lunedì 2 settembre 2013

Nelle mani Parigi

 francesi ci vendono il gas
per la cucina  e l’acqua
che arriva in casa
Hanno messo un’ipoteca
su Alitalia e un piedino
nelle ferrovie diventando
partner industriali di Italo
Parmalat ha la testa
a Parigi e la grande
distribuzione deve seguire
Auchan. Ora accelerano
comprando marchi
di lusso. Ecco perché



A
llons enfants de l’Italie . Anche il
povero Inno di Mameli, ormai,
inizia a tremare. I galletti di
Francia hanno rialzato la cresta.
E a 7 anni dalla dolorosissima
(per loro) sconfitta contro gli azzurri nella
finale dei Mondiali di calcio 2006 — corre-data dalla testata piena di frustrazione di
Zinedine Zidane a Marco Materazzi — sono
partiti, com’è successo tante volte nella sto-ria, alla conquista dell’Italia. L’esercito, al-l’alba del terzo millennio, serve a poco. Ba-stano i soldi. E così, un’acquisizione alla
volta, la premiata (e un po’ acciaccata) dit-ta Belpaese Spa rischia di diventare una
provincia dell’impero industriale di Parigi.
La scalata di Louis Vuitton Moet Hennesy
(Lvmh) al cashemere di Loro Piana, l’ultimo
trofeo tricolore dei cugini d’Oltralpe, è solo
l’ennesimo capitolo di una silenziosa colo-nizzazione iniziata due secoli fa. Quando
Napoleone — accolto come un liberatore
dalle nostre parti — si è riportato a Parigi da
Venezia, come souvenir della campagna
d’Italia, i quattro leoni di Bronzo della Basi-lica di San Marco. Oggi non è cambiato
niente. Lo Stivale è diviso da mille campa-nili, debole e in crisi. E lo shopping dei con-quistatori transalpini, «molto più bravi di
noi a far sistema» come spiegano papali pa-pali Sergio e Luigi Loro Piana, continua sen-za incontrare resistenza ventola il tricolore —
ma quello blu, bianco e
rosso — sul latte che
beviamo ogni mattina
(Parmalat) e sui super-mercati dove facciamo la spesa
(Carrefour e Auchan). I francesi
ci vendono il gas per la cucina e
lo scaldabagno (Edison) e l’ac-qua che esce dal rubinetto di ca-sa nostra. Hanno messo un’ipo-teca con Air France sulla cloche
di Alitalia e un piedino, anzi un
piedone, nell’alta velocità dove
Sncf — le ferrovie transalpine —
sono partner industriali di Italo.
«Siamo l’Europa Unita, le na-zioni non contano più» è il man-tra di chi, come Andrea Illy, pro-va a gettare acqua sul fuoco. I nu-meri però fanno lo stesso im-pressione: delle 437 grandi
aziende tricolori finite all’estero
tra il 2008 e il 2012 almeno il 15%,
secondo Kpmg, sono finite nel-l’orbita di Parigi. E questa Opa
“strisciante” sta vivendo la sua
apoteosi nel mondo dorato del-le griffe, una delle ultime eccel-lenze industriali della penisola:
Lvmh, Pinault & C. hanno già
messo le mani, staccando asse-gni da favola, su un bel po’ di
marchi di casa nostra (Bulgari,
Gucci, Fendi, Bottega Veneta,
Pomellato, Pucci e Acqua di Par-ma). E ora, ciliegina sulla torta, ci
hanno soffiato persino il panet-tone, comprandosi per una
montagna di euro la storica pa-sticceria Cova, cuore dolce di via
Montenapoleone.
«Siamo alle solite — dice ri-dendo l’economista Jean-Paul
Fitoussi — . L’Italia non può
piangere di tutto e poi anche del
suo contrario! Prima ci si lamen-ta perché non ci sono investi-menti esteri diretti. Poi, quando
arrivano, si piange lo stesso. Bi-sogna vedere il lato positivo del-la medaglia. Se c’è chi vuol com-prare le aziende del vostro Paese
vuol dire che siete ancora capa-ci di creare realtà attrattive effi-cienti». Possibile. E in effetti sul-l’asse dell’interscambio com-merciale tra Roma e Parigi non ci
possiamo lamentare: l’Italia —
come ha calcolato Marco Fortis,
professore dell’Università Cat-tolica di Milano — vanta un sur-plus commerciale «di 11,9 mi-liardi» con i cugini d’oltralpe. Se-gno che esportiamo molti più
beni (meccanica soprattutto) di
quanti ne importiamo.
Il problema però è il solito:
sarà che abbiamo «una Borsa
troppo asfittica», come sostiene
Fitoussi o che siamo un Paese di
«inguaribili individualisti», per
dirla con Andrea Buccellati, ma-nager dell’omonima griffe. Il ri-sultato è lo stesso: vinciamo a
mani basse con i francesi (e non
solo con loro) tutte le sfide nelle
categorie minori dai pesi piuma
in giù, quando sul ring salgono le
piccole e medie imprese. Ma
perdiamo per ko sul fronte dei
pesi massimi, dove — assicura-no gli esperti — si giocano le sfi-de decisive della globalizzazio-ne. Un dato: nella classifica  For-tune delle prime 500 aziende
