NELLA SIBERIA ESTREMA SORSERO I LAGER PIÙ INUMANI DELL’ “A RC I P E L AG O ” RIVELATO AL MONDO
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
L
eggere I racconti delle Kolyma ha
cambiato la vita a molti. Ora,
mentre uno sgangherato Ka-maz, il tipico camion russo, sta
aggredendo i chilometri dell’o-monima strada attraverso la tai-ga siberiana, mi sento piccolo piccolo. Inadegua-to. Solo ieri mattina, al mio risveglio all’alba, seb-bene di alba in Siberia non si possa mai parlare a
causa della luce perenne in estate, quattro ragaz-zotti hanno pensato bene di usare la mia faccia
come il punching ball del luna park: “Sei un ta-giko”, e giù fendenti. Modo esaltante per iniziare
la giornata. Ubriachi fradici, obnubilati da alcol e
nazionalismo, mi hanno scambiato per un isla-mico. Non avevano interesse per il mio portafogli,
volevano solo menare le mani e far capire ai fo-restieri che lì, tra la Jacuzia e la regione di Ma-gadan, non c’è spazio
per gli indesiderati.
Benedetta è stata la mia
teatralità e il frontespi-zio del passaporto ita-liano per calmarli. Il
resto sono stati ab-bracci, scuse ripetute e
l’invito, accolto gioco-forza, per un passaggio
da Curapca verso
Khandyga, per farsi
perdonare.
Un contraccolpo che
avrebbe abbattuto un
bisonte, al primo gior-no del mio viaggio in
autostop lungo i 2.300
km della mitica Strada
della Kolyma, ribattez-zata ‘Strada delle Os-sa’, perché chi moriva
durante i lavori veniva
seppellito sotto la car-reggiata. Un esordio
simile avrebbe consi-gliato a chiunque di girare i tacchi di nuovo a oc-cidente, verso Jakutsk, e lì attendere la scadenza
del biglietto aereo. È in questo frangente che mi
sono sentito piccolo rispetto a Varlam Salamov.
Uno che ha sofferto davvero l’inferno in terra,
uno dei pochi in grado di raccontare le sue espe-rienze, difficili da comprendere per chi è abituato
ad una vita sedentaria. Scrittore sopraffino, famo-so per i racconti della sua prigionia nei gulag della
Kolyma, durante gli anni peggiori del ‘Terrore’
staliniano. Mi sono fatto forza, riprendendo il
cammino col pollice in fuori verso la ‘terra pro-messa’: Magadan, la porta dell’orrore.
Oro e ricchezze. Valle dell’Eden ed Eldorado allo
stesso tempo. Solo che qui non siamo nel selvag-gio West. Iosif Vissarionovich Dzhugashvili, in
arte Stalin si era fatto accecare dalla ricchezza del
sottosuolo siberiano. Due piccioni con una fava:
‘Mi vendico di chi non la pensa come me, spe-dendolo al confino, e invece di farlo invecchiare in
una prigione lo uso per scavare le ricche mon-tagne della Kolyma e per costruire la strada tra
Magadan e Jakutsk’. Nel 1953, con la morte prima
di Stalin poi di Lavrentij Berija, e con l’avvento di
Nikita Kruscev a capo del Politburo, le atrocità
senza precedenti dei gulag vengono disvelate al
mondo. Ma la durezza nei campi di lavoro per
estrarre risorse utili a Mosca resta. L’era della cor-sa all’oro. Sorgono magicamente nuove città, na-scono miniere, centrali termoelettriche. Poi la
corsa rallenta e si ferma. E sul terreno restano le
macerie. Quelle di una società allo sbando.
La Siberia della Kolyma, oggi, sta conoscendo
un’inversione paurosa. Le cittadine e i villaggi si
svuotano, sul posto restano i monconi della pro-duzione passata. Gli esempi non mancano. Ka-dykchan, prospera cittadina a 800 km a nord-ove-st di Magadan: nel 2008 l’ultimo residente ha ab-bandonato l’agglomerato urbano.
