mercoledì 18 settembre 2013

19/7/13 - La resa degli OGM

È l’inizio di una ritirata strategica: la Monsanto, colosso
delle biotecnologie agricole, rinuncia a chiedere alla Ue
nuove autorizzazioni per prodotti modificati
geneticamente.Nient’altro che la logica della domanda
e dell’offerta: l’esercito di chi vuole prodotti “Ogm-free”
è diventato troppo grosso per non tenerne conto



FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
I
l segnale più chiaro l’ho ricevuto dal mio supermercato. Whole
Foods, a Columbus Circle, nel seminterrato sotto il grattacielo di
Cnn TimeWarner. Da mesi ha lanciato una campagna contro gli
organismi geneticamente modificati (Ogm). All’insegna della
trasparenza, e per restituire al consumatore la piena sovranità
nelle sue scelte. Dunque, non è una messa al bando vera e propria, ma
una campagna-verità: le etichette indicano in bella evidenza quando
in un alimento sono presenti degli ingredienti che contengono Ogm.
Sembra un piccolo passo, invece è una rivoluzione. Per capirlo bisogna
unire questo segnale ad altre due novità. Una, è la decisione del colos-
so Usa Monsanto — la regina globale degli Ogm — di rinunciare a chie-
dere altre autorizzazioni in Europa per allargare i raccolti autorizzati a
usare sementi manipolate geneticamente (unica eccezione quella re-
lativa al mais Mon810: per l’appunto proprio quello la cui coltivazione
viene vietata in questi giorni, con apposito decreto, in Italia). NEW YORK
L’
altra novità è l’i-niziativa di di-versi Stati Usa di
imporre per leg-ge l’etichettatu-ra obbligatoria. Fino a non molto
tempo fa, per l’Agrobusiness
americano iniziative come quel-la di Whole Foods, o di Stati come
il Maine, Connecticut e Vermont,
erano l’equivalente di una di-chiarazione di guerra.
La Monsanto, i suoi lobbisti, i
parlamentari Usa che servono i
suoi interessi, sarebbero stati
pronti a boicottare perfino il
grande negoziato Usa-Ue sulle li-beralizzazioni (Transatlantic In-vestment and Trade Partner-ship), se gli europei si fossero in-testarditi a inserirvi delle clausole
di informazione obbligatoria su-gli Ogm nelle etichette dei pro-dotti di consumo. Ora è in casa
propria, sul mercato degli Stati
Uniti, che la Monsanto perde col-pi sull’etichettatura obbligatoria.
La sua rinuncia a chiedere nuove
autorizzazioni nel settore agrico-lo europeo, è l’ultimo segnale di
quello che assomiglia all’inizio di
una ritirata strategica.
La campagna di Whole Foods
colpisce al cuore gli Ogm, senza
dover passare attraverso un di-vieto puro e semplice. Il protago-nista di questa offensiva è signifi-cativo. Whole Foods è il gigante
della grande distribuzione “bio”
negli Stati Uniti. Le due città dove
ha avuto il massimo successo, so-no quelle con la più forte concen-trazione di élite salutiste: New
York e San Francisco. Qui a
Manhattan il suo ipermercato
più grande, a Union Square, è in-vaso a tutte le ore da una folla di
giovani, studenti, turisti. A San
Francisco il punto vendita più ce-lebre è sulla California Avenue vi-cino al capolinea dei tram a cre-magliera. Icona del salutismo
chic, progressista e benestante,
Whole Foods ha una proprietà
capitalistica molto tradizionale.
Il suo  chief executiveè un repub-blicano militante. Il  suo quartier
generale è in Texas, la roccaforte
della destra Usa. Ma l’ideologia è
una cosa, il business un’altra.
Whole Foods ha successo perché
ha capito la forza del suo messag-gio, una versione americana dello
Slow Food: mangiare sano per sta-re bene, curare le filiere, garantire
la genuinità del prodotto, mettere
al bando pesticidi e insetticidi e
ogni altro inquinamento chimico
dei raccolti. È la filosofia “organic”,
che conquista i ceti medioalti, le
nuove generazioni, gli americani
in lotta contro l’obesità e in fuga
dal junk-food. Whole Foods ha ca-pito che impugnare la bandiera
della trasparenza sugli Ogm
rafforza la sua credibilità presso
questo segmento di clientela ad al-to potere d’acquisto, bene infor-mata, diffidente verso l’Agrobusi-ness. Da qualche settimana,
quando vado a fare la spesa perfi-no il sacchetto di carta riciclabile in
cui i cassieri di Whole Foods mi
mettono frutta e verdura, ha stam-pato sopra uno slogan colorato
che pubblicizza la nuova iniziativa
sugli Ogm. L’informazione e`
un’arma implacabile, e Monsanto
lo sa. Una volta che indichi con
chiarezza al cliente dell’ipermer-cato la presenza di Ogm su un pro-dotto, sale la probabilità che l’ac-quirente scelga l’alternativa “sen-za” anche se costa di più.
La conseguenza è ineluttabile.
