mercoledì 18 settembre 2013

Cuba prove di capitalismo

Le coop coltivano la loro terra. I vip aprono nuovi negozi
E  lo Stato, questa volta, non c’entra nulla. “Cuba
non ha intenzione di vendere l’anima ma  serve qualche
correzione di rotta”, spiegano i leader. Che, con buona
pace di Fidel, sperano che l’embargo finisca presto



A RICETTA per far funzionare il socialismo cubano è nascosta fra i
fregi di centenarie macchine per cucire e le strisce colorate dei co-stumi per i praticanti della Santeria Yoruba, in un laboratorio tutto
bianco dell’Avana vecchia. Guillermo Rodriguez Noris, titolare del-la sartoria di articoli religiosi Oshun Lade, è un business man di nuo-va generazione, un imprenditore con le idee chiare: «Noi restiamo socialisti.
In fondo la differenza tra comunismo e capitalismo è solo nella distribuzione
dei redditi». Poco importa se la sartina lì accanto prende 160 pesos, meno di
otto dollari, mentre lui e sua moglie ne incassano tremila. Rodriguez mette su-bito le mani avanti: «No, no, questi sono conti incompleti: noi dobbiamo an-ticipare i soldi, magari i clienti ci saldano in ritardo, c’è da pagare le tasse…I
l governo dell’Avana lo garan-tisce già sulla strada dell’aero-porto con cartelli giganteschi:
«Le nostre riforme vogliono di-re più socialismo», parola del
presidente Raúl Castro. Il messaggio
è chiaro: Cuba non ha nessuna in-tenzione di vendere l’anima, gli ac-cenni timidi di economia di mercato
approvati nel sesto congresso del
Partito comunista non saranno un
passo verso la dannazione. E’ solo
necessaria qualche correzione di
rotta, visto che per ora l’Avana deve
fare affidamento sulle rimesse dei
cubani all’estero per pagare in valu-ta straniera l’ottanta per cento delle
risorse alimentari, per sfamare la po-polazione. La responsabilità di dirlo
a voce alta se la prende il vicepresi-dente Marino Murillo, guida della
commissione per le Riforme. Muril-lo, ex ministro dell’Economia, è una
figura in rapida ascesa. Ha indica-to chiaramente la direzione, an-che se i dettagli sono ancora poco
chiari. «Non cambia la struttura
della proprietà», dice Murillo,
«ma solo il modo di gestirla». Il
“come” sarà precisato man ma-no, con leggi ancora da varare, co-me il nuovo Codice del Lavoro, già
pronto ma ancora da sottoporre
al giudizio delle assemblee di ba-se.
Il passo più significativo è l’ac-celerazione su quello che all’Ava-na si chiama “settore privato”. So-no circa 430 mila lavoratori “per
conto proprio”, che non prendo-no lo stipendio dallo Stato. La ci-fra è ingannevole, perché non
chiarisce quanti “cuentapropi-stas” siano semplici dipendenti e
quanti, invece, piccoli imprendi-tori. In prima fila ci sono le stelle di
spettacolo e sport: Javier Soto-mayor, recordman mondiale di
salto in alto, ha aperto un bar
sportivo. Un nazionale di palla-volo ha inaugurato un ristorante
italiano. Hugo Morejon, divo del
salsa, un’officina. La dimensione
delle aziende non statali, per ora,
non può che essere molto limita-ta: le esenzioni fiscali sono riser-vate a chi assume non più di cin-que dipendenti. E’ un inizio timi-do, ma significativo per la società
cubana. «Il lavoro è stimolante.
Ma ci capita persino di essere sve-gliati durante la siesta per risolve-re problemi», si stupisce Olga
Hernandez, che ha aperto un ri-storante nel giardino di casa chia-mandolo La Moraleja, “La mora-le”, cioè la prova che i sogni alla fi-ne si realizzano.
Sullo sfondo delle aperture, il
ritornello è sempre lo stesso: l’in-teresse privato va bene, purché
conviva con quello pubblico. Sul
lungomare, i tassisti si fanno largo
fra gli sciami di ragazzi a passeg-gio, in cerca di turisti. Raúl, che
guida una Nissan di stato, ammet-te che il suo è un salario basso, ma
almeno è sicuro, anche in assenza
di clienti. Yuri, che da poco ha in-vestito i risparmi di famiglia in una
Chevrolet del 1952 con due milio-ni di chilometri e un motore Mit-subishi nuovo, è contento di lavo-rare solo per sé stesso. «Certo»,
sorride, «a volte è proprio fatico-so».
Per ora gli esperimenti di mer-cato sono boccate d’aria per i di-sastrati conti dell’isola, in attesa
che il nuovo Modello Economico
Cubano faccia partire la necessa-ria accelerazione sui settori più
deboli, l’agricoltura e l’edilizia. Il
70 per cento dei terreni agricoli, di
proprietà statale, è già in conces-sione a cooperative private, che
pagano con una congrua fetta del-la produzione. Ma non basta, per-ché la produttività è troppo bassa:
