venerdì 26 luglio 2013

“Lei pensa che io sia un volgare as sas sino?” MAGGIORE WALTER REDER, RESPONSABILE DELLA STRAGE DI MARZABOTTO COLONNELLO HERBERT KAPPLER, AUTORE DEL RAID ALLE ARDEATINE FELDMARESCIALLO ALBERT KESSELRING, CAPO DELLE TRUPPE IN ITALIA TRE UOMINI AI VERTICI DEL REGIME NAZISTA RACCONTANO LA NECESSITÀ DELLA GUERRA: “È INDEGNA DELL’UMANITÀ, MA ESISTE”

Ho incontrato il maggiore Walter Reder e il co-lonnello Herbert Kappler nel 1969 a Gaeta nel
Forte Angioino. Sono nomi che ricordano tra-gedie, il primo la strage di Marzabotto, il se-condo quella delle Fosse Ardeatine: civili,
bambini, donne, anziani trucidati. Reder mi
sembra enorme. Agita la manica vuota, in
Ucraina una scheggia di un proiettile gli aveva
staccato di netto l’avambraccio sinistro. È de-tenuto dal 1945. “Quelli che diedero gli ordini
– esordisce Reder – il maresciallo Kesselring, il
comandante della sedicesima divisione Gra-natieri Reichführer SS, generale Max Simon,
condannati a morte, furono poi graziati...”.
WALTER REDER
Come iniziò la sua carriera militare?
Nel 1934 dall’Austria scappai in Germania per
arruolarmi nelle SS: truppa, non polizia. Giu-rai fedeltà a Hitler, comandante supremo. A
ventiquattro anni ero il più giovane coman-dante di compagnia.
Quale era la sua tattica di combattimento?
Non far pensare. “Caramba, caracho ein whi-sky” era il mio grido per tirarmi dietro il plo-tone. Certe volte siamo saltati in una trincea
così rapidamente che gli avversari non hanno
trovato neppure il tempo di sparare.
Signor Reder, vogliamo parlare di Marzabotto?
Arrivai in Emilia il 26 settembre 1944. Il gior-no dopo fui convocato alla Divisione, mi sot-toposero un piano. Dissero che c’erano dei
partigiani da eliminare. Comandava il gene-rale Simon che era alla testa dell'Armata. Io
non avevo mai sentito nominare né il capo dei
partigiani “Lupo”, né il paese di Marzabotto.
Cosa accadde quel giorno?
Era il 29 settembre, un venerdì, e tutto co-minciò verso le 6. Albeggiava, il tempo era
brutto, e ogni cosa è grigia nel mio ricordo.
Verso le 10, al mio comando arrivarono il ge-nerale Simon e il maggiore Loos; nel settore
assegnatomi le truppe incontravano la più for-te resistenza. Si vedevano i primi fuochi. Loos
iniziò l'interrogatorio dei prigionieri, i miei ne
avevano catturato una diecina. La lotta era du-ra. Ho avuto ventiquattro morti e una qua-rantina di feriti. Nel pomeriggio ho mandato il
mio aiutante in seconda sulle colline, per ve-dere quello che stava accadendo, è tornato con
la spallina di una divisa, c'era sopra una stella
rossa, l'abbiamo mostrata a un partigiano che
l'ha riconosciuta: "È del Lupo". Il comandante
della brigata ribelle era caduto sul campo.
Cosa accadde nei giorni successivi?
C'era da ripulire il terreno da sparuti gruppi di
sbandati, ma al mattino ricevetti l'ordine di
ritirare subito i reparti e di trasferirmi a Lagaro
per combattere gli americani. Ho messo piede
a Marzabotto soltanto la sera del 4 ottobre. Il
paese era intatto. Arrivai a Cerpiano, un vil-laggio, il 5 mattina. Solo allora ho visto che la
chiesa e le case di Casaglia erano bruciate.
Nessuno dei suoi aiutanti le ha mai parlato di
quei caduti, di quella gente, contadini, vecchi,
preti, ragazzi?
Per soldati che fanno da quattro anni la guerra
i morti sono naturali. Questa è la guerra e
questi sono i suoi brutti frutti. Ci sono mo-menti in cui uno può perdere la testa. Mi sento
responsabile per i miei uomini, per me no.