A Kadykchan arrivo in un ventilato pomeriggio
d’inizi agosto. A piedi, rincorso dai soliti nugoli di
zanzare aggressive. Durante i gelidi mesi inver-nali, da novembre a febbraio, la taiga viene avvolta
da una morsa di ghiaccio. Le temperature scen-dono a valori inimma-ginabili (il record è di
-77°). Tutto si perpe-tua, in attesa del disge-lo. Quando i raggi sola-ri riescono ad infiltrar-si, a scaldare e a scio-gliere lo strato di per-mafrost, restano infini-te distese naturali e ac-quitrini paludosi. Ter-reno fertile per insetti
che si muovono a loro
agio su una terra ino-spitale per l’uomo. A
Kadykchan ci sono solo
loro. E il silenzio. Sem-bra di stare a Pripyat, la
città evacuata l’indo -mani della catastrofe
nucleare di Chernobyl,
nel 1986. I palazzoni a
stecca (tipici dell’archi -tettura sovietica) sono
Sessant’anni fa, con
la morte di Stalin,
il periodo più buio dell’univer -so concentrazionario. Milioni
di condannati furono portati
nella tundra a morire per sfrut-tare le ricchezze sotto il suolo
gelato. Adesso il ricordo
di quell’epopea resta
nel paesaggio e nelle macerie
Quel che resta dei Gulag
Viaggio nella Kolyma
che congela gli orrori
NELLA SIBERIA ESTREMA SORSERO I LAGER PIÙ INUMANI DELL’ “A RC I P E L AG O ” RIVELATO AL MONDO
DA SOLGENITSIN E PRIMA DESCRITTO DA SALAMOV. D’INVERNO FA -70°, D’ESTATE IL NEMICO SONO
LE ZANZARE, TRA IL GIORNO ETERNO, RESTI DEI CAMPI DI PRIGIONIA E ALTRI CIMITERI INDUSTRIALI
AU TO -STO P
Duemilatrecento chilometri lungo la
“Strada delle Ossa”, che attraversa le fo-reste della Russia orientale, tra passaggi
di camionisti e rifugi di fortuna
IL FAR (W)EST
La Kolyma è vasta circa 3
milioni di chilometri, circa 10
volte l’Italia, e rappresenta il
Far West sovietico. Fin dal
1919 il regime di Lenin inizia
a imprigionare gli oppositori
politici nei campi di detenzio-ne e di confino zarista; poi
con l’avvento di Stalin e del
periodo più feroce delle pur-ghe (a varie fasi dal ‘33 al
‘38) il Cremlino crea l’“a rc i -pelago Gulag” il sistema di
campi di lavoro che sfruttano
le ricchezze naturali. Decine
di milioni di persone verrano
mandate per terra e per mare
in Siberia, condannate a 5,
10, 15 anni con l’articolo 58,
c o n t r o r ivo lu z i o n a r i o
rimasti in piedi, vuoti e disabitati. I balordi della
zona hanno fatto razzia di infissi, mobili e oggetti
lasciati dalle famiglie in fuga. Manufatti sfondati,
carcasse di auto, negozi svuotati, il palazzo co-munale orfano pure dell’effigie in marmo, dei
parchi giochi sono rimasti solo scheletri arrug-giniti. Giro tra i condomìni, immaginando il tran
tran quotidiano a Kadykchan, quando le utenze
erano attive e le strade brulicavano di vita. Ora
restano i fantasmi e il vento che sferza il deserto
d’erba, acqua e cemento.
Prima di Kadykchan di strada ne ho bruciata pa-recchia. Dall’arrivo all’aeroporto di Jakutsk una
mattina di fine luglio. Via, su una chiatta per sol-care le acque della Lena, il fiume che ha dato il
nome al leader della Rivoluzione d’Ottobre, Vla-dimir Ulianov Ilic Lenin. Di nuovo sulla terra fer-ma, a Nizhny Bestyakh, dove parte la strada della
Kolyma. Un autostop tira l’altro. Il primo a ti-rarmi su è un camionista armeno, Kagi. Dopo 80
km, nel villaggio di Tumul, mi lascia nelle mani di
Volodia, russo di Irkutsk. Lo scoglio della lingua
sta già mietendo vittime. Trovare qualche anima
in grado di parlare inglese è e sarà un’impresa.
Durante una sosta Volodia allestisce il necessario
per la merenda del tardo pomeriggio: caffè scal-dato su un fornelletto a gas, salsicciotti, cetrioli,
pane e gallette. Sarà l’unico pasto del giorno, l’ul -timo me lo avevano servito hostess in livrea sul
volo da Mosca.
