martedì 16 luglio 2013

R2 - La diga della discordia

È un’opera faraonica
che avrà un enorme
impatto sull’ecosistema
e serie ripercussioni
sulla vita di almeno
duecentomila pastori
Per Addis Abeba, invece,
è il simbolo del riscatto
e renderà l’Etiopia un
paese all’avanguardia per
l’esportazione di energia
L’affare è miliardario ma
non piace a mezza Africa


a terra rossa diventa di colpo nera. Larghe macchie scu-re si allungano verso la foresta che ci circonda. Il silen-zio è opprimente. "Fuoco", indica la guida Haki con il
suo bastone nodoso. Ci guardiamo attorno: molti cam-pi sono bruciati, le colture distrutte. Delle capanne di
un piccolo villaggio sono rimasti solo legni anneriti e cumuli di ce-nere. Non è opera del sole. C’è la mano dell’uomo. Sono evidenti i
segni dei bulldozer. Ci raccontano che migliaia di pastori e conta-dini sono stati cacciati dalle loro terre secolari sotto la minaccia
delle armi. Duecento chilometri a sud ovest di Addis Abeba, nella
Valle dell’Omo, è in corso uno dei più gradi esodi forzati dell’Afri-ca orientale: ma non è un caso unico. Gibe III, la diga che si sta co-struendo e che sta allontanando gli abitanti da queste terre, fa par-te di un progetto più ampio, che prevede la realizzazione di altre
barriere sui fiumi dell’Etiopia: fra tutte, la più imponente è quella
chiamata “Diga della Rinascita” sul Nilo azzurro, 500 chilometri a
nord ovest di Addis Abeba, al confine con il Sudan.na struttura che ri-durrà drasticamen-te il livello di acqua
portato dal Nilo e
che priverà l’Egitto
di una delle sue principali fonti
di acqua. Per questo, da mesi, i
due Paesi sono ai ferri corti: ne-gli ultimi giorni il diverbio ha
raggiunto l’apice, con il presi-dente egiziano Morsi che ha mi-nacciato l’Etiopia di «fare qua-lunque cosa» per garantire al
suo Paese l’approvvigionamen-to idrico.
Le conseguenze della crisi che
rischia di destabilizzare buona
parte dell’Africa orientale qui
nella valle dell’Omo si vedono
benissimo: il caldo torrido dei
mesi scorsi ha aperto fessure nei
campi che adesso sembrano fe-rite. Tutti attendono le piogge
che bagnano l’altopiano dell’E-tiopia centrale: porteranno
nuova acqua, faranno gonfiare il
grande fiume. Qui, in una delle
culle dell’umanità, si spera che
la vita tornerà a scorrere come
accade da sempre.
Ma è difficile che il sogno si
realizzi: Gibe III, una diga lunga
610 metri e alta 243, è un colosso
di cemento armato che bloc-cherà e devierà il 60 per cento del
flusso impetuoso del fiume più
ampio della regione. Le conse-guenze sono chiare: in questa
zona verrà alterato il ciclo delle
esondazioni che con il loro limo arico di minerali e depositi cal-cari rendono fertili centinaia di
migliaia di ettari, fanno crescere
erbe e piante di cui si nutrono gli
animali, danno rifugio ai pesci
per il deposito delle uova, crea-no l’habitat naturale per cocco-drilli, serpenti, uccelli. Garanti-scono la sopravvivenza di
200mila pastori e contadini ap-partenenti ad antichi gruppi in-digeni: Bodi, Kwegu, Mursi,
Nyangatom. A rischio è lo stesso
lago Turkana, nel più grande de-serto africano, rifornito all’80
per cento dalle acque dell’Omo.
