mercoledì 4 settembre 2013

I MALI COMUNI

ià 52 municipi hanno dichiarato
bancarotta  e una sessantina sono
in una situazione di pre dissesto
E di giorno in giorno per centinaia
di altre amministrazioni  si riducono
gli spazi di manovra per mantenere
i bilanci in equilibrio.  Imu e Irpef
non bastano più e i sindaci
si rimboccano le maniche


i sono spazzini con la fascia tricolore,
pecore che brucano nelle aiuole per
risparmiare il tagliaerba, eserciti di
genitori che imbiancano le aule sco-lastiche. C’è addirittura il sindaco di
un paese dell’hinterland milanese che si dice
«costretta a risparmiare sulla mandopera che
allestisce le tombe». Anche morire diventa un
lusso. Le Detroit d’Italia sono 52, abbastanza
equamente distribuite tra Nord e Sud: dopo an-ni di inutili e fantasiosi tentativi di risalire la chi-na, hanno gettato la spugna, hanno fatto banca-rotta. Con i sindaci obbligati a lasciare le finan-ze in mano a un commissario che taglia senza
pietà, dai servizi alla persona alla manutenzio-ne delle strade. Non sono casi isolati. Rischiano
di finire dietro la lavagna altri 59 municipi, quel-li che hanno già dichiarato lo stato di pre disse-sto. Comuni che non ce la fanno, chiedono di
poter dilazionare i debiti come tante famiglie in
crisi finanziari E
ci sono 374 paesi e città
incamminati sulla stes-sa strada, il lungo viale
verso il default. Sono i
Comuni senza possibi-lità di manovra finanziaria: hanno
già portato al massimo le tasse lo-cali. Sono come le famiglie inde-bitate che arrivano a stento a fine
mese: se il figlio si rompe un den-te, rischiano anche loro il default.
Il sindaco di Varese, Attilio Fon-tana, è orgoglioso di essere riusci-to a sostituire le 23 caldaie delle
scuole elementari senza spende-re una lira: «Ho trovato una ditta
che ha accettato di cambiare gra-tis i vecchi impianti a gasolio con
quelli a metano che inquinano di
meno e consumano poco». Un ge-sto di improvvisa generosità verso
i cittadini? «No, un normale scam-bio commerciale. L’installatore
incamera per dieci anni i risparmi,
la differenza tra quel che il Comu-ne spendeva prima con l’impian-to a gasolio e ciò che spenderem-mo adesso con le nuove caldaie a
metano. Nel 2023 il risparmio sarà
tutto a vantaggio delle casse co-munali». Accordi che si possono
fare quando il Comune è sostan-zialmente sano anche in periodi
di vacche magre. Ma non è sem-pre così. Fontana segnala quel che
molti sindaci vanno gridando in-vano da tempo: «Anche chi non ri-schia il dissesto è costretto a ri-sparmiare su spese essenziali co-me la manutenzione delle strade e
delle scuole. Man mano che passa
il tempo le mancate riparazioni fi-niscono per aumentare il degrado
dei conti in modo geometrico».
Il nuovo millennio è comincia-to molto male per i Comuni italia-ni. Ben prima della grande crisi del
2008, il rubinetto dei pagamenti
da Roma è stato progressivamen-te chiuso: «Da 12 anni - sottolinea
Piero Fassino, presidente dell’An-ci e sindaco di Torino - i trasferi-menti sono stati tagliati senza che
ai Comuni sia stata data una ade-guata capacità di manovra finan-ziaria». Il Patto di Stabilità ha fatto
il resto: ogni risparmio sulle spese
delle amministrazioni locali si tra-duce in denaro versato nelle casse
dello Stato. Il sistema rischia ora di
strozzare i municipi: negli ultimi 7
anni da Roma sono stati versati
nelle casse comunali 7 miliardi e
mezzo in meno. Nello stesso pe-riodo più di otto miliardi e mezzo
sono stati spostati dai Comuni ad
altre amministrazioni pubbliche
con il meccanismo del patto di
stabilità. «Spesso - sottolineano
all’Anci - le amministrazioni co-munali hanno aumentato Imu e
Irpef per poter compensare i tagli
delle sovvenzioni statali senza ri-durre i servizi ai cittadini. Ma in
molti casi questo non è più possi-bile. E i cittadini sono costretti a
pagare più tasse di un tempo per