ci vorrebbero tecnologie, macchi-nari, investimenti. Chissà, se gli
Stati Uniti rimuovessero l’embar-go imposto negli anni Sessanta…
Il “Bloqueo” è ormai solo un ca-vallo di battagli dei repubblicani,
intenzionati a conservare i voti dei
più anticastristi fra gli esuli cuba-ni della Florida. Ma più che una
decisione politica, è una rappre-saglia, che negli anni ha finito per
rinsaldare il senso di appartenen-za dei cubani e ha persino fatto
sorvolare a molti le mancanze del
socialismo. Forse, senza l’orgo-glio di essere soli contro il gigante
americano, sarebbero in pochi a
parlare del governo chiamandolo
semplicemente “la revolución”.
Alla prospettiva di una situa-zione politica più distesa è legato
anche il progetto di Mariel, la zo-na di libero commercio nel nord
dell’isola, con il grande porto po-co lontano dalla costa statuniten-se, progettato con il sogno che fi-nalmente l’embargo finisca e la
zona diventi un centro di investi-menti internazionale. L’Avana
cerca freneticamente stranieri di  posti ad investire. Offre stabilità
politica, sicurezza, e soprattutto
manodopera con alto livello di
istruzione. In cambio, chiede so-stegno finanziario, tecnologie,
know how, compatibilità am-bientale. La prima a cercare part-ner è l’industria farmaceutica,
particolarmente robusta grazie
alla necessità imposte dall’em-bargo e celebrata persino da “Na-ture”, ma ormai arrivata al massi-mo delle possibilità in regime di
quasi autarchia. «Siamo all’avan-guardia nelle biotecnologie, ab-biamo individuato vaccini pre-ziosi e li vendiamo a mezzo mon-do. Adesso dobbiamo trovare so-ci che investano», dicono alla Bio-FarmaCuba, che raccoglie 130
istituti e laboratori di ricerca.
Ma per ogni parola di apertura,
c’è una precisazione: non ci sarà
un tradimento degli ideali. «Nes-suno deve restare indietro», sot-tolinea Ana Teresita Gonzalez, vi-ceministro degli Esteri. E’ vero, tra
le riforme annunciate da Murillo,
c’è anche il progetto di chiudere le
azienda statali non competitive. I
lavoratori, però, verranno sem-plicemente “trasferiti” in altri set-tori. In qualche modo, sembra
che il governo dell’Avana abbia
studiato per bene la storia del so-cialismo. Qui, lascia capire, non
succederà quello che è successo
con il collasso dell’Unione sovie-tica, la svendita selvaggia dei beni
collettivi, la povertà della maggio-ranza e la ricchezza arrogante di
pochi. Anche se Fidel Castro è an-ziano e malato, anche se Raúl ha
preso l’impegno di lasciar presto
spazio alle nuove leve, non c’è
fretta per il capitalismo. Si può af-facciare, ma è meglio se resta fuo-ri della porta. Le aziende stranie re sono benvenute, ma alle regole
locali.
Insomma, per ora niente glo-balizzazione, McDonald’s e Star-bucks non si affacceranno presto
sul lungomare Malecón. Questa
logica vale anche per il centro sto-rico dell’Avana, patrimonio del-l’umanità tutelato dall’Unesco,
in fase di restauro grazie agli aiuti
internazionali (con una quota an-che della Cooperazione italiana):
nessuno verrà sfrattato per lasciar
spazio alla speculazione. Qui l’al-fiere della nuova imprenditoria è
Gilberto Valladares Reina, per la
gente del quartiere “Papito”, cioè
“paparino”. Valladares è un arti-sta dei capelli: dalle acconciature
creative è passato a fondare un
museo della Barberia, un parco
giochi per bambini ispirato a for-bici e rasoi, una scuola per accon-ciatori battezzata “Fino all’ultimo
capello”. Lo stato non gli fa paga-re l’affitto dei locali, in un palazzo
del 1915 pieno di stucchi e dipinti
a olio, in cambio lui insegna il me-stiere ai ragazzi. «Presto aprirò
una scuola di gastronomia. Mi
piace lavorare per il mio Paese»,
dice Papito. E no, non ha nessuna
tessera del partito comunista.
Fra i vicoli e le piazze della Ava-na vieja, la convivenza dei due
mondi è semplice, perché le avanguardie del capitalismo sono
limitate ai banchetti di libri anti-chi, con opere di Victor Hugo rile-gate in pelle e album di figurine
sulla Rivoluzione cubana, in mez-zo ai ritratti delle icone nazionali: il
Che, Compay Segundo, Ernest
Hemingway. L’atelier degli orolo-giai di lusso Cuervo y Sobrinos pro-pone cinghiette originali a 270 dol-lari, e appena qualche isolato più
in là, gli scaffali spogli della carto-leria di stato, con una rara Pelikan
e polverose confezioni di carta da
lettere, ricordano quanto ancora
sia lunga la strada verso l’abbon-danza.