PRIMA LE BOTTE AL “TAG I KO ” POI LE PACCHE
SULLE SPALLE
Giunti a Curapca, circa 200 km a est di Jakutsk, le
nostre strade si dividono. Decido di andare avanti,
nonostante si siano fatte le 11 della sera. Poco dopo
cerco rifugio in un deposito di legname all’aperto e
mi infilo nel sacco a pelo. Prima notte. Quella in-terrotta da un risveglio da incubo, quando i miei
tratti somatici mi hanno fatto passare per un ta-giko. Una parentesi nera, risolta senza troppi dan-ni, a parte una ferita al labbro superiore e tanta
paura.
Rimasto solo, scaricato dall’auto dei quattro gio-vani violenti, non ho alcun ripensamento: si va
avanti. Dall’alba inizio il cammino verso Khan-dyga, 250 km a est. Impiego 12 ore. Due terzi le
passo sulle rive del fiume Aldan, un mare piut-tosto, in attesa di una chiatta per l’altra parte. Un
autoarticolato con rimorchio è finito in acqua.
Tanta solidarietà tra colleghi non sortisce alcun
risultato. Ore di attesa sotto il sole e l’afa. Infine
arriva la chiatta giusta. Per non pagare il passaggio
mi aggrego a Dimitri e Vladimir, viaggiano con un
fuoristrada e sono diretti a Magadan. Khandyga
ha poco da offrire. Una mensa per cenare alla buo-na e una locanda per crollare in un sonno pro-fondo. Fuori le macerie umane di un agglomerato
grigio e sporco, costellato dalle tubazioni di acqua
e gas che sembrano ponti. Impossibile ficcarle sot-to terra, lo strato di permafrost lo impedisce, così
come impedì, a suo tempo, di erigere i palazzi con
le normali fondamenta. Meglio poggiare la strut-tura su dei pilastri di cemento.
Il giorno dopo, a tarda sera, giungo a Kyubeme, o
meglio, alla sua stazione di servizio. Mi ci hanno
portato gli occupanti di un eroico furgone Uaz.
Vanno a lavorare in una fabbrica di Magadan.
Quindici ore per coprire 300 km di strada, tra gua
sti, forature e soste forzate. Consumato un pasto
frugale, loro ripartono; trovo ospitalità in un ex
serbatoio della benzina trasformato in alloggio di
fortuna. Kyubeme è lì, a due chilometri, ma non
esiste più. Come per Kadychan, gli abitanti, senza
più lavoro e prospettive, hanno preferito traslo-care, lasciandosi dietro la desolazione. Un fiume
reso impetuoso dalle piogge della sera mi impe-disce di arrivarci. Poi incontro Ivan, l’uomo della
provvidenza. Ucraino, è uno degli addetti del can-tiere che sta realizzando il ponte sul fiume. Mi rac-coglie, mentre scruto deluso il greto, e mi conduce
nel loro quartiere generale: “Mangia, poi ti por-teremo di là”. Ci vuole il mitico camion Ural, con-dotto da Yegor, un colosso buono, per guadare. A
Kyubeme il mondo si è fermato 6 anni fa. Restano
palazzi sventrati e un solo abitante, Igor: “Ora è
fuori a pesca - mi dice Ivan indicandomi la ca-panna dove abita -, vive come un selvaggio, ma è
innocuo”.
Oltre Kyubeme raggiungo, sempre in autostop, il
villaggio di Tomtor: il ‘Polo del Freddo’. Da queste
parti i rilevatori meteo registrano temperature as-surde. Mi torna in mente un passaggio del testo di
Salamov, quando scriveva “quello stesso gelo che
trasformava in ghiaccio uno sputo”. Tomtor, un
pugno di casette basse, un caffè specializzato nel
servire vodka e poco altro. Potrei raggiungere Ka-dychan direttamente, ma il vecchio percorso della
M56 non lo consente più. Tocca tornare indietro e
salire fino alla inospitale cittadina di Ust-Nera, se-de di una dozzina di miniere, bagnata dal fiume
Indigirka. Molte le analogie con Khandyga, l’ar -chitettura, le enormi tubazioni sospese in aria, fab-briche in abbandono. In fondo a uno stradone c’è
un enorme monumento dedicato ai caduti della II
Guerra Mondiale. Ogni centro abitato ne ha uno.
