mercoledì 17 luglio 2013

Il sergente Born to kill: così uccisi 2.746 iracheni

l sergente scelto Dillard Johnson
detto “il carnivoro” è l’uomo che
ha sterminato più nemici in guerra
nella storia degli Usa.  Nato nel
Kentucky, ha combattuto nel 2003
contro l’esercito di Saddam
Adesso, a 48 anni, è malato a causa
dell’uranio impoverito dei proiettili
esplosi. E  ha deciso di raccontarsi
in un libro:  “Non per vantarmi,
ma per pagarmi le cure” ha spiegato
“Perché la battaglia non è
quella illustrata nei fumetti”



 

ontava le teste come i petali delle margherite: morto, non morto, e nel
dubbio, poiché era “umano”, finiva quelli ancora vivi. Il sergente Dil-lard Johnson del 7mo Cavalleria contò 2.746 iracheni uccisi da lui in un
mese di guerra, record assoluto di petali umani staccati per un solda-to, almeno da quando l'esercito americano tiene questa contabilità.
Ora che sta morendo anche lui, ad appena 48 anni, ucciso proprio da quelle
munizioni di DU, di uranio impoverito, che aveva usato per la sua collezione di
vite nemiche recise e che gli hanno causato un linfoma di Hodgkins, il sergen-te Johnson ha ripercorso in un libro di memorie il sentiero di sangue che lo portò
dal Kuwait alla capitale irachena. Dalla fine del marzo 2003 alla resa di quello
che restava delle forze di Saddam Hussein il primo maggio, guidò nell'avanza-ta il “Bradley”, il carro leggero per trasporto truppe che gli era stato affidato pro-prio dal reggimento dei suoi sogni, il 7mo Cavalleria, e percorse 600 chilome-tri. Alla velocità media di 4,5 morti al chilometro. F
u lui stesso, dopo il pri-mo incontro con il ne-mico nel villaggio di As
Samawah, vicino a Nas-siriya, nel buio terroriz-zante di una tempesta di sabbia, a
battezzare il carro leggero con il
soprannome di “Carnivore”, il
carnivoro. Con tre proiettili ben
temperati del suo cannoncino da
25 mm, il sergente centrò un ca-mion carico di soldati iracheni,
sbriciolandolo. «Mi avvicinai ai
resti fumanti del veicolo e dei loro
occupanti» racconta nel libro che
ha preso il titolo dal soprannome,
e cominciai a contare le teste, che
erano spesso la sola cosa ricono-scibile. Erano sedici e qualcuno
sembrava ancora vivo. Feci il solo
gesto compassionevole che po-tessi fare. Li finii».
Quel giorno — era la fine di
marzo — fu il coronamento di un
sogno che Dillard Johnson aveva
accarezzato fin da bambino. Nel
Kentucky dove era nato e cre-sciuto, la terra dei distillatori di
whisky di contrabbando in pe-renne lotta con le autorità, la cul-la delle figure leggendarie della
frontiera cone Daniel Boone
gran cacciatore si selvaggina e di
indiani Shawnee, «i miei compa-gni di scuola sognavano di di-ventare astronauti, giocatore di
football, pompieri, sceriffi». Ma
non lui. Il suo eroe immaginario
era il Sergente Rock, il micidiale
soldato dei fumetti raccontato
dai DC Comics, capace di abbat-tere aerei tedeschi con la mitra-gliatrice a braccio e di colpire ne-mici con mira infallibile e bombe
a mano lanciate con la precisio-ne di una pallina da baseball.
Anche lui, come un altro ser-gente, ma autentico, reso im-mortale dalle imprese nella
Grande Guerra, il sergente York,
aveva imparato l'arte di uccide-re dal padre, nella vita quotidia-na fra le colline e le valle degli
Appalachiani. Il padre gli aveva
regalato un fucile calibro 22 da
bambino, glielo aveva persona-lizzato e lo aveva portato a cac-cia con sé, di giorno e di notte.
Ma i cervi, gli orsi, i falchi di quei
monti avevano un ovvio difetto:
non sparavano a lui. Gli irache-ni invece sì e questo aveva reso
la caccia al soldato di Saddam
infinitamente più «soddisfa-cente ed eccitante», dice.
Seguì i corsi paramilitari al li-ceo, ma non all'università, che
non frequentò, dove sarebbe po-tuto diventare ufficiale, non che le
barrette da sottotenente gli inte-ressassero. «Gli ufficiali danno or-dini, guidano plotoni, compa-gnie, reggimenti. Io volevo essere
in prima linea, a combattere, a
guardare in faccia chi voleva ucci-dere me, prima di ucciderlo». E
poiché sparare proiettili all'ura-nio impoverito da un cannoncino
a tiro rapido dalla torretta non è
proprio il massimo del combatti-mento da Frontiera, il sergente
Johnson decise di abbandonare il
7mo Cavalleria. Lasciò il reggi-mento che era stato del colonnel-lo Custer nel disastro di Little Big
Horn contro Sioux e Cheyenne,
smontando dai cavalli e salendo
su mezzi corazzati ed elicotteri a
tutte le guerre americane, per tra-sformarsi in tiratore scelto.
Attraverso il mirino ottico del
fucile da cecchino, nella solitudi-ne degli agguati con lo “spotter”,
l'assistente accanto per la misura-zione della distanza e del vento, il
sergente aggiunse altri 126 morti
al bottino fatto con il "Carnivore",
portando ai 2.746 il totale. Uno per
uno, contando le teste, quando
non restava altro nei veicoli nemi-ci carbonizzati, i fucili abbando-nati, poi i nemici colpiti senza che
neppure potessero immaginare
di essere bersagli a centinaia di
metri di distanza, Johnson anno-tava tutto. Su un libretto, e sem-pre con una matita, molto più af-fidabile di biro o penne, annota-va i suoi successi. Li riportava ai
superiori come un diligente
compito a casa, per il “body
count”, il conteggio dei corpi che
il Pentagono diceva di non fare
più dai tempi del Vietnam, ma
che continuava a fare.
Non si può naturalmente sape-re con certezza storica se quei
quasi tremila nemici abbattuti
siano realmente un record asso-luto, nella infinita sequenza di
guerre, non soltanto americane.
Miti e leggende ricordano altri ce-lebri mietitori individuali di vite.
Uomini come “La Morte Bianca”,
il soprannome che i russi avevano
dato al cecchino finlandese Simo
Häyhä, quello che nell'inverno
del 1940, con temperature polari,
uccise con il proprio fucile alme-no 705 soldati dell’Armata Rossa.
O come Carlos Hatchkock, che in
Vietnam freddò a distanze supe-riori al chilometro più di cento fra
Vietcong e soldati del Nord. An-che lui, come il sergente John-son, si era fatto l'occhio cac-ciando nella Grande Praterie
del West, con la propria tribù di
Cheyenne. I Nordvietnamiti lo
avevano identificato soltanto
come “Penna Bianca” e aveva-no messo una taglia da 30 mila
dollari sulla sua vita. Lo avevano
fatto anche i nazisti sulla testa di
Ludmilla Pavlichenko, tiratrice
infallibile, secondo la storia uffi-ciale sovietica, con 309 vittime
tedesche confermate.
Ora, dieci anni dopo la mietitu-ra di vite nelle valli dell'Eufrate e
del Tigri, il grande falciatore venu-to dal Kentucky è un signore vici-no ai cinquant'anni che vive della
pensione militare e di una consu-lenza per una società che produ-ce, e non potrebbe essere altro,
munizioni. Ha quattro figli anco-ra piccoli, l’Hodgkins che gli con-suma il corpo e le risorse finanzia-rie oltre l'assistenza sanitaria de-gli ospedali militari, un cassetto di
medaglie, un proiettile conficcato
in una gamba e una casa in Flori-da, che divide con i figli e la moglie.
Non vuol sentire parlare di record,
ha detto al Ny Postche lo ha inter-vistato. Se ha scritto il libro è per-ché gli servono soldi, per le cure, la
chemio e per lasciare qualcosa al-la famiglia. «Non me ne vanto,
non ne sono orgoglioso, non me
ne importa molto. Ricordo con
molta più gioia il primo cervo che
abbattei nel Kentucky andando a
caccia con mio papà che era tanto
orgoglioso di me».
Dell’Iraq ricorda quello che tut-ti i veterani e reduci ricordano, la
paura, l'estraneità di quel mondo,
il buio delle tempeste di sabbia,
l'adrenalina. Ricorda: «Ci tro-vammo improvvisamente avvol-ti in un tornado di sabbia che ci ac-cecò e che ci impediva di vedere
anche gli altri mezzi corazzati che
pure stavano a tre o quattro metri
da noi. Vedevamo soltanto attra-verso la radio e la voce del capita-no che era in contatto con i rico-gnitori JSTAR in volo e ci riportava
notizie terrificanti. C'era un pon-te sull'Eufrate, davanti a noi, da
qualche parte e il capitano ci av-vertiva che una colonna di forse
mille, dico mille camion per il tra-sporto truppe venivano nella no-stra direzione. Voleva dire alme-

