lunedì 23 settembre 2013

23/7/13 - Vedere è sapere ecco il mondo con gli occhiali di Google

FEDERICO RAMPINI
NEW YORK
I
n mezzo alla folla dei turisti, sono
il mutante venuto dal futuro. Ho
poteri extrasensoriali che non
immaginate. Posso parafrasare
l’androide di Blade Runner: «Ve-do cose che voi umani…». Ma sono ge-neroso: quello che osservo con i miei
occhi diventa un video da condividere
all’istante, basta che io mi accarezzi
con la punta delle dita sopra la tempia e
subito la mia esperienza sensoriale di-venta vostra, parte via email o per te-lefonino e arriva agli amici, ai parenti, ai
colleghi. Anche le vostre risposte scor-e la notizia m’interessa,
a domanda una voce
femminile mi legge l’in-tero articolo. E ora ho
voglia di trovare il risto-rante sushi più vicino: mormoro
la mia richiesta, il maggiordomo
digitale che ho incorporato sopra
la mia fronte mi fa apparire d’in-canto la mappa del quartiere, gli
indirizzi dei sushi-bar, le recen-sioni e le stelline che hanno sulle
guide gastronomiche.
Sto provando Google Glass, gli
occhiali che potrebbero aprire la
prossima rivoluzione tecnologi-ca. Il condizionale è d’obbligo,
non voglio farmi manipolare dal-la formidabile macchina di
marketing del colosso california-no. Secondo alcuni degli invento-ri visionari che hanno partorito
questo gadget, l’occhiale onnipo-tente potrebbe soppiantare tutto
ciò che conosciamo: rendere inu-tili d’un sol colpo computer, ta-blet, smartphone. Tutte le loro
funzioni vengono incorporate e
smaterializzate in questo micro-sensore, diventano eteree, scor-rono davanti ai miei occhi su un
mini-schermo trasparente che
solo io vedo. Potrei essere libera-to per sempre da ogni altro
hardware, buttar via gli oggetti
materiali. Ogni forma di comuni-cazione, d’informazione, di spet-tacolo, può apparire d’incanto davanti ai miei occhi, occupare
un angolino del mio orizzonte, a
comando, per poi sparire dal mio
campo visivo quando non ne ho
più bisogno. Il mio test, un’ante-prima esclusiva (Google Glass
non esiste ancora in commercio),
ho deciso di farlo non dentro un
laboratorio ma nel mondo reale.
Passeggio in uno dei miei quartie-ri preferiti di Manhattan, sulla Hi-gh Line. Ex ferrovia merci soprae-levata, un tempo serviva l’area in-dustriale del Meatpacking Di-strict, dove c’erano mattatoi e
fabbriche per l’inscatolamento
della carne. Ora dell’archeologia
industriale restano tracce elegan-ti in un quartiere divenuto ultra-modaiolo: showroom, ristoranti
e discoteche. La High Line si è tra-sformata in giardino pensile, lun-ga passeggiata panoramica con
vedute su Soho e Chelsea da una
parte, il fiume Hudson e il New
Jersey dall’altra. Un luogo ideale
per il mio “collaudo”. Uno degli
usi più ovvii di Google Glass, e uno
dei suoi punti di forza, è come so-stituto di ogni videocamera com-presa quella dello smartphone. Il
vantaggio c’è. Non devo fermar-mi a prendere un gadget, fissare
l’immagine, e quindi distrarmi da
quel che sto facendo. No, l’attività
del filmare diventa un prolunga-mento naturale, spontaneo della
mia visione.
Google Glass si declina al sin-golare non per una forzatura
grammaticale; in effetti non è
neppure un occhiale intero. È una
montatura senza lenti. Leggera,
serve solo a sorreggere quel mi-cro-visore (micro-sensore, mi cro-schermo) che racchiude in sé
tutte le funzioni, e mi si “apre” co-me una finestrella, un minuscolo
televisore che solo io vedo: in alto
a destra, devo guardare un po’ al-l’insù, eccolo in sovraimpressio-ne sull’orizzonte, quasi alla peri-feria del mio campo visivo. Un
bambino di 10 anni imparerebbe
a usarlo in due minuti, presumo;
a me ne servono venti per impra-tichirmi. I comandi sono sempli-ci, a base di colpetti leggeri con la
punta delle dita, o strisciatine, ca-rezze: il polpastrello del mio indi-ce destro sfiora l’asticella della
montatura per spegnere, accen-dere, selezionare le funzioni, atti-vare ogni operazione che deside-ro. Tra le opzioni più usate, le pri-me che lo schermo mi propone
appena lo accendo, ci sono ovvia-mente i software di casa Google, il
motore di ricerca, le mappe, You-Tube, il traduttore automatico.
Dal Chelsea Market (dove un
turista italiano mi osserva stupe-fatto) gli ordino: «Portami alla Hi-gh Line». Una volta sopra la pas-seggiata pensile, comincio a fil-mare il paesaggio oltre il fiume
Hudson. Filmo, mi accarezzo la
tempia e lui capisce: voglio spedi-re quell’immagine. Mi offre le op-zioni di mandare il video come al-legato a un sms o a una email. Ben
presto Glass — appena 40 minuti
e siamo passati a chiamarci col
nome di battesimo — memorizza
le mie abitudini, la carrellata di
opzioni che sfilano sullo schermo
sono le operazioni che io faccio
più spesso. Vista la folla di italiani
che passeggiano sulla High Line
collaudo il traduttore con un
esercizio semplice: «Say Hello in
Italian». «Ciao», mi suggerisce.
Avremo il tempo per esercizi
complicati, trabocchetti e tranel-li. Comincio da cose facili, muo-vendomi nella mia città, ma intui-sco quanto più prezioso potrebbe