La Russia, enorme granaio e immenso serbatoio di
giovani soldati da mandare al macello.
Fino ad ora è andata bene coi passaggi in autostop.
A Ust-Nera l’incantesimo svanisce. Oltre c5 ore ai
margini del centro abitato, sotto un acquazzone,
assediato da zanzare impermeabili. Il desiderio di
lasciare il centro più a nord del mio viaggio, è tale
che, in un atto di pura follia inizio a andare a piedi:
5, 10, 15 chilometri, incurante degli orsi bruni che
affollano la taiga. Mi raccoglie per primo un ca-mioncino che conduce gli operai di una miniera al
lavoro. Tornato solo nel nulla, ecco transitare un
suv. Una famiglia russo-mongola, genitori e 3
bambini, sta rientrando a Magadan. Vengo siste-mato dietro assieme ai giochi dei piccoli. Prossima
fermata Kadykchan e gli spettri della città morta.
CAMIONISTI UBRIACHI SU STRADE DI FANGO
VERSO GIACIMENTI D’ORO E CITTÀ MORTE
Jagodnoe, Susuman, Debin, Elgen, Detrin, Ser-pentinka, Orotukan. Si entra nel cuore dei gulag.
Centinaia di luoghi dove lavori forzati, condizioni
terribili e morte hanno regnato. Oggi di quei siti
restano sparute tracce. L’Unione Sovietica prima,
glasnost compresa, la Russia di Eltsin e Putin poi,
hanno nascosto agli occhi del mondo la vergogna
epocale. Ora che il sogno dorato sta crollando, sot-to la cenere non resta nulla, solo agglomerati ur-bani, simili nel loro tragico destino: scomparire
presto dalle mappe, come Kyubeme, Kadykchan,
Artik o Bolshevik. Fino a quando non resterà più
nulla: “Resta solo Magadan - mi raccontano An-dreij e l’ennesimo ‘Dima’, diminutivo di Dimitrij,
giovani ingegneri della Caterpillar, il colosso ame-ricano del movimento terra - il resto sta collas-sando. Presto non ci sarà più lavoro, chissà, magari
toccherà anche a noi emigrare verso occidente.
No, ormai qui nessuno parla più dell’orrore dei
gulag, è tabù. I nostri nonni e, in parte, i nostri
genitori ricordano bene quel periodo. Sono rima-sti segnati”.
Macinando chilometri in sella a bisonti della stra-da o furgoni scassati, il mio viaggio prosegue. In
mezzo notti trascorse nella maniera più incredi-bile. E gratuita. Ospitato in un alloggio sociale a
Myaundzha, grazie all’ennesimo ‘sconosciuto’ in -contrato per strada e incuriosito da quest’uomo
barbuto con uno zaino in spalla. A Debin, dopo il
primo gancio con due vecchietti seduti su una
panchina, finisco nella baracca degli operai che
stanno costruendo il nuovo ponte a doppia cam-pata sul mitico fiume Kolyma. Di giorno mi of-frono un alloggio, un pasto caldo e una generosità
commovente; di sera, di ritorno dal bar, li ritrovo
consumati dall’alcol, i volti tirati, irriconoscibili.
C’è chi piange, chi urla, sono molesti, altri sem-plicemente sprofondano nel sonno. Tirano fuori il
peggio di se stessi. Provate a trascorrere sei mesi di
fila in un buco inospitale, tutti i giorni al lavoro,
con l’unica alternativa di attaccarsi alla bottiglia
per annegare le pene.
Una piccola deviazione e raggiungo Ust-Omchug.
Un tempo, quando la città contava 15mila abitan-ti, si chiamava Zlata Gorsk: la città dell’oro. Oggi è
rimasto solo un quinto degli abitanti, mezza città è
distrutta e l’oro non scorre più. A 20 chilometri si
trova uno dei rari siti della memoria pressoché in-tatti: Butugychag, considerato il principale campo
di detenzione e di lavoro. I prigionieri, oltre che
per la fatica, la fame e gli incidenti, morivano an-che di tumore, visto che la miniera attigua con-servava grossi giacimenti di uranio. Restano dei
manufatti, difficili da raggiungere per i pochi vi-sitatori interessati, e un museo a Ust-Omchug, ric-co di testimonianze e di foto.
