lunedì 23 settembre 2013

Addio al 27 lo stipendio arriva sempre in ritardo

È
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita man-dano avanti l’ospedale
Fatebenefratelli sull’Isola tibe-rina, nel cuore di Roma. Ed è dal
1977 che Salvatore De Santis
entra quasi ogni giorno in sala
operatoria per preparare i pa-zienti e assistere i chirurghi.
Nell’ultimo anno però c’è stata
una novità. Quando De Santis e
i suoi colleghi inseriscono una
protesi all’anca o asportano un
tumore del volto, due specializ-zazioni della casa di cura, non
sanno quando saranno pagati.
L’unica certezza è che il salario
non arriverà più oggi. Il 27 del
mese è scomparso: fra le mura
rinascimentali sul Tevere la
chirurgia resta precisa e pun-tuale, tutto il resto invece non lo
è più. Il contagio dei ritardi di
pagamento sugli stipendi e i sa-lari dei dipendenti, un virus che
sta silenziosamente corroden-do il tessuto della società italia-na, è penetrato fino all’antica
isola dei Papi. È
DAL 1583 che i frati di San
Giovanni Calibita manda-no avanti l’ospedale Fate-benefratelli sull’Isola tiberina,
nel cuore di Roma. Ed è dal 1977
che Salvatore De Santis entra
quasi ogni giorno in sala opera-toria per preparare i pazienti e
assistere i chirurghi. Nell’ultimo
anno però c’è stata una novità.
Quando De Santis e i suoi colle-ghi inseriscono una protesi al-l’anca o asportano un tumore
del volto, due specializzazioni
della casa di cura, non sanno
quando saranno pagati. L’unica
certezza è che il salario non arri-verà più oggi. Il 27 del mese è
scomparso: fra le mura rinasci-mentali sul Tevere la chirurgia
resta precisa e puntuale, tutto il
resto invece non lo è più. Il con-tagio dei ritardi di pagamento
sugli stipendi e i salari dei dipen-denti, un virus che sta silenziosa-mente corrodendo il tessuto del-la società italiana, è penetrato fi-no all’antica isola dei Papi.
A 59 anni De Santis fatica a abi-tuarsi all’incertezza, anche se
non ha un mutuo da pagare. «Ma
per molti colleghi è più difficile»,
ammette. I frati hanno prima ri-negoziato la data di accredito del
salario dal 27 al 5 del mese suc-cessivo, poi i bonifici hanno pre-so ad arrivare, a volte, con altri
otto o dieci giorni di ritardo. Dai
medici agli uscieri, i dipendenti
iniziano a essere catturati dal-l’ansia ogni volta che si avvicina
la fine del mese: la Regione Lazio
paga il Fatebenefratelli sempre
più tardi e Unicredit ormai rifiu-ta ai frati le linee credito a sca-denza di oltre sei mesi.
LA MONETA LENTA
A cascata, in questa Italia in
cui la moneta circola sempre più
lentamente, saltano le date dei
mutui, gli affitti, le bollette degli
infermieri e dei medici. C’è an-che a chi va peggio di così, in ve-rità. E non è solo il fatto che negli
ospedali del San Raffaele, il
gruppo degli Angelucci, i ritardi
sono generalizzati e arrivano a
90 giorni per esempio a Cassino.
Perché ciò che accade è qualco-sa di più ampio e diffuso: quasi
ovunque in Italia, da Nord a Sud,
in quasi tutti i settori legati ai pa-gamenti dello Stato, si trovano
lavoratori che hanno scoperto
l’incertezza. Per loro il 27 del me-se, la data simbolo della busta
paga, è diventato un giorno di
tensione, delusioni e espedienti
per tirare avanti.
