te-sta. Quelli che hanno la fede i Dio usano più spesso parole co-me famiglia, amore, amicizia e
gioia. Gli scettici indulgono al ci-nismo: errore, male e ragione so-no i loro vocaboli più gettonati.
In Italia ci ha pensato l’Univer-sità degli Studi di Milano con
un’iniziativa dal nome evocati-vo: “Voices from the blog”. Oltre
40 milioni di tweet analizzati nel
2012 che hanno portato alla pub-blicazione di un ebook edito dal-la rivista Wirede alla creazione di
un’app, iHappy, che misura in
tempo reale la felicità dell’Italia,
regione per regione, città per
città. In questo istante gli italiani
più contenti sono quelli di Arez-zo, i più arrabbiati stanno sulla ri-va del Lago di Como. Il giorno mi-gliore del 2012 è stato il 16 mag-gio, sui giornali due notizie: lo
scandalo della paghetta di Bossi
al figlio e gli appelli per la giorna-ta di mobilitazione contro l’o-mofobia, il più cupo è il 23 luglio
con lo spread che sale a quota
516. A guardarci attraverso la len-te di Twitter siamo un popolo di
meteopatici: in primavera siamo
allegrissimi, con le prime nebbie
di autunno non c’è antidepressi-vo in grado di coccolarci il mora-le. Martedì e sabato i giorni mi-gliori, il lunedì è un disastro. In-seguiamo i sogni dando calci ad
un pallone e così i gol di Balotelli
negli ultimi europei fanno felice
il social tricolore. Un altro exploit
nella notte del 20 dicembre,
quella che precede la fine del
mondo predetta dai Maya. Il fat to poi che l’indomani, quando
tutto è ancora al suo posto, il mer-cato delle emozioni precipiti a
fondo è materia da psiconalisi
non da sondaggisti.
La felicità va di moda. Una del-le app di maggior successo in
questo momento negli Usa di
chiama “Happier”. L’ha inventa-ta una ragazza di Boston e serve
per isolare nel mare infinito della
rete solo le sensazioni positive:
«A volte davanti a quella massa
infinita di notizie uno è restio a
raccontare quello che di bello gli
è capitato: ecco, io ho creato un
posto dove farlo. Ogni piccolo at-timo di gioia merita di essere rac-contato, non è mai banale», dice
al New York Times . E in pochi me-si ha raccolto oltre un milione di
tweet felici.
Jonathan Harris è un guru del-l’arte 2.0, dal suo studio nel cuo-re di Brooklyn esporta in giro per
il mondo le sue installazioni mul-timediali. Nel 2006 lancia “We
feel fine”, ci sentiamo bene, un si-to che setaccia blog e social a cac-cia delle emozioni della gente: «È
un’opera collettiva, voglio mo-strare la bellezza, il piacere della
vita attimo dopo attimo e la rete
in questo momento è come se
fosse l’anima del mondo», spiega
al Washington Post. Ma quello
che ci racconta lo specchio vir-tuale del nostro umore non è
molto rassicurante: dal 2009 ad
oggi l’indice globale della nostra
felicità è in ribasso ed è facile da-re la colpa alla crisi economica.
Non si vedono segni di ripresa,
solo qualche picco come quando
uccisero Bin Laden e i newyor-chesi riempirono le strade di Ti-mes Square in festa. Perché poi la
felicità non è un cinguettio ma
stare insieme alle persone che
ami. In una piazza, come davan-ti ad un bicchiere di vin
alcune nuove ricerche, il metro migliore è Twitter. Basta isolare tra i cinguettii
del social network tutti i vocaboli che esprimono sensazioni positive
ono le 2 e 49 del 15 aprile, la prima bomba esplode sul traguardo della maratona di Boston.
Tredici secondi dopo scoppia la seconda. Per gli americani è il giorno più triste dell’anno,
lo dice il buon senso, ma lo conferma la nuova scienza che misura la felicità. Niente più son-daggi lenti e costosi, adesso le nostre emozioni viaggiano alla velocità della rete. È Twitter a
catturare l’umore di una comunità. Ha iniziato l’università di Harvard due anni fa, poi la
tecnica si è affinata arrivando a sfidare per precisione di risultati i grandi istituti di ricerca come Gal-lup. La formula magica, va da sé, è quella che ormai regola le nostre vite: l’algoritmo. I sistemi cam-biano uno dall’altro, ma il concetto base è sempre lo stesso: i computer raccolgono milioni di cin-guettii dal social network, li archiviano in base a parole chiave, danno in pasto i big data all’infallibi-le equazione algebrica e il gioco è fatto. misurare la felicità
non è un gioco. Secon-do un sondaggio re-cente l’81% degli in-glesi sostiene che ren-derli contenti dovrebbe essere il
primo obiettivo del loro governo.
Il Dalai Lama ne ha fatto una bat-taglia personale, sposando l’ini-ziativa del Buthan che ha intro-dotto per primo il Fil che, al con-trario del suo gemello Pil, non re-gistra la ricchezza ma la gioia di
un popolo. Il nostro Istat ha ap-pena lanciato “la rivoluzione cul-turale” del Bes, l’indice che misu-ra il Benessere equo e solidale
prendendo in considerazione
vari parametri non finanziari: dal
paesaggio all’istruzione. Ma le
emozioni volano veloci, sono
personali, non si pesano in bari-li, non hanno un prezzo che sale
e che scende come in Borsa. Da
qui la necessità per gli scienziati
di inventare un termometro.
L’ultimo, come racconta la rivi-sta The Atlantic, è figlio di un
team della University of Pennsyl-vania e della Michigan State Uni-versity. Dal giugno 2009 al marzo
2010 nel loro setaccio informati-co sono passati 30 milioni di
tweet a coprire 1300 contee spar-se per gli Stati Uniti. Nella mappa
interattiva si alternano il verde, che indica dove si sta meglio e il
rosso dove sarebbe meglio non
abitare. A Miami è un paradiso,
così come a Boston e New York,
va male tra Texas, Arizona e New
Mexico: sarà l’aria secca del de-serto. Il programma usa lo stesso
metodo che serve per isolare le
parole più pronunciate nei di-scorsi: quello con le nuvole di vo-caboli. Felicità fa rima con pale-stra, mare e fitness: l’attività fisi-ca, l’aria aperta aiutano a scac-ciare i cattivi pensieri. Poi tocca a
beneficenza, solidarietà, confe-renze e incontro: ovvero tutte
quelle definizioni che racconta-no una vita sociale brillante. I se-gnali che indicano un umore
pessimo sono due su tutti: noia e
stanchezza. Johannes Eich-staedt e Andrew Schwartz che
hanno guidato lo studio dicono:
«La potenza di questa ricerca è
che grazie alla raccolta delle sen-sazioni personali riesce a mo-strare lo stato d’animo di una
città, di una nazione».
L’università del Vermont con il
suo “Hedonometer” va ancora
più in profondità e il censimento
è zeppo di spunti in bilico tra
scienza e divertimento. Gli ame- ricani sono contenti al mattino
presto durante la colazione, e al-la sera quando si concedono il
Martini dopo il lavoro: in mezzo
un mare di tristezza. Il giovedì è il
momento da dimenticare, la do-menica all’alba quello che porta
più serenità. La Louisiana è lo
Stato dall’umore peggiore, le
Hawaii quello dove la risata non
manca mai. La città maglia nera è
Beaumont nel Texas orientale, la
vincitrice della speciale classifica
è Napa, non a caso capitale del vi-no Made in Usa. In questi risulta-ti però emerge uno dei punti cri-tici del metodo: sia le Hawaii che
Napa sono luoghi turistici, come
lo sono Boston e soprattutto New
York. È dunque più facile per chi
sta in vacanza scrivere belle pa-role sul proprio profilo Internet.
Altro dato che zavorra questo ti-po di ricerche è l’identikit di chi
frequenta i social network, che —
benché ormai abbiano una diffu-sione quasi capillare — non sono
ancora un campione perfetto dal
punto di vista statistico. Infine
c’è l’analisi delle parole che pre-senta qualche controindicazio-ne: le bestemmie e le espressioni
volgari abbassano il rating ma il
loro senso non è assoluto, dipen-de dalla cultura del posto, dall’u-so popolare. «È vero che alcune
regole classiche dei sondaggi tra-dizionali non sono rispettate, ma
ogni volta che siamo andati a
confrontare i nostri risultati con
quelli ottenuti con i vecchi meto-di abbiamo sempre avuto riscon-tri positivi, rigorosi», assicurano i
ricercatori. Tanto che ormai
Twitter è usato da giornali e tv per
raccontare la realtà. La Cnn pub-blica uno studio della University
of Illinois at Urbana-Champaign
che indica come i credenti siano
più felici degli atei: i primi twitta-no con il cuore, gli altri con la te-sta. Quelli che hanno la fede i Dio usano più spesso parole co-me famiglia, amore, amicizia e
gioia. Gli scettici indulgono al ci-nismo: errore, male e ragione so-no i loro vocaboli più gettonati.
In Italia ci ha pensato l’Univer-sità degli Studi di Milano con
un’iniziativa dal nome evocati-vo: “Voices from the blog”. Oltre
40 milioni di tweet analizzati nel
2012 che hanno portato alla pub-blicazione di un ebook edito dal-la rivista Wirede alla creazione di
un’app, iHappy, che misura in
tempo reale la felicità dell’Italia,
regione per regione, città per
città. In questo istante gli italiani
più contenti sono quelli di Arez-zo, i più arrabbiati stanno sulla ri-va del Lago di Como. Il giorno mi-gliore del 2012 è stato il 16 mag-gio, sui giornali due notizie: lo
scandalo della paghetta di Bossi
al figlio e gli appelli per la giorna-ta di mobilitazione contro l’o-mofobia, il più cupo è il 23 luglio
con lo spread che sale a quota
516. A guardarci attraverso la len-te di Twitter siamo un popolo di
meteopatici: in primavera siamo
allegrissimi, con le prime nebbie
di autunno non c’è antidepressi-vo in grado di coccolarci il mora-le. Martedì e sabato i giorni mi-gliori, il lunedì è un disastro. In-seguiamo i sogni dando calci ad
un pallone e così i gol di Balotelli
negli ultimi europei fanno felice
il social tricolore. Un altro exploit
nella notte del 20 dicembre,
quella che precede la fine del
mondo predetta dai Maya. Il fat to poi che l’indomani, quando
tutto è ancora al suo posto, il mer-cato delle emozioni precipiti a
fondo è materia da psiconalisi
non da sondaggisti.
La felicità va di moda. Una del-le app di maggior successo in
questo momento negli Usa di
chiama “Happier”. L’ha inventa-ta una ragazza di Boston e serve
per isolare nel mare infinito della
rete solo le sensazioni positive:
«A volte davanti a quella massa
infinita di notizie uno è restio a
raccontare quello che di bello gli
è capitato: ecco, io ho creato un
posto dove farlo. Ogni piccolo at-timo di gioia merita di essere rac-contato, non è mai banale», dice
al New York Times . E in pochi me-si ha raccolto oltre un milione di
tweet felici.
Jonathan Harris è un guru del-l’arte 2.0, dal suo studio nel cuo-re di Brooklyn esporta in giro per
il mondo le sue installazioni mul-timediali. Nel 2006 lancia “We
feel fine”, ci sentiamo bene, un si-to che setaccia blog e social a cac-cia delle emozioni della gente: «È
un’opera collettiva, voglio mo-strare la bellezza, il piacere della
vita attimo dopo attimo e la rete
in questo momento è come se
fosse l’anima del mondo», spiega
al Washington Post. Ma quello
che ci racconta lo specchio vir-tuale del nostro umore non è
molto rassicurante: dal 2009 ad
oggi l’indice globale della nostra
felicità è in ribasso ed è facile da-re la colpa alla crisi economica.
Non si vedono segni di ripresa,
solo qualche picco come quando
uccisero Bin Laden e i newyor-chesi riempirono le strade di Ti-mes Square in festa. Perché poi la
felicità non è un cinguettio ma
stare insieme alle persone che
ami. In una piazza, come davan-ti ad un bicchiere di vin
23/7/13 - Vedere è sapere ecco il mondo con gli occhiali di Google
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
I
n mezzo alla folla dei turisti, sono
il mutante venuto dal futuro. Ho
poteri extrasensoriali che non
immaginate. Posso parafrasare
l’androide di Blade Runner: «Ve-do cose che voi umani…». Ma sono ge-neroso: quello che osservo con i miei
occhi diventa un video da condividere
all’istante, basta che io mi accarezzi
con la punta delle dita sopra la tempia e
subito la mia esperienza sensoriale di-venta vostra, parte via email o per te-lefonino e arriva agli amici, ai parenti, ai
colleghi. Anche le vostre risposte scor-e la notizia m’interessa,
a domanda una voce
femminile mi legge l’in-tero articolo. E ora ho
voglia di trovare il risto-rante sushi più vicino: mormoro
la mia richiesta, il maggiordomo
digitale che ho incorporato sopra
la mia fronte mi fa apparire d’in-canto la mappa del quartiere, gli
indirizzi dei sushi-bar, le recen-sioni e le stelline che hanno sulle
guide gastronomiche.
Sto provando Google Glass, gli
occhiali che potrebbero aprire la
prossima rivoluzione tecnologi-ca. Il condizionale è d’obbligo,
non voglio farmi manipolare dal-la formidabile macchina di
marketing del colosso california-no. Secondo alcuni degli invento-ri visionari che hanno partorito
questo gadget, l’occhiale onnipo-tente potrebbe soppiantare tutto
ciò che conosciamo: rendere inu-tili d’un sol colpo computer, ta-blet, smartphone. Tutte le loro
funzioni vengono incorporate e
smaterializzate in questo micro-sensore, diventano eteree, scor-rono davanti ai miei occhi su un
mini-schermo trasparente che
solo io vedo. Potrei essere libera-to per sempre da ogni altro
hardware, buttar via gli oggetti
materiali. Ogni forma di comuni-cazione, d’informazione, di spet-tacolo, può apparire d’incanto davanti ai miei occhi, occupare
un angolino del mio orizzonte, a
comando, per poi sparire dal mio
campo visivo quando non ne ho
più bisogno. Il mio test, un’ante-prima esclusiva (Google Glass
non esiste ancora in commercio),
ho deciso di farlo non dentro un
laboratorio ma nel mondo reale.
Passeggio in uno dei miei quartie-ri preferiti di Manhattan, sulla Hi-gh Line. Ex ferrovia merci soprae-levata, un tempo serviva l’area in-dustriale del Meatpacking Di-strict, dove c’erano mattatoi e
fabbriche per l’inscatolamento
della carne. Ora dell’archeologia
industriale restano tracce elegan-ti in un quartiere divenuto ultra-modaiolo: showroom, ristoranti
e discoteche. La High Line si è tra-sformata in giardino pensile, lun-ga passeggiata panoramica con
vedute su Soho e Chelsea da una
parte, il fiume Hudson e il New
Jersey dall’altra. Un luogo ideale
per il mio “collaudo”. Uno degli
usi più ovvii di Google Glass, e uno
dei suoi punti di forza, è come so-stituto di ogni videocamera com-presa quella dello smartphone. Il
vantaggio c’è. Non devo fermar-mi a prendere un gadget, fissare
l’immagine, e quindi distrarmi da
quel che sto facendo. No, l’attività
del filmare diventa un prolunga-mento naturale, spontaneo della
mia visione.
Google Glass si declina al sin-golare non per una forzatura
grammaticale; in effetti non è
neppure un occhiale intero. È una
montatura senza lenti. Leggera,
serve solo a sorreggere quel mi-cro-visore (micro-sensore, mi cro-schermo) che racchiude in sé
tutte le funzioni, e mi si “apre” co-me una finestrella, un minuscolo
televisore che solo io vedo: in alto
a destra, devo guardare un po’ al-l’insù, eccolo in sovraimpressio-ne sull’orizzonte, quasi alla peri-feria del mio campo visivo. Un
bambino di 10 anni imparerebbe
a usarlo in due minuti, presumo;
a me ne servono venti per impra-tichirmi. I comandi sono sempli-ci, a base di colpetti leggeri con la
punta delle dita, o strisciatine, ca-rezze: il polpastrello del mio indi-ce destro sfiora l’asticella della
montatura per spegnere, accen-dere, selezionare le funzioni, atti-vare ogni operazione che deside-ro. Tra le opzioni più usate, le pri-me che lo schermo mi propone
appena lo accendo, ci sono ovvia-mente i software di casa Google, il
motore di ricerca, le mappe, You-Tube, il traduttore automatico.