Non sono colpevole. Ho saputo dopo, da pri-gioniero, che i morti di Marzabotto erano in
gran parte civili. I caduti nel mio settore erano
circa 300. Per me non si trattava di una rap-presaglia, ma di un'operazione militare. Lei
pensa che io sia un volgare assassino?
Io credo anche alla responsabilità di chi per-mette che altri uccidano, come fu a Marzabot-to. Ma non sono il suo giudice.
Reder nel 1984 scrisse una lettera dedicata a
tutti i cittadini di Marzabotto dove chiedeva
scusa. Il Tribunale di Bari riconobbe nel mag-giore un “sincero ravvedimento”. Nel gennaio
1985 il maggiore uscì dal carcere di Gaeta, li-bero per sempre. Si trasferì a Vienna dove fu
accolto anche dalle autorità con tutti gli onori
militari. Poco dopo ritirò le scuse al popolo ita-liano motivandole come “opportunismo poli-tico”. Morì nel 1991.
HERBERT KAPPLER
Il colonnello Herbert Kappler sta a muro con
Reder, ma i due non si frequentano. Possiede
due piccoli acquari, e una scansia con qualche
volume, cura alcune pianticelle. Molto del suo
tempo lo dedica ai bambini: “Per quelli spa-stici, immobilizzati negli arti ho inventato del-le macchine perché imparino a leggere. Mi dà
una certa soddisfazione non sentirmi del tutto
inutile”. Il suo nome ricorda l’infamia delle
Fosse Ardeatine: 335 le vittime tra civili e mi-litari.
Colonnello Kappler qualcuno ha detto: “Il de-stino di un uomo è il suo carattere”.
Non mi sono mai ribellato alla mia sorte. Sono
grato a Dio che mi ha permesso di maturarmi.
Ognuno è più completo, se riesce con l'età a
guardare dentro di sé. Non mi considero in-nocente in senso religioso e morale. Sull'a-spetto legale, invece, avrei da discutere. Le leg-gi di guerra sono, di per sé, disumane e crudeli,
la guerra è feroce, è indegna dell'umanità, ma
esiste.
Lei sapeva di essere tanto odiato?
Sì. Ero un avversario, e più volte hanno at-tentato alla mia vita. Io stesso ho smontato un
ordigno destinato a farmi saltare. Io sapevo chi
dovevo eliminare. Kesselring, al momento
dello sbarco alleato, era stato chiaro: “Lei – mi
avvertì – risponde con la sua testa di ciò che
accadrà alle spalle dei combattenti di Anzio e
di Nettuno.
In che cosa consisteva il fascino di Hitler, lasua capacità di suggestionare?
Aveva qualcosa di sinistro e di buono. La de-finirei, oggi, un'attrazione quasi demoniaca.
Ci sono trentasei ore della sua vita che hanno
deciso di tutto.
Non auguro al peggiore nemico, al nemico più
odiato, di trovarsi nella mia situazione.
Che cosa le fa compagnia, che cosa l'aiuta a
soppor tare?
Mia madre, una volta, mi disse: “Perché non
tieni qualche piccolo animale? Ti sentiresti
meno solo”. Un’amica mi ha regalato un pic-colo acquario, e io ho imparato ad allevare
piccoli pesci, non fameliche murene, come
hanno detto. Senza di loro mi mancherebbe il
contatto con la natura; in senso psicologico, è
come se facessi una passeggiata nel bosco.
Il 15 agosto 1977 il colonnello, aiutato dalla
moglie che lo nascose in una grande valigia
(Kappler pesava circa cinquanta chili per colpa
della malattia che poi lo portò alla morte), fuggi
dall’ospedale militare del Celio, dove era ri-coverato da diverso tempo. Kappler riuscì a
raggiungere la Germania e si stabilì nella casa
della moglie; lì, senza problemi, nonostante fos-se considerato un ricercato, ricevette amici,
ammiratori e rilasciò diverse interviste. Morì
libero nel febbraio 1978.
