La rivolta della Turchia laica non si ferma
e l’obiettivo resta il premierche per 10 anni
ha guidato il paese attraverso successi economici
e di leadership nell’area. L’uomo che era
divenuto per il mondo un esempio di Islam
democratico oggi viene additato dalle sue
piazze e dagli intellettuali come despota
Ecco il perché di un divorzio
lle 9 di sera precise, quando il buio cala a Istanbul e in tutte
le grandi e piccole città della Turchia, persino quelle lonta-ne dell’Anatolia e delle zone curde, scatta l’ora del concer-to. Nessuno lo dirige, ma a battere è come se fosse un cuo-re solo: migliaia di pentole che picchiano una con l’altra,
mestoli che tintinnano contro piatti, mani che pigiano clacson per
strada. Tutti quanti accompagnati da un’invocazione che riunisce in
sé la protesta: Tayyip, istifà !, Tayyip vattene, dimettiti.
Lo spettacolo continua nelle case. Basta mettersi fuori, e osservare:
mentre la notte avanza, le luci delle stanze si accendono e spengono come
fossero intermittenti. Sui balconi la bandiera turca con il volto di Ataturk,
padre della Turchia moderna, sventola. Dieci minuti così. E la rivolta del-la Turchia laica finisce per saldarsi con i dimostranti picchiati di Piazza
Taksim, gli ecologisti dispersi di Gezi Park, i giovani che si riuniscono ades-so sulla salita di Besiktas e con la penna in mano fermano i passanti: «Si-gnore, vuole firmare per le dimissioni di Recep Tayyip Erdogan?».
E
rdogan si at-teggia come
un sultano, co-me fossimo ai
tempi dell’Im-pero e non nel Duemila», dice un
manager d’albergo che pure viene
da Uskudar, quartiere anatolico
oltre il Bosforo, ma che come tan-ti connazionali non sopporta più
l’autoritarismo del leader, il ten-tativo di imporre leggi a sfondo re-ligioso, il suo pugno inflessibile
con dimostranti e oppositori.
Spesso, ora, è la stessa gente che lo
ha votato a dichiararsi delusa.
Non solo i ragazzi sollevatisi a di-fesa del parco, destinato nei deliri
faraonici a diventare un centro
commerciale in stile Doha o Du-bai. Ma gli scrittori come Orhan
Pamuk, gli intellettuali come Mu-rat Belge, gli imprenditori un tem-po attratti dall’energia nuova im-pressa alla società, a manifestare
un dissenso crescente per l’invo-luzione mostrata dal 59enne lea-der nato a Kasimpasha, sobborgo
di Istanbul fatto di pietre e case.
«Erdogan è un combattente di
strada — spiega l’opinionista li-berale Kadri Gursel — uno a cui
piace lottare. Con le manifesta-zioni ha perso una battaglia, e per
lui questo è drammatico. La sua
reazione è quella di uno che è sta-to picchiato». Ma l’agire da bullo e
il mostrare chi è il capo della ban-da non sembrano giovare all’im-magine interna né soprattutto a
quella estera di un uomo che co-munque, va ricordato, ha vinto le
tre elezioni degli ultimi 10 anni
con un consenso sempre più va-sto.
E’ piuttosto l’atteggiamento
sprezzante, divisivo, autoritario a
sorprendere i connazionali e a far
disamorare cancellerie e osserva-tori. Il soprannome “sultano”,
sarcastico quanto quello da lui
usato per definire «vandali» i di-mostranti, capulcu , nasce non so-lo dai legittimi progetti espansio-nisti della nuova forte Turchia ot-tomana, ma dalla sua difesa a spa-da tratta dell’immagine di un so-vrano imperiale, a suo dire svilla-neggiato in uno sceneggiato tv
perché troppo dedito a gonnelle e
bicchieri.
L’Europa vive questa involu-zione con imbarazzo e dispiacere.
Il premier turco è l’uomo con cui,
bene o male, i negoziati per fare
entrare Ankara nella Ue sono sta-ti avviati. Era il garante dell’espe-rimento con cui far convivere de-mocrazia e Islam. Il volto rassicu-rante di un’economia lanciata a li-velli cinesi. Ma la credibilità del
leader adesso è saltata, e chi ha
creduto nell’arrivo di un sultano
illuminato si sente tradito. Un tra-dimento che – a onor del vero – i
laici di qui hanno sempre provato.
La loro frustrazione è una rabbia
accumulata da anni, legge dopo
legge, imposizione dopo imposi-zione. «Quando uno ha fatto un
contratto direttamente con Allah
– spiega Omer, imprenditore che
da tempo avverte il fiato dei pii de-voti sul collo – tutti gli altri accordi
svaniscono».
Buon giocatore di calcio, fon-datore di un partito islamico-con-servatore, sindaco di Istanbul, il
giovane Tayyip nel 1998 era già
stato imprigionato per qualche
mese per «incitamento all’odio
religioso». Adesso, dopo più di
due lustri al governo, il distacco
crescente fra il leader che viene
dalla strada e il popolo che non lo
riconosce più è colto pienamente
dalla piazza. «Erdogan non ascol-ta — dice il commentatore Cengiz
Candar — vive ormai isolato. In
più, ha un carattere tremenda-mente cocciuto, è convinto avere sempre ragione. E alla gente
ormai dà fastidio come parla, co-sa dice e come si comporta».