Dal Chelsea Market (dove un
turista italiano mi osserva stupe-fatto) gli ordino: «Portami alla Hi-gh Line». Una volta sopra la pas-seggiata pensile, comincio a fil-mare il paesaggio oltre il fiume
Hudson. Filmo, mi accarezzo la
tempia e lui capisce: voglio spedi-re quell’immagine. Mi offre le op-zioni di mandare il video come al-legato a un sms o a una email. Ben
presto Glass — appena 40 minuti
e siamo passati a chiamarci col
nome di battesimo — memorizza
le mie abitudini, la carrellata di
opzioni che sfilano sullo schermo
sono le operazioni che io faccio
più spesso. Vista la folla di italiani
che passeggiano sulla High Line
collaudo il traduttore con un
esercizio semplice: «Say Hello in
Italian». «Ciao», mi suggerisce.
Avremo il tempo per esercizi
complicati, trabocchetti e tranel-li. Comincio da cose facili, muo-vendomi nella mia città, ma intui-sco quanto più prezioso potrebbe
essere questo gadget se stessi cer-cando di orientarmi in una me-tropoli che non conosco, Buenos
Aires o Lagos. Sogno di viaggiare nel Sichuan e parlare il dialetto lo-cale grazie a quel minuscolo “tra-pianto” sulla mia fronte, che mi
suggerisce le parole giuste, i toni,
la pronuncia.
Sogno, o incubo? Google Glass
ci renderà tutti più liberi o ancora
più schiavi? Gli strateghi di Goo-gleplex a Mountain View (Califor-nia) hanno pronta la risposta.
Questo occhiale è l’esatto contra-rio di una tecnologia intrusiva, di-cono. Oggi, per consultare le no-stre email o sms ci estraniamo
continuamente, derubiamo della
nostra attenzione gli amici e i fa-miliari, incolliamo lo sguardo al
display del telefonino. Diventia-mo maleducati, distratti, egocen-trici, solipsisti. Google Glass rap-presenta l’esatto contrario, pro-seguono i suoi creatori: ti libera.
Torni ad essere il padrone della
tua attenzione. Passeggi, guardi,
ti concentri sul tuo interlocutore,
lo ascolti fissandolo negli occhi.
Quando proprio senti il bisogno
di controllare le ultime email, ti
accarezzi quell’asticella, com-paiono e poi scompaiono. La di-strazione è minima, torni ad esse-re il padrone del tuo tempo. Non
devi trasportare apparecchi, l’in-tero cyber-spazio, la “nuvola” di-gitale dello scibile umano (Wiki-pedia, moderne biblioteche di
Alessandria, giornali e tv) è pron-ta ad apparire davanti al tuo
sguardo quando la chiami tu. Ec-co, il suo fascino vero: l’idea che
l’intero universo di Internet di-venta portatile al punto da essere
una finestra, anzi una serie di fi-nestre, che apri e chiudi in un an-golo dei tuoi occhi, chiamando in
tuo aiuto la potenza del cyber-spazio ogni volta che devi consul-tare lo scibile umano.
Le prestazioni di Google Glass
sono potenzialmente infinite.
Non a caso le poche migliaia di
prototipi in collaudo sono presta-ti soprattutto a inventori, che pos-sono escogitare le applicazioni
(app) da cui dipenderà il successo
di questo apparecchio. Alcune ono in collaudo presso utenti
con esigenze particolari. Una
neo-mamma, che può esplorare
tutti i modi con cui l’occhiale le
consente di essere al 100% atten-ta al suo neonato, senza perdere
l’occasione di immortalarne le
prime gesta su video, e mandarle
istantaneamente ai nonni. Una
disabile che ha perso l’uso delle
mani. Un artista. Uno sportivo.
Google sollecita critiche, suggeri-menti, idee, da ogni bisogno
umano, da ogni settore di attività.
Difetti? Tanti, anche se non so
valutare se siano legati alla versio-ne ancora iniziale. Dopo un paio
d’ore, mi stufo di scrutare quel-l’angolo in alto a destra, alla lunga
ho l’impressione di essere a un
esame dall’oculista (ovviamente
posso sempre togliermi l’occhia-le, mica l’hanno trapiantato sot-topelle: non ancora). La luce ab-bagliante del sole estivo, ogni tan-to “acceca” lo schermo, come ac-cade peraltro al display di un cel-lulare. Il dialogo con Google è un
po’ rigido in termini di accenti,
una mia accompagnatrice asiati-ca fa fatica a farsi capire. Infine,
per ora Google Glass ha bisogno
di uno smartphone come “cen-tralina” nelle vicinanze, non ha
potenza sufficiente da solo. Tutti
problemi che immagino risolvi-bili, col tempo e con la creatività
degli inventori di app.
Altre obiezioni sono più so-stanziali. Molti temono un’ulte-riore attacco alla privacy di cia-scuno di noi. Soprattutto i Vip, ov-viamente. Ve l’immaginate per
un attore o un cantante o un poli-tico, l’incubo di uscire la sera al ri- torante nell’era di Google Glass?
Quando al tavolo vicino tutti co-minceranno a filmarlo e a man-dare in giro i video? Altre possibi-lità per la pirateria: difficile se-questrarti un micro-sensore così
discreto, all’ingresso di un con-certo dei Rolling Stones. Per un
biglietto comprato, cento tuoi
amici vedrebbero, in diretta, lo
stesso spettacolo. Inoltre conti-nuano a scarseggiare ricerche
mediche conclusive e convincen-ti, sugli effetti di tutte queste onde
elettromagnetiche. Tenere un
sensore ubicato in semiperma-nenza sulla fronte, vicino al cer-vello, un giorno forse sarà consi-derato una pazzia. I film degli an-ni Cinquanta sono pieni di medi-ci che consultano il paziente fu-mandogli una sigaretta in faccia.
Oggi li guardi sbalordito e ti chie-di: ma erano davvero tutti inco-scienti?
Per adesso, una certezza posi-tiva. Google Glass allo stadio di
prototipo funziona perfettamen-te per rimorchiare. In una metro-poli sofisticata e scafata come
Manhattan, che non si stupisce
mai di nulla, dove una celebrity
passeggia senza che nessuno la
guardi, Google Glass ha il suo fa-scino sugli astanti. Molti ti fissa-no, ti fanno domande. Larry Elli-son, padrone di Oracle, esibisce
Glass passeggiando sulla Quinta
Strada. Le top model di Diane von
Furstenberg li hanno indossati al-l’ultima sfilata. Si aspetta la ver-sione della montatura firmata Ar-mani, Prada e Fendi
NEW YORK
I
n mezzo alla folla dei turisti, sono
il mutante venuto dal futuro. Ho
poteri extrasensoriali che non
immaginate. Posso parafrasare
l’androide di Blade Runner: «Ve-do cose che voi umani…». Ma sono ge-neroso: quello che osservo con i miei
occhi diventa un video da condividere
all’istante, basta che io mi accarezzi
con la punta delle dita sopra la tempia e
subito la mia esperienza sensoriale di-venta vostra, parte via email o per te-lefonino e arriva agli amici, ai parenti, ai
colleghi. Anche le vostre risposte scor-e la notizia m’interessa,
a domanda una voce
femminile mi legge l’in-tero articolo. E ora ho
voglia di trovare il risto-rante sushi più vicino: mormoro
la mia richiesta, il maggiordomo
digitale che ho incorporato sopra
la mia fronte mi fa apparire d’in-canto la mappa del quartiere, gli
indirizzi dei sushi-bar, le recen-sioni e le stelline che hanno sulle
guide gastronomiche.
Sto provando Google Glass, gli
occhiali che potrebbero aprire la
prossima rivoluzione tecnologi-ca. Il condizionale è d’obbligo,
non voglio farmi manipolare dal-la formidabile macchina di
marketing del colosso california-no. Secondo alcuni degli invento-ri visionari che hanno partorito
questo gadget, l’occhiale onnipo-tente potrebbe soppiantare tutto
ciò che conosciamo: rendere inu-tili d’un sol colpo computer, ta-blet, smartphone. Tutte le loro
funzioni vengono incorporate e
smaterializzate in questo micro-sensore, diventano eteree, scor-rono davanti ai miei occhi su un
mini-schermo trasparente che
solo io vedo. Potrei essere libera-to per sempre da ogni altro
hardware, buttar via gli oggetti
materiali. Ogni forma di comuni-cazione, d’informazione, di spet-tacolo, può apparire d’incanto davanti ai miei occhi, occupare
un angolino del mio orizzonte, a
comando, per poi sparire dal mio
campo visivo quando non ne ho
più bisogno. Il mio test, un’ante-prima esclusiva (Google Glass
non esiste ancora in commercio),
ho deciso di farlo non dentro un
laboratorio ma nel mondo reale.
Passeggio in uno dei miei quartie-ri preferiti di Manhattan, sulla Hi-gh Line. Ex ferrovia merci soprae-levata, un tempo serviva l’area in-dustriale del Meatpacking Di-strict, dove c’erano mattatoi e
fabbriche per l’inscatolamento
della carne. Ora dell’archeologia
industriale restano tracce elegan-ti in un quartiere divenuto ultra-modaiolo: showroom, ristoranti
e discoteche. La High Line si è tra-sformata in giardino pensile, lun-ga passeggiata panoramica con
vedute su Soho e Chelsea da una
parte, il fiume Hudson e il New
Jersey dall’altra. Un luogo ideale
per il mio “collaudo”. Uno degli
usi più ovvii di Google Glass, e uno
dei suoi punti di forza, è come so-stituto di ogni videocamera com-presa quella dello smartphone. Il
vantaggio c’è. Non devo fermar-mi a prendere un gadget, fissare
l’immagine, e quindi distrarmi da
quel che sto facendo. No, l’attività
del filmare diventa un prolunga-mento naturale, spontaneo della
mia visione.
Google Glass si declina al sin-golare non per una forzatura
grammaticale; in effetti non è
neppure un occhiale intero. È una
montatura senza lenti. Leggera,
serve solo a sorreggere quel mi-cro-visore (micro-sensore, mi cro-schermo) che racchiude in sé
tutte le funzioni, e mi si “apre” co-me una finestrella, un minuscolo
televisore che solo io vedo: in alto
a destra, devo guardare un po’ al-l’insù, eccolo in sovraimpressio-ne sull’orizzonte, quasi alla peri-feria del mio campo visivo. Un
bambino di 10 anni imparerebbe
a usarlo in due minuti, presumo;
a me ne servono venti per impra-tichirmi. I comandi sono sempli-ci, a base di colpetti leggeri con la
punta delle dita, o strisciatine, ca-rezze: il polpastrello del mio indi-ce destro sfiora l’asticella della
montatura per spegnere, accen-dere, selezionare le funzioni, atti-vare ogni operazione che deside-ro. Tra le opzioni più usate, le pri-me che lo schermo mi propone
appena lo accendo, ci sono ovvia-mente i software di casa Google, il
motore di ricerca, le mappe, You-Tube, il traduttore automatico.
Dal Chelsea Market (dove un
turista italiano mi osserva stupe-fatto) gli ordino: «Portami alla Hi-gh Line». Una volta sopra la pas-seggiata pensile, comincio a fil-mare il paesaggio oltre il fiume
Hudson. Filmo, mi accarezzo la
tempia e lui capisce: voglio spedi-re quell’immagine. Mi offre le op-zioni di mandare il video come al-legato a un sms o a una email. Ben
presto Glass — appena 40 minuti
e siamo passati a chiamarci col
nome di battesimo — memorizza
le mie abitudini, la carrellata di
opzioni che sfilano sullo schermo
sono le operazioni che io faccio
più spesso. Vista la folla di italiani
che passeggiano sulla High Line
collaudo il traduttore con un
esercizio semplice: «Say Hello in
Italian». «Ciao», mi suggerisce.
Avremo il tempo per esercizi
complicati, trabocchetti e tranel-li. Comincio da cose facili, muo-vendomi nella mia città, ma intui-sco quanto più prezioso potrebbe
essere questo gadget se stessi cer-cando di orientarmi in una me-tropoli che non conosco, Buenos
Aires o Lagos. Sogno di viaggiare nel Sichuan e parlare il dialetto lo-cale grazie a quel minuscolo “tra-pianto” sulla mia fronte, che mi
suggerisce le parole giuste, i toni,
la pronuncia.
Sogno, o incubo? Google Glass
ci renderà tutti più liberi o ancora
più schiavi? Gli strateghi di Goo-gleplex a Mountain View (Califor-nia) hanno pronta la risposta.
Questo occhiale è l’esatto contra-rio di una tecnologia intrusiva, di-cono. Oggi, per consultare le no-stre email o sms ci estraniamo
continuamente, derubiamo della
nostra attenzione gli amici e i fa-miliari, incolliamo lo sguardo al
display del telefonino. Diventia-mo maleducati, distratti, egocen-trici, solipsisti. Google Glass rap-presenta l’esatto contrario, pro-seguono i suoi creatori: ti libera.
Torni ad essere il padrone della
tua attenzione. Passeggi, guardi,
ti concentri sul tuo interlocutore,
lo ascolti fissandolo negli occhi.
Quando proprio senti il bisogno
di controllare le ultime email, ti
accarezzi quell’asticella, com-paiono e poi scompaiono. La di-strazione è minima, torni ad esse-re il padrone del tuo tempo. Non
devi trasportare apparecchi, l’in-tero cyber-spazio, la “nuvola” di-gitale dello scibile umano (Wiki-pedia, moderne biblioteche di
Alessandria, giornali e tv) è pron-ta ad apparire davanti al tuo
sguardo quando la chiami tu. Ec-co, il suo fascino vero: l’idea che
l’intero universo di Internet di-venta portatile al punto da essere
una finestra, anzi una serie di fi-nestre, che apri e chiudi in un an-golo dei tuoi occhi, chiamando in
tuo aiuto la potenza del cyber-spazio ogni volta che devi consul-tare lo scibile umano.
Le prestazioni di Google Glass
sono potenzialmente infinite.
Non a caso le poche migliaia di
prototipi in collaudo sono presta-ti soprattutto a inventori, che pos-sono escogitare le applicazioni
(app) da cui dipenderà il successo
di questo apparecchio. Alcune ono in collaudo presso utenti
con esigenze particolari. Una
neo-mamma, che può esplorare
tutti i modi con cui l’occhiale le
consente di essere al 100% atten-ta al suo neonato, senza perdere
l’occasione di immortalarne le
prime gesta su video, e mandarle
istantaneamente ai nonni. Una
disabile che ha perso l’uso delle
mani. Un artista. Uno sportivo.
Google sollecita critiche, suggeri-menti, idee, da ogni bisogno
umano, da ogni settore di attività.
Difetti? Tanti, anche se non so
valutare se siano legati alla versio-ne ancora iniziale. Dopo un paio
d’ore, mi stufo di scrutare quel-l’angolo in alto a destra, alla lunga
ho l’impressione di essere a un
esame dall’oculista (ovviamente
posso sempre togliermi l’occhia-le, mica l’hanno trapiantato sot-topelle: non ancora). La luce ab-bagliante del sole estivo, ogni tan-to “acceca” lo schermo, come ac-cade peraltro al display di un cel-lulare. Il dialogo con Google è un
po’ rigido in termini di accenti,
una mia accompagnatrice asiati-ca fa fatica a farsi capire. Infine,
per ora Google Glass ha bisogno
di uno smartphone come “cen-tralina” nelle vicinanze, non ha
potenza sufficiente da solo. Tutti
problemi che immagino risolvi-bili, col tempo e con la creatività
degli inventori di app.
Altre obiezioni sono più so-stanziali. Molti temono un’ulte-riore attacco alla privacy di cia-scuno di noi. Soprattutto i Vip, ov-viamente. Ve l’immaginate per
un attore o un cantante o un poli-tico, l’incubo di uscire la sera al ri- torante nell’era di Google Glass?
Quando al tavolo vicino tutti co-minceranno a filmarlo e a man-dare in giro i video? Altre possibi-lità per la pirateria: difficile se-questrarti un micro-sensore così
discreto, all’ingresso di un con-certo dei Rolling Stones. Per un
biglietto comprato, cento tuoi
amici vedrebbero, in diretta, lo
stesso spettacolo. Inoltre conti-nuano a scarseggiare ricerche
mediche conclusive e convincen-ti, sugli effetti di tutte queste onde
elettromagnetiche. Tenere un
sensore ubicato in semiperma-nenza sulla fronte, vicino al cer-vello, un giorno forse sarà consi-derato una pazzia. I film degli an-ni Cinquanta sono pieni di medi-ci che consultano il paziente fu-mandogli una sigaretta in faccia.
Oggi li guardi sbalordito e ti chie-di: ma erano davvero tutti inco-scienti?
