mercoledì 17 luglio 2013

Il Giappone neoglobal

La ricetta per risollevare il Sol Levante,la terza economia del pianeta,
si chiama “Abenomics”.  È il piano fortemente voluto dal premier che punta
a  raddoppiare la base monetaria giapponese grazie al credito della Banca
di Tokyo. Una sfida che si fonde con l’orgoglio nazionalista ma che potrebbe
scontrarsi con i mercati crollati del 25 per cento in due settimane







ihonbashi-Kabutocho: l’ultima speranza della
neo-globalizzazione si rifugia qui, nel cubo di pie-tra chiara e vetro che ospita la Borsa di Tokyo, da
meno di un anno fusa con quella di Osaka. Sono i
signori in nero del Nikkei, arbitro del mercato più
importante dell’Asia, a tenere tra le mani il destino del Giappo-ne e quello dell’uomo che ha scelto di battezzare con il proprio
nome l’epoca a cui si aggrappa anche l’Occidente: Shinzo Abe,
premier di 58 anni, padre dell’Abenomics, la scommessa
espansiva che può salvare la terza economia del pianeta da
quindici anni di deflazione, oppure farla annegare in un ocea-no di liquidità e nel debito pubblico più alto della storia.
La sorte del capitalismo classico viene decisa in un incrocio
elegante di poche strade, tra Kabutocho e Chiyoda, il quartier governativo nel cuore della capitale. È il campo di battaglia più
decisivo della contemporaneità, ma di prima mattina i suoi
educatissimi soldati sfilano in un ordine perfetto, nella divisa
stirata dei “sarari-men”, come diretti nell’ufficio qualsiasi di
una multinazionale, tablet nella mano destra e bicchierone di
caffè nella sinistra. Oltre 2300 società quotate, 5 mila miliardi di
dollari di capitalizzazione, un tesoro di carta secondo solo a
quello di New York: il logorato simbolo della ricostruzione, mi-racolo che ha chiuso il Novecento delle guerre e delle ideologie,
dipende ora dalla montagna di promesse del leader conserva-tore dell’Oriente che a sei mesi dall’elezione ha deciso di pre-sentarsi come lo sponsor della ripresa internazionale, spo-stando i debiti dal privato allo Stato.
Così il Giappone, reduce da trent’anni di imprevisto decli-no, torna d’incanto al centro della scacchiera, irresistibile ten-tazione per l’Europa del rigore e ago della bilancia nello scon-tro cruciale tra Cina e Stati Uniti per la guida del secolo. avoro, benessere e
consumi, fondamenta
dell’attuale civiltà, vin-colati ad un «muro di
soldi» alto 1450 miliar-di di dollari, da costruire in due an-ni e capace di spaventare lo stesso
Fondo monetario internaziona-le, che ha lanciato l’allarme sui
«considerevoli rischi da debito»,
prima del tiepido via libera con-cesso ad Abe dai colleghi leader
del G8 nordirlandese.
Dopo gli yuan di Pechino nel
2008, saranno davvero gli svaluta-ti yen di Tokyo a salvare le econo-mie fondate su dollaro ed euro?
«E’ la scommessa — dice l’econo-mista Satoshi Okagawa — che en-tro il 2014 deciderà la vita di mi-liardi di persone. Raddoppiare la
base monetaria giapponese gra-zie al credito della banca nazio-nale, può essere come sommini-strare la morfina ad un malato
La ricetta per risollevare il Sol Levante,la terza economia del pianeta,
si chiama “Abenomics”.  È il piano fortemente voluto dal premier che punta
a  raddoppiare la base monetaria giapponese grazie al credito della Banca
di Tokyo. Una sfida che si fonde con l’orgoglio nazionalista ma che potrebbe
scontrarsi con i mercati crollati del 25 per cento in due settimane
terminale: non soffre, ma non
guarisce. La speranza è che inve-ce il denaro si riveli il farmaco sal-vavita di un sistema globale di-pendente dalla liquidità. Resta
un enigma, ma l’esito dell’azzar-do di Tokyo determinerà le poli-tiche del nostro tempo».
