lunedì 15 luglio 2013

12/06/2013 - IL VOTO DEGLI AYATOLLAH

 quattro anni dall’Onda Verde,  il Paese torna
a eleggere il presidente, il successore di Ahmadinejad
Tra la gente c’è voglia di lottare, quella coscienza
democratica che resiste come un fiume carsico.  Un solo
candidato riformatore è stato risparmiato dalla selezione
dei Pasdaran: Rohani. Per lui potrebbero votare
gli indecisi, quello che chiamano il “partito del vento”



 

A
lleanza, alleanza, scandiscono migliaia di ragazzi e ragazze
nello stadio Shirudi salutando il candidato moderato Has-san Rohani. Intendono l’alleanza tra moderati e riformato-ri, in termini occidentali si direbbe tra centro e sinistra:
quell’unione di forze tra Khatami e Rafsanjani che non si fe-ce quando Khatami fu eletto presidente e che oggi tutti considerano
un’occasione perduta, anche quelli che allora erano contrari. Dopo
quel fallimento, dopo otto anni di bombastiche ma infruttuose sfide al-l’Occidente, dopo la repressione brutale che dal 2009 paralizza l’oppo-sizione, in questi giovani sta rinascendo all’improvviso la voglia di lot-tare. Sembra di assistere a un replay: questi sono, quasi non si crede ai
propri occhi, i figli della generazione che sedici anni fa elesse Khatami.
Stessa voglia di sperare, stessa massiccia presenza femminile, stessa
classe media scolarizzata, perfino le stesse canzoni — un misto di pa-triottismo fraternità orgoglio nazionale e buoni sentimenti, e in più, ri-spetto a sedici anni fa, tanta tanta voglia di normalità.
La voglia di lottare comincia col sostegno a un candidato, Rohani, che
non sarà certo l’ideale per questi giovani, ma tra gli otto ammessi dal Con-siglio dei Guardiani è il più liberale e il più credibile (Hashemi Rafsanjani,
a cui Rohani è collegato, è stato invece squalificato dal Consiglio dei Guar-diani e ieri ha dato il suo sostegno a Rohani). Fino a ieri sembrava che le ele-zioni presidenziali non riguardassero nessuno in Iran. «È la prima volta
che pronuncio la parola», mi aveva detto una settimana fa con sdegno un
regista. E Shirin Ebadi tuona da ogni podio europeo: come si fa a parlare di
elezioni, cioè di una scelta, se qualcun altro ha già scelto per voi?

