Sono oltre 70mila nel nostro Paese,
e crescono sempre di più
Rappresentano un ponte di dialogo
tra la fede e il paese in cui vivono,
sono ambasciatori dell’Islam
C’è anche chi segue un percorso
radicale, come il ragazzo genovese
morto in Siria, e contesta i valori
dell’Occidente. Un fenomeno,
questo, che le stesse comunità
non sempre riescono ad arginare
C
osa mi piace dell’Islam?
Certamente il concetto di
responsabilità individuale,
la mancanza di intermedia-zione tra credente e Dio.
Nell’Islam non esiste la confessione e l’imam
non è certo un sacerdote». Alessandro Paolan-toni, 45enne romano, ha “rivoluzionato” la sua
vita nel 2001. «Testimonio che non vi è dio se
non Iddio e testimonio che Muhammad è l’in-viato di Dio». Il rito è semplice: una volta verifi-cata la sincerità dell’intenzione, si pronuncia la
testimonianza di fede davanti a un uomo di cre-do musulmano e due testimoni. Così ci si con-verte: una scelta minoritaria, ma crescente,
condivisa negli ultimi anni da oltre 70mila per-sone nel nostro Paese.
A riportare sotto la luce dei riflettori la galas-sia dei musulmani d’Italia è il caso del 24enne
genovese, Giuliano Ibrahim Delnevo, ucciso in
Siria mentre combatteva a fianco dei ribelli. Del-nevo si era convertito all’islam nel 2008. Un per-corso di fede, il suo, sempre meno raro nel no-stro Paese. «Stando alle nostre stime, i “conver-titi d’Italia” superano i 70mila — fa sapere Izze-din Elzir, imam a Firenze e presidente dell’Ucoii
(l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, che
riunisce oltre 150 organizzazioni) — le conver-sioni degli italiani all’Islam sono infatti sempre
più frequenti, una scelta figlia anche della crisi
economica e morale di questi anni P
er Elzir, i nuovi musul-mani «possono essere
un prezioso ponte di
dialogo tra la fede e il
Paese in cui vivono».
Insomma, una sorta di amba-sciatori dell’Islam.
Di dialogo parla anche Ales-sandro Paolantoni, oggi segre-tario dell’Ucoii (organizzazio-ne considerata non lontana
dalla Fratellanza musulmana):
«Ero un cattolico tiepido —
racconta — mi sono fermato
alla comunione. Ad avvicinar-mi all’Islam sono stati degli
amici della comunità palesti-nese della capitale. Sia chiaro,
una comunità laica e talvolta
anche critica verso alcuni
aspetti della fede. Incuriosito,
ho cominciato un percorso so-litario di studio durato due an-ni. Ho letto molti libri di storia
e solo in un secondo momento
mi sono avvicinato al Corano,
nella traduzione italiana.
Qualche volta sono andato a
chiedere spiegazioni alla mo-schea». Paolantoni si converte
nel 2001 nella moschea di Cen-tocelle a Roma, poco tempo
dopo l’attentato dell’11 set-tembre: «Sì, è vero, sono anda-to in controtendenza. Il fatto è
che dai miei studi mi ero accor-to che nessun elemento estre-mistico fa veramente parte
della fede musulmana». Dopo
la conversione «i miei famiglia-ri mi sono rimasti vicini e an-che la maggioranza dei miei
amici, solo qualcuno si è allon-tanato». Grazie all’Islam, Pao-lantoni incontra la donna della
sua vita: «Mia moglie è tunisi-na, l’ho sposata quando ero già
convertito da tre anni, oggi ab-biamo una figlia. Lei porta il ve-lo, ma è una sua libera scelta».
Paolantoni riconosce dei li-miti alle comunità musulmane
in Italia: «Errori di comunica-zione, per esempio, dovuti al
fatto che sono comunità anco-ra giovani e poco radicate. Ol- retutto molti musulmani si
autodefiniscono “ospiti”, co-me se non facessero davvero
parte del Paese, un limite que-sto che col tempo e con una
maggiore integrazione si supe-rerà». E cosa pensa del gesto
estremo di Giuliano Ibrahim
Delnevo? «Pur essendo an-ch’io dalla parte del popolo si-riano, non condivido questa
scelta. Soprattutto tra i conver-titi, accade di trovare chi deci-da di diventare musulmano
contro qualcuno, in contrap-posizione per esempio all’Oc-cidente, perché spesso si pro-viene da un percorso persona-le di disagio. Un’impostazio-ne, questa, radicale e sbagliata.