avere servizi che, nella migliore
delle ipotesi, sono rimasti gli stes-si di prima».
Per questo nei prossimi giorni i
Comuni chiederanno al governo
un patto di stabilità meno rigido
che consenta almeno di mettere
mano alle manutenzioni straor-dinarie delle strade e delle scuole.
Senza quelle spese la vita di tutti
diventa più difficile. Gli incidenti,
anche mortali, causati dalle vora-gini che si aprono nell’asfalto del-le vie cittadine riempiono le pagi-ne di cronaca. A Torino l’ammini-strazione ha acquistato un mac-chinario tappa-buche per far
fronte all’emergenza. Il sindaco di
Varese annuncia «un cambio al regolamento comunale per ob-bligare chi apre un cantiere nelle
strade a ripristinare l’asfalto del-l’intera carreggiata». Espedienti
che da soli non servono a rimette-re in sesto le casse. «Al governo
chiederemo anche la restituzione
dei 500 milioni di Imu che lo Stato
si è preso lo scorso anno per un er-rore di calcolo», spiega Fassino. E’
successo anche questo a rendere
più complicata la vita dei sindaci.
Ora l’Anci protesta: «Se l’Imu è
una tassa locale, che vada tutta ai
Comuni». Non sarà facile. Proprio
ieri il ministero dell’Economia ha
segnalato che il mancato gettito
Imu ha pesato sul fabbisogno sa-lito a 8,8 miliardi. Eppure senza
correre ai ripari i municipi, anche
quelli meno poveri, finiranno per
impoverirsi sempre più. Molti
hanno già cominciato a vendere i
gioielli di famiglia, come le parte-cipazioni nelle ex municipalizza-te che forniscono servizi essenzia-li: l’acqua, l’energia elettrica, il
gas. E’ di questi giorni la rivolta
contro l’amministrazione di Ge-nova, dove il sindaco Doria ha an-nunciato per l’autunno una serie
di privatizzazioni. A Torino l’am-ministrazione comunale sta pro-vando a vendere il 49 per cento
dell’azienda del trasporto pubbli-co.
Nonostante artifici e trovate,
molti comuni sono già finiti in de-fault. Alcuni per marchiani errori
di gestione. Il più clamoroso è il
dissesto di Alessandria, centomi-la abitanti nel cuore del Piemonte,
finita in mano al commissario per
le ardite acrobazie finanziarie del-la precedente amministrazione.
Altre Detroit nostrane sono finite
in bancarotta per questioni che
vengono da lontano. Nella lista
dei falliti ci sono comuni relativa-mente grandi come Caserta, Vibo
Valentia, Velletri, Terracina, e pic-coli centri dal nome evocativo, co-me Maddaloni, patria di Clemen-te Mastella, o Casal di Principe,
dove alla ricchezza delle organiz-zazioni criminali fa da contraltare
la povertà delle casse pubbliche.
Nei prossimi mesi a questo elenco
si potrebbero aggiungere altri
municipi oggi in pre dissesto co-me Messina, Catania, Napoli, Rie-ti. La maggior parte sono nelle zo-ne più povere del Paese: «Affidare
l’autonomia economica dei Co-muni alla tassazione sulla casa -osservano all’Anci - finisce per au-mentare la disparità tra Nord e
Sud». E’ intuitivo che il gettito del-l’Imu tra i comuni di villette a
schiera della Brianza sia in pro-porzione maggiore di quello dei
comuni dell’hinterland palermi-tano. Sono le conseguenze di un
federalismo fiscale di tipo ideolo-gico, pensato dalla Lega senza te-nere conto delle differenze di red-dito tra le diverse aree dell’Italia.
Eppure non tutti i problemi ri-guardano le aree povere del Pae-se. Nei mesi scorsi anche il comu-ne di Campione d’Italia, enclave
tricolore nell’opulenta Svizzera,
ha chiesto informazioni a Roma
sulle procedure di dilazione dei
debiti previste da chi si trova in
condizione di pre dissesto. Che
cosa era successo? E’ finito il ben-godi: la principale fonte di reddi-to, il Casinò, è entrata in sofferen-za. La casa da gioco ha chiuso il
2011 con un passivo di 40 milioni
e il 2012 con 27 milioni di rosso. Ef-fetti della crisi e della concorren-za, dal Gratta e Vinci alle slot dei
bar. Non capita solo a Detroit e a
Vibo Valentia: anche i Comuni ric-chi, certe volte, piangono 