Sconcerto ha suscitato ieri la noti-zia che sua figlia Sumeyye, da tra-dizione velata come la madre e la
sorella, viene retribuita con uno
stipendio di 25 mila euro al mese
come consigliere del premier. E
l’opposizione ha presentato
un’interpellanza in Parlamento.
La protesta è arrivata alle stelle.
Dopo la giovane con la giacca ros-sa investita dagli idranti della po-lizia, dopo la nonna che getta la
fionda contro i blindati, ora la
nuova icona della rivolta è l’uomo
in piedi che protesta in silenzio.
Un angelo muto, solitario, arrab-biato. E in questo la figura tersa del
coreografo Erdem Gündüz, le ma-ni in tasca, un lembo della camicia
fuori dai pantaloni, è perfetta nel-la sua rappresentazione scenica.
Tutta la Turchia che si oppone a
Erdogan lo sta imitando, con re-plicanti in decine di città. «Io non
sono nessuno — dice — domani al
mio posto ci saranno altri». E que-sta protesta civile, rilanciata via
Twitter e Facebook («stiamo stu-diando norme contro i social me-dia che provocano il pubblico e lo
conducono ad azioni che minac-ciano la sicurezza», è la risposta
del ministro degli Interni), rischia
davvero di mettere il potere al-l’angolo e il leader nel ridicolo.
I siluri cominciano ad arrivare.
Come le parole durissime ma sa-crosante pronunciate dal presi-dente del Parlamento europeo.
«Forse la Turchia è matura per
l’Europa — dice Martin Schulz —
ma non lo è Erdogan. I nostri part-ner sono gli uomini e le donne per
strada. Sono i rappresentanti di
una società civile che è la stessa
che abbiamo in Europa, e per que-sto il dialogo con la Turchia deve
andare avanti. Se non parlassimo
più con la Turchia, attaccherem-mo alle spalle questa gente. Erdo-gan mostra un’aggressività che mi
sconvolge. La cosa che mi scon-volge di più è che i suoi sostenito-ri vengono invitati a protestare in
strada per provocare scontri fra
una massa e l’altra. Questo non è
un atteggiamento degno di un uo-mo di stato».
L’orizzonte del leader turco, del
resto, dopo le frasi contundenti
pronunciate contro l’Europa
(«non riconosco le decisioni del
Parlamento europeo, chi pensate
di essere?») , è sempre più legato al
mondo arabo e mediorientale.
Eppure, anche lì adesso, la sua
stella, brillante nella cosiddetta
“primavera” di Egitto, Tunisia e
Libia, comincia a offuscarsi per-ché considerato troppo vicino ai
Fratelli musulmani.
La cartina da tornasole è stata
chiara domenica. Quando, nella
manifestazione convocata dai
suoi ultras alla periferia di Istan-bul inzeppata di anatolici e donne
velate, in un crescendo retorico
ha gridato alla folla plaudente: «E’
qui il Pakistan, è qui Lahore. E’ qui
Gaza, la Mecca, Beirut. E’ qui
Baku, Sarajevo e la Medina». Nes-sun riferimento, e nemmeno per
sbaglio, a Parigi, Berlino oppure
Londra.
Pure il fronte musulmano in-terno è ora diviso e frastagliato.
Uno dei contrasti più forti è quel-lo consumato con Fethullah Gu-len, pensatore trasferitosi dalla
Turchia agli Stati Uniti negli anni
Novanta, voce dell’Islam mode-rato e del dialogo fra religioni, in-tellettuale a capo di una fitta rete
di scuole, tv e giornali in tutto il
mondo. In esilio negli Stati Uniti
dal 1999 per sfuggire alle accuse
dei militari di lavorare a un piano
di golpe islamico, Gulen guida og-gi un movimento influentissimo
che ha favorito l’ascesa di Erdo-gan. Ma adesso la fiducia si è in-crinata. In un video diffuso sul suo
sito il potente vegliardo ha dichia-rato: «Se si dice che i manifestanti
non stanno rivendicando i loro di-ritti, si ignorano le istanze di tanti
giovani. Se innocenti vengono uc-cisi, se vengono affrontati con i la-crimogeni e se qualcuno è cieco
abbastanza da non vedere, l’in-cendio divamperà». Parole che
molti leggono come profetiche.
L’altro distacco è quello da Ab-dullah Gul, il capo di Stato attuale,
rivelatosi più morbido e conci-liante verso la piazza. Sarà Gul, an-zi, il suo vero sfidante, nella batta-glia per salire nel 2014 al colle di
Ankara. Ma se a Erdogan riuscirà il
sogno di diventare il nuovo «sulta-no» della Turchia, non sarà il pre-sidente di tutti. Solo di una parte.
E certo, non quella pronta a entra-re in Europ
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