essere questo gadget se stessi cer-cando di orientarmi in una me-tropoli che non conosco, Buenos
Aires o Lagos. Sogno di viaggiare nel Sichuan e parlare il dialetto lo-cale grazie a quel minuscolo “tra-pianto” sulla mia fronte, che mi
suggerisce le parole giuste, i toni,
la pronuncia.
Sogno, o incubo? Google Glass
ci renderà tutti più liberi o ancora
più schiavi? Gli strateghi di Goo-gleplex a Mountain View (Califor-nia) hanno pronta la risposta.
Questo occhiale è l’esatto contra-rio di una tecnologia intrusiva, di-cono. Oggi, per consultare le no-stre email o sms ci estraniamo
continuamente, derubiamo della
nostra attenzione gli amici e i fa-miliari, incolliamo lo sguardo al
display del telefonino. Diventia-mo maleducati, distratti, egocen-trici, solipsisti. Google Glass rap-presenta l’esatto contrario, pro-seguono i suoi creatori: ti libera.
Torni ad essere il padrone della
tua attenzione. Passeggi, guardi,
ti concentri sul tuo interlocutore,
lo ascolti fissandolo negli occhi.
Quando proprio senti il bisogno
di controllare le ultime email, ti
accarezzi quell’asticella, com-paiono e poi scompaiono. La di-strazione è minima, torni ad esse-re il padrone del tuo tempo. Non
devi trasportare apparecchi, l’in-tero cyber-spazio, la “nuvola” di-gitale dello scibile umano (Wiki-pedia, moderne biblioteche di
Alessandria, giornali e tv) è pron-ta ad apparire davanti al tuo
sguardo quando la chiami tu. Ec-co, il suo fascino vero: l’idea che
l’intero universo di Internet di-venta portatile al punto da essere
una finestra, anzi una serie di fi-nestre, che apri e chiudi in un an-golo dei tuoi occhi, chiamando in
tuo aiuto la potenza del cyber-spazio ogni volta che devi consul-tare lo scibile umano.
Le prestazioni di Google Glass
sono potenzialmente infinite.
Non a caso le poche migliaia di
prototipi in collaudo sono presta-ti soprattutto a inventori, che pos-sono escogitare le applicazioni
(app) da cui dipenderà il successo
di questo apparecchio. Alcune ono in collaudo presso utenti
con esigenze particolari. Una
neo-mamma, che può esplorare
tutti i modi con cui l’occhiale le
consente di essere al 100% atten-ta al suo neonato, senza perdere
l’occasione di immortalarne le
prime gesta su video, e mandarle
istantaneamente ai nonni. Una
disabile che ha perso l’uso delle
mani. Un artista. Uno sportivo.
Google sollecita critiche, suggeri-menti, idee, da ogni bisogno
umano, da ogni settore di attività.
Difetti? Tanti, anche se non so
valutare se siano legati alla versio-ne ancora iniziale. Dopo un paio
d’ore, mi stufo di scrutare quel-l’angolo in alto a destra, alla lunga
ho l’impressione di essere a un
esame dall’oculista (ovviamente
posso sempre togliermi l’occhia-le, mica l’hanno trapiantato sot-topelle: non ancora). La luce ab-bagliante del sole estivo, ogni tan-to “acceca” lo schermo, come ac-cade peraltro al display di un cel-lulare. Il dialogo con Google è un
po’ rigido in termini di accenti,
una mia accompagnatrice asiati-ca fa fatica a farsi capire. Infine,
per ora Google Glass ha bisogno
di uno smartphone come “cen-tralina” nelle vicinanze, non ha
potenza sufficiente da solo. Tutti
problemi che immagino risolvi-bili, col tempo e con la creatività
degli inventori di app.
Altre obiezioni sono più so-stanziali. Molti temono un’ulte-riore attacco alla privacy di cia-scuno di noi. Soprattutto i Vip, ov-viamente. Ve l’immaginate per
un attore o un cantante o un poli-tico, l’incubo di uscire la sera al ri- torante nell’era di Google Glass?
Quando al tavolo vicino tutti co-minceranno a filmarlo e a man-dare in giro i video? Altre possibi-lità per la pirateria: difficile se-questrarti un micro-sensore così
discreto, all’ingresso di un con-certo dei Rolling Stones. Per un
biglietto comprato, cento tuoi
amici vedrebbero, in diretta, lo
stesso spettacolo. Inoltre conti-nuano a scarseggiare ricerche
mediche conclusive e convincen-ti, sugli effetti di tutte queste onde
elettromagnetiche. Tenere un
sensore ubicato in semiperma-nenza sulla fronte, vicino al cer-vello, un giorno forse sarà consi-derato una pazzia. I film degli an-ni Cinquanta sono pieni di medi-ci che consultano il paziente fu-mandogli una sigaretta in faccia.
Oggi li guardi sbalordito e ti chie-di: ma erano davvero tutti inco-scienti?
Per adesso, una certezza posi-tiva. Google Glass allo stadio di
prototipo funziona perfettamen-te per rimorchiare. In una metro-poli sofisticata e scafata come
Manhattan, che non si stupisce
mai di nulla, dove una celebrity
passeggia senza che nessuno la
guardi, Google Glass ha il suo fa-scino sugli astanti. Molti ti fissa-no, ti fanno domande. Larry Elli-son, padrone di Oracle, esibisce
Glass passeggiando sulla Quinta
Strada. Le top model di Diane von
Furstenberg li hanno indossati al-l’ultima sfilata. Si aspetta la ver-sione della montatura firmata Ar-mani, Prada e Fendi 



 

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