Per il governo di Hailemariam
Desalegn, il primo civile ad aver
interrotto la lunga serie di mili-tari dopo la morte improvvisa di
Meles Zenawi, la diga non è un
mostro. Al contrario: è il simbo-lo di un riscatto economico che
lancerà l’Etiopia nel limbo dei
grandi e la renderà il più forte
esportatore di energia di tutta
l’Africa orientale. Grazie a due
immense turbine, la Gibe III
sarà in grado di produrre 700
megawatt per raggiungere le
6000 una volta a regime. Il meri-to è tutto italiano: il progetto è
nostro (studio Pietrangeli) e la
realizzazione dell’opera è stata
affidata alla Salini costruzioni.
Ma se siamo ancora considerati
i migliori ingegneri e costruttori
del mondo, finiamo spesso per
fare le cose in modo poco chia-ro.
L’appalto è stato assegnato
senza gara e senza uno studio
serio di impatto ambientale. So-lo nel 2009, tre anni dopo l’avvio
dei lavori e dietro fortissime
pressioni di decine di organiz-zazioni internazionali, l’Ethio-pian electric and power corpo-ration (Eepco), l’azienda elettri-ca nazionale, ha reso pubblico
un rapporto nel quale rigettava
le obiezioni di scienziati, antro-pologi e ambientalisti e giudica-va l’opera compatibile con l’e-quilibrio naturale.
In ballo ci sono 7 miliardi di
dollari per il rilancio energetico
e la realizzazione di ben 6 dighe,
due delle quali già operative. Nel
paese l’elettricità è un miraggio.
Manca, di media, 12 ore a setti-mana. Ma le obiezioni al piano
rendono perplessi i finanziatori.
L‘intera area della bassa valle
dell’Omo è stata dichiarata dal-l’Unesco patrimonio dell’uma-nità. La Banca mondiale, la Bei e
la stessa Cooperazione italiana
si sono tirate indietro. La Sace,
che assicura il rischio, nei giorni
scorsi ha garantito 100 milioni.
Troppo pochi: la diga costa 4,2
miliardi di dollari e finora ne è
stata raccolta la metà. Gibe III
doveva entrare in funzione alla
fine di quest’anno ma sarà com-pletata solo nel dicembre 2014.
La Salini è allarmata: «I nostri
studi sono impeccabili. Se l’Ita-lia non farà la sua parte, la faran-no i cinesi che si sono già aggiu-dicati la costruzione della diga
Gibe IV».
Sul campo restano americani
e inglesi. Non mollano l’osso,
hanno troppi interessi da difen-dere. Il governo etiope ne ap-profitta. Taccia di terrorismo
chiunque critichi il progetto. La
gente che incontriamo è diffi-dente. Ha paura. Parla poco e
con difficoltà. I racconti sono impressionanti. Leader tribali
arrestati, scontri, battaglie, de-cine di morti. La resistenza è de-bole. Nessuno ha è stato consul-tato. «Nel Suri», ci racconta un
anziano Bodi, «il governo ci ha
detto solo che non ci sono più er-ba e alberi. Bisogna andare via,
più a nord. Bisogna fare spazio
alle nuove piantagioni». Intere
famiglie hanno dovuto abban-donare le loro terre. Tre campi,
ancora segreti, sono pronti per
rinchiuderli. Duemila soldati
hanno circondato l’intera regio-ne. Entrare è impossibile. Il ri-schio è di essere arrestati.
E’ successo una settimana fa a
un giornalista di un settimanale
indipendente,  Ethio Mehedar .
Era andato sul posto per racco-gliere testimonianze. Lo hanno
sbattuto in cella e di lui non si sa
più niente. Un secondo collega è
stato condannato a 2 anni di car-cere per attentato alla sicurezza
dello Stato. «Aveva scritto che i
lavoratori statali erano stati ob-bligati a finanziare la diga», ci
spiega il direttore. Il governo ha
rinunciato alla aree più depres-se. Meglio un taglio drastico.
Puntare alla grande: trasfor-mare la bassa valle dell’Omo in
un centro di produzione idroe-lettrica e creare un bacino artifi-ciale di 210 chilometri quadrati.