Non solo. Credo che le comu-nità islamiche europee stiano
sottovalutando questo feno-meno, seppure minoritario,
mentre dovrebbero impegnar-si ad arginarlo».
«Il caso dello studente geno-vese non è purtroppo isolato —
conferma l’imam della mo-schea al-Wahid di Milano e vice-presidente della Coreis (Co-munità religiosa islamica),
Yahya Pallavicini — tra i con-vertiti all’Islam c’è una mino-ranza crescente che ha scelto
di radicalizzare la propria vita,
finendo così nelle mani di falsi
maestri e falsi predicatori». In-somma il richiamo del fonda-mentalismo estremista sareb-be più forte tra gli islamici con-vertiti, «perché spesso hanno
cambiato vita per disgusto o in
contrasto con un’esperienza
precedente. Ma convertirsi
contro qualcosa o qualcuno si-gnifica tradire lo stesso spirito
della conversione, che deve es-sere solo una scelta di fede, mai
di violenza». Lo stesso Pallavi-cini è figlio di un convertito.
Non mancano però, nei con-fronti del giovane genovese
morto in Siria, posizione diver-se. «Ho fatto “professione di
Islam” nel 1990, 23 anni fa — ri-corda Patrizia Khadija Dal Mon-te (oggi dirigente Ucoii) — Pro-vengo da una famiglia non reli-giosa. Ho abbracciato il cristia-nesimo cattolico a circa 16 anni
spinta dalla ricerca di un senso
profondo dell’esistenza. Poi so-no diventata musulmana, a 35
anni». Nulla di strano: «C’è con-tinuità tra le due esperienze reli-giose e anche col desiderio di ve-rità che mi animava prima. L’I-slam rappr esenta per me la ma-turità della fede, quella che
confida totalmente in un Dio
unico, senza bisogno di raffigu-razioni, che lo adora con perse-veranza cinque volte al giorno,
che ringrazia delle cose buone
della vita e vi vede la promessa
del bene che verrà».
La Dal Monte oggi indossa il
velo. «Lo porto — spiega — per-ché fa parte della tradizione isla-mica, la quale ha insegnamenti
che coinvolgono non solo lo spi-rito ma anche il corpo. Penso
che in ciò vi sia una grande sag-gezza che considera l’essere
umano nella sua unità. Il ruolo
della donna nell’Islam si dipana
tra uguaglianza e complemen-tarietà con quello maschile, ha
certo bisogno di essere liberato
da tradizioni culturali che lo re-stringono, ma dall’altra di con-servare una propria originalità ispetto alle mode attuali».
Quindi la Dal Monte affronta
il caso degli ultimi giorni: «La
morte di Ibrahim Delnevo mi ha
rattristata, sono madre di un ra-gazzo che ha più o meno la sua
età. Cosa penso della sua scelta?
Credo che al di là delle motiva-zioni religiose, sia stato mosso
dal desiderio di aiutare un popo-lo oppresso. Credo si possa e si
debba rispettare come tale».
Hamid Abd al-Qadir Distefa-no, membro della Coreis, si è
convertito all’Islam nel 2002.
Oggi si occupa della formazione
di aspiranti imam in Liguria. Al-l’anagrafe, Hamid fa Roberto.
Hamid («Colui che loda Dio»)
Abd al-Qadir («Servo dell’Onni-potente») è infatti il nome che ha
assunto dopo la sua conversio-ne. «Ho avuto una formazione
cattolica: battesimo, comunio-ne, cresima e scuola dai gesuiti
— racconta — poi è iniziato un
periodo intenso di ricerca spiri-tuale all’interno della Chiesa
cattolica e l’incontro con alcuni
maestri musulmani mi ha con-sentito di riconoscere il richia-mo dell’ultima Rivelazione del
monotesimo abramico: l’I-slam». Hamid riconosce ai mu-sulmani convertiti il ruolo im-portante di possibili pontieri:
«Noi siamo cittadini a tutti gli ef-fetti della nostra Patria e quindi
possiamo, anzi dobbiamo, svol-gere una funzione di trasmissio-ne della conoscenza dell’Islam,
o meglio, una funzione di rap-presentanza e testimonianza
delle diverse istanze del sacro
anche nella dimensione sociale,
culturale e politica del nostro
Paese». Ma, certo, «lontani da
ogni estremismo
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