Per adesso, una certezza posi-tiva. Google Glass allo stadio di
prototipo funziona perfettamen-te per rimorchiare. In una metro-poli sofisticata e scafata come
Manhattan, che non si stupisce
mai di nulla, dove una celebrity
passeggia senza che nessuno la
guardi, Google Glass ha il suo fa-scino sugli astanti. Molti ti fissa-no, ti fanno domande. Larry Elli-son, padrone di Oracle, esibisce
Glass passeggiando sulla Quinta
Strada. Le top model di Diane von
Furstenberg li hanno indossati al-l’ultima sfilata. Si aspetta la ver-sione della montatura firmata Ar-mani, Prada e Fendi
mercoledì 18 settembre 2013
Cuba prove di capitalismo
Le coop coltivano la loro terra. I vip aprono nuovi negozi
E lo Stato, questa volta, non c’entra nulla. “Cuba
non ha intenzione di vendere l’anima ma serve qualche
correzione di rotta”, spiegano i leader. Che, con buona
pace di Fidel, sperano che l’embargo finisca presto
A RICETTA per far funzionare il socialismo cubano è nascosta fra i
fregi di centenarie macchine per cucire e le strisce colorate dei co-stumi per i praticanti della Santeria Yoruba, in un laboratorio tutto
bianco dell’Avana vecchia. Guillermo Rodriguez Noris, titolare del-la sartoria di articoli religiosi Oshun Lade, è un business man di nuo-va generazione, un imprenditore con le idee chiare: «Noi restiamo socialisti.
In fondo la differenza tra comunismo e capitalismo è solo nella distribuzione
dei redditi». Poco importa se la sartina lì accanto prende 160 pesos, meno di
otto dollari, mentre lui e sua moglie ne incassano tremila. Rodriguez mette su-bito le mani avanti: «No, no, questi sono conti incompleti: noi dobbiamo an-ticipare i soldi, magari i clienti ci saldano in ritardo, c’è da pagare le tasse…I
l governo dell’Avana lo garan-tisce già sulla strada dell’aero-porto con cartelli giganteschi:
«Le nostre riforme vogliono di-re più socialismo», parola del
presidente Raúl Castro. Il messaggio
è chiaro: Cuba non ha nessuna in-tenzione di vendere l’anima, gli ac-cenni timidi di economia di mercato
approvati nel sesto congresso del
Partito comunista non saranno un
passo verso la dannazione. E’ solo
necessaria qualche correzione di
rotta, visto che per ora l’Avana deve
fare affidamento sulle rimesse dei
cubani all’estero per pagare in valu-ta straniera l’ottanta per cento delle
risorse alimentari, per sfamare la po-polazione. La responsabilità di dirlo
a voce alta se la prende il vicepresi-dente Marino Murillo, guida della
commissione per le Riforme. Muril-lo, ex ministro dell’Economia, è una
figura in rapida ascesa. Ha indica-to chiaramente la direzione, an-che se i dettagli sono ancora poco
chiari. «Non cambia la struttura
della proprietà», dice Murillo,
«ma solo il modo di gestirla». Il
“come” sarà precisato man ma-no, con leggi ancora da varare, co-me il nuovo Codice del Lavoro, già
pronto ma ancora da sottoporre
al giudizio delle assemblee di ba-se.
Il passo più significativo è l’ac-celerazione su quello che all’Ava-na si chiama “settore privato”. So-no circa 430 mila lavoratori “per
conto proprio”, che non prendo-no lo stipendio dallo Stato. La ci-fra è ingannevole, perché non
chiarisce quanti “cuentapropi-stas” siano semplici dipendenti e
quanti, invece, piccoli imprendi-tori. In prima fila ci sono le stelle di
spettacolo e sport: Javier Soto-mayor, recordman mondiale di
salto in alto, ha aperto un bar
sportivo. Un nazionale di palla-volo ha inaugurato un ristorante
italiano. Hugo Morejon, divo del
salsa, un’officina. La dimensione
delle aziende non statali, per ora,
non può che essere molto limita-ta: le esenzioni fiscali sono riser-vate a chi assume non più di cin-que dipendenti. E’ un inizio timi-do, ma significativo per la società
cubana. «Il lavoro è stimolante.
Ma ci capita persino di essere sve-gliati durante la siesta per risolve-re problemi», si stupisce Olga
Hernandez, che ha aperto un ri-storante nel giardino di casa chia-mandolo La Moraleja, “La mora-le”, cioè la prova che i sogni alla fi-ne si realizzano.
Sullo sfondo delle aperture, il
ritornello è sempre lo stesso: l’in-teresse privato va bene, purché
conviva con quello pubblico. Sul
lungomare, i tassisti si fanno largo
fra gli sciami di ragazzi a passeg-gio, in cerca di turisti. Raúl, che
guida una Nissan di stato, ammet-te che il suo è un salario basso, ma
almeno è sicuro, anche in assenza
di clienti. Yuri, che da poco ha in-vestito i risparmi di famiglia in una
Chevrolet del 1952 con due milio-ni di chilometri e un motore Mit-subishi nuovo, è contento di lavo-rare solo per sé stesso. «Certo»,
sorride, «a volte è proprio fatico-so».
Per ora gli esperimenti di mer-cato sono boccate d’aria per i di-sastrati conti dell’isola, in attesa
che il nuovo Modello Economico
Cubano faccia partire la necessa-ria accelerazione sui settori più
deboli, l’agricoltura e l’edilizia. Il
70 per cento dei terreni agricoli, di
proprietà statale, è già in conces-sione a cooperative private, che
pagano con una congrua fetta del-la produzione. Ma non basta, per-ché la produttività è troppo bassa:
ci vorrebbero tecnologie, macchi-nari, investimenti. Chissà, se gli
Stati Uniti rimuovessero l’embar-go imposto negli anni Sessanta…
Il “Bloqueo” è ormai solo un ca-vallo di battagli dei repubblicani,
intenzionati a conservare i voti dei
più anticastristi fra gli esuli cuba-ni della Florida. Ma più che una
decisione politica, è una rappre-saglia, che negli anni ha finito per
rinsaldare il senso di appartenen-za dei cubani e ha persino fatto
sorvolare a molti le mancanze del
socialismo. Forse, senza l’orgo-glio di essere soli contro il gigante
americano, sarebbero in pochi a
parlare del governo chiamandolo
semplicemente “la revolución”.
Alla prospettiva di una situa-zione politica più distesa è legato
anche il progetto di Mariel, la zo-na di libero commercio nel nord
dell’isola, con il grande porto po-co lontano dalla costa statuniten-se, progettato con il sogno che fi-nalmente l’embargo finisca e la
zona diventi un centro di investi-menti internazionale. L’Avana
cerca freneticamente stranieri di posti ad investire. Offre stabilità
politica, sicurezza, e soprattutto
manodopera con alto livello di
istruzione. In cambio, chiede so-stegno finanziario, tecnologie,
know how, compatibilità am-bientale. La prima a cercare part-ner è l’industria farmaceutica,
particolarmente robusta grazie
alla necessità imposte dall’em-bargo e celebrata persino da “Na-ture”, ma ormai arrivata al massi-mo delle possibilità in regime di
quasi autarchia. «Siamo all’avan-guardia nelle biotecnologie, ab-biamo individuato vaccini pre-ziosi e li vendiamo a mezzo mon-do. Adesso dobbiamo trovare so-ci che investano», dicono alla Bio-FarmaCuba, che raccoglie 130
istituti e laboratori di ricerca.
Ma per ogni parola di apertura,
c’è una precisazione: non ci sarà
un tradimento degli ideali. «Nes-suno deve restare indietro», sot-tolinea Ana Teresita Gonzalez, vi-ceministro degli Esteri. E’ vero, tra
le riforme annunciate da Murillo,
c’è anche il progetto di chiudere le
azienda statali non competitive. I
lavoratori, però, verranno sem-plicemente “trasferiti” in altri set-tori. In qualche modo, sembra
che il governo dell’Avana abbia
studiato per bene la storia del so-cialismo. Qui, lascia capire, non
succederà quello che è successo
con il collasso dell’Unione sovie-tica, la svendita selvaggia dei beni
collettivi, la povertà della maggio-ranza e la ricchezza arrogante di
pochi. Anche se Fidel Castro è an-ziano e malato, anche se Raúl ha
preso l’impegno di lasciar presto
spazio alle nuove leve, non c’è
fretta per il capitalismo. Si può af-facciare, ma è meglio se resta fuo-ri della porta. Le aziende stranie re sono benvenute, ma alle regole
locali.
Insomma, per ora niente glo-balizzazione, McDonald’s e Star-bucks non si affacceranno presto
sul lungomare Malecón. Questa
logica vale anche per il centro sto-rico dell’Avana, patrimonio del-l’umanità tutelato dall’Unesco,
in fase di restauro grazie agli aiuti
internazionali (con una quota an-che della Cooperazione italiana):
nessuno verrà sfrattato per lasciar
spazio alla speculazione. Qui l’al-fiere della nuova imprenditoria è
Gilberto Valladares Reina, per la
gente del quartiere “Papito”, cioè
“paparino”. Valladares è un arti-sta dei capelli: dalle acconciature
creative è passato a fondare un
museo della Barberia, un parco
giochi per bambini ispirato a for-bici e rasoi, una scuola per accon-ciatori battezzata “Fino all’ultimo
capello”. Lo stato non gli fa paga-re l’affitto dei locali, in un palazzo
del 1915 pieno di stucchi e dipinti
a olio, in cambio lui insegna il me-stiere ai ragazzi. «Presto aprirò
una scuola di gastronomia. Mi
piace lavorare per il mio Paese»,
dice Papito. E no, non ha nessuna
tessera del partito comunista.
Fra i vicoli e le piazze della Ava-na vieja, la convivenza dei due
mondi è semplice, perché le avanguardie del capitalismo sono
limitate ai banchetti di libri anti-chi, con opere di Victor Hugo rile-gate in pelle e album di figurine
sulla Rivoluzione cubana, in mez-zo ai ritratti delle icone nazionali: il
Che, Compay Segundo, Ernest
Hemingway. L’atelier degli orolo-giai di lusso Cuervo y Sobrinos pro-pone cinghiette originali a 270 dol-lari, e appena qualche isolato più
in là, gli scaffali spogli della carto-leria di stato, con una rara Pelikan
e polverose confezioni di carta da
lettere, ricordano quanto ancora
sia lunga la strada verso l’abbon-danza.
Austerità e business
così Raùl prepara
la controrivoluzione
L’
austerità, dalle nostre parti, dura poco». La
frase di Raúl Castro era indirizzata contro la
gestione economica di suo fratello Fidel. La
ripeté diverse volte durante le nostre con-versazioni. Era l’esigenza naturale di una società governata a
piacimento di un leader rivoluzionario in tutti i periodi in cui bi-sognava stringere la cinghia, cosa frequente e soprattutto pia-nificata a scopi propagandistici dato che i rifornimenti sovieti-ci si rivelarono tanto affidabili quanto sufficienti.
Intendiamoci, non ci sarà stata l’opulenza di una notte da so-gno a Montecarlo, ma tutti avevano da mangiare, di che vestir-si, un tetto per dormire; si importavano addirittura migliaia di
automobili Lada da vendere ai privati cittadini, al risibile prez-zo di 4.200 pesos l’una. Era dunque il reclamo di una società ar-rivata a essere saldamente egualitaria quando, soprattutto, suc-cedeva che un po’ di eccedenza finisse nelle mani di questo o
quel ministro o generale che faceva il furbo.
Le ville sontuose e le Lada con vetri opacizzati e fari antineb-bia di produzione occidentale ferivano la sensibilità della citta-dinanza e immediatamente Fi-del diventava spavaldo e chia-mava alla lotta contro gli scialac-quatori e la dolce vita. Raúl, inve-ce, era consapevole che si tratta-va di un sistema di distribuzione
disegnato come un fanale intor-no alla potentissima figura poli-tica di un personaggio senza
eguali: il suo famoso fratello Fi-del. Per questo la frase sull’au-sterità, sulle sue labbra, nella sua
voce roca ma dai decibel estre-mamente controllati mentre si
confessava con me, aveva anche
un accento di disprezzo. E sem-pre per questa ragione si dedicò
al compito che sapeva realizzare
meglio di chiunque altro nel pro-cesso cubano: organizzare uno
Stato parallelo (come già aveva
fatto con quella sorta di repub-blica guerrigliera nelle alte valli
del nord dell’Oriente, mentre Fidel, a sud, sulla Sierra Maestra,
attirava su di sé tutta l’attenzione delle offensive batistiane) in
attesa di tempi migliori, per il momento e allo stesso tempo co-me garanzia della permanenza al potere del gruppo originario.
Lo strumento naturalmente era l’esercito. Mao lo aveva pre-figurato ai suoi tempi: l’esercito come fucina di quadri del par-tito, anche se non posso garantire che Raúl gli avesse dato retta
all’epoca. Fidel avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento,
impegnarsi in una qualunque delle sue follie, ché la sicurezza
tanto era garantita, perfino senza che Fidel stesso si rendesse
ben conto che esisteva, perché i carri armati erano sotto il con-trollo di Raúl (e pronti a entrare in azione). Si creò una situazio-ne che alla fine per molti anni andò a vantaggio di Raúl, perché
gli diede tutto il tempo del mondo. Fidel apparentemente af-frontava a petto nudo tutte le tormente, mentre Raúl, silenzio-so, laborioso, felino, lo sosteneva nelle retrovie. L’unica cosa
che Raúl Castro non aveva previsto fino in fondo erano le di-mensioni del disastro che avrebbe lasciato Fidel dopo cin-quant’anni, e degli effetti che avrebbe provocato il potere sulla
sua personalità sfrenata. Signori miei, a Cuba non è rimasta pie-tra su pietra. L’esercito si dispiega in un paesaggio lunare, per-ché il successo dell’impresa ora è ricostruire un’economia ap-pena sbozzata senza farsi scivolare il potere dalle mani. L’espe-rienza comunista internazionale abbonda di questi ingrati
compiti e loro le hanno assimilate tutte. Ha una cosa a suo fa-vore: il personale. Il fatto è che Raúl non si è mai fidato troppo di
quei colonnelli e generali obesi che sonnecchiano nelle caser-me, e ha tirato su, a partire dagli anni 60, tutta una nuova gene-razione di dirigenti nelle scuole militari Camilo Cienfuegos.
Se andrà o no come in Cina o in Vietnam, o come nell’ex Unio-ne Sovietica, una cosa è certa: una volta che i nuovi leader avran-no preso le redini, tutto quello che succederà sarà un problema
loro. Io li conosco: sono pragmatici, intelligenti e svelti. Non vo-gliono ostacoli. Questo significa che non bloccheranno mai un
buon affare per qualche fesseria ideologica. E risolveranno tut-to, perché il loro problema non è abbagliare il mondo con la lu-ce della rivoluzione permanente: è una cosa costosissima e che
alla fine ti porta a dipendere da un solo uomo. Faranno come di-cono loro e offriranno quello che poche società al mondo sono
in grado di garantire a tutti i cittadini: tranquillità per le strade e
sanità e istruzione gratuite (almeno, per il momento, queste
due ultime voci). Una tranquillità di cui godono loro prima di
chiunque altro, naturalmente. In altre parole, riusciranno nel
miracolo di trasformare la cittadella su cui regnava Fidel in una
delle società più noiose del mondo. Questo è il prezzo di tutte le
controrivoluzioni che assaltano il potere senza versare una so-la goccia di sangue
E lo Stato, questa volta, non c’entra nulla. “Cuba
non ha intenzione di vendere l’anima ma serve qualche
correzione di rotta”, spiegano i leader. Che, con buona
pace di Fidel, sperano che l’embargo finisca presto
A RICETTA per far funzionare il socialismo cubano è nascosta fra i
fregi di centenarie macchine per cucire e le strisce colorate dei co-stumi per i praticanti della Santeria Yoruba, in un laboratorio tutto
bianco dell’Avana vecchia. Guillermo Rodriguez Noris, titolare del-la sartoria di articoli religiosi Oshun Lade, è un business man di nuo-va generazione, un imprenditore con le idee chiare: «Noi restiamo socialisti.