no ventimila uomini e poi carri ar-mati, trasporti blindati, pezzi se-moventi. Da un'apertura improv-visa nel buio della tormenta di
sabbia credetti di vedere la sago-ma di un autocarro iracheno e fe-ci fuoco con il cannoncino rapido,
tre colpi, tuf, tuf, tuf, pregando che
non fosse uno dei nostri, perché
tanti di noi erano già stati centrati
dal fuoco amico».
Fu il suo primo “kill”, il suo pri-mo bersaglio centrato, quello che
lo portò a contare i resti come pe-tali caduti. «Tirai un grande sospi-ro di sollievo, quando vidi che ave-vo centrato il nemico», ma la sua
gioia più grande sarebbe venuta
più tardi, alle porte di Baghdad,
quando vide una Mercedes bian-ca correre via su una strada. «Non
c'erano veicoli civili sulle strade,
in quei giorni, e certamente non
Mercedes Benz. Avevo letto che
Saddam aveva a disposizione una
flotta di  auto blindate così e per
un attimo pensai che sopra ci
fosse lui». Il “Carnivoro” esplose
un salvo di proiettili all'uranio e
la Mercedes si inchiodò, colpita.
Il sergente la avvicinò con il suo
mezzo, senza scendere e portò il
carro sopra, schiacciandola. E se
ci fosse stato sopra Saddam? «Lo
avrei schiacciato, come lo scara-faggio che era».
Non ha più voglia di sparare,
oggi il sergente maggiore Dillard
Johnson. Tra una sessione e l'altra
di chemio va con i figli a fare surf
nelle onde dell'Atlantico, sulla co-sta della Florida. «Ho fatto quel
che volevo e che dovevo fare, non
ho rimpianti né vanità». Una cosa
però ha imparato, il sergente car-nivoro: «La guerra non è quella il-lustrata nei fumetti»


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