ALBERT KESSELRING
Ho incontrato il feldmaresciallo Albert Kes-selring nel 1959, poco prima della sua morte
avvenuta l’anno dopo, aveva 75 anni. Nel ‘47
era stato condannato alla pena capitale dal
Tribunale militare britannico istituito a Ve-nezia. L’accusa: criminale di guerra per il mas-sacro delle Fosse Ardeatine. La pena gli fu
commutata in carcere a vita, infine, in ven-t’anni di reclusione. Era stato comandante sul
fronte del Mediterraneo e nel 1943 coordinò le
truppe tedesche in Italia. “Ho ancora molta
simpatia per il vostro popolo” dice il mare-sciallo “sono anzi contento di aver potuto con-durre una guerra in Italia. Così ho conosciuto
la bellezza della vostra terra, della vostra arte.
Che ne dice di quella sentenza di condanna a
morte emessa a Venezia?
Un grande errore giudiziario.
Che ne pensa degli americani?
Quando cominciarono la guerra non valevano
niente, poi si sono fatti. All'inizio era come
prendersela con dei ragazzini.
E che ne dice di Hitler?
Una mente strategica, era lui che tracciava i
piani delle battaglie. Io sono bavarese e lui
aveva vissuto a lungo dalle mie parti; ci ca-pivamo, perché anch'io, al momento oppor-tuno, sapevo battere i pugni. Hitler dimostra-va per me una sollecitudine e un riguardo dav-vero commoventi. Di personaggi come Hitler
e Mussolini ne nascono ogni tanto.
Dei suoi delitti?
Non tutte le colpe furono
sue. Era circondato da cat-tivi consiglieri.
Anche Mussolini era una
mente strategica?
No, aveva un eccezionale
senso politico, ma poche
attitudini militari.
Signor maresciallo, che ne
pensa della storia di Mar-zabotto, di questa brutta
sto r i a?
Un'operazione bellica. Il
maggiore Reder doveva ri-pulire la zona, occupata
dai partigiani. Ha adope-rato, naturalmente, can-noni e mitragliatrici, e ci
ha rimesso, purtroppo,
anche la popolazione.
Duemila morti sono tanti,
duemila civili, tra cui tanti
bambini, distribuiti fra set-te o otto villaggi falciati
con raffiche di mitra anche
dentro le chiese, sono tan-ti.
Sotto le bombe sono mor-te anche tante donne te-desche, e tanti bambini te-deschi. I reparti d'assalto
possono compiere degli eccessi, essi hanno il
dovere di vincere.
Le auguro che Dio le conceda giorni sereni,
notti serene. Dio può tutto.
Qualcuno ha detto: “Il sangue della storia
asciuga in fretta”. Già: e il ricordo delle vittime
rimane in qualche lapide e nel cuore di coloro
che le amavano.  n




Il partigiano Biagi
combattente anomalo
NEL 1944 IL GIOVANE ENZO ENTRA NELLA BRIGATA
GIUSTIZIA E LIBERTÀ. NOME DI BATTAGLIA: IL GIORNALISTA


i  Loris Mazzetti
I
l 1943, esattamente set-tant’anni fa, per gli ita-liani è l’anno del cam-biamento, della presa di
coscienza. A gennaio l’Italia
abbandona Tripoli. Comincia
la lunga marcia degli alpini dal
fronte del Don. Il costo della
vita è salito da lire 109,22 del
1939 a 164,99. Il Paese è ormai
alla fame.
L’11 giugno gli anglo-america-ni prendono Pantelleria: si pre-para lo sbarco in Sicilia con il
contributo di Cosa Nostra.
Lucky Luciano, il boss condan-nato a trent’anni, verrà liberato
nel 1945 in cambio dei buoni
servizi. Dopo la notte del Gran
Consiglio, su ordine del giorno
del presidente della Camera
Dino Grandi, votato da 19 su
28 membri, in cui si chiede “il
ripristino delle funzioni stata-li” e si invita Mussolini a “r e-stituire il comando delle Forze
Armate al re”, alle ore 17 del 25
luglio il Duce va in visita da
Vittorio Emanuele III per con-segnare le dimissioni da capo
del governo. Al suo posto verrà
nominato il maresciallo d’I t a-lia Pietro Badoglio. È la fine del
fascismo, ma non della guerra e
delle sofferenze del popolo ita-liano. L’8 settembre segna la
nascita della lotta di Liberazio-ne.