Ci vorranno 5 anni per riempir-lo. L’acqua cadrà dall’alto della
diga: il getto produrrà 3.759 me-gawatt, di cui 1.418 saranno de-stinate al consumo interno e il
resto verrà esportato. In Sudan,
in Kenya ma anche in Egitto, Eri-trea, a Gibuti. Le terre liberate
sono già state concesse a società
malesi, indiane, italiane e co-reane: 445mila ettari da destina-re alla bioenergia. Olio di palma,
jatropha, cotone, mais.
Saranno irrigate con l’acqua
del nuovo lago artificiale che ri-schia di attirare milioni di zan-zare da malaria. L’esodo forza-to, coinvolge 200mila persone
in Etiopia; altre 300mila, sul lato
del Kenya, rischiano di morire. Il
mancato afflusso di acqua dal-l’Omo ridurrà di 20 metri il livel-lo del lago Turkana. Aumenterà
l’indice di salinità dell’acqua ri-masta che presto evaporerà. Per
le popolazioni locali che vivono
sulla pesca sarà la fine.
La crisi non è solo ambienta-le. Ha forti ripercussioni geopo-litiche. La Diga della Rinascita,
l’altra diga al nord, coinvolge
nove Stati: Uganda, Tanzania,
Rdc, Ruanda, Burundi, Etiopia,
Kenya, Sudan, Egitto. Un muro
lungo 1.800 metri dimezzerà
l’afflusso di acqua del Nilo blu:
l’Egitto è furibondo. Negli ultimi
giorni Morsi ha detto che ricor-rerà alla diplomazia. Ma sono in
molti nel governo a volere azio-ni di forza. I microfoni di una riu-nione segreta rimasti accesi in-volontariamente hanno svelato
piani inconfessabili. Il leader del
partito salafita Nour ha propo-sto di usare i ribelli etiopici del
Fronte per la liberazione dell’O-gaden come forma di pressione.
Morsi ha pensato di diffondere
la voce che l’Egitto stava arman-do i suoi bombardieri. Il presi-dente del partito islamico El Wa-saf ha chiesto direttamente di
usare un commando per mina-re la diga. I dialoghi sono finiti in
tv, l’Etiopia li ha considerati una
dichiarazione di guerra. L’Egit-to alla fine è stato costretto a scu-sarsi.
Politica a parte, le ambizioni
energetiche dell’Etiopia ri-schiano di distruggere un ecosi-stema che resiste da milioni di
anni e di sconvolgere l’assetto di
intere popolazioni che vivono
sul flusso dei fium



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L’
Egitto è una striscia di terra stretta tra
due deserti: una terra nera aggredita
sui fianchi da quella rossa sabbiosa del
Sahara libico a Occidente e da quella
arabica, altrettanto rossa e sabbiosa, a
Oriente. Sono state le acque del Nilo, lungo le quali si
stende per 1500 chilometri, a rendere fertile quella
lingua di terra scura, sinuosa e coltivata. Ed è sempre
grazie a quel fiume che è nata una grande civiltà del
passato antico. Là, nella Valle del Nilo, e nel delta ri-volto al Mediterraneo,  adesso vivono quasi cento mi-lioni di uomini e donne.
Questo riassunto di una storia millenaria è piuttosto
sbrigativo e al tempo stesso retorico, lo riconosco, ma
esso vuole sottolineare la sensibilità per tutto quello che
riguarda un fiume non solo tra i più lunghi ma anche tra
i più amati del pianeta. L’Egitto è nato dal Nilo, l’Egitto
è un dono del Nilo, diceva Erodoto, ed è quindi adora-to, dicono i poeti, come un padre o un dio. U
n padre o un dio che offrendo
le sue acque consente la vita
del paese: sulle due sponde
del fiume crescono le messi e
le dighe danno energia al territorio.
Questo fa capire l’allarme suscitato dal
sospetto che la diga in costruzione al-l’altezza di una delle remote sorgenti
possa ridurre il flusso d’acqua nel lun-go tratto egiziano.