l Consiglio dei Guardiani
ha ammesso infatti solo i
candidati dai quali pensa
che non possa scaturire il
benché minimo pericolo
per il regime.
Rohani è una persona tran-quilla, addirittura un mullah,
anzi il solo mullah tra i candida-ti e la sua ammissione è sembra-ta un gesto di consolazione do-po l’esclusione clamorosa del-l’ex presidente Rafsanjani. Ma
anche Moussavi era un persona
tranquilla fino a che masse di
giovani, che presto sarebbero
diventati l’“Onda verde”, non si
mobilitarono per lui nel 2009.
Per il regime l’Onda Verde è sta-ta un pericolo mortale: per la pri-ma volta nella storia della Re-pubblica islamica non si chiede-vano più solo riforme, ma la fine
del sistema teocratico, che se-condo tanti aveva perduto il di-ritto di esistere perché aveva cal-pestato la volontà popolare.
Negli ultimi anni a Teheran
un’infinita tristezza e il disin-canto dalla politica appariva-no come i soli ingredienti del-la rassegnazione generale di
una società sopraffatta dall’al-talena della storia e oberata
dalla lotta quotidiana per la
sopravvivenza. Contro la vo-lontà del Leader non si può
niente, ti dicevano. Ma la co-scienza democratica resta for-te nonostante tutto, è come un
fiume carsico che quando me-no te lo aspetti si apre una
breccia.  Hezb-e baad, il partito
del vento, dicono gli iraniani,
ed è il partito di chi decide di
votare all’ultimo momento,
cambiando i disegni dei de-spoti. Come nel 1997, quando
elessero Khatami. O nel 2009,
quando però il loro voto fu
neutralizzato. Saranno in tan-ti a votare anche questa volta? È
improbabile. I giovani allo sta-dio Shirudi non rappresentano
(ancora) la maggioranza dei lo-ro coetanei, inclini piuttosto a
non votare mai più. Le recenti
parole di Khamenei hanno ul-teriormente dissuaso gli inde-cisi: «Ogni voto, a qualsiasi can-didato vada, è un voto per la Re-pubblica islamica e una prova
di fiducia di come funzionano
le elezioni in Iran. I nostri ne-mici vogliono trasformare il vo-to in una minaccia contro il si-stema islamico», ha detto il
Leader. Per Khamenei una bas-sa affluenza alle  urne è sicura-mente il male minore.
«Dopo quattro anni di silen-zio ritroviamo la voce» dice
sotto gli applausi un condutto-re televisivo da tempo silen-ziato dal regime che presenta il
comizio di Rohani. Sulle gradi-nate riservate alle donne è tut-to uno scambiarsi di cenni di
saluto, sorrisi, richiami: ah, ci
siete anche voi, fantastico.
Moderazione, riconciliazione,
unità sono le parole d’ordine.
Se qualcuno pronuncia parole
violente non è uno di noi, dice
Rohani. Una settimana fa a un
suo comizio il pubblico co-minciò a scandire il nome di
Moussavi e il regime reagì im-mediatamente, arrestando di-versi collaboratori di Rohani.
Oggi i nomi scanditi sono solo
quelli di Khatami e Rafsanjani
e, quando alcuni chiedono la
liberazione dei prigionieri po-litici, Rohani risponde: «In un
paese moderato dove l’estre-mismo è bandito e dove c’è
giustizia non ci saranno pri-gionieri politici: è questo lo
Stato che io voglio creare col
vostro aiuto. Se farò degli erro-ri non mi nasconderò dietro la
religione o dietro i martiri. So-lo così potremo ricostituire la
nostra nazione, salvare l’eco-nomia, ridare stabilità e sere-nità al paese, restituire dignit alle donne». L’entusiasmo è
alle stelle. Un famoso cantan-te, Moktabad, intona una can-zone e le ragazze del servizio
d’ordine (serie, vestite di tuni-chette corte senza esagerare e
truccate con discrezione) rac-comandano alle coetanee di
fare attenzione che i capelli
non fuoriescano dal foulard:
«per non dare adito alla propa-ganda negativa». I giovani ira-niani oggi sono moderati, san-no che se mai potranno vivere
in un paese migliore sarà cam-biando gradualmente — non
rovesciando — il regime.
Negli ultimi due giorni,
Rohani era salito in cima ai
sondaggi, seguito a ruota dal-l’altro candidato del campo
riformatore, Mohammad Re-za Aref, ex vicepresidente sot-to Khatami. Aref ieri si è ritira-to, per non disperdere il voto
moderato, e anche Khatami ha
lanciato un appello per il voto
a Rohani. Tra i conservatori il
più gettonato è Qalibaf, sinda-co di Teheran, mentre Said Ja-lili, che è considerato il candi-dato su cui punta il Leader su-premo, è in fondo alla scala dei
consensi. Khamenei scom-mette sulla intransigenza di
Jalili come negoziatore del
dossier nucleare, non a caso lo
slogan di Jalili è: resistenza re-sistenza resistenza. Non è det-to però, secondo molti diplo-matici a Teheran, che Jalili ri-manga fino all’ultimo il prefe-rito del Leader, visto che anche
gli altri candidati conservatori
hanno criticato le sue posizio-ni sul negoziato nucleare.
«Sembra che dia lezioni di filo-sofia invece di negoziare» ha
detto in televisione Velayati.
Solo i diplomatici russi sono
convinti che quando il Leader
punta su un cavallo non cam-bia facilmente parere e un fede-lissimo del Leader me lo confer-ma: Khamenei è persuaso, mi
spiega, che qualsiasi minimo ce-dimento danneggerebbe la po-sizione negoziale iraniana: «So-lo quando gli americani non
spereranno più nei complotti e
nella guerra militare e economi-ca sarà possibile trattare sulla
base della logica». «Logica» si-gnifica accettare il diritto degli
iraniani ad arricchire l’uranio
senza restrizioni. Perché Jalili
prevalga gli altri candidati con-servatori si dovrebbero però fa-re da parte e nessuno, tranne
Haddad Adel che è il genero del
Leader, si è ritirato finora. Una
delle due principali associa-zioni di chierici a Qom ha an-nunciato che sosterrà Velayati
e  Press Tv dà oggi al primo po-sto Qalibaf, considerato, tra i
conservatori, il più indipen-dente dal Leader supremo.
Oggi votare è un dovere, dice
Rohani ai giovani che l’applau-dono e a conclusione del comi-zio chiede loro di convincere
ognuno dieci compagni ad an-dare alle urne. Ma tanti, fuori
dello stadio, si chiedono: vota-re, e perché? Che cosa possono
cambiare le elezioni

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