La tappa conclusiva è dietro l’angolo e la missione
si chiama Magadan. L’ultimo passaggio in auto-stop - Ust-Omchug/Magadan, 210 km - si rivela il
più ostico. Alla 7a ora di vana attesa, ecco mate-rializzarsi l’ennesimo Kamaz, la carrozzeria a pez-zi. Al volante un relitto umano supportato da un
compare messo peggio di lui. Mi turo il naso e
bado al sodo: devo raggiungere Magadan entro la
sera. Roman ed Evghenij, il primo guida, il secon-do svolge varie funzioni: passare birre e sigarette al
conducente e attivare il tergicristalli. Roman, in
effetti, nella mano destra tiene sempre qualcosa,
solo con la sinistra accarezza il volante. Mi accol-gono con entusiasmo, offrendomi subito una bir-ra. Viste le esperienze passate, cerco di assecon-darli, di non irritarli. In 8 ore di viaggio, di birre
loro ne spazzolano 13 a testa. Temo per la mia
incolumità lungo i viscidi, tortuosi sterrati di
montagna. In cima a un passo, ennesima sosta:
“Vuoi sparare un colpo?”. Roman tira fuori un fu-cile in ottime condizioni, scende e inizia a colpire
la montagna, mentre Evghenij se la ride. . Più tardi
Roman estrarrà pure una pistola
ad aria compressa, iniziando a
sparare pallini d’acciaio contro
cartelli stradali, lapidi sul ciglio
della strada, quadrupedi, volati-li. Solo alle dieci, stanco e teso,
scorgo il cartello che aspettavo
da settimane: Magadan. Roman
si ferma in una piazzola di sosta:
“Dormiamo qui, se mi becca la
polizia, con l’alcol che ho bevu-to, sono guai. Buon viaggio tu-rista italiano”.
Prima fu realizzato il porto, nel
1937; due anni dopo venne inau-gurata la cittadina di Magadan.
Più che una città un villaggio di
pescatori, baracche e capanne di
legno tirate su lungo il costone a
picco sul mare. Seduto sulla
punta del molo in pietra, dove in
15 anni via mare sono arrivati
milioni di prigionieri vittime
delle ‘purghe’ (secondo gli sto-rici i morti della Kolyma supe-rano i 2 milioni), do le spalle alla
baia di Ochotsk e all’Oceano Pa-cifico. Osservo il panorama am-mantato di nebbia. Chiudo gli
occhi e cerco di immaginare i
pensieri delle vittime sacrificali,
giunte a Magadan da Vladivo-stok e ancor prima a bordo dei
convogli ferroviari da tutta
l'Urss. I primi erano detenuti co-muni, criminali. Quindi fu la
volta di presunti sabotatori, con-trorivoluzionari, dissidenti. Tra
questi anche scrittori come, ap-punto, Salamov e Solgenitsin.
Riapro gli occhi. A occidente c’è
un fiorente porto container, a si-nistra il bacino mercantile. Oggi
Magadan si è sviluppata oltre il
costone, al di là della collina im-mersa nella nebbia. Una città vi-va, pulsante. In cima alla collina
parte la ‘Strada della Kolyma’, il
Chilometro Zero, da cui si dipa-navano i collegamenti verso i ba-cini minerari e i gulag della re-gione. Per condannare il perio-do dell’orrore, il governo russo
se l’è cavata con poco: la Ma-schera del Dolore. Un monolite
in pietra eretto su una delle colline attorno a Ma-gadan, lontano da occhi indiscreti, immerso in un
campo magnetico tra antenne tv e telefoniche.
È finita. Il viaggio è ai titoli di coda. La paura del
risveglio a Curapca è un pallido ricordo, al punto
da strapparmi un sorriso. Siberia e siberiani, poi,
hanno mostrato il loro volto migliore, fatto di
grande generosità. Cammino a piedi per una doz-zina di chilometri, calpestando l’origine della
‘Strada delle Ossa’, rendendo onore ai morti che
l’hanno costruita, baciandone l’asfalto irregolare.
Ora è tempo di salire sul bus diretto all’aeroporto,
50 km a nord, nel borgo di Sokol.
Tin-tin, tin-tin. 1 messaggio ricevuto: ’Salve, è la
sua agenzia. Le hanno cancellato il volo da Ma-gadan. Cerchi di cavarsela da solo’. Sono le 5 del
mattino e mancano 3 ore al check-in
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