In fondo la differenza tra comunismo e capitalismo è solo nella distribuzione
dei redditi». Poco importa se la sartina lì accanto prende 160 pesos, meno di
otto dollari, mentre lui e sua moglie ne incassano tremila. Rodriguez mette su-bito le mani avanti: «No, no, questi sono conti incompleti: noi dobbiamo an-ticipare i soldi, magari i clienti ci saldano in ritardo, c’è da pagare le tasse…I
l governo dell’Avana lo garan-tisce già sulla strada dell’aero-porto con cartelli giganteschi:
«Le nostre riforme vogliono di-re più socialismo», parola del
presidente Raúl Castro. Il messaggio
è chiaro: Cuba non ha nessuna in-tenzione di vendere l’anima, gli ac-cenni timidi di economia di mercato
approvati nel sesto congresso del
Partito comunista non saranno un
passo verso la dannazione. E’ solo
necessaria qualche correzione di
rotta, visto che per ora l’Avana deve
fare affidamento sulle rimesse dei
cubani all’estero per pagare in valu-ta straniera l’ottanta per cento delle
risorse alimentari, per sfamare la po-polazione. La responsabilità di dirlo
a voce alta se la prende il vicepresi-dente Marino Murillo, guida della
commissione per le Riforme. Muril-lo, ex ministro dell’Economia, è una
figura in rapida ascesa. Ha indica-to chiaramente la direzione, an-che se i dettagli sono ancora poco
chiari. «Non cambia la struttura
della proprietà», dice Murillo,
«ma solo il modo di gestirla». Il
“come” sarà precisato man ma-no, con leggi ancora da varare, co-me il nuovo Codice del Lavoro, già
pronto ma ancora da sottoporre
al giudizio delle assemblee di ba-se.
Il passo più significativo è l’ac-celerazione su quello che all’Ava-na si chiama “settore privato”. So-no circa 430 mila lavoratori “per
conto proprio”, che non prendo-no lo stipendio dallo Stato. La ci-fra è ingannevole, perché non
chiarisce quanti “cuentapropi-stas” siano semplici dipendenti e
quanti, invece, piccoli imprendi-tori. In prima fila ci sono le stelle di
spettacolo e sport: Javier Soto-mayor, recordman mondiale di
salto in alto, ha aperto un bar
sportivo. Un nazionale di palla-volo ha inaugurato un ristorante
italiano. Hugo Morejon, divo del
salsa, un’officina. La dimensione
delle aziende non statali, per ora,
non può che essere molto limita-ta: le esenzioni fiscali sono riser-vate a chi assume non più di cin-que dipendenti. E’ un inizio timi-do, ma significativo per la società
cubana. «Il lavoro è stimolante.
Ma ci capita persino di essere sve-gliati durante la siesta per risolve-re problemi», si stupisce Olga
Hernandez, che ha aperto un ri-storante nel giardino di casa chia-mandolo La Moraleja, “La mora-le”, cioè la prova che i sogni alla fi-ne si realizzano.
Sullo sfondo delle aperture, il
ritornello è sempre lo stesso: l’in-teresse privato va bene, purché
conviva con quello pubblico. Sul
lungomare, i tassisti si fanno largo
fra gli sciami di ragazzi a passeg-gio, in cerca di turisti. Raúl, che
guida una Nissan di stato, ammet-te che il suo è un salario basso, ma
almeno è sicuro, anche in assenza
di clienti. Yuri, che da poco ha in-vestito i risparmi di famiglia in una
Chevrolet del 1952 con due milio-ni di chilometri e un motore Mit-subishi nuovo, è contento di lavo-rare solo per sé stesso. «Certo»,
sorride, «a volte è proprio fatico-so».
Per ora gli esperimenti di mer-cato sono boccate d’aria per i di-sastrati conti dell’isola, in attesa
che il nuovo Modello Economico
Cubano faccia partire la necessa-ria accelerazione sui settori più
deboli, l’agricoltura e l’edilizia. Il
70 per cento dei terreni agricoli, di
proprietà statale, è già in conces-sione a cooperative private, che
pagano con una congrua fetta del-la produzione. Ma non basta, per-ché la produttività è troppo bassa:
ci vorrebbero tecnologie, macchi-nari, investimenti. Chissà, se gli
Stati Uniti rimuovessero l’embar-go imposto negli anni Sessanta…
Il “Bloqueo” è ormai solo un ca-vallo di battagli dei repubblicani,
intenzionati a conservare i voti dei
più anticastristi fra gli esuli cuba-ni della Florida. Ma più che una
decisione politica, è una rappre-saglia, che negli anni ha finito per
rinsaldare il senso di appartenen-za dei cubani e ha persino fatto
sorvolare a molti le mancanze del
socialismo. Forse, senza l’orgo-glio di essere soli contro il gigante
americano, sarebbero in pochi a
parlare del governo chiamandolo
semplicemente “la revolución”.
Alla prospettiva di una situa-zione politica più distesa è legato
anche il progetto di Mariel, la zo-na di libero commercio nel nord
dell’isola, con il grande porto po-co lontano dalla costa statuniten-se, progettato con il sogno che fi-nalmente l’embargo finisca e la
zona diventi un centro di investi-menti internazionale. L’Avana
cerca freneticamente stranieri di posti ad investire. Offre stabilità
politica, sicurezza, e soprattutto
manodopera con alto livello di
istruzione. In cambio, chiede so-stegno finanziario, tecnologie,
know how, compatibilità am-bientale. La prima a cercare part-ner è l’industria farmaceutica,
particolarmente robusta grazie
alla necessità imposte dall’em-bargo e celebrata persino da “Na-ture”, ma ormai arrivata al massi-mo delle possibilità in regime di
quasi autarchia. «Siamo all’avan-guardia nelle biotecnologie, ab-biamo individuato vaccini pre-ziosi e li vendiamo a mezzo mon-do. Adesso dobbiamo trovare so-ci che investano», dicono alla Bio-FarmaCuba, che raccoglie 130
istituti e laboratori di ricerca.
Ma per ogni parola di apertura,
c’è una precisazione: non ci sarà
un tradimento degli ideali. «Nes-suno deve restare indietro», sot-tolinea Ana Teresita Gonzalez, vi-ceministro degli Esteri. E’ vero, tra
le riforme annunciate da Murillo,
c’è anche il progetto di chiudere le
azienda statali non competitive. I
lavoratori, però, verranno sem-plicemente “trasferiti” in altri set-tori. In qualche modo, sembra
che il governo dell’Avana abbia
studiato per bene la storia del so-cialismo. Qui, lascia capire, non
succederà quello che è successo
con il collasso dell’Unione sovie-tica, la svendita selvaggia dei beni
collettivi, la povertà della maggio-ranza e la ricchezza arrogante di
pochi. Anche se Fidel Castro è an-ziano e malato, anche se Raúl ha
preso l’impegno di lasciar presto
spazio alle nuove leve, non c’è
fretta per il capitalismo. Si può af-facciare, ma è meglio se resta fuo-ri della porta. Le aziende stranie re sono benvenute, ma alle regole
locali.
Insomma, per ora niente glo-balizzazione, McDonald’s e Star-bucks non si affacceranno presto
sul lungomare Malecón. Questa
logica vale anche per il centro sto-rico dell’Avana, patrimonio del-l’umanità tutelato dall’Unesco,
in fase di restauro grazie agli aiuti
internazionali (con una quota an-che della Cooperazione italiana):
nessuno verrà sfrattato per lasciar
spazio alla speculazione. Qui l’al-fiere della nuova imprenditoria è
Gilberto Valladares Reina, per la
gente del quartiere “Papito”, cioè
“paparino”. Valladares è un arti-sta dei capelli: dalle acconciature
creative è passato a fondare un
museo della Barberia, un parco
giochi per bambini ispirato a for-bici e rasoi, una scuola per accon-ciatori battezzata “Fino all’ultimo
capello”. Lo stato non gli fa paga-re l’affitto dei locali, in un palazzo
del 1915 pieno di stucchi e dipinti
a olio, in cambio lui insegna il me-stiere ai ragazzi. «Presto aprirò
una scuola di gastronomia. Mi
piace lavorare per il mio Paese»,
dice Papito. E no, non ha nessuna
tessera del partito comunista.
Fra i vicoli e le piazze della Ava-na vieja, la convivenza dei due
mondi è semplice, perché le avanguardie del capitalismo sono
limitate ai banchetti di libri anti-chi, con opere di Victor Hugo rile-gate in pelle e album di figurine
sulla Rivoluzione cubana, in mez-zo ai ritratti delle icone nazionali: il
Che, Compay Segundo, Ernest
Hemingway. L’atelier degli orolo-giai di lusso Cuervo y Sobrinos pro-pone cinghiette originali a 270 dol-lari, e appena qualche isolato più
in là, gli scaffali spogli della carto-leria di stato, con una rara Pelikan
e polverose confezioni di carta da
lettere, ricordano quanto ancora
sia lunga la strada verso l’abbon-danza.
Austerità e business
così Raùl prepara
la controrivoluzione
L’
austerità, dalle nostre parti, dura poco». La
frase di Raúl Castro era indirizzata contro la
gestione economica di suo fratello Fidel. La
ripeté diverse volte durante le nostre con-versazioni. Era l’esigenza naturale di una società governata a
piacimento di un leader rivoluzionario in tutti i periodi in cui bi-sognava stringere la cinghia, cosa frequente e soprattutto pia-nificata a scopi propagandistici dato che i rifornimenti sovieti-ci si rivelarono tanto affidabili quanto sufficienti.
Intendiamoci, non ci sarà stata l’opulenza di una notte da so-gno a Montecarlo, ma tutti avevano da mangiare, di che vestir-si, un tetto per dormire; si importavano addirittura migliaia di
automobili Lada da vendere ai privati cittadini, al risibile prez-zo di 4.200 pesos l’una. Era dunque il reclamo di una società ar-rivata a essere saldamente egualitaria quando, soprattutto, suc-cedeva che un po’ di eccedenza finisse nelle mani di questo o
quel ministro o generale che faceva il furbo.
Le ville sontuose e le Lada con vetri opacizzati e fari antineb-bia di produzione occidentale ferivano la sensibilità della citta-dinanza e immediatamente Fi-del diventava spavaldo e chia-mava alla lotta contro gli scialac-quatori e la dolce vita. Raúl, inve-ce, era consapevole che si tratta-va di un sistema di distribuzione
disegnato come un fanale intor-no alla potentissima figura poli-tica di un personaggio senza
eguali: il suo famoso fratello Fi-del. Per questo la frase sull’au-sterità, sulle sue labbra, nella sua
voce roca ma dai decibel estre-mamente controllati mentre si
confessava con me, aveva anche
un accento di disprezzo. E sem-pre per questa ragione si dedicò
al compito che sapeva realizzare
meglio di chiunque altro nel pro-cesso cubano: organizzare uno
Stato parallelo (come già aveva
fatto con quella sorta di repub-blica guerrigliera nelle alte valli
del nord dell’Oriente, mentre Fidel, a sud, sulla Sierra Maestra,
attirava su di sé tutta l’attenzione delle offensive batistiane) in
attesa di tempi migliori, per il momento e allo stesso tempo co-me garanzia della permanenza al potere del gruppo originario.
Lo strumento naturalmente era l’esercito. Mao lo aveva pre-figurato ai suoi tempi: l’esercito come fucina di quadri del par-tito, anche se non posso garantire che Raúl gli avesse dato retta
all’epoca. Fidel avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento,
impegnarsi in una qualunque delle sue follie, ché la sicurezza
tanto era garantita, perfino senza che Fidel stesso si rendesse
ben conto che esisteva, perché i carri armati erano sotto il con-trollo di Raúl (e pronti a entrare in azione). Si creò una situazio-ne che alla fine per molti anni andò a vantaggio di Raúl, perché
gli diede tutto il tempo del mondo. Fidel apparentemente af-frontava a petto nudo tutte le tormente, mentre Raúl, silenzio-so, laborioso, felino, lo sosteneva nelle retrovie. L’unica cosa
che Raúl Castro non aveva previsto fino in fondo erano le di-mensioni del disastro che avrebbe lasciato Fidel dopo cin-quant’anni, e degli effetti che avrebbe provocato il potere sulla
sua personalità sfrenata. Signori miei, a Cuba non è rimasta pie-tra su pietra. L’esercito si dispiega in un paesaggio lunare, per-ché il successo dell’impresa ora è ricostruire un’economia ap-pena sbozzata senza farsi scivolare il potere dalle mani. L’espe-rienza comunista internazionale abbonda di questi ingrati
compiti e loro le hanno assimilate tutte. Ha una cosa a suo fa-vore: il personale. Il fatto è che Raúl non si è mai fidato troppo di
quei colonnelli e generali obesi che sonnecchiano nelle caser-me, e ha tirato su, a partire dagli anni 60, tutta una nuova gene-razione di dirigenti nelle scuole militari Camilo Cienfuegos.
Se andrà o no come in Cina o in Vietnam, o come nell’ex Unio-ne Sovietica, una cosa è certa: una volta che i nuovi leader avran-no preso le redini, tutto quello che succederà sarà un problema
loro. Io li conosco: sono pragmatici, intelligenti e svelti. Non vo-gliono ostacoli. Questo significa che non bloccheranno mai un
buon affare per qualche fesseria ideologica. E risolveranno tut-to, perché il loro problema non è abbagliare il mondo con la lu-ce della rivoluzione permanente: è una cosa costosissima e che
alla fine ti porta a dipendere da un solo uomo. Faranno come di-cono loro e offriranno quello che poche società al mondo sono
in grado di garantire a tutti i cittadini: tranquillità per le strade e
sanità e istruzione gratuite (almeno, per il momento, queste
due ultime voci). Una tranquillità di cui godono loro prima di
chiunque altro, naturalmente. In altre parole, riusciranno nel
miracolo di trasformare la cittadella su cui regnava Fidel in una
delle società più noiose del mondo. Questo è il prezzo di tutte le
controrivoluzioni che assaltano il potere senza versare una so-la goccia di sangue
19/7/13 - La resa degli OGM
È l’inizio di una ritirata strategica: la Monsanto, colosso
delle biotecnologie agricole, rinuncia a chiedere alla Ue
nuove autorizzazioni per prodotti modificati
geneticamente.Nient’altro che la logica della domanda
e dell’offerta: l’esercito di chi vuole prodotti “Ogm-free”
è diventato troppo grosso per non tenerne conto
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
I
l segnale più chiaro l’ho ricevuto dal mio supermercato. Whole
Foods, a Columbus Circle, nel seminterrato sotto il grattacielo di
Cnn TimeWarner. Da mesi ha lanciato una campagna contro gli
organismi geneticamente modificati (Ogm). All’insegna della
trasparenza, e per restituire al consumatore la piena sovranità
nelle sue scelte. Dunque, non è una messa al bando vera e propria, ma
una campagna-verità: le etichette indicano in bella evidenza quando
in un alimento sono presenti degli ingredienti che contengono Ogm.
Sembra un piccolo passo, invece è una rivoluzione. Per capirlo bisogna
unire questo segnale ad altre due novità. Una, è la decisione del colos-
so Usa Monsanto — la regina globale degli Ogm — di rinunciare a chie-
dere altre autorizzazioni in Europa per allargare i raccolti autorizzati a
usare sementi manipolate geneticamente (unica eccezione quella re-
lativa al mais Mon810: per l’appunto proprio quello la cui coltivazione
viene vietata in questi giorni, con apposito decreto, in Italia). NEW YORK
L’
altra novità è l’i-niziativa di di-versi Stati Usa di
imporre per leg-ge l’etichettatu-ra obbligatoria. Fino a non molto
tempo fa, per l’Agrobusiness
americano iniziative come quel-la di Whole Foods, o di Stati come
il Maine, Connecticut e Vermont,
erano l’equivalente di una di-chiarazione di guerra.
La Monsanto, i suoi lobbisti, i
parlamentari Usa che servono i
suoi interessi, sarebbero stati
pronti a boicottare perfino il
grande negoziato Usa-Ue sulle li-beralizzazioni (Transatlantic In-vestment and Trade Partner-ship), se gli europei si fossero in-testarditi a inserirvi delle clausole
di informazione obbligatoria su-gli Ogm nelle etichette dei pro-dotti di consumo. Ora è in casa
propria, sul mercato degli Stati
Uniti, che la Monsanto perde col-pi sull’etichettatura obbligatoria.
La sua rinuncia a chiedere nuove
autorizzazioni nel settore agrico-lo europeo, è l’ultimo segnale di
quello che assomiglia all’inizio di
una ritirata strategica.
La campagna di Whole Foods
colpisce al cuore gli Ogm, senza
dover passare attraverso un di-vieto puro e semplice. Il protago-nista di questa offensiva è signifi-cativo. Whole Foods è il gigante
della grande distribuzione “bio”
negli Stati Uniti. Le due città dove
ha avuto il massimo successo, so-no quelle con la più forte concen-trazione di élite salutiste: New
York e San Francisco. Qui a
Manhattan il suo ipermercato
più grande, a Union Square, è in-vaso a tutte le ore da una folla di
giovani, studenti, turisti. A San
Francisco il punto vendita più ce-lebre è sulla California Avenue vi-cino al capolinea dei tram a cre-magliera. Icona del salutismo
chic, progressista e benestante,
Whole Foods ha una proprietà
capitalistica molto tradizionale.