Una sfida che si confonde con il
montante orgoglio nazionalista e
che in Giappone risulta addirittu-ra visibile. I centri commerciali,
svuotati dallo tsunami che nel
marzo 2011 innescò il disastro
atomico di Fukushima, sono
nuovamente affollati. Le banche
tornano a fare credito e la gente
sostituisce la tivù, cambia l’auto-mobile, o ristruttura casa. Coda
anche per i primi saldi estivi nei
negozi alla moda di Ginza, che il
prudente quotidiano  Yomiuri
Shimbun definisce «la nuova tra-sgressione patriottica con le ta-sche vuote». Eccessi sulla parola
del premier, che ha garantito un
più 3% annuo dei redditi persona-li, pari ad un aumento del reddito
pro capite nazionale da 1,5 milio-ni di yen in dieci anni. «La novità
— dice Yasuhiro Kato, docente di
scienza delle finanze — è che il fa-talismo sostituisce la fiducia an-che nella spinta al consumo. In
Giappone il mondo sperimenta il
tentativo di una ripresa per neces-sità, più che per scelta».
A confermarlo, l’ottovolante
del Nikkei: più 50% nell’ultimo
anno, meno 25% in due settima-ne, ultimo crollo (prima dell’allar-me banche in Cina nel weekend)
a metà giugno, sei punti persi in
una seduta. I mercati si chiedono
così se il modello-Tokyo anticipi
la «nuova instabilità cronica del-la post-globalizzazione», in cui
le cancellerie assumono il ruolo
di «garanti dell’indebitamento
collettivo» attraverso la promo-zione di un «neo-nazionalismo
introdotto dall’obbligo della cre-scita». E’ la questione essenziale
posta da Abe, a sua volta accolto
da un vento estero ostile dopo il
trionfo di dicembre e oggi esalta-to come il profeta che — defini-zione del suo braccio destro Koi-chi Hamada — «vuole riaccen-dere il motore del mondo».
L’allarme debito spaventa gli
economisti, ma i risultati per ora
gli danno ragione. Tra gennaio e
marzo il Pil annualizzato del
Giappone segna un più 4,1% e la
disoccupazione scende per la pri-ma volta dopo 22 anni. Il boom in
maggio: export a più 10,1% sul-l’anno e yen a meno  23,4% sul
dollaro. Numeri in apparenza
migliori di quelli di Barack Oba-ma, che candidano l’Abenomics
a ideologia espansiva di tutte le
super-potenze che, complice
l’anagrafe, sembrano condan-nate alla recessione. «I pilastri
della svolta — dice Sayuri Shi-rai, uno dei nove membri della
BoJ — sono tre: la svalutazione
dello yen per far ripartire l’in-dustria, gli stimoli fiscali per al-zare l’inflazione fino al 2% e un
pacchetto annuo di stimoli tra
45 e 100 miliardi di dollari per
riformare i settori vitali del Pae-se, dall’agricoltura alla sanità».
I ragazzi terribili di Kabutocho
hanno bocciato proprio questa
«Terza Freccia», giudicando «non
sostenibile nel medio-lungo pe-riodo» un indebitamento pubbli-co che ha sfondato la barriera del
245%. La pensano così anche i de-mocratici, costretti all’opposizio-ne dopo soli tre anni al governo,
che puntano alla rivincita il 21 lu-glio, quando si voterà per il rinn o della metà dei seggi nella Ca-mera Alta, che ancora controlla-no. Slogan elettorale: «Fermia-moci in tempo». Il vento popolare
sembra però soffiare alle spalle
dei liberaldemocratici. Trionfo
domenica nelle municipali di
Tokyo, dove la coalizione del pre-mier ha fatto il pieno e l’Ldp ha
eletto tutti i suoi 59 candidati. Se
tra un mese le preferenze saranno
confermate, per Abe si profila la
prima maggioranza stabile dal
2006 e il via libera anche alle rifor-me più controverse. «Forse ci sve-glieremo dalla sbornia offerta da
Abe con un gran mal di testa — di-ce il giurista Akira Taniguchi —
ma l’alternativa è morire di sete».
E’ la tesi promossa da Haruiko Ku-roda, neo governatore della Ban-ca del Giappone voluto da Abe per
costringere la Boj, sempre meno
indipendente, a finanziare le sue
misure. «Senza crescita — la dife-sa dagli irriducibili dei conti in or-dine — a diventare insostenibile è
la situazione dei bilanci degli Sta-ti. E una Tokyo in espansione è
una buona notizia sia per l’Asia
che per il resto del pianeta».