Il fenomeno è così nuovo che
non sembrano esistere statisti-che per catturarlo. Ma qua e là
anche i dati, non solo gli aneddo-ti, ne rivelano la portata. In Sici-lia una miriade di piccoli comu-ni sotto i 5000 abitanti è indietro
negli stipendi ai dipendenti da
quando è stato introdotto il fede-ralismo fiscale ed è stata sospesa
la prima rata dell’Imu, l’imposta
municipale sugli immobili. La
provincia di Vibo Valentia non
paga gli impiegati da quattro
mesi e, stima Luciano Belmonte
della Cisl, nel settore edile in Ca-labria un addetto su tre vanta ar-retrati dalla propria impresa. In
provincia di Torino l’anno scor-so quasi mille persone (più 26%
sul 2011) si sono dimesse «per
giusta causa», un modo per otte-nere un sussidio quando l’azien-da smette di versare i compensi.
A Roma il 10% dei casi dell’ufficio
vertenze Cgil riguarda stipendi e
salari versati in parte o niente af-fatto. Una grande impresa edile
appaltrice dell’Anas come Im-presa Spa non viene pagata dal
committente e, accusa la Cgil, da
tre mesi non paga i suoi 700 ad-detti. Sempre nella capitale, si
diffondono progressivamente i
pagamenti dilazionati degli sti-pendi e dei salari anche nell’i-struzione pubblica e privata: il
Comune di Roma non paga per
tempo gli asili nido convenzio-nati, che a loro volta non pagano
le maestre; centinaia di supplen-ti della scuola pubblica lamenta-no alla Cgil ritardi nei compensi
dovuti da parte del provvedito-rato agli Studi; e all’università La
Sapienza, anch’essa statale,
cento ricercatori con contratti a
tempo determinato non vengo-no remunerati da otto mesi.
GLI ESEMPI DI MOROSITÀ
Ma soprattutto, gli esempi di
morosità abbondano dalla Sici-lia alla pianura padana fra le mu-nicipalizzate: la SoriCal calabre-se, che distribuisce l’acqua nella
regione, è indietro dei sei mensi-lità; e in provincia di Messina
non si trova uno solo dei 1200 ad-detti ai rifiuti urbani o ai traspor-ti pubblici che sia stato remune-rato regolarmente negli ultimi
otto mesi.
In parte sarà probabilmente
solo l’altra faccia dei mancati pa-gamenti dello Stato alle imprese,
i famosi quasi cento mi-liardi di arretrati. Qualunque ne
sia la causa, Natalina Condò ha
varcato la soglia della finanziaria
Agos Ducato in via Chiesa della
Salute a Torino e ha cercato di fa-re i conti con i tassi d’interesse di
un prestito per poter pagare l’af-fitto. Natalina Condò, 53 anni, fa
le pulizie nell’ospedale Maria
Vittoria di Torino per conto di
una ditta appaltatrice di nome
Etr Reunion Group. Prima era un
impiego a tempo pieno, poi ne-gli ultimi anni anche lei è entrata
nella schiera del milione di ita-liani passati (involontaramente)
al part-time dal 2008 ad oggi. A
un certo punto, spiega con l’ac-cento calabrese che non ha per-so dopo mezzo secolo di vita a
Torino, iniziano le sorprese: con
due o tre giorni di ritardo le ven-gono accreditati dalla ditta solo i
due terzi del salario, 440 euro; il
resto dopo altre due settimane.
«È sempre così», constata.
SPENDING REVIEW FAMILIARE
Facile capire il perché. La Asl
di Torino è in ritardo di paga-mento su Etr Reunion di almeno
otto mesi su un totale di debiti da
quasi un milione e l’azienda non
è abbastanza capitalizzata — e
non trova credito in banca — per
stipendiare normalmente i di-pendenti. Con un marito in sca-denza di assegni di mobilità, Na-talina Condò inizia la sua perso-nale spending review, come la
chiama il governo (che non l’ha
ancora fatta): rinvia alcune visite
mediche, anche per il cuore, ri-duce il consumo di carne a una
sola volta la settimana e varca la
porta della Agos Ducato per ri-negoziare un prestito già acceso
da 4.000 euro. La finanziaria,
controllata dal gruppo francese
Crédit Agricole, senza che lei lo
richieda le consegna una carta di
credito revolving da cui può
prendere i soldi per sostenere la
rata mensile del finanziamento
precedente. A che tassi d’inte-resse? «Zero virgola qualcosa...