Il suo chief executiveè un repub-blicano militante. Il suo quartier
generale è in Texas, la roccaforte
della destra Usa. Ma l’ideologia è
una cosa, il business un’altra.
Whole Foods ha successo perché
ha capito la forza del suo messag-gio, una versione americana dello
Slow Food: mangiare sano per sta-re bene, curare le filiere, garantire
la genuinità del prodotto, mettere
al bando pesticidi e insetticidi e
ogni altro inquinamento chimico
dei raccolti. È la filosofia “organic”,
che conquista i ceti medioalti, le
nuove generazioni, gli americani
in lotta contro l’obesità e in fuga
dal junk-food. Whole Foods ha ca-pito che impugnare la bandiera
della trasparenza sugli Ogm
rafforza la sua credibilità presso
questo segmento di clientela ad al-to potere d’acquisto, bene infor-mata, diffidente verso l’Agrobusi-ness. Da qualche settimana,
quando vado a fare la spesa perfi-no il sacchetto di carta riciclabile in
cui i cassieri di Whole Foods mi
mettono frutta e verdura, ha stam-pato sopra uno slogan colorato
che pubblicizza la nuova iniziativa
sugli Ogm. L’informazione e`
un’arma implacabile, e Monsanto
lo sa. Una volta che indichi con
chiarezza al cliente dell’ipermer-cato la presenza di Ogm su un pro-dotto, sale la probabilità che l’ac-quirente scelga l’alternativa “sen-za” anche se costa di più.
La conseguenza è ineluttabile.
Fino a qualche anno fa la Monsan-to pensava di poter mobilitare la
Casa Bianca (ai tempi di George
Bush) e il Congresso di Washing-ton, per piegare le obiezioni degli
europei, o di alcune forze radicali
nelle nazioni emergenti (vedi l’In-dia dove la battaglia anti-Ogm si ri-volge anzitutto agli agricoltori).
Ora è negli Stati Uniti che l’indu-stria agroalimentare comincia a
battere in ritirata: silenziosamen-te, produttori grandi e piccoli han-no ritirato dal commercio alcuni
alimenti con Ogm per sostituirli
con alternative “convenzionali”.
Connecticut, Vermont e Maine
sono tre Stati piccoli e politica-mente progressisti. Ma le loro ini-ziative legislative per rendere ob-bligatoria l’etichettatura traspa-rente sugli Ogm, stanno facendo
scuola. 20 altri Stati Usa hanno av-viato l’iter per l’introduzione di
normative analoghe. Tra gli agri-coltori americani, che sono i clien-ti della Monsanto poiché ne ac-quistano le sementi, è iniziata la
corsa a procurarsi le nuove certifi-cazioni di qualità “non-Ogm”. Lo
stesso vale per le aziende grandi e
piccole di prodotti alimentari.
Un caso tipico è quello della
ThinkThin (traduzione: «pensa
magro»), l’azienda che produce
merendine salutiste per sportivi
col marchio Crunch. Per quel tipo
di prodotto, è essenziale avere ac-cesso alla rete distributiva di Who-le Foods. Ma per vendere meglio
sugli scaffali dei supermercati
Whole Foods, conviene poter esi-bire il certificato che garantisce
l’assenza di Ogm dagli ingredienti
delle merendine Crunch: che con-tengono cereali integrali, zucche-ro, noci e nocciole. E così la chief
executive di Crunch, Lizanne Fal-setto, ha passato ai raggi X la lista
dei suoi fornitori, esigendo che
fossero a prova di Ogm, poi si è
messa in coda per i controlli delle
società di certificazione come la
Non-Gmo Project di Megan West-gate, che rilasciano il marchio di
qualità “Ogm-free” per garantirne
l’assenza. Funziona in questo mo-do la catena virtuosa del contagio,
un movimento che si sta amplifi-cando, e costringe sulla difensiva
Monsanto dove se l’aspettava me-no: a casa sua. La “Non-Gmo
Project” sta ricevendo richieste di
certificati al ritmo di 300 al mes Questa dinamica di mercato si
riflette fedelmente sui prezzi delle
materie prime più diffuse. Una
commodity agricola di base come
la soya, due anni fa si vendeva con
un sovrapprezzo di un dollaro a
bushel per la qualità senza gli Ogm;
oggi quel sovrapprezzo è raddop-piato a due dollari, trascinato al
rialzo dall’aumento della do-manda di consumo per il prodot-to non manipolato geneticamen-te. Per il mais il sovrapprezzo è
balzato da 10 a 75 centesimi. An-che qui la logica della domanda e
dell’offerta è implacabile e gioca
contro la Monsanto: più cresce
l’esercito dei consumatori che
vogliono la versione senza Ogm,
piu` agli agricoltori conviene col-tivare quella perché si vende ad
un prezzo migliore.
Che questo cominci ad accade-re negli Stati Uniti è clamoroso.
L’avanzata della Monsanto e di al-tri colossi delle manipolazioni ge-netiche era stata implacabile fino
in tempi recenti, al punto che l’an-no scorso circa il 90% delle quattro
maggiori derrate agricola Usa —
mais, soya, canola e barbabietola
da zucchero — erano il prodotto di
sementi con gli Ogm. E sulla mi-noranza di coltivazioni conven-zionali (certificate senza Ogm),
quasi tutte servivano per rifornire
mercati di esportazione “preve-nuti”, come quello europeo. Ades-so, un altro moltiplicatore del
cambiamento sta venendo dal
fronte delle carni. Anche gli alleva-tori sono sotto pressione per forni-re bistecche di manzo “libere” da
Ogm: a loro volta chiedono forag-gi e alimenti per il bestiame con
quella certificazione di qualità.
Monsanto scopre di avere com-battuto per molti anni la sua batta-glia su un terreno non decisivo: la
sua strategia consisteva nel pro-durre un fuoco di sbarramento di
studi scientifici (spacciati come
indipendenti, quasi sempre da lei
finanziati) per dimostrare l’insus-sistenza di danni alla salute deri-vanti da Ogm. Ma questa è diven-tata una battaglia quasi margina-le, di fronte al verdetto di una fascia
di consumatori. Che adottano,
istintivamente, un loro “principio
di precauzione”. Per ora Monsan-to può consolarsi con il fatto che la
rivolta anti-Ogm è un fenomeno
tipico dei consumatori più ricchi e
avveduti sui mercati occidentali.
Viceversa l’America latina conti-nua ad essere uno sbocco eccel-lente per le sementi manipolate.
Ma in un altro gigante emergente,
la Cina, la Monsanto ha comincia-to a incontrare difficoltà e resi-stenze. Un segnale in più, che l’at-mosfera sta cambiando.
Q
uante Europe ci sono? Più d'una, sicuramente. E bisogna sta-re attenti a non generalizzare, e a non lasciarsi demoralizzare
quando qualcosa non prende la piega desiderata, perché
qualcuna di quelle Europe funziona, e anche benino, sicché
è lecito coltivare qualche speranza sul fatto che possano, le
Europe che funzionano, contagiare un po' le altre. Questa volta ha funzio-nato l'Europa dei cittadini. Sono già 8 gli Stati Membri che hanno scelto la
clausola di salvaguardia a proposito di Ogm (a proposito: che aspettiamo noi
italiani?) e in questa situazione la Monsanto ha deciso che non vale la pena
insistere, anche perché più insiste e più il titolo in Borsa perde colpi. Non ci
dobbiamo dispiacere se le motivazioni di una grande azienda multinazio-nale sono eminentemente economiche. Non dobbiamo pretendere che la
Monsanto diventi sensibile alla tutela della biodiversità o alla protezione
della salute pubblica. La Monsanto non è contraria alla biodiversità né è av-versa alla salute pubblica. La Monsanto ha un obiettivo: fare soldi. Per que-sto si dedica agli Ogm. Non per prese di posizione di carattere ambientalista
o filosofico. E per la stessa ragione rinuncia agli Ogm se i soldi non arrivano.È
semplice. E ci dice quanto po-tere — ovvero quanta respon-sabilità — sta nelle mani di chi
acquista o non acquista i pro-dotti delle multinazionali.
Sicché qui stiamo: la Monsanto rinun-cia alle richieste di autorizzazione su
nuovi prodotti Ogm. Ne aveva parecchie
in attesa, ma si è stufata. Questa è una
vittoria di tutte quelle associazioni che
da anni insistono nel fare comunicazio-ne presso i consumatori e presso i deci-sori politici, chiedendo che vinca la cau-tela, il buon senso, la tutela della biodi-versità, la difesa della sovranità alimen-tare (che è sovranità nel mangiare e nel
coltivare) dei popoli.
Sulla scorta delle considerazioni di cui
sopra non ha ritirato — visto che da quel-la fonte i soldi continuano ad arrivare —
la richiesta di rinnovo dell’autorizzazio-ne sul Mon810, un tipo di mais. Questo
non è un dettaglio. Sia perché stiamo par-lando del mais Ogm più coltivato nel no-stro continente, sia perché questo ele-mento mette a nudo la presenza di una di
quelle Europe invece funzionano meno.
L’autorizzazione al Mon810 in Europa è
del 1998. Quindici anni fa. Mentre è di po-chi giorni fa un decreto interministeriale
che nel nostro paese vieta la coltivazione
proprio di quel mais, che, secondo le più
recenti evidenze scientifiche, si presenta
come un rischio per l’agrobiodiversità.
Adesso sarà interessante vedere se quel-l’Europa rinnoverà l’autorizzazione sul
Mon 810. Perché il divieto che il nostro pae-se ha imposto si basa anche sulle valuta-zioni dell’Efsa. E l’Efsa è una agenzia euro-pea che si occupa di sicurezza alimentare.
Sicché se l’Unione europea decidesse di
rinnovare l’autorizzazione al Mon 810 do-vrebbe farlo grazie a una qualche straordi-naria acrobazia logica che le consentisse di
dire di sì in considerazione delle stesse va-lutazioni sulla base delle quali gli Stati stan-no dicendo di no. Staremo a vedere. Ma, ri-peto, se l’Europa dei cittadini e degli Stati
membri è già riuscita a contaminare un po’
l’Europa dei Mercati, forse qualcosa di
buono ne potrebbe uscire. Perché se è ve-ro che fino ad oggi l’Unione dei Mercati
non ha mai osato mettersi di traverso sulla
questione degli Ogm, è anche vero che quei
mercati d’altro non son fatti che da cittadi-ni. I quali non “consumano”, ma mangia-no. E quando mangiano vogliono sentire
che nel cibo ci sono territori, culture, salu-te, bellezza, futuro, giustizia e gusti. Non
vogliono lo stesso tipo di mais in Spagna, in
Italia e in Francia. Quella roba lì, la lasciano
ai “consumatori”: che infatti con le loro
scelte alimentari consumano, senza rico-stituirli, territori, culture, salute, bellezza,
futuro, giustizia e gusto. I cittadini sanno
che se anche gli Ogm non fossero una mi-naccia (ma purtroppo lo sono) per la bio-diversità, per l’ambiente e per la libertà, re-sterebbe il fatto che gli Ogm sono un cibo
senza storia, senza racconto, senza iden-tità, senza contenuto. Senza senso. E se al
cibo togliamo il senso, il sentimento, fini-remo per perderlo anche noi.
delle biotecnologie agricole, rinuncia a chiedere alla Ue
nuove autorizzazioni per prodotti modificati
geneticamente.Nient’altro che la logica della domanda
e dell’offerta: l’esercito di chi vuole prodotti “Ogm-free”
è diventato troppo grosso per non tenerne conto
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
I
l segnale più chiaro l’ho ricevuto dal mio supermercato. Whole
Foods, a Columbus Circle, nel seminterrato sotto il grattacielo di
Cnn TimeWarner. Da mesi ha lanciato una campagna contro gli
organismi geneticamente modificati (Ogm). All’insegna della
trasparenza, e per restituire al consumatore la piena sovranità
nelle sue scelte. Dunque, non è una messa al bando vera e propria, ma
una campagna-verità: le etichette indicano in bella evidenza quando
in un alimento sono presenti degli ingredienti che contengono Ogm.
Sembra un piccolo passo, invece è una rivoluzione. Per capirlo bisogna
unire questo segnale ad altre due novità. Una, è la decisione del colos-
so Usa Monsanto — la regina globale degli Ogm — di rinunciare a chie-
dere altre autorizzazioni in Europa per allargare i raccolti autorizzati a
usare sementi manipolate geneticamente (unica eccezione quella re-
lativa al mais Mon810: per l’appunto proprio quello la cui coltivazione
viene vietata in questi giorni, con apposito decreto, in Italia). NEW YORK
L’
altra novità è l’i-niziativa di di-versi Stati Usa di
imporre per leg-ge l’etichettatu-ra obbligatoria. Fino a non molto
tempo fa, per l’Agrobusiness
americano iniziative come quel-la di Whole Foods, o di Stati come
il Maine, Connecticut e Vermont,
erano l’equivalente di una di-chiarazione di guerra.
La Monsanto, i suoi lobbisti, i
parlamentari Usa che servono i
suoi interessi, sarebbero stati
pronti a boicottare perfino il
grande negoziato Usa-Ue sulle li-beralizzazioni (Transatlantic In-vestment and Trade Partner-ship), se gli europei si fossero in-testarditi a inserirvi delle clausole
di informazione obbligatoria su-gli Ogm nelle etichette dei pro-dotti di consumo. Ora è in casa
propria, sul mercato degli Stati
Uniti, che la Monsanto perde col-pi sull’etichettatura obbligatoria.
La sua rinuncia a chiedere nuove
autorizzazioni nel settore agrico-lo europeo, è l’ultimo segnale di
quello che assomiglia all’inizio di
una ritirata strategica.
La campagna di Whole Foods
colpisce al cuore gli Ogm, senza
dover passare attraverso un di-vieto puro e semplice. Il protago-nista di questa offensiva è signifi-cativo. Whole Foods è il gigante
della grande distribuzione “bio”
negli Stati Uniti. Le due città dove
ha avuto il massimo successo, so-no quelle con la più forte concen-trazione di élite salutiste: New
York e San Francisco. Qui a
Manhattan il suo ipermercato
più grande, a Union Square, è in-vaso a tutte le ore da una folla di
giovani, studenti, turisti. A San
Francisco il punto vendita più ce-lebre è sulla California Avenue vi-cino al capolinea dei tram a cre-magliera. Icona del salutismo
chic, progressista e benestante,
Whole Foods ha una proprietà
capitalistica molto tradizionale.
Il suo chief executiveè un repub-blicano militante. Il suo quartier
generale è in Texas, la roccaforte
della destra Usa. Ma l’ideologia è
una cosa, il business un’altra.
Whole Foods ha successo perché
ha capito la forza del suo messag-gio, una versione americana dello
Slow Food: mangiare sano per sta-re bene, curare le filiere, garantire
la genuinità del prodotto, mettere
al bando pesticidi e insetticidi e
ogni altro inquinamento chimico
dei raccolti. È la filosofia “organic”,
che conquista i ceti medioalti, le
nuove generazioni, gli americani
in lotta contro l’obesità e in fuga
dal junk-food. Whole Foods ha ca-pito che impugnare la bandiera
della trasparenza sugli Ogm
rafforza la sua credibilità presso
questo segmento di clientela ad al-to potere d’acquisto, bene infor-mata, diffidente verso l’Agrobusi-ness. Da qualche settimana,
quando vado a fare la spesa perfi-no il sacchetto di carta riciclabile in
cui i cassieri di Whole Foods mi
mettono frutta e verdura, ha stam-pato sopra uno slogan colorato
che pubblicizza la nuova iniziativa
sugli Ogm. L’informazione e`
un’arma implacabile, e Monsanto
lo sa. Una volta che indichi con
chiarezza al cliente dell’ipermer-cato la presenza di Ogm su un pro-dotto, sale la probabilità che l’ac-quirente scelga l’alternativa “sen-za” anche se costa di più.
La conseguenza è ineluttabile.
Fino a qualche anno fa la Monsan-to pensava di poter mobilitare la
Casa Bianca (ai tempi di George
Bush) e il Congresso di Washing-ton, per piegare le obiezioni degli
europei, o di alcune forze radicali
nelle nazioni emergenti (vedi l’In-dia dove la battaglia anti-Ogm si ri-volge anzitutto agli agricoltori).
Ora è negli Stati Uniti che l’indu-stria agroalimentare comincia a
battere in ritirata: silenziosamen-te, produttori grandi e piccoli han-no ritirato dal commercio alcuni
alimenti con Ogm per sostituirli
con alternative “convenzionali”.