Anche per Enzo Biagi è l’anno
del cambiamento, la guerra
non lo ha mai convinto e non
ha mai pensato che in qualche
modo potesse essere utile. Di-ventare partigiano faceva parte
del suo destino. “Non avrei mai
potuto combattere al fianco di
un alleato che a Parigi aveva
portato i carri armati accanto
all’Arco di Trionfo e voluto le
leggi razziali”. All’inizio del ‘44
Biagi prende una decisione,
fondamentale, poi, per tutta la
sua vita: andare coi partigiani
della brigata Giustizia e Liber-tà, nome di battaglia: il “G i o r-nalista”. Il suo compito è quel-lo di comunicare ciò che i par-tigiani facevano per liberare il
territorio,  così  inventa  “P a t r i o-ti”.
RICORDA BIAGI: “Non mi ver-gogno ad ammettere che sono
stato un combattente anomalo.
La mia pistola non ha mai spa-rato un colpo, ho attraversato
terreni minati, ho fatto la spola
tra un comando e l’altro, ho
raggiunto gli alleati sotto le
bombe. Quando passavo vicino
al pericolo forse non me ne ac-corgevo perché avevo la con-vinzione che, comunque, la se-ra, lo avrei raccontato sul mio
taccuino”.
Di quei quattordici mesi, Biagi
si porterà per tutta la vita un
ricordo in particolare: “Nella
zona tra Ronchidoso e Ca’ di
Berna, i tedeschi avevano fatto
una strage, uccidendo più di
100 civili. Il nostro comandan-te decise, in risposta a quelle
vittime innocenti, la fucilazio-ne dei sette tedeschi che tene-vamo prigionieri. Ho negli oc-chi l’immagine di quei soldati
con i piedi nel fango mentre,
prima della loro esecuzione, i
figli dei contadini, che avevano
preso le loro scarpe, saltavano
felici. Io e Checco (Berti Ar-noaldi amico di una vita) non
avevo capito come stavano le
cose. Volevamo salvare delle
vite quando tutti volevano am-mazzare, noi volevamo conse-gnare quei prigionieri agli ame-ricani”.
Il feldmaresciallo Kesselring,
comandante supremo in Italia,
aveva dato ordine al maggiore
Reder di pulire la zona vicino
alla Linea Gotica dai partigiani
della Stella Rossa. L’inizio del-l’operazione di polizia avviene
al di là dell’Appennino, nel
paese di Sant’Anna di Stazze-ma. Reder ordina l’attacco di
sorpresa, all’alba del 12 agosto
‘44: passa per le armi 560 per-sone. La stessa cosa accade suc-cessivamente nei paesi attorno
fino a Marzabotto. Lo stermi-nio nazista, a cui contribuisco-no italiani in camicia nera, era
stato deciso dall’alto, ma Reder
lo applica alla perfezione: 1836
morti. Sempre nel ’44, il 24
marzo, vi era stata un’altra in-famia, una delle tante, a Roma:
le Fosse Ardeatine. Dopo l’at -tentato gappista di via Rasella
dove morirono 32 SS, Hitler,
furibondo, ordina di uccidere
tra le 30 e le 50 persone per ogni
tedesco morto.
KESSELRING GIUDICAil rap-porto eccessivo, in carcere non
ci sono i 1500 ostaggi necessari.
Al capo della Ghestapo di Ro-ma, il colonnello Kappler, vie-ne ordinato di uccidere “solo”
10 italiani per ogni tedesco: “Si
ricordi di scegliere possibil-mente tra persone degne di
morte perché la rappresaglia
colpisca il nemico mentre dif-fonde il terrore di tenere segre-to il luogo delle sepolture e di
agire nel più breve tempo pos-sibile”. 335 le vittime tra civili e
militari.
Enzo Biagi ha dedicato molto
tempo della sua vita a cercare
che fine avesse fatto “l’orgoglio
dell’uomo tedesco” e che cosa
ha trasformato l’uomo in be-stia. Ha incontrato Reder, Kap-pler e Kesselring. Uomini pri-gionieri di loro stessi anche se
lontani da ciò che erano stati.
“Nel loro racconto” ha scritto
Biagi “non c’era né passione né
dolore, quei morti erano solo il
risultato di errori strategici, di
valutazioni politiche sbagliate,
soldati tedeschi ubbidienti al
loro Führer fino all’ultimo
giorno. Nessuna clemenza per i
crimini contro l’umanità”.

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