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 osto dei trasporti urbani aumentato,
a fronte di drastiche riduzioni del ser-vizio. Riduzione, se non chiusura, dei
servizi cosiddetti a domanda indivi-duale (asili nido, mense scolastiche,
trasporto scolastico, servizi domiciliari e diurni
per la non autosufficienza), con contestuale au-mento dei contributi richiesti agli utenti e possi-bile eliminazione delle condizioni di favore per i
meno abbienti. Rifiuto di farsi carico del costo
delle scuole per l’infanzia, un servizio educativo
a carattere universale che tuttavia in molti casi
continua a rimanere una responsabilità econo-mica ed organizzativa dei Comuni, nell’assenza,
o insufficienza, degli istituti statali. Se il Comune
non può più sostenerne i costi, una parte di bam-bini rischia di rimanere esclusa da un servizio pu-re definito da ben due leggi (la 53 del 2003 e il Dl
59 del 2004) un diritto educativo dei bambini ed
uno strumento di contrasto alle disuguaglianze
sociali tra bambini.

D
rastico taglio, se non eliminazione, ai sussidi per chi si tro-va in povertà, inclusi i sostegni al costo dell’affitto. Manu-tenzione delle strade e degli spazi pubblici ridotta al mini-mo o assente. Perdita di posti di lavoro e aumento della di-soccupazione come conseguenza della riduzione delle attività co-munali che difficilmente possono essere sostituite dal mercato.
Le conseguenze per i cittadini della dichiarazione di banca-rotta della loro città sono ben più gravi, e con risultati ancora più
disugualizzanti, della conferma dell’Imu sulla prima casa o del-l’aumento di un punto dell’Iva. Toccano, infatti, la vita quoti-diana, la possibilità di fronteggiare ogni giorno bisogni di cura e
partecipazione al mercato del lavoro, la possibilità di essere so-stenuti nella propria vita quotidiana anche se non del tutto au-tosufficienti, di muoversi nel territorio urbano senza doverci
impiegare un tempo sproporzionato a causa della riduzione del
servizio di autobus, peggiorando le condizioni del traffico con
l’utilizzo massiccio del trasporto privato (per altro sempre più
costoso) e correndo rischi di incidenti a causa della cattiva ma-nutenzione delle strade.
Anche se il peggioramento della qualità della vita urbana toc-ca tutti, direttamente o indirettamente, più colpiti sono i più po-veri e coloro che hanno un reddito modesto, che non possono
ricorrere al mercato privato. Più colpite sono anche coloro che
hanno la principale responsabilità della gestione della vita quo-tidiana anche per i propri famigliari, quindi per lo più, anche se
non esclusivamente, le donne.
Tutti i Comuni, anche quelli più virtuosi, da ormai diversi an-ni fanno giochi di equilibrio per tentare di mantenere un mini-mo di servizi in una situazione di entrate decrescenti e per di più
incerte, non solo a motivo della crisi economica che ha ridotto
la base imponibile, ma anche delle decisioni dei governi centra-li. La forte riduzione dei trasferimenti ha lasciato senza risorse i
Comuni proprio quando diminuivano le entrate locali. Prima
l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, poi l’introduzione del-l’Imu e ora la sua successiva eliminazione/sospensione per le
prime case ha reso impossibile ai Comuni valutare la consisten-za di questa, che rimane la principale imposta locale. Per non
parlare dei crediti che le amministrazioni locali vantano verso
l’amministrazione centrale per attività svolte per conto di que-sta (a cominciare dalle elezioni). Ma se è difficile per tutti i Co-muni far quadrare i bilanci senza intaccare profondamente i
servizi per i cittadini, per quelli in bancarotta dichiarata è im-possibile. Le responsabilità locali per la bancarotta non vanno
certo ignorate, anche se troppo spesso le amministrazioni loca-li si trovano a dover fronteggiare decisioni cui non hanno parte-cipato e su cui non hanno potere. In ogni caso, una democrazia
e una società civile non possono permettersi di trattare come
semplici disgrazie locali i costi sproporzionati che ricadono sui
più deboli e l’aumento delle disuguaglianze che ciò provoca.
Ancora di più se parte delle responsabilità è del governo cen-trale e del Parlamento, del modo in cui negli anni sono state de-finite le responsabilità e i poteri tra i diversi livelli di governo, di
un centralismo nella gestione delle risorse che si è accompa-gnato al decentramento delle responsabilità per la fornitura di
servizi essenziali, della assenza, in campo sociale, di livelli es-senziali di prestazioni analogamente a quanto avviene in sanità.
Proprio mentre la crisi economica rende più vulnerabili molti
individui e famiglie, le conseguenze di una concezione pura-mente residuale, periferica e discrezionale delle politiche so-ciali emergono in tutta la loro gravità

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