Connecticut, Vermont e Maine
sono tre Stati piccoli e politica-mente progressisti. Ma le loro ini-ziative legislative per rendere ob-bligatoria l’etichettatura traspa-rente sugli Ogm, stanno facendo
scuola. 20 altri Stati Usa hanno av-viato l’iter per l’introduzione di
normative analoghe. Tra gli agri-coltori americani, che sono i clien-ti della Monsanto poiché ne ac-quistano le sementi, è iniziata la
corsa a procurarsi le nuove certifi-cazioni di qualità “non-Ogm”. Lo
stesso vale per le aziende grandi e
piccole di prodotti alimentari.
Un caso tipico è quello della
ThinkThin (traduzione: «pensa
magro»), l’azienda che produce
merendine salutiste per sportivi
col marchio Crunch. Per quel tipo
di prodotto, è essenziale avere ac-cesso alla rete distributiva di Who-le Foods. Ma per vendere meglio
sugli scaffali dei supermercati
Whole Foods, conviene poter esi-bire il certificato che garantisce
l’assenza di Ogm dagli ingredienti
delle merendine Crunch: che con-tengono cereali integrali, zucche-ro, noci e nocciole. E così la chief
executive di Crunch, Lizanne Fal-setto, ha passato ai raggi X la lista
dei suoi fornitori, esigendo che
fossero a prova di Ogm, poi si è
messa in coda per i controlli delle
società di certificazione come la
Non-Gmo Project di Megan West-gate, che rilasciano il marchio di
qualità “Ogm-free” per garantirne
l’assenza. Funziona in questo mo-do la catena virtuosa del contagio,
un movimento che si sta amplifi-cando, e costringe sulla difensiva
Monsanto dove se l’aspettava me-no: a casa sua. La “Non-Gmo
Project” sta ricevendo richieste di
certificati al ritmo di 300 al mes Questa dinamica di mercato si
riflette fedelmente sui prezzi delle
materie prime più diffuse. Una
commodity agricola di base come
la soya, due anni fa si vendeva con
un sovrapprezzo di un dollaro a
bushel per la qualità senza gli Ogm;
oggi quel sovrapprezzo è raddop-piato a due dollari, trascinato al
rialzo dall’aumento della do-manda di consumo per il prodot-to non manipolato geneticamen-te. Per il mais il sovrapprezzo è
balzato da 10 a 75 centesimi. An-che qui la logica della domanda e
dell’offerta è implacabile e gioca
contro la Monsanto: più cresce
l’esercito dei consumatori che
vogliono la versione senza Ogm,
piu` agli agricoltori conviene col-tivare quella perché si vende ad
un prezzo migliore.
Che questo cominci ad accade-re negli Stati Uniti è clamoroso.
L’avanzata della Monsanto e di al-tri colossi delle manipolazioni ge-netiche era stata implacabile fino
in tempi recenti, al punto che l’an-no scorso circa il 90% delle quattro
maggiori derrate agricola Usa —
mais, soya, canola e barbabietola
da zucchero — erano il prodotto di
sementi con gli Ogm. E sulla mi-noranza di coltivazioni conven-zionali (certificate senza Ogm),
quasi tutte servivano per rifornire
mercati di esportazione “preve-nuti”, come quello europeo. Ades-so, un altro moltiplicatore del
cambiamento sta venendo dal
fronte delle carni. Anche gli alleva-tori sono sotto pressione per forni-re bistecche di manzo “libere” da
Ogm: a loro volta chiedono forag-gi e alimenti per il bestiame con
quella certificazione di qualità.
Monsanto scopre di avere com-battuto per molti anni la sua batta-glia su un terreno non decisivo: la
sua strategia consisteva nel pro-durre un fuoco di sbarramento di
studi scientifici (spacciati come
indipendenti, quasi sempre da lei
finanziati) per dimostrare l’insus-sistenza di danni alla salute deri-vanti da Ogm. Ma questa è diven-tata una battaglia quasi margina-le, di fronte al verdetto di una fascia
di consumatori. Che adottano,
istintivamente, un loro “principio
di precauzione”. Per ora Monsan-to può consolarsi con il fatto che la
rivolta anti-Ogm è un fenomeno
tipico dei consumatori più ricchi e
avveduti sui mercati occidentali.
Viceversa l’America latina conti-nua ad essere uno sbocco eccel-lente per le sementi manipolate.
Ma in un altro gigante emergente,
la Cina, la Monsanto ha comincia-to a incontrare difficoltà e resi-stenze. Un segnale in più, che l’at-mosfera sta cambiando.
Q
uante Europe ci sono? Più d'una, sicuramente. E bisogna sta-re attenti a non generalizzare, e a non lasciarsi demoralizzare
quando qualcosa non prende la piega desiderata, perché
qualcuna di quelle Europe funziona, e anche benino, sicché
è lecito coltivare qualche speranza sul fatto che possano, le
Europe che funzionano, contagiare un po' le altre. Questa volta ha funzio-nato l'Europa dei cittadini. Sono già 8 gli Stati Membri che hanno scelto la
clausola di salvaguardia a proposito di Ogm (a proposito: che aspettiamo noi
italiani?) e in questa situazione la Monsanto ha deciso che non vale la pena
insistere, anche perché più insiste e più il titolo in Borsa perde colpi. Non ci
dobbiamo dispiacere se le motivazioni di una grande azienda multinazio-nale sono eminentemente economiche. Non dobbiamo pretendere che la
Monsanto diventi sensibile alla tutela della biodiversità o alla protezione
della salute pubblica. La Monsanto non è contraria alla biodiversità né è av-versa alla salute pubblica. La Monsanto ha un obiettivo: fare soldi. Per que-sto si dedica agli Ogm. Non per prese di posizione di carattere ambientalista
o filosofico. E per la stessa ragione rinuncia agli Ogm se i soldi non arrivano.È
semplice. E ci dice quanto po-tere — ovvero quanta respon-sabilità — sta nelle mani di chi
acquista o non acquista i pro-dotti delle multinazionali.
Sicché qui stiamo: la Monsanto rinun-cia alle richieste di autorizzazione su
nuovi prodotti Ogm. Ne aveva parecchie
in attesa, ma si è stufata. Questa è una
vittoria di tutte quelle associazioni che
da anni insistono nel fare comunicazio-ne presso i consumatori e presso i deci-sori politici, chiedendo che vinca la cau-tela, il buon senso, la tutela della biodi-versità, la difesa della sovranità alimen-tare (che è sovranità nel mangiare e nel
coltivare) dei popoli.
Sulla scorta delle considerazioni di cui
sopra non ha ritirato — visto che da quel-la fonte i soldi continuano ad arrivare —
la richiesta di rinnovo dell’autorizzazio-ne sul Mon810, un tipo di mais. Questo
non è un dettaglio. Sia perché stiamo par-lando del mais Ogm più coltivato nel no-stro continente, sia perché questo ele-mento mette a nudo la presenza di una di
quelle Europe invece funzionano meno.
L’autorizzazione al Mon810 in Europa è
del 1998. Quindici anni fa. Mentre è di po-chi giorni fa un decreto interministeriale
che nel nostro paese vieta la coltivazione
proprio di quel mais, che, secondo le più
recenti evidenze scientifiche, si presenta
come un rischio per l’agrobiodiversità.
Adesso sarà interessante vedere se quel-l’Europa rinnoverà l’autorizzazione sul
Mon 810. Perché il divieto che il nostro pae-se ha imposto si basa anche sulle valuta-zioni dell’Efsa. E l’Efsa è una agenzia euro-pea che si occupa di sicurezza alimentare.
Sicché se l’Unione europea decidesse di
rinnovare l’autorizzazione al Mon 810 do-vrebbe farlo grazie a una qualche straordi-naria acrobazia logica che le consentisse di
dire di sì in considerazione delle stesse va-lutazioni sulla base delle quali gli Stati stan-no dicendo di no. Staremo a vedere. Ma, ri-peto, se l’Europa dei cittadini e degli Stati
membri è già riuscita a contaminare un po’
l’Europa dei Mercati, forse qualcosa di
buono ne potrebbe uscire. Perché se è ve-ro che fino ad oggi l’Unione dei Mercati
non ha mai osato mettersi di traverso sulla
questione degli Ogm, è anche vero che quei
mercati d’altro non son fatti che da cittadi-ni. I quali non “consumano”, ma mangia-no. E quando mangiano vogliono sentire
che nel cibo ci sono territori, culture, salu-te, bellezza, futuro, giustizia e gusti. Non
vogliono lo stesso tipo di mais in Spagna, in
Italia e in Francia. Quella roba lì, la lasciano
ai “consumatori”: che infatti con le loro
scelte alimentari consumano, senza rico-stituirli, territori, culture, salute, bellezza,
futuro, giustizia e gusto. I cittadini sanno
che se anche gli Ogm non fossero una mi-naccia (ma purtroppo lo sono) per la bio-diversità, per l’ambiente e per la libertà, re-sterebbe il fatto che gli Ogm sono un cibo
senza storia, senza racconto, senza iden-tità, senza contenuto. Senza senso. E se al
cibo togliamo il senso, il sentimento, fini-remo per perderlo anche noi.
domenica 15 settembre 2013
Quel che resta dei Gulag Viaggio nella Kolyma che congela gli orrori
NELLA SIBERIA ESTREMA SORSERO I LAGER PIÙ INUMANI DELL’ “A RC I P E L AG O ” RIVELATO AL MONDO
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
L
eggere I racconti delle Kolyma ha
cambiato la vita a molti. Ora,
mentre uno sgangherato Ka-maz, il tipico camion russo, sta
aggredendo i chilometri dell’o-monima strada attraverso la tai-ga siberiana, mi sento piccolo piccolo. Inadegua-to. Solo ieri mattina, al mio risveglio all’alba, seb-bene di alba in Siberia non si possa mai parlare a
causa della luce perenne in estate, quattro ragaz-zotti hanno pensato bene di usare la mia faccia
come il punching ball del luna park: “Sei un ta-giko”, e giù fendenti. Modo esaltante per iniziare
la giornata. Ubriachi fradici, obnubilati da alcol e
nazionalismo, mi hanno scambiato per un isla-mico. Non avevano interesse per il mio portafogli,
volevano solo menare le mani e far capire ai fo-restieri che lì, tra la Jacuzia e la regione di Ma-gadan, non c’è spazio
per gli indesiderati.
Benedetta è stata la mia
teatralità e il frontespi-zio del passaporto ita-liano per calmarli. Il
resto sono stati ab-bracci, scuse ripetute e
l’invito, accolto gioco-forza, per un passaggio
da Curapca verso
Khandyga, per farsi
perdonare.
Un contraccolpo che
avrebbe abbattuto un
bisonte, al primo gior-no del mio viaggio in
autostop lungo i 2.300
km della mitica Strada
della Kolyma, ribattez-zata ‘Strada delle Os-sa’, perché chi moriva
durante i lavori veniva
seppellito sotto la car-reggiata. Un esordio
simile avrebbe consi-gliato a chiunque di girare i tacchi di nuovo a oc-cidente, verso Jakutsk, e lì attendere la scadenza
del biglietto aereo. È in questo frangente che mi
sono sentito piccolo rispetto a Varlam Salamov.
Uno che ha sofferto davvero l’inferno in terra,
uno dei pochi in grado di raccontare le sue espe-rienze, difficili da comprendere per chi è abituato
ad una vita sedentaria. Scrittore sopraffino, famo-so per i racconti della sua prigionia nei gulag della
Kolyma, durante gli anni peggiori del ‘Terrore’
staliniano. Mi sono fatto forza, riprendendo il
cammino col pollice in fuori verso la ‘terra pro-messa’: Magadan, la porta dell’orrore.
Oro e ricchezze. Valle dell’Eden ed Eldorado allo
stesso tempo. Solo che qui non siamo nel selvag-gio West. Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, in
arte Stalin si era fatto accecare dalla ricchezza del
sottosuolo siberiano. Due piccioni con una fava:
‘Mi vendico di chi non la pensa come me, spe-dendolo al confino, e invece di farlo invecchiare in
una prigione lo uso per scavare le ricche mon-tagne della Kolyma e per costruire la strada tra
Magadan e Jakutsk’. Nel 1953, con la morte prima
di Stalin poi di Lavrentij Berija, e con l’avvento di
Nikita Kruscev a capo del Politburo, le atrocità
senza precedenti dei gulag vengono disvelate al
mondo. Ma la durezza nei campi di lavoro per
estrarre risorse utili a Mosca resta. L’era della cor-sa all’oro. Sorgono magicamente nuove città, na-scono miniere, centrali termoelettriche. Poi la
corsa rallenta e si ferma. E sul terreno restano le
macerie. Quelle di una società allo sbando.
La Siberia della Kolyma, oggi, sta conoscendo
un’inversione paurosa. Le cittadine e i villaggi si
svuotano, sul posto restano i monconi della pro-duzione passata. Gli esempi non mancano. Ka-dykchan, prospera cittadina a 800 km a nord-ove-st di Magadan: nel 2008 l’ultimo residente ha ab-bandonato l’agglomerato urbano.
A Kadykchan arrivo in un ventilato pomeriggio
d’inizi agosto. A piedi, rincorso dai soliti nugoli di
zanzare aggressive. Durante i gelidi mesi inver-nali, da novembre a febbraio, la taiga viene avvolta
da una morsa di ghiaccio. Le temperature scen-dono a valori inimma-ginabili (il record è di
-77°). Tutto si perpe-tua, in attesa del disge-lo. Quando i raggi sola-ri riescono ad infiltrar-si, a scaldare e a scio-gliere lo strato di per-mafrost, restano infini-te distese naturali e ac-quitrini paludosi. Ter-reno fertile per insetti
che si muovono a loro
agio su una terra ino-spitale per l’uomo. A
Kadykchan ci sono solo
loro. E il silenzio. Sem-bra di stare a Pripyat, la
città evacuata l’indo -mani della catastrofe
nucleare di Chernobyl,
nel 1986. I palazzoni a
stecca (tipici dell’archi -tettura sovietica) sono
Sessant’anni fa, con
la morte di Stalin,
il periodo più buio dell’univer -so concentrazionario. Milioni
di condannati furono portati
nella tundra a morire per sfrut-tare le ricchezze sotto il suolo
gelato. Adesso il ricordo
di quell’epopea resta
nel paesaggio e nelle macerie
Quel che resta dei Gulag
Viaggio nella Kolyma
che congela gli orrori
NELLA SIBERIA ESTREMA SORSERO I LAGER PIÙ INUMANI DELL’ “A RC I P E L AG O ” RIVELATO AL MONDO
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
AU TO -STO P
Duemilatrecento chilometri lungo la
“Strada delle Ossa”, che attraversa le fo-reste della Russia orientale, tra passaggi
di camionisti e rifugi di fortuna
IL FAR (W)EST
La Kolyma è vasta circa 3
milioni di chilometri, circa 10
volte l’Italia, e rappresenta il
Far West sovietico. Fin dal
1919 il regime di Lenin inizia
a imprigionare gli oppositori
politici nei campi di detenzio-ne e di confino zarista; poi
con l’avvento di Stalin e del
periodo più feroce delle pur-ghe (a varie fasi dal ‘33 al
‘38) il Cremlino crea l’“a rc i -pelago Gulag” il sistema di
campi di lavoro che sfruttano
le ricchezze naturali. Decine
di milioni di persone verrano
mandate per terra e per mare
in Siberia, condannate a 5,
10, 15 anni con l’articolo 58,
c o n t r o r ivo lu z i o n a r i o
rimasti in piedi, vuoti e disabitati. I balordi della
zona hanno fatto razzia di infissi, mobili e oggetti
lasciati dalle famiglie in fuga. Manufatti sfondati,
carcasse di auto, negozi svuotati, il palazzo co-munale orfano pure dell’effigie in marmo, dei
parchi giochi sono rimasti solo scheletri arrug-giniti. Giro tra i condomìni, immaginando il tran
tran quotidiano a Kadykchan, quando le utenze
erano attive e le strade brulicavano di vita. Ora
restano i fantasmi e il vento che sferza il deserto
d’erba, acqua e cemento.
Prima di Kadykchan di strada ne ho bruciata pa-recchia. Dall’arrivo all’aeroporto di Jakutsk una
mattina di fine luglio. Via, su una chiatta per sol-care le acque della Lena, il fiume che ha dato il
nome al leader della Rivoluzione d’Ottobre, Vla-dimir Ulianov Ilic Lenin. Di nuovo sulla terra fer-ma, a Nizhny Bestyakh, dove parte la strada della
Kolyma. Un autostop tira l’altro. Il primo a ti-rarmi su è un camionista armeno, Kagi. Dopo 80
km, nel villaggio di Tumul, mi lascia nelle mani di
Volodia, russo di Irkutsk. Lo scoglio della lingua
sta già mietendo vittime. Trovare qualche anima
in grado di parlare inglese è e sarà un’impresa.
