venerdì 26 luglio 2013

Arcipelago Putin In Russia il gulag resiste ancora IL SISTEMA SOVIETICO È STATO SMANTELLATO, MA LA REALTÀ CARCERARIA NON È MOLTO DIVERSA

 Leonardo Coen
A
leksej Navalnyj arri-va stamani a Mosca,
da Kirov. Lo aspet-teranno in centi-naia. E chi non sarà nella Piazza
delle Tre Stazioni, suonerà il
clacson o posterà un messaggio
in Rete. Qualcuno teme che il
combattivo blogger anti-Cre-mlino trasformi il rientro in un
attacco al regime putiniano. La
storia russa ha infatti un illustre
precedente, il mitico ritorno in
patria di Lenin a San Pietrobur-go, trasformato dalla propagan-da comunista nella pietra milia-re della rivoluzione bolscevica.
Aleksej Navalnyjnon potrà al-lontanarsi dalla capitale, ma
Mosca è grande come la Valle
d’Aosta, non come i quattro
metri quadri in media a dispo-sizione di un detenuto russo. Se
la procura di Kirov non avesse
deciso per la libertà condiziona-le, in quale infernale prigione
sarebbe finito per i prossimi
cinque anni il più popolare e
amato degli oppositori russi?
Forse in Siberia. Certo, il con-testo è mutato. I lager staliniani
sono stati chiusi, l’universo
concentrazionario sovietico è
stato per gran parte smantella-to, ma la sostanza è rimasta più
o meno la stessa. La brutalità
delle galere, a sentire le organiz-zazioni umanitarie, non è poi
diversa. E agli oppositori non
sono fatti sconti. Anzi.
NE SA QUALCOSA Mikhail Kho-d o r kovs k i j , l’oligarca del petro-lio che entrò in rotta di collisio-ne con  Vladimir Putin. Finì in un
carcere all’estremo Oriente del-la Siberia. Oggi sta consumando
la pena in una prigione della Ca-relia, al confine con la Lapponia
finlandese, dove l’espressione
“essere mandati al fresco” non è
solo un modo di dire. Secondo
Vladimirt Rizkov, ex deputato
della Duma e tra i fondatori del
partito di opposizione Rpr-Par-nas, “il regime di Putin è più re-pressivo di quello sovietico. Lo
stato di polizia opera nella totale
impunità e l’unica opposizione
rimasta è quella di un gruppo
sempre più ristretto di intellet-tuali e mezzi d’informazione di
orientamento liberale”. Ricor-date le  Pussy Riot , le ragazze che
avevano intonato una canzone
anti Putin nella cattedrale del
Cristo Salvatore, a Mosca? La
cosiddetta “giustizia” russa le ha
spedite in una delle 46 colonie
penali femminili che dovrebbe-ro ospitare 38.500 donne e in-vece ne sopportano 49 mila.  Ma -ria Aliokhina, 24 anni e madre di
una bimba, si è vista rifiutare la
libertà condizionale. Deve scon-tare due anni alla colonia penale
28 di Bereznicki, Siberia. Qual-che tempo fa ha scritto una let-tera in cui racconta in quali con-dizioni è costretta a sopravvive-re: sembra di leggere quei diari
clandestini che riuscivano a rag-giungere l’Occidente ai tempi
dell’Urss. Maria è arrivata den-tro una tradotta coi vagoni privi
di finestrini (le malfamate car-rozze s to l y p i n ). Ogni detenuta ha
a disposizione un letto (a castel-lo), una sedia e mezzo tavolino.
Ogni quaranta detenute ci sono
tre lavandini due water ed è per-messa la doccia una sola volta al-la settimana. Ogni giorno, le pri-gioniere vengono convocate
nella stanza chiamata “Regola -mento interno”. Glielo leggono
a fine giornata, dopo che hanno
lavorato come schiave per 12
ore (e per una paga mensile di
mille rubli, ossia 20 Euro). Se
mostrano segni di stanchezza,
sono punite. Nadia Tolokonni-vo ka , altra nota  Pussy Riot , è fi-nita nella Mordovia, regione co-sì triste da esser nota solo per le
colonie penali.
L’arcipelago gulag di Putin con-ta, secondo i dati del Consiglio
d’Europa, una popolazione di
780.100 detenuti, ma le Ong
russe sostengono che sono mol-ti di più, 862 mila. Su una po-polazione di 141 milioni di abi-tanti, significa che ogni cento-mila russi 540 sono dispersi in 7
prigioni, 62 istituti penitenziari
per ragazzi e 657 per adulti, oltre
a 160 colonie penali.
IL TASSO  di carcerazione fem-minile è cinque volte quello dei
paesi occidentali (dati  Ria Novo-sti 2010). I detenuti vengono
spostati il più lontano possibile
dale loro famiglie. Era la tecnica
punitiva del Kgb. Il “lavoro pro-duttivo”, puro e semplice sfrut-tamento, è conaiderato un “fat -tore correttivo importante”. Lo
scorso novembre apparve sul
quotidiano britannico  Daily Mail
una foto subito battezzata “del -l’orrore”: mostrava decine di
detenuti magri e rapati a zero,
senza camicie o canottiere, am-massati come bestie in una stan-za dormitorio del carcere mo-scovita  Matriosskaja Tshimache
vuol dire “Il silenzio dei mari-nai”. É lì che nel 2009 trovò la
morte, in misteriose circostan-ze, un altro oppositore di Putin,
l’avvocato  Sergej Magnitskyj.
Aveva denunciato due anni pri-ma la corruzione in seno alla
Gazprom, l’arma energetica del
Cremlino. Le autorità dissero
che si era trattato di infarto. Ma-gnitskyj soffriva di ulcera, i me-dici del carcere non furono
scrupolosi. E forse era stato an-che picchiato. L’hanno condan-nato, ma non hanno avuto il co-raggio di riesumare la salma per
leggergli la grottesca sentenza.
Purtroppo, una delle troppe sto-rie di ordinaria repressione

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