Rispetto a Europa e Usa, il Giap-pone può contare sul vantaggio di
essere il primo banchiere di se
stesso, ma se la bilancia commer-ciale (deficit record da quasi 8 mi-liardi di euro) non uscirà presto
dal rosso, il pericolo di una «spa-ventosa bolla finanziaria pubbli-ca», paventato dalla Banca Mon-diale, si profila concreto. Per que-sto i liberali di Abe, sostenuti dai
falchi del partito della Restaura-zione, mescolano promesse di re-cuperata prosperità con massicce
dosi di orgoglio patriottico. «Il
marchio “Tokyo contro tutti” —
dice il professor Hiroshi Yoshida
— nasce per unire la prima gene-razione nata nella ricchezza e an-cora dipendente dal capitale di fa-miglia». Si spiegano così la retori-ca militarista, l’esplosione a 760
miliardi di euro del bilancio per la
Difesa, lo scontro con la Cina per
l’arcipelago delle Senkaku, le ce-lebrazioni nel santuario di Ya-sukuni, dove si onorano anche i
criminali di guerra, la promessa di
riscrivere la Costituzione pacifista
del 1947, il dibattito attorno alla
definizione di «invasione» nel di-ritto internazionale, o l’introdu-zione della Festa della sovranità
nazionale. Un crescendo di naionalismo tale che il premier si è
astenuto perfino dal censurare
l’uscita del sindaco di Osaka, l’a-stro nascente dell’estremismo di
Stato, Toru Hashimoto, che ha
spiegato come le «comfort wo-men» (le schiave sessuali dei sol-dati giapponesi che occuparono
la Cina) «furono necessarie per
mantenere l’ordine».
«L’Abenomics — dice l’econo-mista Masamichi Adachi — è l’ul-tima carta del Giappone per ral-lentare l’espansione di Pechino.
O la crescita ritorna stabile in Eu-ropa e Usa, o la Cina, sostenuta
dalla Russia, colmerà con l’autori-tarismo il vuoto lasciato dal capi-talismo privato. Il paradosso è che
si cerchi di salvare consumi e mul-tinazionali con i debiti pubblici:
per questo, senza un forte nazio-nalismo, non si potrebbe chiede-re allo Stato di anticipare soldi che
non ha». Un’escalation pericolo-sa non solo nel Pacifico, ma non
sufficiente per Tokyo. Entro luglio
il governo ridefinirà dunque i re-quisiti di sicurezza per le centrali
nucleari. Obbiettivo: riaccendere
in ottobre i reattori spenti dopo la
crisi di Fukushima, tagliando il 7%
della voce importazioni (primato
in maggio, più 10% causa sete di
petrolio) grazie al riavvio della
maggioranza dei 50 (su 53) im-pianti congelati. Il ritorno del
Giappone all’atomo, condizione
necessaria affinché l’Abenomics
abbia una chance di successo,
spacca però i giapponesi. La mag-gioranza resta contraria, la stessa
moglie di Abe si dichiara «all’op-posizione in famiglia» e quasi cen-tomila sostenitori delle energie al-ternative, guidati dal Nobel Ken-zaburo Oe, sono tornati a sfilare
per le strade della capitale. «La ve-rità — dice lo scienziato verde
Osamu Nagafuchi — è che non
possiamo più permetterci la sicu-rezza, proprio come la ricchezza.
Debiti pubblici e centrali nucleari
sono parte dello stesso fine politi-co: esercitare il potere fingendo di
distribuire denaro, ma accredi-tando interessi e problemi sul
conto dei figli».
Le due facce del Paese, per la
tivù di Stato sono così quelle di
Kiyoshi Kimura e Misao Okawa. Il
primo è il ristoratore-star che, per
diffondere la retorica del ritrovato
ottimismo, ha investito un milio-ne di euro per un tonno rosso da
220 chili. La seconda è la donna
più longeva del pianeta che a 115
anni, per ricordare il segreto fuo-rimoda di risparmiare le risorse,
non consuma più di una tazza di
riso al giorno. Shinzo Abe e il suo
Giappone, miraggio dell’Occi-dente conservatore in un Oriente
sempre più estremo, sono sospe-si tra i due eccessi. Come l’eserci-to dei brokers che nel pomeriggio
sciamano dal palazzo di Chiyoda:
speculano sul fallimento delle
«Tre Frecce» del premier, ma infi-landosi nel primo “pacinko” di
Shibuya dicono che «se Tokyo si
sbaglia, questa volta il vecchio
mondo va a casa». Sono ragazzi
che amano l’azzardo: per questo
Washington e Bruxelles, come
Pechino e Mosca, sono costretti a
sperare che gli errori del naziona-lismo neo-global possano, alme-no per un po’, funzionare.

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