Durante una sosta Volodia allestisce il necessario
per la merenda del tardo pomeriggio: caffè scal-dato su un fornelletto a gas, salsicciotti, cetrioli,
pane e gallette. Sarà l’unico pasto del giorno, l’ul -timo me lo avevano servito hostess in livrea sul
volo da Mosca.
PRIMA LE BOTTE AL “TAG I KO ” POI LE PACCHE
SULLE SPALLE
Giunti a Curapca, circa 200 km a est di Jakutsk, le
nostre strade si dividono. Decido di andare avanti,
nonostante si siano fatte le 11 della sera. Poco dopo
cerco rifugio in un deposito di legname all’aperto e
mi infilo nel sacco a pelo. Prima notte. Quella in-terrotta da un risveglio da incubo, quando i miei
tratti somatici mi hanno fatto passare per un ta-giko. Una parentesi nera, risolta senza troppi dan-ni, a parte una ferita al labbro superiore e tanta
paura.
Rimasto solo, scaricato dall’auto dei quattro gio-vani violenti, non ho alcun ripensamento: si va
avanti. Dall’alba inizio il cammino verso Khan-dyga, 250 km a est. Impiego 12 ore. Due terzi le
passo sulle rive del fiume Aldan, un mare piut-tosto, in attesa di una chiatta per l’altra parte. Un
autoarticolato con rimorchio è finito in acqua.
Tanta solidarietà tra colleghi non sortisce alcun
risultato. Ore di attesa sotto il sole e l’afa. Infine
arriva la chiatta giusta. Per non pagare il passaggio
mi aggrego a Dimitri e Vladimir, viaggiano con un
fuoristrada e sono diretti a Magadan. Khandyga
ha poco da offrire. Una mensa per cenare alla buo-na e una locanda per crollare in un sonno pro-fondo. Fuori le macerie umane di un agglomerato
grigio e sporco, costellato dalle tubazioni di acqua
e gas che sembrano ponti. Impossibile ficcarle sot-to terra, lo strato di permafrost lo impedisce, così
come impedì, a suo tempo, di erigere i palazzi con
le normali fondamenta. Meglio poggiare la strut-tura su dei pilastri di cemento.
Il giorno dopo, a tarda sera, giungo a Kyubeme, o
meglio, alla sua stazione di servizio. Mi ci hanno
portato gli occupanti di un eroico furgone Uaz.
Vanno a lavorare in una fabbrica di Magadan.
Quindici ore per coprire 300 km di strada, tra gua
sti, forature e soste forzate. Consumato un pasto
frugale, loro ripartono; trovo ospitalità in un ex
serbatoio della benzina trasformato in alloggio di
fortuna. Kyubeme è lì, a due chilometri, ma non
esiste più. Come per Kadychan, gli abitanti, senza
più lavoro e prospettive, hanno preferito traslo-care, lasciandosi dietro la desolazione. Un fiume
reso impetuoso dalle piogge della sera mi impe-disce di arrivarci. Poi incontro Ivan, l’uomo della
provvidenza. Ucraino, è uno degli addetti del can-tiere che sta realizzando il ponte sul fiume. Mi rac-coglie, mentre scruto deluso il greto, e mi conduce
nel loro quartiere generale: “Mangia, poi ti por-teremo di là”. Ci vuole il mitico camion Ural, con-dotto da Yegor, un colosso buono, per guadare. A
Kyubeme il mondo si è fermato 6 anni fa. Restano
palazzi sventrati e un solo abitante, Igor: “Ora è
fuori a pesca - mi dice Ivan indicandomi la ca-panna dove abita -, vive come un selvaggio, ma è
innocuo”.
Oltre Kyubeme raggiungo, sempre in autostop, il
villaggio di Tomtor: il ‘Polo del Freddo’. Da queste
parti i rilevatori meteo registrano temperature as-surde. Mi torna in mente un passaggio del testo di
Salamov, quando scriveva “quello stesso gelo che
trasformava in ghiaccio uno sputo”. Tomtor, un
pugno di casette basse, un caffè specializzato nel
servire vodka e poco altro. Potrei raggiungere Ka-dychan direttamente, ma il vecchio percorso della
M56 non lo consente più. Tocca tornare indietro e
salire fino alla inospitale cittadina di Ust-Nera, se-de di una dozzina di miniere, bagnata dal fiume
Indigirka. Molte le analogie con Khandyga, l’ar -chitettura, le enormi tubazioni sospese in aria, fab-briche in abbandono. In fondo a uno stradone c’è
un enorme monumento dedicato ai caduti della II
Guerra Mondiale. Ogni centro abitato ne ha uno.
La Russia, enorme granaio e immenso serbatoio di
giovani soldati da mandare al macello.
Fino ad ora è andata bene coi passaggi in autostop.
A Ust-Nera l’incantesimo svanisce. Oltre c5 ore ai
margini del centro abitato, sotto un acquazzone,
assediato da zanzare impermeabili. Il desiderio di
lasciare il centro più a nord del mio viaggio, è tale
che, in un atto di pura follia inizio a andare a piedi:
5, 10, 15 chilometri, incurante degli orsi bruni che
affollano la taiga. Mi raccoglie per primo un ca-mioncino che conduce gli operai di una miniera al
lavoro. Tornato solo nel nulla, ecco transitare un
suv. Una famiglia russo-mongola, genitori e 3
bambini, sta rientrando a Magadan. Vengo siste-mato dietro assieme ai giochi dei piccoli. Prossima
fermata Kadykchan e gli spettri della città morta.
CAMIONISTI UBRIACHI SU STRADE DI FANGO
VERSO GIACIMENTI D’ORO E CITTÀ MORTE
Jagodnoe, Susuman, Debin, Elgen, Detrin, Ser-pentinka, Orotukan. Si entra nel cuore dei gulag.
Centinaia di luoghi dove lavori forzati, condizioni
terribili e morte hanno regnato. Oggi di quei siti
restano sparute tracce. L’Unione Sovietica prima,
glasnost compresa, la Russia di Eltsin e Putin poi,
hanno nascosto agli occhi del mondo la vergogna
epocale. Ora che il sogno dorato sta crollando, sot-to la cenere non resta nulla, solo agglomerati ur-bani, simili nel loro tragico destino: scomparire
presto dalle mappe, come Kyubeme, Kadykchan,
Artik o Bolshevik. Fino a quando non resterà più
nulla: “Resta solo Magadan - mi raccontano An-dreij e l’ennesimo ‘Dima’, diminutivo di Dimitrij,
giovani ingegneri della Caterpillar, il colosso ame-ricano del movimento terra - il resto sta collas-sando. Presto non ci sarà più lavoro, chissà, magari
toccherà anche a noi emigrare verso occidente.
No, ormai qui nessuno parla più dell’orrore dei
gulag, è tabù. I nostri nonni e, in parte, i nostri
genitori ricordano bene quel periodo. Sono rima-sti segnati”.
Macinando chilometri in sella a bisonti della stra-da o furgoni scassati, il mio viaggio prosegue. In
mezzo notti trascorse nella maniera più incredi-bile. E gratuita. Ospitato in un alloggio sociale a
Myaundzha, grazie all’ennesimo ‘sconosciuto’ in -contrato per strada e incuriosito da quest’uomo
barbuto con uno zaino in spalla. A Debin, dopo il
primo gancio con due vecchietti seduti su una
panchina, finisco nella baracca degli operai che
stanno costruendo il nuovo ponte a doppia cam-pata sul mitico fiume Kolyma. Di giorno mi of-frono un alloggio, un pasto caldo e una generosità
commovente; di sera, di ritorno dal bar, li ritrovo
consumati dall’alcol, i volti tirati, irriconoscibili.
C’è chi piange, chi urla, sono molesti, altri sem-plicemente sprofondano nel sonno. Tirano fuori il
peggio di se stessi. Provate a trascorrere sei mesi di
fila in un buco inospitale, tutti i giorni al lavoro,
con l’unica alternativa di attaccarsi alla bottiglia
per annegare le pene.
Una piccola deviazione e raggiungo Ust-Omchug.
Un tempo, quando la città contava 15mila abitan-ti, si chiamava Zlata Gorsk: la città dell’oro. Oggi è
rimasto solo un quinto degli abitanti, mezza città è
distrutta e l’oro non scorre più. A 20 chilometri si
trova uno dei rari siti della memoria pressoché in-tatti: Butugychag, considerato il principale campo
di detenzione e di lavoro. I prigionieri, oltre che
per la fatica, la fame e gli incidenti, morivano an-che di tumore, visto che la miniera attigua con-servava grossi giacimenti di uranio. Restano dei
manufatti, difficili da raggiungere per i pochi vi-sitatori interessati, e un museo a Ust-Omchug, ric-co di testimonianze e di foto.
La tappa conclusiva è dietro l’angolo e la missione
si chiama Magadan. L’ultimo passaggio in auto-stop - Ust-Omchug/Magadan, 210 km - si rivela il
più ostico. Alla 7a ora di vana attesa, ecco mate-rializzarsi l’ennesimo Kamaz, la carrozzeria a pez-zi. Al volante un relitto umano supportato da un
compare messo peggio di lui. Mi turo il naso e
bado al sodo: devo raggiungere Magadan entro la
sera. Roman ed Evghenij, il primo guida, il secon-do svolge varie funzioni: passare birre e sigarette al
conducente e attivare il tergicristalli. Roman, in
effetti, nella mano destra tiene sempre qualcosa,
solo con la sinistra accarezza il volante. Mi accol-gono con entusiasmo, offrendomi subito una bir-ra. Viste le esperienze passate, cerco di assecon-darli, di non irritarli. In 8 ore di viaggio, di birre
loro ne spazzolano 13 a testa. Temo per la mia
incolumità lungo i viscidi, tortuosi sterrati di
montagna. In cima a un passo, ennesima sosta:
“Vuoi sparare un colpo?”. Roman tira fuori un fu-cile in ottime condizioni, scende e inizia a colpire
la montagna, mentre Evghenij se la ride. . Più tardi
Roman estrarrà pure una pistola
ad aria compressa, iniziando a
sparare pallini d’acciaio contro
cartelli stradali, lapidi sul ciglio
della strada, quadrupedi, volati-li. Solo alle dieci, stanco e teso,
scorgo il cartello che aspettavo
da settimane: Magadan. Roman
si ferma in una piazzola di sosta:
“Dormiamo qui, se mi becca la
polizia, con l’alcol che ho bevu-to, sono guai. Buon viaggio tu-rista italiano”.
Prima fu realizzato il porto, nel
1937; due anni dopo venne inau-gurata la cittadina di Magadan.
Più che una città un villaggio di
pescatori, baracche e capanne di
legno tirate su lungo il costone a
picco sul mare. Seduto sulla
punta del molo in pietra, dove in
15 anni via mare sono arrivati
milioni di prigionieri vittime
delle ‘purghe’ (secondo gli sto-rici i morti della Kolyma supe-rano i 2 milioni), do le spalle alla
baia di Ochotsk e all’Oceano Pa-cifico. Osservo il panorama am-mantato di nebbia. Chiudo gli
occhi e cerco di immaginare i
pensieri delle vittime sacrificali,
giunte a Magadan da Vladivo-stok e ancor prima a bordo dei
convogli ferroviari da tutta
l'Urss. I primi erano detenuti co-muni, criminali. Quindi fu la
volta di presunti sabotatori, con-trorivoluzionari, dissidenti. Tra
questi anche scrittori come, ap-punto, Salamov e Solgenitsin.
Riapro gli occhi. A occidente c’è
un fiorente porto container, a si-nistra il bacino mercantile. Oggi
Magadan si è sviluppata oltre il
costone, al di là della collina im-mersa nella nebbia. Una città vi-va, pulsante. In cima alla collina
parte la ‘Strada della Kolyma’, il
Chilometro Zero, da cui si dipa-navano i collegamenti verso i ba-cini minerari e i gulag della re-gione. Per condannare il perio-do dell’orrore, il governo russo
se l’è cavata con poco: la Ma-schera del Dolore. Un monolite
in pietra eretto su una delle colline attorno a Ma-gadan, lontano da occhi indiscreti, immerso in un
campo magnetico tra antenne tv e telefoniche.
È finita. Il viaggio è ai titoli di coda. La paura del
risveglio a Curapca è un pallido ricordo, al punto
da strapparmi un sorriso. Siberia e siberiani, poi,
hanno mostrato il loro volto migliore, fatto di
grande generosità. Cammino a piedi per una doz-zina di chilometri, calpestando l’origine della
‘Strada delle Ossa’, rendendo onore ai morti che
l’hanno costruita, baciandone l’asfalto irregolare.
Ora è tempo di salire sul bus diretto all’aeroporto,
50 km a nord, nel borgo di Sokol.
Tin-tin, tin-tin. 1 messaggio ricevuto: ’Salve, è la
sua agenzia. Le hanno cancellato il volo da Ma-gadan. Cerchi di cavarsela da solo’. Sono le 5 del
mattino e mancano 3 ore al check-in
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
L
eggere I racconti delle Kolyma ha
cambiato la vita a molti. Ora,
mentre uno sgangherato Ka-maz, il tipico camion russo, sta
aggredendo i chilometri dell’o-monima strada attraverso la tai-ga siberiana, mi sento piccolo piccolo. Inadegua-to. Solo ieri mattina, al mio risveglio all’alba, seb-bene di alba in Siberia non si possa mai parlare a
causa della luce perenne in estate, quattro ragaz-zotti hanno pensato bene di usare la mia faccia
come il punching ball del luna park: “Sei un ta-giko”, e giù fendenti. Modo esaltante per iniziare
la giornata. Ubriachi fradici, obnubilati da alcol e
nazionalismo, mi hanno scambiato per un isla-mico. Non avevano interesse per il mio portafogli,
volevano solo menare le mani e far capire ai fo-restieri che lì, tra la Jacuzia e la regione di Ma-gadan, non c’è spazio
per gli indesiderati.
Benedetta è stata la mia
teatralità e il frontespi-zio del passaporto ita-liano per calmarli. Il
resto sono stati ab-bracci, scuse ripetute e
l’invito, accolto gioco-forza, per un passaggio
da Curapca verso
Khandyga, per farsi
perdonare.
Un contraccolpo che
avrebbe abbattuto un
bisonte, al primo gior-no del mio viaggio in
autostop lungo i 2.300
km della mitica Strada
della Kolyma, ribattez-zata ‘Strada delle Os-sa’, perché chi moriva
durante i lavori veniva
seppellito sotto la car-reggiata. Un esordio
simile avrebbe consi-gliato a chiunque di girare i tacchi di nuovo a oc-cidente, verso Jakutsk, e lì attendere la scadenza
del biglietto aereo. È in questo frangente che mi
sono sentito piccolo rispetto a Varlam Salamov.
Uno che ha sofferto davvero l’inferno in terra,
uno dei pochi in grado di raccontare le sue espe-rienze, difficili da comprendere per chi è abituato
ad una vita sedentaria. Scrittore sopraffino, famo-so per i racconti della sua prigionia nei gulag della
Kolyma, durante gli anni peggiori del ‘Terrore’
staliniano. Mi sono fatto forza, riprendendo il
cammino col pollice in fuori verso la ‘terra pro-messa’: Magadan, la porta dell’orrore.
Oro e ricchezze. Valle dell’Eden ed Eldorado allo
stesso tempo. Solo che qui non siamo nel selvag-gio West. Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, in
arte Stalin si era fatto accecare dalla ricchezza del
sottosuolo siberiano. Due piccioni con una fava:
‘Mi vendico di chi non la pensa come me, spe-dendolo al confino, e invece di farlo invecchiare in
una prigione lo uso per scavare le ricche mon-tagne della Kolyma e per costruire la strada tra
Magadan e Jakutsk’. Nel 1953, con la morte prima
di Stalin poi di Lavrentij Berija, e con l’avvento di
Nikita Kruscev a capo del Politburo, le atrocità
senza precedenti dei gulag vengono disvelate al
mondo. Ma la durezza nei campi di lavoro per
estrarre risorse utili a Mosca resta. L’era della cor-sa all’oro. Sorgono magicamente nuove città, na-scono miniere, centrali termoelettriche. Poi la
corsa rallenta e si ferma. E sul terreno restano le
macerie. Quelle di una società allo sbando.
La Siberia della Kolyma, oggi, sta conoscendo
un’inversione paurosa. Le cittadine e i villaggi si
svuotano, sul posto restano i monconi della pro-duzione passata. Gli esempi non mancano. Ka-dykchan, prospera cittadina a 800 km a nord-ove-st di Magadan: nel 2008 l’ultimo residente ha ab-bandonato l’agglomerato urbano.