Fino a qualche anno fa la Monsan-to pensava di poter mobilitare la
Casa Bianca (ai tempi di George
Bush) e il Congresso di Washing-ton, per piegare le obiezioni degli
europei, o di alcune forze radicali
nelle nazioni emergenti (vedi l’In-dia dove la battaglia anti-Ogm si ri-volge anzitutto agli agricoltori).
Ora è negli Stati Uniti che l’indu-stria agroalimentare comincia a
battere in ritirata: silenziosamen-te, produttori grandi e piccoli han-no ritirato dal commercio alcuni
alimenti con Ogm per sostituirli
con alternative “convenzionali”.
Connecticut, Vermont e Maine
sono tre Stati piccoli e politica-mente progressisti. Ma le loro ini-ziative legislative per rendere ob-bligatoria l’etichettatura traspa-rente sugli Ogm, stanno facendo
scuola. 20 altri Stati Usa hanno av-viato l’iter per l’introduzione di
normative analoghe. Tra gli agri-coltori americani, che sono i clien-ti della Monsanto poiché ne ac-quistano le sementi, è iniziata la
corsa a procurarsi le nuove certifi-cazioni di qualità “non-Ogm”. Lo
stesso vale per le aziende grandi e
piccole di prodotti alimentari.
Un caso tipico è quello della
ThinkThin (traduzione: «pensa
magro»), l’azienda che produce
merendine salutiste per sportivi
col marchio Crunch. Per quel tipo
di prodotto, è essenziale avere ac-cesso alla rete distributiva di Who-le Foods. Ma per vendere meglio
sugli scaffali dei supermercati
Whole Foods, conviene poter esi-bire il certificato che garantisce
l’assenza di Ogm dagli ingredienti
delle merendine Crunch: che con-tengono cereali integrali, zucche-ro, noci e nocciole. E così la chief
executive di Crunch, Lizanne Fal-setto, ha passato ai raggi X la lista
dei suoi fornitori, esigendo che
fossero a prova di Ogm, poi si è
messa in coda per i controlli delle
società di certificazione come la
Non-Gmo Project di Megan West-gate, che rilasciano il marchio di
qualità “Ogm-free” per garantirne
l’assenza. Funziona in questo mo-do la catena virtuosa del contagio,
un movimento che si sta amplifi-cando, e costringe sulla difensiva
Monsanto dove se l’aspettava me-no: a casa sua. La “Non-Gmo
Project” sta ricevendo richieste di
certificati al ritmo di 300 al mes Questa dinamica di mercato si
riflette fedelmente sui prezzi delle
materie prime più diffuse. Una
commodity agricola di base come
la soya, due anni fa si vendeva con
un sovrapprezzo di un dollaro a
bushel per la qualità senza gli Ogm;
oggi quel sovrapprezzo è raddop-piato a due dollari, trascinato al
rialzo dall’aumento della do-manda di consumo per il prodot-to non manipolato geneticamen-te. Per il mais il sovrapprezzo è
balzato da 10 a 75 centesimi. An-che qui la logica della domanda e
dell’offerta è implacabile e gioca
contro la Monsanto: più cresce
l’esercito dei consumatori che
vogliono la versione senza Ogm,
piu` agli agricoltori conviene col-tivare quella perché si vende ad
un prezzo migliore.
Che questo cominci ad accade-re negli Stati Uniti è clamoroso.
L’avanzata della Monsanto e di al-tri colossi delle manipolazioni ge-netiche era stata implacabile fino
in tempi recenti, al punto che l’an-no scorso circa il 90% delle quattro
maggiori derrate agricola Usa —
mais, soya, canola e barbabietola
da zucchero — erano il prodotto di
sementi con gli Ogm. E sulla mi-noranza di coltivazioni conven-zionali (certificate senza Ogm),
quasi tutte servivano per rifornire
mercati di esportazione “preve-nuti”, come quello europeo. Ades-so, un altro moltiplicatore del
cambiamento sta venendo dal
fronte delle carni. Anche gli alleva-tori sono sotto pressione per forni-re bistecche di manzo “libere” da
Ogm: a loro volta chiedono forag-gi e alimenti per il bestiame con
quella certificazione di qualità.
Monsanto scopre di avere com-battuto per molti anni la sua batta-glia su un terreno non decisivo: la
sua strategia consisteva nel pro-durre un fuoco di sbarramento di
studi scientifici (spacciati come
indipendenti, quasi sempre da lei
finanziati) per dimostrare l’insus-sistenza di danni alla salute deri-vanti da Ogm. Ma questa è diven-tata una battaglia quasi margina-le, di fronte al verdetto di una fascia
di consumatori. Che adottano,
istintivamente, un loro “principio
di precauzione”. Per ora Monsan-to può consolarsi con il fatto che la
rivolta anti-Ogm è un fenomeno
tipico dei consumatori più ricchi e
avveduti sui mercati occidentali.
Viceversa l’America latina conti-nua ad essere uno sbocco eccel-lente per le sementi manipolate.
Ma in un altro gigante emergente,
la Cina, la Monsanto ha comincia-to a incontrare difficoltà e resi-stenze. Un segnale in più, che l’at-mosfera sta cambiando.