mondiali, quelle italiane sono
solo nove contro le 32 transalpi-ne. E tra le prime 50 la sconfitta è
ancora più secca: cinque a uno,
con l’Eni rimasta da sola a difen-dere con i denti l’onore dei gi-ganti di casa nostra.
Come mai? «Merito — spiega
Fitoussi — del capitalismo di re-lazioni». Qui in Italia l’abbiamo
declinato in senso stretto. Nel
senso che è servito per decenni a
fare gli interessi di un club esclu-sivo riunito attorno a Enrico
Cuccia e a pochi (e spesso squat-trinati) imprenditori. Con i risul-tati in molti casi disastrosi che
oggi sono sotto gli occhi di tutti.
«Per noi invece è stata una bene-dizione», dice l’economista. Le
partite si vincono in 11. E Parigi è
da sempre molto più squadra di
noi. «Abbiamo in regia un capi-tano e regista indiscusso: lo Sta-to», dice l’economista. In campo
anche come giocatore, visto che
ha ancora in portafoglio parteci-pazioni per 660 miliardi, 90 dei
quali in società quotate: la posta,
le ferrovie, ma anche il 15% di Re-nault, l’88,8% di Areva (nuclea-re), l’84,5% di Edf (che da noi ha
scalato Edison), il 38,9% di Gdf-Suez (azionista di Acea), il 16% di ir France, il 15,1% di Eads, quo-te intorno al 30% di giganti della
difesa come Safran o Thales.
A far camminare queste azien-de e i maggiori colossi privati ci
pensa poi il resto della squadra
della Francia Spa. Una riedizione
virtuosa (almeno per Parigi) del
capitalismo di relazione, fatta di
manager cresciuti assieme nei
ranghi dell’Ena, la scuola di pub-blica amministrazione naziona-le, e sostenuti nelle loro avventu-re imprenditoriali da un sistema
bancario privatizzato ma ancora
sensibilissimo alla moral suasion
della politica. Affiancati poi in un
groviglio armonioso da uno Stato
(questa volta nel ruolo di arbitro)
pronto a riscrivere a proprio uso e
consumo, quando serve, le rego-le del gioco. Ne sanno qualcosa i
pochi “condottieri” italiani (e
non solo loro) che negli ultimi de-cenni hanno porvato a mettere il
naso nell’Esagono per comprare
un’azienda. Gianni Agnelli, che
pure da queste parti era di casa,
non è riuscito a bersi l’acqua Per-rier. La contraerea dell’estabili-shment parigino ha affondato
l’assalto dell’Enel a Suez. Piccole
Waterloo che non hanno rispar-miato nemmeno giganti ben più
attrezzati di noi. Chi tocca la Fran-cia (e le sue aziende) rischia di
scottarsi le dita. Il governo — tra le
proteste e i distinguo della Ue —
ha stilato una lista di undici setto-ri strategici (tra cui difesa ed elet-tronica) dove i margini di mano-vra per ope ostili è pressoche nul-lo. Contro questo muro di gom-ma sono rimbalzate la Novartis
(farmaceutica) quando ha prova-to a comprare la Sanofi, i tedeschi
della Siemens che avevano mes-so gli occhi sulla Alstom o persino
la Pepsi Cola pronta a scalare la
Danone. E quando non bastano
le regole entra in nome del pub-blico interesse, lo Stato in perso-na. Appena la General Mills ame-ricana ha provato a comprarsi gli
yogurt della Yoplait, si è trovato
tra i soci il Fondo strategico tran-salpino (pubblico) messo di sen-tinella dall’Eliseo per evitare de-localizzazioni di impianti. Ar-gomento delicatissimo in un
paese dove la manifattura pesa
solo per il 10% (contro il 29%
della Germania) sul valore ag-giunto dell’economia.
Mal comune, insomma, mez-zo gaudio. Certo, i tempi in cui le
squadre di Serie A facevano
shopping nella Ligue 1 portan-dosi via i gioielli transalpini come
Michel Platini e lo stesso Zidane
sono lontani. Come quelli in cui
Pesenti e Montedison scalavano
Ciments Francais e Beghin Say.
Oggi, anzi, è il Paris Saint Ger-main (Psg) che ci ruba Cavani e
Verratti. Siamo però alla nemesi
storica. I Galletti fan la voce gros-sa a casa nostra. Ma a guardar be-ne (come dimostra l’addio re-centissimo alla tripla A) non sono
messi poi molto meglio del Bel-paese. Sul Psg, per dire, cosa che
sulla Senna ha fatto storcere il na-so a molti, sventola la bandiera
dei nuovi ricchi del Qatar, i Na-poleoni del terzo millennio. An-che la patria della Grandeur ha il
blasone un po’ appannato. E
non può nemmeno consolarsi
bevendo Champagne: il nuovo
re delle bollicine mondiali per
bottiglie vendute, lunga vita al-l’Italia, è il Prosecco. A Parigi, no-blesse oblige, sembra non esser-sene accorto nessuno…

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