L’Egitto è nato dal Nilo, ma il Nilo
non è nato in Egitto. Le sorgenti dei
due rami del fiume sono molto più a
monte. Quella del Nilo Bianco si trova
nelle regioni equatoriali del continen-te africano. Quella del Nilo Azzurro in
Etiopia. Ed è là che sono cominciati i
lavori per la diga dedicata alla Grande
Rinascita Etiope, la quale rappresenta
un’importante opera per Addis Abeba
e un incubo (da sfruttare anche politi-camente) per il Cairo.
L’85 per cento delle acque del Nilo
provengono dal Nilo Azzurro, il quale si
unisce al Nilo Bianco nel Sudan, per
raggiungere l’Egitto. C’è chi calcola che
quando entrerà in funzione la nuova di-ga in Etiopia il corso del fiume potreb-be diminuire del 25 per cento, con un
forte impatto sulla frequenza delle pie-ne, dalle quali dipende il sistema di irri-gazione e il deposito del famoso limo,
(nella realtà o per un antico mito) pre-zioso per la fertilità delle terre.
I poteri dei faraoni erano principal-mente idraulici, perché riguardavano
in larga parte il controllo delle acque del
Nilo. Per il Cairo il fiume resta, ancora og-gi, la principale fonte di vita, ed è al tem-po stesso un grande strumento politico.
Questo doppio uso ha portato a violenze
e a contese. Chi lo idolatrava non ha sem-pre rispettato il sacro Nilo. Penso ai ma-stodontici alberghi sull’acqua nel cuore
del Cairo. Il Nilo è servito anche per esal-tare i raìs. Quando Nasser costruì l’Alta
diga di Assuan si enfatizzò il fatto che fos-se diciassette volte più grande della
piramide  di Cheope. Insomma il raìs
aveva costruito un monumento più
grande di quello dei faraoni. Questo ac-cadde negli anni Sessanta del secolo
scorso, in piena guerra fredda, e il pro-getto, oltre che idraulico, fu anche poli-tico, poiché furono chiamati a realizzar-lo i sovietici, in segno di sfida agli ame-ricani riluttanti a finanziarlo. La grande
diga egiziana sul Nilo fu uno schiaffo al-la superpotenza occidentale.
Nelle ultime settimane l’Egitto ha
minacciato più volte l’Etiopia. Il presi-dente Mohamed Morsi non ha escluso
il ricorso alla forza. Lui non è un “avvo-cato della guerra”, ma non consentirà
che si metta in pericolo la sicurezza del-l’Egitto per quanto riguarda la fornitu-ra d’acqua. Durante una riunione dei
partiti islamisti o alleati il capo dello
Stato egiziano ha approvato con il suo
silenzio i propositi bellicosi dei parte-cipanti. Alcuni sono arrivati a propor-re bombardamenti aerei o lancio di
missili a lunga portata contro la diga
della Grande Rinascita Etiope. Altri
hanno suggerito di sobillare rivolte in
Etiopia attraverso i soma li e gli eritrei.
E i discorsi sono stati diffusi in diretta
dalla televisione.
L’opposizione egiziana ha accusato
il presidente di “fascismo”. Ha denun-ciato il tentativo di suscitare un movi-mento di unità nazionale di fronte a una
“falsa minaccia”, al fine di distogliere
l’attenzione dalla grande manifesta-zione del 30 giugno, durante la quale
milioni di egiziani dovrebbero chiede-re le sue dimissioni. Secondo l’opposi-zione, in un momento di forte crisi, po-litica ed economica, Mohammed Mor-si si barrica dietro il Nilo con la speran-za di suscitare uno slancio patriottico e
di dirottare la collera popolare contro la
remota Etiopia. Le accuse non sono del
tutto infondate, poiché nel frattempo
sono in corso negoziati e controlli tec-nici internazionali, al fine di impedire
che la diga etiopica costituisca una mi-naccia per l’Egitto




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