A Kadykchan arrivo in un ventilato pomeriggio
d’inizi agosto. A piedi, rincorso dai soliti nugoli di
zanzare aggressive. Durante i gelidi mesi inver-nali, da novembre a febbraio, la taiga viene avvolta
da una morsa di ghiaccio. Le temperature scen-dono a valori inimma-ginabili (il record è di
-77°). Tutto si perpe-tua, in attesa del disge-lo. Quando i raggi sola-ri riescono ad infiltrar-si, a scaldare e a scio-gliere lo strato di per-mafrost, restano infini-te distese naturali e ac-quitrini paludosi. Ter-reno fertile per insetti
che si muovono a loro
agio su una terra ino-spitale per l’uomo. A
Kadykchan ci sono solo
loro. E il silenzio. Sem-bra di stare a Pripyat, la
città evacuata l’indo -mani della catastrofe
nucleare di Chernobyl,
nel 1986. I palazzoni a
stecca (tipici dell’archi -tettura sovietica) sono
Sessant’anni fa, con
la morte di Stalin,
il periodo più buio dell’univer -so concentrazionario. Milioni
di condannati furono portati
nella tundra a morire per sfrut-tare le ricchezze sotto il suolo
gelato. Adesso il ricordo
di quell’epopea resta
nel paesaggio e nelle macerie
Quel che resta dei Gulag
Viaggio nella Kolyma
che congela gli orrori
NELLA SIBERIA ESTREMA SORSERO I LAGER PIÙ INUMANI DELL’ “A RC I P E L AG O ” RIVELATO AL MONDO
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
AU TO -STO P
Duemilatrecento chilometri lungo la
“Strada delle Ossa”, che attraversa le fo-reste della Russia orientale, tra passaggi
di camionisti e rifugi di fortuna
IL FAR (W)EST
La Kolyma è vasta circa 3
milioni di chilometri, circa 10
volte l’Italia, e rappresenta il
Far West sovietico. Fin dal
1919 il regime di Lenin inizia
a imprigionare gli oppositori
politici nei campi di detenzio-ne e di confino zarista; poi
con l’avvento di Stalin e del
periodo più feroce delle pur-ghe (a varie fasi dal ‘33 al
‘38) il Cremlino crea l’“a rc i -pelago Gulag” il sistema di
campi di lavoro che sfruttano
le ricchezze naturali. Decine
di milioni di persone verrano
mandate per terra e per mare
in Siberia, condannate a 5,
10, 15 anni con l’articolo 58,
c o n t r o r ivo lu z i o n a r i o
rimasti in piedi, vuoti e disabitati. I balordi della
zona hanno fatto razzia di infissi, mobili e oggetti
lasciati dalle famiglie in fuga. Manufatti sfondati,
carcasse di auto, negozi svuotati, il palazzo co-munale orfano pure dell’effigie in marmo, dei
parchi giochi sono rimasti solo scheletri arrug-giniti. Giro tra i condomìni, immaginando il tran
tran quotidiano a Kadykchan, quando le utenze
erano attive e le strade brulicavano di vita. Ora
restano i fantasmi e il vento che sferza il deserto
d’erba, acqua e cemento.
Prima di Kadykchan di strada ne ho bruciata pa-recchia. Dall’arrivo all’aeroporto di Jakutsk una
mattina di fine luglio. Via, su una chiatta per sol-care le acque della Lena, il fiume che ha dato il
nome al leader della Rivoluzione d’Ottobre, Vla-dimir Ulianov Ilic Lenin. Di nuovo sulla terra fer-ma, a Nizhny Bestyakh, dove parte la strada della
Kolyma. Un autostop tira l’altro. Il primo a ti-rarmi su è un camionista armeno, Kagi. Dopo 80
km, nel villaggio di Tumul, mi lascia nelle mani di
Volodia, russo di Irkutsk. Lo scoglio della lingua
sta già mietendo vittime. Trovare qualche anima
in grado di parlare inglese è e sarà un’impresa.
Durante una sosta Volodia allestisce il necessario
per la merenda del tardo pomeriggio: caffè scal-dato su un fornelletto a gas, salsicciotti, cetrioli,
pane e gallette. Sarà l’unico pasto del giorno, l’ul -timo me lo avevano servito hostess in livrea sul
volo da Mosca.
PRIMA LE BOTTE AL “TAG I KO ” POI LE PACCHE
SULLE SPALLE
Giunti a Curapca, circa 200 km a est di Jakutsk, le
nostre strade si dividono. Decido di andare avanti,
nonostante si siano fatte le 11 della sera. Poco dopo
cerco rifugio in un deposito di legname all’aperto e
mi infilo nel sacco a pelo. Prima notte. Quella in-terrotta da un risveglio da incubo, quando i miei
tratti somatici mi hanno fatto passare per un ta-giko. Una parentesi nera, risolta senza troppi dan-ni, a parte una ferita al labbro superiore e tanta
paura.
Rimasto solo, scaricato dall’auto dei quattro gio-vani violenti, non ho alcun ripensamento: si va
avanti. Dall’alba inizio il cammino verso Khan-dyga, 250 km a est. Impiego 12 ore. Due terzi le
passo sulle rive del fiume Aldan, un mare piut-tosto, in attesa di una chiatta per l’altra parte. Un
autoarticolato con rimorchio è finito in acqua.
Tanta solidarietà tra colleghi non sortisce alcun
risultato. Ore di attesa sotto il sole e l’afa. Infine
arriva la chiatta giusta. Per non pagare il passaggio
mi aggrego a Dimitri e Vladimir, viaggiano con un
fuoristrada e sono diretti a Magadan. Khandyga
ha poco da offrire. Una mensa per cenare alla buo-na e una locanda per crollare in un sonno pro-fondo. Fuori le macerie umane di un agglomerato
grigio e sporco, costellato dalle tubazioni di acqua
e gas che sembrano ponti. Impossibile ficcarle sot-to terra, lo strato di permafrost lo impedisce, così
come impedì, a suo tempo, di erigere i palazzi con
le normali fondamenta. Meglio poggiare la strut-tura su dei pilastri di cemento.
Il giorno dopo, a tarda sera, giungo a Kyubeme, o
meglio, alla sua stazione di servizio. Mi ci hanno
portato gli occupanti di un eroico furgone Uaz.
Vanno a lavorare in una fabbrica di Magadan.
Quindici ore per coprire 300 km di strada, tra gua
sti, forature e soste forzate. Consumato un pasto
frugale, loro ripartono; trovo ospitalità in un ex
serbatoio della benzina trasformato in alloggio di
fortuna. Kyubeme è lì, a due chilometri, ma non
esiste più. Come per Kadychan, gli abitanti, senza
più lavoro e prospettive, hanno preferito traslo-care, lasciandosi dietro la desolazione. Un fiume
reso impetuoso dalle piogge della sera mi impe-disce di arrivarci. Poi incontro Ivan, l’uomo della
provvidenza. Ucraino, è uno degli addetti del can-tiere che sta realizzando il ponte sul fiume. Mi rac-coglie, mentre scruto deluso il greto, e mi conduce
nel loro quartiere generale: “Mangia, poi ti por-teremo di là”. Ci vuole il mitico camion Ural, con-dotto da Yegor, un colosso buono, per guadare. A
Kyubeme il mondo si è fermato 6 anni fa. Restano
palazzi sventrati e un solo abitante, Igor: “Ora è
fuori a pesca - mi dice Ivan indicandomi la ca-panna dove abita -, vive come un selvaggio, ma è
innocuo”.
Oltre Kyubeme raggiungo, sempre in autostop, il
villaggio di Tomtor: il ‘Polo del Freddo’. Da queste
parti i rilevatori meteo registrano temperature as-surde. Mi torna in mente un passaggio del testo di
Salamov, quando scriveva “quello stesso gelo che
trasformava in ghiaccio uno sputo”. Tomtor, un
pugno di casette basse, un caffè specializzato nel
servire vodka e poco altro. Potrei raggiungere Ka-dychan direttamente, ma il vecchio percorso della
M56 non lo consente più. Tocca tornare indietro e
salire fino alla inospitale cittadina di Ust-Nera, se-de di una dozzina di miniere, bagnata dal fiume
Indigirka. Molte le analogie con Khandyga, l’ar -chitettura, le enormi tubazioni sospese in aria, fab-briche in abbandono. In fondo a uno stradone c’è
un enorme monumento dedicato ai caduti della II
Guerra Mondiale. Ogni centro abitato ne ha uno.
La Russia, enorme granaio e immenso serbatoio di
giovani soldati da mandare al macello.
Fino ad ora è andata bene coi passaggi in autostop.
A Ust-Nera l’incantesimo svanisce. Oltre c5 ore ai
margini del centro abitato, sotto un acquazzone,
assediato da zanzare impermeabili. Il desiderio di
lasciare il centro più a nord del mio viaggio, è tale
che, in un atto di pura follia inizio a andare a piedi:
5, 10, 15 chilometri, incurante degli orsi bruni che
affollano la taiga. Mi raccoglie per primo un ca-mioncino che conduce gli operai di una miniera al
lavoro. Tornato solo nel nulla, ecco transitare un
suv. Una famiglia russo-mongola, genitori e 3
bambini, sta rientrando a Magadan. Vengo siste-mato dietro assieme ai giochi dei piccoli. Prossima
fermata Kadykchan e gli spettri della città morta.
CAMIONISTI UBRIACHI SU STRADE DI FANGO
VERSO GIACIMENTI D’ORO E CITTÀ MORTE
Jagodnoe, Susuman, Debin, Elgen, Detrin, Ser-pentinka, Orotukan. Si entra nel cuore dei gulag.
Centinaia di luoghi dove lavori forzati, condizioni
terribili e morte hanno regnato. Oggi di quei siti
restano sparute tracce. L’Unione Sovietica prima,
glasnost compresa, la Russia di Eltsin e Putin poi,
hanno nascosto agli occhi del mondo la vergogna
epocale. Ora che il sogno dorato sta crollando, sot-to la cenere non resta nulla, solo agglomerati ur-bani, simili nel loro tragico destino: scomparire
presto dalle mappe, come Kyubeme, Kadykchan,
Artik o Bolshevik. Fino a quando non resterà più
nulla: “Resta solo Magadan - mi raccontano An-dreij e l’ennesimo ‘Dima’, diminutivo di Dimitrij,
giovani ingegneri della Caterpillar, il colosso ame-ricano del movimento terra - il resto sta collas-sando. Presto non ci sarà più lavoro, chissà, magari
toccherà anche a noi emigrare verso occidente.
No, ormai qui nessuno parla più dell’orrore dei
gulag, è tabù. I nostri nonni e, in parte, i nostri
genitori ricordano bene quel periodo. Sono rima-sti segnati”.
Macinando chilometri in sella a bisonti della stra-da o furgoni scassati, il mio viaggio prosegue. In
mezzo notti trascorse nella maniera più incredi-bile. E gratuita. Ospitato in un alloggio sociale a
Myaundzha, grazie all’ennesimo ‘sconosciuto’ in -contrato per strada e incuriosito da quest’uomo
barbuto con uno zaino in spalla. A Debin, dopo il
primo gancio con due vecchietti seduti su una
panchina, finisco nella baracca degli operai che
stanno costruendo il nuovo ponte a doppia cam-pata sul mitico fiume Kolyma. Di giorno mi of-frono un alloggio, un pasto caldo e una generosità
commovente; di sera, di ritorno dal bar, li ritrovo
consumati dall’alcol, i volti tirati, irriconoscibili.
C’è chi piange, chi urla, sono molesti, altri sem-plicemente sprofondano nel sonno. Tirano fuori il
peggio di se stessi. Provate a trascorrere sei mesi di
fila in un buco inospitale, tutti i giorni al lavoro,
con l’unica alternativa di attaccarsi alla bottiglia
per annegare le pene.
Una piccola deviazione e raggiungo Ust-Omchug.
Un tempo, quando la città contava 15mila abitan-ti, si chiamava Zlata Gorsk: la città dell’oro. Oggi è
rimasto solo un quinto degli abitanti, mezza città è
distrutta e l’oro non scorre più. A 20 chilometri si
trova uno dei rari siti della memoria pressoché in-tatti: Butugychag, considerato il principale campo
di detenzione e di lavoro. I prigionieri, oltre che
per la fatica, la fame e gli incidenti, morivano an-che di tumore, visto che la miniera attigua con-servava grossi giacimenti di uranio. Restano dei
manufatti, difficili da raggiungere per i pochi vi-sitatori interessati, e un museo a Ust-Omchug, ric-co di testimonianze e di foto.
La tappa conclusiva è dietro l’angolo e la missione
si chiama Magadan. L’ultimo passaggio in auto-stop - Ust-Omchug/Magadan, 210 km - si rivela il
più ostico. Alla 7a ora di vana attesa, ecco mate-rializzarsi l’ennesimo Kamaz, la carrozzeria a pez-zi. Al volante un relitto umano supportato da un
compare messo peggio di lui. Mi turo il naso e
bado al sodo: devo raggiungere Magadan entro la
sera. Roman ed Evghenij, il primo guida, il secon-do svolge varie funzioni: passare birre e sigarette al
conducente e attivare il tergicristalli. Roman, in
effetti, nella mano destra tiene sempre qualcosa,
solo con la sinistra accarezza il volante. Mi accol-gono con entusiasmo, offrendomi subito una bir-ra. Viste le esperienze passate, cerco di assecon-darli, di non irritarli. In 8 ore di viaggio, di birre
loro ne spazzolano 13 a testa. Temo per la mia
incolumità lungo i viscidi, tortuosi sterrati di
montagna. In cima a un passo, ennesima sosta:
“Vuoi sparare un colpo?”. Roman tira fuori un fu-cile in ottime condizioni, scende e inizia a colpire
la montagna, mentre Evghenij se la ride. . Più tardi
Roman estrarrà pure una pistola
ad aria compressa, iniziando a
sparare pallini d’acciaio contro
cartelli stradali, lapidi sul ciglio
della strada, quadrupedi, volati-li. Solo alle dieci, stanco e teso,
scorgo il cartello che aspettavo
da settimane: Magadan. Roman
si ferma in una piazzola di sosta:
“Dormiamo qui, se mi becca la
polizia, con l’alcol che ho bevu-to, sono guai. Buon viaggio tu-rista italiano”.
Prima fu realizzato il porto, nel
1937; due anni dopo venne inau-gurata la cittadina di Magadan.
Più che una città un villaggio di
pescatori, baracche e capanne di
legno tirate su lungo il costone a
picco sul mare. Seduto sulla
punta del molo in pietra, dove in
15 anni via mare sono arrivati
milioni di prigionieri vittime
delle ‘purghe’ (secondo gli sto-rici i morti della Kolyma supe-rano i 2 milioni), do le spalle alla
baia di Ochotsk e all’Oceano Pa-cifico. Osservo il panorama am-mantato di nebbia. Chiudo gli
occhi e cerco di immaginare i
pensieri delle vittime sacrificali,
giunte a Magadan da Vladivo-stok e ancor prima a bordo dei
convogli ferroviari da tutta
l'Urss. I primi erano detenuti co-muni, criminali. Quindi fu la
volta di presunti sabotatori, con-trorivoluzionari, dissidenti. Tra
questi anche scrittori come, ap-punto, Salamov e Solgenitsin.
Riapro gli occhi. A occidente c’è
un fiorente porto container, a si-nistra il bacino mercantile. Oggi
Magadan si è sviluppata oltre il
costone, al di là della collina im-mersa nella nebbia. Una città vi-va, pulsante. In cima alla collina
parte la ‘Strada della Kolyma’, il
Chilometro Zero, da cui si dipa-navano i collegamenti verso i ba-cini minerari e i gulag della re-gione. Per condannare il perio-do dell’orrore, il governo russo
se l’è cavata con poco: la Ma-schera del Dolore. Un monolite
in pietra eretto su una delle colline attorno a Ma-gadan, lontano da occhi indiscreti, immerso in un
campo magnetico tra antenne tv e telefoniche.
È finita. Il viaggio è ai titoli di coda. La paura del
risveglio a Curapca è un pallido ricordo, al punto
da strapparmi un sorriso. Siberia e siberiani, poi,
hanno mostrato il loro volto migliore, fatto di
grande generosità. Cammino a piedi per una doz-zina di chilometri, calpestando l’origine della
‘Strada delle Ossa’, rendendo onore ai morti che
l’hanno costruita, baciandone l’asfalto irregolare.
Ora è tempo di salire sul bus diretto all’aeroporto,
50 km a nord, nel borgo di Sokol.
Tin-tin, tin-tin. 1 messaggio ricevuto: ’Salve, è la
sua agenzia. Le hanno cancellato il volo da Ma-gadan. Cerchi di cavarsela da solo’. Sono le 5 del
mattino e mancano 3 ore al check-in
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