Non ricordo bene», dice.
Per l’esattezza, il credito al
consumo della Agos Ducato co-sta il 10,90% l’anno ma la carta
revolving arriva al 16,50%. Cré-dit Agricole invece si è finanziato
presso la Bce per cinque miliardi
di euro a scadenza di tre anni a
un tasso variabile fra l’1% e lo
0,5% annui.
LA CATENA DEL CREDITO
Così funziona la catena ali-mentare del credito nell’Italia
del 2013, un paese strozzato dal
contagio della moneta lenta.
Non pagando le imprese, di fatto
lo Stato impone loro un prestito
forzoso a interessi zero a proprio
vantaggio. A loro volta le impre-se impongono lo stesso tipo di
trattamento ai propri dipenden-ti, trattenendo e ritardando la
paga senza pagare gli interessi di
mora. E sempre più spesso i di-pendenti senza stipendio, l’ulti-mo anello della catena, chiudo o il cerchio rivolgendosi alle fi-nanziarie che hanno accesso al-la Bce a tassi quasi zero ma chie-dono loro tassi d’interesse a
doppia cifra.
A Messina accanto al Vittorio
Emanuele, il magnifico teatro ri-sorgimentale della città, c’è una
filiale della finanziaria Com-pass, gruppo Mediobanca. Il
teatro è coperto di lenzuoli di
protesta («tante promesse e solo
bugie, ce ne ricordemo») perché
la Regione è sempre in ritardo
nel versamento degli stipendi al
personale. Fuori il traffico in
strada è come impazzito: l’Atm,
la municipalizzata dei trasporti,
non paga gli autisti da aprile e an-che per questo motivo circola
meno di metà degli autobus esi-stenti.
Dentro la sede della Compass
invece regnano la calma e l’ordi-ne. L’impiegata risponde con
cortesia a chi le chiede un finan-ziamento da 5.100 euro: prima il
tasso d’interesse totale (Taeg)
era al 9% ma adesso è salito al
16,87%, mentre per la carta di
credito revolving siamo al
17,87%, circa l’1,4% al di sotto
della soglia del tasso di usura.
Mediobanca si è finanziata alla
Bce per 7,5 miliardi a meno
dell’1% a tre anni in Bce. Que assi alla clientela non sono un
po’ cari? «Dobbiamo tenere con-to del rischio — risponde l’im-piegata — . Vengono molti stata-li a chiederci un prestito, perché
hanno arretrati sullo stipendio.
Ma per noi un posto nel settore
pubblico non rappresenta più
una garanzia».
NON PAGATI DA DICEMBRE
Per Francesco Bertuccelli, 58
anni, dal 1988 impiegato nei ser-vizi sociali a Messina per 1.100
euro al mese, il cerchio in qual-che modo si è chiuso. La Coope-rativa Europa per la quale lavora
assi ste gli anziani per conto del
Comune. Il problema è che lui e
gli altri 130 colleghi non sono
pagati da dicembre perché la
giunta non salda gli arretrati (in
precedenza l’azienda aveva
usato le liquidazioni accumula-te per stipendiarli). Bertuccelli
ha due figli e un mutuo, dunque
ha dovuto prendere un prestito
di 11 mila euro al Banco Posta a
circa il 10% di interessi. In sinte-si: un ramo dello Stato non paga
la sua azienda, che non paga lui,
che deve chiedere un prestito a
un ramo dello Stato come Ban-co Poste, che pratica tassi in-sopportabili. In primavera
Cooperativa Europa per un me-se ha smesso di funzionare, ma
Bertucelli ha continuato a visi-tare gli anziani ogni giorno a
spese proprie. «Ci sono novan-tenni fermi a letto che hanno la-vorato tutta la vita, qualcuno
dovrà pur cambiarli una volta al
giorno — dice lui, sedendo nel-la sede della Cisl di Messina — .
Ma questo per favore non lo
scriva: sembra di voler fare l’e-roe»

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