Austerità e business
così Raùl prepara
la controrivoluzione



L’
austerità, dalle nostre parti, dura poco». La
frase di Raúl Castro era indirizzata contro la
gestione economica di suo fratello Fidel. La
ripeté diverse volte durante le nostre con-versazioni. Era l’esigenza naturale di una società governata a
piacimento di un leader rivoluzionario in tutti i periodi in cui bi-sognava stringere la cinghia, cosa frequente e soprattutto pia-nificata a scopi propagandistici dato che i rifornimenti sovieti-ci si rivelarono tanto affidabili quanto sufficienti.
Intendiamoci, non ci sarà stata l’opulenza di una notte da so-gno a Montecarlo, ma tutti avevano da mangiare, di che vestir-si, un tetto per dormire; si importavano addirittura migliaia di
automobili Lada da vendere ai privati cittadini, al risibile prez-zo di 4.200 pesos l’una. Era dunque il reclamo di una società ar-rivata a essere saldamente egualitaria quando, soprattutto, suc-cedeva che un po’ di eccedenza finisse nelle mani di questo o
quel ministro o generale che faceva il furbo.
Le ville sontuose e le Lada con vetri opacizzati e fari antineb-bia di produzione occidentale ferivano la sensibilità della citta-dinanza e immediatamente Fi-del diventava spavaldo e chia-mava alla lotta contro gli scialac-quatori e la dolce vita. Raúl, inve-ce, era consapevole che si tratta-va di un sistema di distribuzione
disegnato come un fanale intor-no alla potentissima figura poli-tica di un personaggio senza
eguali: il suo famoso fratello Fi-del. Per questo la frase sull’au-sterità, sulle sue labbra, nella sua
voce roca ma dai decibel estre-mamente controllati mentre si
confessava con me, aveva anche
un accento di disprezzo. E sem-pre per questa ragione si dedicò
al compito che sapeva realizzare
meglio di chiunque altro nel pro-cesso cubano: organizzare uno
Stato parallelo (come già aveva
fatto con quella sorta di repub-blica guerrigliera nelle alte valli
del nord dell’Oriente, mentre Fidel, a sud, sulla Sierra Maestra,
attirava su di sé tutta l’attenzione delle offensive batistiane) in
attesa di tempi migliori, per il momento e allo stesso tempo co-me garanzia della permanenza al potere del gruppo originario.
Lo strumento naturalmente era l’esercito. Mao lo aveva pre-figurato ai suoi tempi: l’esercito come fucina di quadri del par-tito, anche se non posso garantire che Raúl gli avesse dato retta
all’epoca. Fidel avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento,
impegnarsi in una qualunque delle sue follie, ché la sicurezza
tanto era garantita, perfino senza che Fidel stesso si rendesse
ben conto che esisteva, perché i carri armati erano sotto il con-trollo di Raúl (e pronti a entrare in azione). Si creò una situazio-ne che alla fine per molti anni andò a vantaggio di Raúl, perché
gli diede tutto il tempo del mondo. Fidel apparentemente af-frontava a petto nudo tutte le tormente, mentre Raúl, silenzio-so, laborioso, felino, lo sosteneva nelle retrovie. L’unica cosa
che Raúl Castro non aveva previsto fino in fondo erano le di-mensioni del disastro che avrebbe lasciato Fidel dopo cin-quant’anni, e degli effetti che avrebbe provocato il potere sulla
sua personalità sfrenata. Signori miei, a Cuba non è rimasta pie-tra su pietra. L’esercito si dispiega in un paesaggio lunare, per-ché il successo dell’impresa ora è ricostruire un’economia ap-pena sbozzata senza farsi scivolare il potere dalle mani. L’espe-rienza comunista internazionale abbonda di questi ingrati
compiti e loro le hanno assimilate tutte. Ha una cosa a suo fa-vore: il personale. Il fatto è che Raúl non si è mai fidato troppo di
quei colonnelli e generali obesi che sonnecchiano nelle caser-me, e ha tirato su, a partire dagli anni 60, tutta una nuova gene-razione di dirigenti nelle scuole militari Camilo Cienfuegos.
Se andrà o no come in Cina o in Vietnam, o come nell’ex Unio-ne Sovietica, una cosa è certa: una volta che i nuovi leader avran-no preso le redini, tutto quello che succederà sarà un problema
loro. Io li conosco: sono pragmatici, intelligenti e svelti. Non vo-gliono ostacoli. Questo significa che non bloccheranno mai un
buon affare per qualche fesseria ideologica. E risolveranno tut-to, perché il loro problema non è abbagliare il mondo con la lu-ce della rivoluzione permanente: è una cosa costosissima e che
alla fine ti porta a dipendere da un solo uomo. Faranno come di-cono loro e offriranno quello che poche società al mondo sono
in grado di garantire a tutti i cittadini: tranquillità per le strade e
sanità e istruzione gratuite (almeno, per il momento, queste
due ultime voci). Una tranquillità di cui godono loro prima di
chiunque altro, naturalmente. In altre parole, riusciranno nel
miracolo di trasformare la cittadella su cui regnava Fidel in una
delle società più noiose del mondo. Questo è il prezzo di tutte le
controrivoluzioni che assaltano il potere senza versare una so-la goccia di sangue

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