Q
uante Europe ci sono? Più d'una, sicuramente. E bisogna sta-re attenti a non generalizzare, e a non lasciarsi demoralizzare
quando qualcosa non prende la piega desiderata, perché
qualcuna di quelle Europe funziona, e anche benino, sicché
è lecito coltivare qualche speranza sul fatto che possano, le
Europe che funzionano, contagiare un po' le altre. Questa volta ha funzio-nato l'Europa dei cittadini. Sono già 8 gli Stati Membri che hanno scelto la
clausola di salvaguardia a proposito di Ogm (a proposito: che aspettiamo noi
italiani?) e in questa situazione la Monsanto ha deciso che non vale la pena
insistere, anche perché più insiste e più il titolo in Borsa perde colpi. Non ci
dobbiamo dispiacere se le motivazioni di una grande azienda multinazio-nale sono eminentemente economiche. Non dobbiamo pretendere che la
Monsanto diventi sensibile alla tutela della biodiversità o alla protezione
della salute pubblica. La Monsanto non è contraria alla biodiversità né è av-versa alla salute pubblica. La Monsanto ha un obiettivo: fare soldi. Per que-sto si dedica agli Ogm. Non per prese di posizione di carattere ambientalista
o filosofico. E per la stessa ragione rinuncia agli Ogm se i soldi non arrivano.È
semplice. E ci dice quanto po-tere — ovvero quanta respon-sabilità — sta nelle mani di chi
acquista o non acquista i pro-dotti delle multinazionali.
Sicché qui stiamo: la Monsanto rinun-cia alle richieste di autorizzazione su
nuovi prodotti Ogm. Ne aveva parecchie
in attesa, ma si è stufata. Questa è una
vittoria di tutte quelle associazioni che
da anni insistono nel fare comunicazio-ne presso i consumatori e presso i deci-sori politici, chiedendo che vinca la cau-tela, il buon senso, la tutela della biodi-versità, la difesa della sovranità alimen-tare (che è sovranità nel mangiare e nel
coltivare) dei popoli.
Sulla scorta delle considerazioni di cui
sopra non ha ritirato — visto che da quel-la fonte i soldi continuano ad arrivare —
la richiesta di rinnovo dell’autorizzazio-ne sul Mon810, un tipo di mais. Questo
non è un dettaglio. Sia perché stiamo par-lando del mais Ogm più coltivato nel no-stro continente, sia perché questo ele-mento mette a nudo la presenza di una di
quelle Europe invece funzionano meno.
L’autorizzazione al Mon810 in Europa è
del 1998. Quindici anni fa. Mentre è di po-chi giorni fa un decreto interministeriale
che nel nostro paese vieta la coltivazione
proprio di quel mais, che, secondo le più
recenti evidenze scientifiche, si presenta
come un rischio per l’agrobiodiversità.
Adesso sarà interessante vedere se quel-l’Europa rinnoverà l’autorizzazione sul
Mon 810. Perché il divieto che il nostro pae-se ha imposto si basa anche sulle valuta-zioni dell’Efsa. E l’Efsa è una agenzia euro-pea che si occupa di sicurezza alimentare.
Sicché se l’Unione europea decidesse di
rinnovare l’autorizzazione al Mon 810 do-vrebbe farlo grazie a una qualche straordi-naria acrobazia logica che le consentisse di
dire di sì in considerazione delle stesse va-lutazioni sulla base delle quali gli Stati stan-no dicendo di no. Staremo a vedere. Ma, ri-peto, se l’Europa dei cittadini e degli Stati
membri è già riuscita a contaminare un po’
l’Europa dei Mercati, forse qualcosa di
buono ne potrebbe uscire. Perché se è ve-ro che fino ad oggi l’Unione dei Mercati
non ha mai osato mettersi di traverso sulla
questione degli Ogm, è anche vero che quei
mercati d’altro non son fatti che da cittadi-ni. I quali non “consumano”, ma mangia-no. E quando mangiano vogliono sentire
che nel cibo ci sono territori, culture, salu-te, bellezza, futuro, giustizia e gusti. Non
vogliono lo stesso tipo di mais in Spagna, in
Italia e in Francia. Quella roba lì, la lasciano
ai “consumatori”: che infatti con le loro
scelte alimentari consumano, senza rico-stituirli, territori, culture, salute, bellezza,
futuro, giustizia e gusto. I cittadini sanno
che se anche gli Ogm non fossero una mi-naccia (ma purtroppo lo sono) per la bio-diversità, per l’ambiente e per la libertà, re-sterebbe il fatto che gli Ogm sono un cibo
senza storia, senza racconto, senza iden-tità, senza contenuto. Senza senso. E se al
cibo togliamo il senso, il sentimento, fini-remo per perderlo anche noi.

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